VII.

Oltre a tutti questi inconvenienti che, come un intimo male, venivano rodendo l’istituto della schiavitù, v’era tutto un disquilibrio sociale, che la schiavitù determinava quanto più si allargava, e che, provocando una inevitabile reazione, poteva soltanto trovare la sua risoluzione in una profonda trasformazione del modo di produzione.

Il latifondo e la progressiva concentrazione della ricchezza, resi possibili e favoriti dalle nuove condizioni, che all’economia agricola e al commercio avea creato la conquista dell’Italia, avevano trovato e trovavano un impulso ed un ambiente propizio in tutte le vicende della successiva storia di Roma. La schiavitù, il cui sviluppo avea avuto luogo simultaneamente, come termine correlativo di quella nuova fase della vita economica, divenuta omai il sostrato dell’economia del mondo romano, esercitava su di esso una pressione più o meno consapevolmente avvertita ma continua, costringendolo a dirigere la sua attività politica e sociale con moto sempre più vivo, nel senso che era compatibile con quell’estensione del lavoro servile e consentaneo alle sue condizioni di esistenza.

La schiavitù, in generale, da un lato, per la scarsa produttività del lavoro servile, esige una vicenda di terre non usufruite e fa cercare nell’estensione dell’area e nel maggiore ampliamento dell’azienda un compenso alla limitata forza produttiva; dall’altro lato, esige ed assorbe molto capitale per l’acquisto e la reintegrazione degli schiavi. Sulla base dell’economia a schiavi si viene costituendo così un organismo sociale, che nella sua politica esterna è aggressivo e invadente e nella sua vita interiore presenta una distribuzione assai disuguale della ricchezza, e tende verso forme oligarchiche più o meno larvate per l’interesse, che il ceto ristretto de’ ricchi ha di monopolizzare il potere come mezzo di assicurare e sviluppare il proprio stato sociale, e per l’agevolezza, che l’opulenza dà di raggiungere meglio questo scopo[635].

Come in parte, qualche volta, si è innanzi accennato, era ciò appunto che avveniva; e, grazie al carattere particolare delle sue vicende, si manifestava con carattere di singolare rilievo nel seno dello stato romano.

Il ceto de’ piccoli e medi possidenti, destinato a sentire sempre più il malessere e gli effetti letali della concorrenza straniera, delle vicissitudini dell’agricoltura, dell’invadente latifondo vicino, del nuovo e più elevato tenore di vita, soggiacque anche più rapidamente alle devastazioni della guerra divampata in Italia e alle conseguenze delle guerre lunghe e lontane, che, non solo distraevano la sua opera dal campo, ma, fin oltre la metà del sesto secolo almeno (587/167), lo aggravavano, in misura sproporzionata, col pagamento del tributo, a cui i ricchi sottostavano in misura proporzionalmente minore. Infatti essi erano tassati soltanto in proporzione della loro proprietà privata, che costituiva la parte minore della loro sostanza rispetto alle terre pubbliche occupate, e, dopo Catone, per alcuni oggetti di lusso[636].

Così delle rovine della piccola possidenza, dall’occupazione del demanio pubblico e più spesso anche dall’usurpazione dell’uno e dell’altro, si sviluppava la grande proprietà a cui talvolta faceva riscontro e sovente si accompagnava anche un’ingente fortuna mobiliare.

La concentrazione della proprietà immobiliare, rispecchiata anche, sotto l’Impero, nelle tavole di Veleia[637] e da Plinio deplorata per l’Italia non meno che per le provincie[638], era l’effetto di un lungo processo storico, che già era maturato sotto la Repubblica, portando gli amari suoi frutti.

Quella irrefrenata tendenza alla concentrazione della ricchezza, che, determinata da cause intrinseche e generali, aveva trovato un fomite e un aiuto nelle vicende di Roma, s’era pure venuta foggiando nel testamento romano[639] e nel rispetto per un certo tempo illimitato alla volontà del testatore un altro mezzo potente e continuo, operante anche nel giro della vita quotidiana.

Così la popolazione si veniva sempre più dividendo in due masse ognora più distinte e repugnanti di ricchi e di poveri, e si verificava quella legge per la quale “l’accumulazione della ricchezza ad un polo significa accumulazione di miseria, disoccupazione, schiavitù e degradazione morale al polo opposto„[640].

Già, all’esordire del settimo secolo, Tiberio Gracco, con parole che probabilmente son quelle stesse pronunziate da lui[641] e corrispondono in ogni modo all’occasione e allo stato delle cose, poteva descrivere in questi termini le condizioni della popolazione e della proprietà: Le fiere che sono per l’Italia hanno una caverna e ognuna di loro ha un ricetto e un giaciglio; ma quelli che combattono e muoiono per l’Italia, di aria e di luce partecipano, non di altro, e randagi e privi di dimora vagano con i figli e le donne. I generali mentono quando incitano i soldati a difendere le are e le tombe da’ nemici, perchè nessuno di tali cittadini ha un’ara famigliare, non una tomba avita, ed essi combattono per l’altrui ricchezza e corruttela, dicendo di essere i signori del mondo e non avendo per sè una zolla di terra„[642].

Qualche tempo di poi Sallustio[643] poteva con maggiore brevità e con più sentita acrimonia far riassumere così quest’antitesi da Catilina: “Così ogni facoltà, il potere, l’onore, le ricchezze sono in mano di quelli o dove essi vogliono; a noi reietti lasciarono i pericoli, i processi, la miseria„.

E non si debbono vedere in queste parole semplicemente l’ira e l’esagerazione del ribelle, se un uomo d’ordine, come lo stesso avversario e accusatore di Catilina, poteva dire, ripetendo parole pronunziate nel 650/104 da Marcio Filippo, tribuno ma di sentimenti moderati, che in tutta Roma il numero de’ possidenti si poteva dire ridotto a duemila![644].

Infatti il territorio di Preneste, per esempio, al tempo di Cicerone era ridotto in mano di pochi latifondisti[645].

Anche per le terre demaniali, che erano date in affitto da’ censori, il grande affitto tendeva a sopraffare e surrogare il piccolo e insieme a prolungarsi, direi quasi a perpetuarsi[646].

Le grandi fortune del tempo sono anche indicate dalla grandiosità di edificî costruiti da privati per sè stessi o per farne dono allo Stato, dal lusso esuberante, dalle stesse cifre enormi de’ debiti soliti a contrarsi in questo periodo[647].

La fortuna di Crasso da trecento talenti saliva nel giro non lungo della sua vita a settemila e cento talenti, e il suo possessore soleva dire che può chiamarsi ricco solo chi è in grado di alimentare un esercito[648]; ciò che prova come rapida fosse divenuta la circolazione della ricchezza, come più facile la sua accumulazione, quanto più elevato il tenore di vita e quanto maggiore l’impulso ad arricchire con lo sminuito potere d’acquisto del danaro e la cresciuta opinione della ricchezza.

Il profondo malessere sociale che derivava da questo stato di cose e specialmente la sua azione sulle condizioni del lavoro è riassunto con chiarezza ed acume da Appiano[649] così. “I ricchi, avendo occupata gran parte di questo agro pubblico indiviso, e, col tempo, confidando che nessuno loro la toglierebbe, incorporavano i piccoli appezzamenti de’ disagiati loro vicini, inducendo alcuni a venderli e da altri prendendoli con violenza, e così coltivavano vaste estensioni invece di limitati lotti, adoperando coltivatori e pastori schiavi per non sentire, a causa della milizia, la mancanza de’ lavoratori liberi e perchè l’acquisto degli schiavi dava loro molto guadagno mercè la prole, che si moltiplicava sicuramente, essendo essi sottratti a’ pericoli della guerra. Laonde i potenti arricchivano strabocchevolmente, e la schiavitù si dilatava per tutto il paese, mentre la popolazione italica, estenuata dalla povertà, da’ tributi e dalle guerre, si assottigliava. E se anche cessava dal patire di queste cose, languiva per l’inerzia, essendo la terra in mano de’ ricchi, e servendosi essi di schiavi invece che di lavoratori liberi.„

Una parte dunque della popolazione, messa nell’impossibilità d’impiegare direttamente il suo lavoro nella terra e di locarlo, d’altra parte, in servizio altrui, per lo stato di dissesto che sentiva e che da esso, di rimbalzo, si ripercuoteva nel resto del corpo sociale, dovea inevitabilmente provocare in questo un movimento e una trasformazione, che, per una via o per un’altra, eliminasse o attenuasse quello squilibrio così sentito e così grave.

Il filo conduttore e la chiave della storia di Roma repubblicana sta appunto in questa trasformazione del modo di produzione e della diversa distribuzione della ricchezza, che spiegano e chiariscono, insieme alle sue guerre esterne, le sue lotte interne e danno una ragione della irrequietezza, da cui è invasa la repubblica specie ne’ tempi più avanzati e del suo precipitare verso il cesarismo.

L’assottigliarsi del ceto de’ piccoli proprietari e l’aumento del proletariato, tanto più forte quanto più la città ingrandita diveniva centro d’attrazione, e la campagna, che non ne avea più bisogno, ve li respingeva in massa; l’una e l’altra cosa non potevano fare a meno di destare la maggiore preoccupazione dell’uomo di stato.

Prima di tutto veniva a mancare la base all’esercito, che si reclutava ancora esclusivamente fra i censiti, e perdeva l’elemento stesso ond’era formato col cadere che facevano tra i proletari tanti proprietari.

E la popolazione libera si veniva infatti assottigliando.

I cittadini capaci di portare le armi da trecentoventottomila, quanti se ne calcolano pel 595/159, scendevano continuamente a trecentoventiquattromila nel 600/154, a trecentoventiduemila nel 607/147 e a trecentodiciannovernila nel 623/131[650].

La piccola proprietà e la piccola cultura, se importano una dissipazione di lavoro, hanno pure come termine corrispondente un aumento rapido e continuo della popolazione, il cui crescere sopperisce nuove forze di lavoro[651].

Col venir meno di questo stato di cose la popolazione si andava continuamente stremando, e infatti essa presenta una curva discendente sino al principio dell’Impero, in cui, per altra cagione, riprende un movimento ascendente[652].

Il tentativo di reintegrare e sostenere il ceto de’ piccoli e medi possidenti, fulcro dell’ordinamento repubblicano e dell’esercito, venne fatto e ripetuto, con intento ora più distintamente militare, ora prevalentemente civile, assumendo anche nelle vie seguìte e nelle forme scelte una fisonomia diversa e incontrando pure dovunque difficoltà d’aspetto diverso[653].

Un modo di aprire uno sfogo al proletariato e rinsanguare il ceto de’ possidenti era, nell’antichità romana, la fondazione di colonie, che, suggerite da una necessità e da un proposito d’indole militare, riescivano anche ad uno scopo sociale e civile.

Ma le colonie e le assegnazioni in genere, se ricreavano artificialmente un ceto di proprietari, non lo sottraevano a quelle cause che rodevano e stremavano la piccola proprietà e specialmente agli effetti disastrosi del prolungato e lontano servizio militare. Ciò rese necessario un diverso ordinamento dell’esercito, e, con una legge che si vorrebbe attribuire al tribuno Terenzio Culleone e che era in vigore all’età di Polybio[654], il servizio militare venne esteso anche a’ censiti tra gli undicimila e i quattromila assi, mentre, aspettando che i proletari s’insinuassero, come poi avvenne, nell’esercito, intanto si reclutavano per la flotta[655].

Ma, se questo nuovo ordinamento dell’esercito, rendendo anche più incerta la condizione de’ più piccoli proprietari e de’ lavoratori mercenari, favorì lo sviluppo del lavoro servile, neppure giovò ad arrestare la decadenza della piccola proprietà. Nè giovarono la finanza severa di Catone e le sue imposizioni sugli oggetti di lusso e tutto quell’insieme di provvedimenti che, sotto forma di sistemi di amministrazione e di leggi suntuarie, voleva mettere un freno al tempo novello e comprimere quelli ch’erano gli effetti inevitabili di un’economia più progredita e di una ricchezza accumulata; mentre questa aveva bisogno di circolare per convertirsi in valori di uso e per moltiplicarsi, specie in quel decadere del potere d’acquisto della moneta e in quell’elevarsi del tenore generale di vita.

I nuovi e più vasti territorî conquistati oltre i termini d’Italia avrebbero potuto offrire uno sbocco sempre nuovo al proletariato, comunque crescente e rinnovato; ma a ciò si opponevano varie altre difficoltà.

Già l’assegnazione di terra in un paese non interamente pacificato, e dove il godimento non ne fosse pienamente sicuro e spensierato, riesciva così poco attraente che, come riferisce anche la tradizione[656], e come si deduce dal sistema di arruolamento de’ coloni, talvolta non si riesciva ad espletare le liste con quelli che si offrivano volontariamente e bisognava ricorrere a una specie di coscrizione[657]. La colonizzazione, poi, contenuta ne’ termini d’Italia non interrompeva assolutamente i rapporti con Roma, e anzi, quando la colonia non era molto lontana, v’era sempre modo di esercitare anche effettivamente, almeno nelle occasioni più importanti, i propri diritti di cittadini. Una colonizzazione fuori d’Italia, se non spezzava, rendeva almeno assai più difficili i rapporti con la madre patria, e, se lasciava di diritto immutata la qualità di cittadino nel colono, di fatto ne menomava l’azione effettiva.

Ma, più di tutto, un’assegnazione di terre in suolo provinciale, specialmente, se fatta su larga scala, urtava contro gl’interessi delle classi dirigenti romane[658] e specialmente dell’ordine equestre, che dell’ordinamento provinciale aveva fatto il sostrato della propria speculazione, sia mediante gli appalti delle varie riscossioni, sia mediante il credito esercitato a condizioni usurarie e fomentato e favorito dallo stesso stato di disagio, in cui, per opera delle gravose percezioni e delle indebite esazioni, cadevano i provinciali. Il reddito poi delle provincie era precisamente quello che alimentava l’Erario di Roma e costituiva, insieme alle rendite dell’agro pubblico non ancora alienato o distribuito, il mezzo per far fronte alle guerre e alle altre emergenze dello Stato dopo il disuso del tributo imposto già a’ cittadini.

Così, dopo le assegnazioni avvenute prima della seconda guerra punica per opera di Flaminio nella valle Padana[659] e le colonizzazioni avvenute dipoi massime per opera di Scipione, allo scopo di remunerare e compensare i veterani[660]; dopo che le ultime colonie d’importanza militare furono spinte sino agli ultimi termini d’Italia[661]: la vera colonizzazione italica scompare per riapparire solo come un’appendice delle guerre civili, destinata ad essere un’arma di partito e un mezzo di afforzare poteri personali senza riescire veramente a creare un ceto di piccoli proprietarî e a mutare i soldati di mestiere in veri e buoni agricoltori.

Lo sfogo, che, per tante ragioni, il proletariato cittadino non aveva trovato fuori d’Italia, cercò di trovarlo in Italia; e, poichè il demanio pubblico era in grandissima parte occupato e usurpato da’ maggiori possidenti, non restava che rivendicarlo da costoro per farne la distribuzione.

Lasciando stare la rogazione di Sp. Cassio, così fortemente revocata in dubbio[662], e le altre leggi riferite dalle tradizioni e tendenti in ogni caso a ottenere alla plebe la partecipazione al possesso effettivo dell’agro pubblico[663]; quella che si è presa finora come punto di partenza e caposaldo del movimento a favore della piccola proprietà è la legge agraria licinia-sestia del 387 367.

Se questa legge, recentemente revocata in dubbio insieme ad altre dello stesso tempo e degli stessi autori[664], non è una foggiata anticipazione, una prolepsi di leggi posteriori; già dalla fine del quarto secolo la questione dell’esistenza di un largo proletariato cittadino si sarebbe imposta, e, quel che è notevole, non solo con l’evocazione di un provvedimento tendente ad allargare il ceto de’ possessori dell’agro pubblico e quindi de’ contadini autonomi e indipendenti, ma anche con una contemporanea misura tendente a restringere l’impiego della mano d’opera servile e a favorire quindi la diffusione del salariato[665].

È in ogni modo con i Gracchi, quando il proletariato era divenuto più numeroso, più accentrata la proprietà, più diffusa, invadente e minacciosa l’economia servile; è al tempo de’ Gracchi che il contrasto tra il lavoro libero e il servile, il proletariato e la classe detentrice della grande proprietà fondiaria appare, insieme, rilevante e distinto, sia pel suo carattere storico come per la sua importanza e per il deciso indirizzo di risolvere la grande questione con la rivendicazione del demanio italico malamente appropriato da’ suoi possessori.

La disposizione restrittiva del numero degli schiavi, attribuita dalla tradizione alla legge licinia-sestia, non riappare, per quanto almeno noi sappiamo, nelle leggi sempronie; e poteva bene non apparirvi, perchè l’effetto si sarebbe raggiunto indirettamente col frazionamento della proprietà e con l’incremento assicurato a tutto un ceto di lavoratori liberi.

Ma la reintegrazione e l’allargamento del ceto de’ piccoli proprietarî apparivano così insidiati dalla condizione de’ tempi e così precaria ne dovea sembrare la normale durata, che, ne’ suoi varî momenti, la riforma graccana da un lato credette indispensabile, con la proposta distribuzione dell’eredità di Attalo[666], di assicurare a’ nuovi proprietari con una scorta i mezzi di coltivare il proprio campo, e, dall’altro, di proteggerli contro l’assorbimento da parte della grande proprietà col renderne inalienabili i lotti.

L’interesse di usufruire a tutto loro profitto le provincie avea stretto insieme l’ordine equestre e il senatorio contro i meno abbienti; il nuovo indirizzo dato specialmente da Caio Gracco alla sua riforma e i vantaggi d’ordine vario da lui garantiti all’ordine equestre, valsero a scindere la coalizione della nobiltà senatoria e de’ cavalieri, facendo di questi gli alleati della plebe. Ma v’era più di una cosa che minava questa potente ed anormale coalizione, sperdendo l’augurio della vittoria. La fondazione della colonia oltremarina Giunonia, benchè passata nel complesso delle altre leggi, dovea non piacere a’ cavalieri, se poteva essere l’inizio di una colonizzazione oltremarina più vasta; i trambusti, attraverso i quali la riforma si veniva ponendo in atto e gl’intralciati rapporti creati dall’espropriazione de’ grandi possessori non doveano molto piacere ad uomini d’affari e speculatori, la cui barca procede meglio nel mare calmo increspato da un vento fresco e regolare che non tra il contrasto di venti auspici della burrasca. La restaurazione della piccola proprietà era qualche cosa di così artificiale, in quelle condizioni di tempo e di luogo, tra quell’affluire in Italia delle ricchezze del mondo sotto tutte le forme e le esigenze della nuova vita, che gli interessati ora si lasciavano traviare da maggiori ed illusorie promesse, ora lasciavano intiepidire i loro entusiasmi per la riforma graccana. Quell’ampio ceto di piccoli possidenti, se poteva parere (e neppure era con lo Stato così allargato) la salvezza della forma repubblicana, rappresentava un ritorno all’accarezzata tradizionale età di Cincinnato e di Curio, e, sotto questo aspetto, era un sogno, come quello di Catone, di mettere la camicia di forza alla società, la quale, sotto l’azione della cresciuta ricchezza e de’ nuovi bisogni, pure pervertendosi, s’inciviliva e si faceva più raffinata. Quella sancita inalienabilità, se era una sterile difesa contro le forme di economia agricola più lusingatrici e contro la forza assorbente della ricchezza accumulata, finiva per non piacere a chi avea brama e speranza di acquistare e a chi desiderava il lotto per la speranza di rivenderlo, o si sentiva almeno a disagio con la sua commerciabilità limitata.

Se la plebe rustica, idolatra e assetata del boccone di terra, teneva a conservare e ad arrotondare i suoi poderetti, la plebe urbana, che esercitava nella vita pubblica un’azione più continua e più rumorosa, cominciava a preferire il frumento, che si raccoglie senza coltivarlo, alla sana ma monotona e faticosa vita de’ campi; e così veniva a mancare all’agitazione agraria quel sostegno presente ed audace, di cui aveano bisogno i suoi aùspici, anche per difendersi contro le violenze degli avversari.

Le leggi frumentarie avevano il sopravvento sulle agrarie, e il popolo le preferiva, o si rassegnava almeno a non avere la propria parca sua mensa, pur di raccogliere le miche del banchetto di Epulone.

Così la reazione, obbedendo talora a un proposito consapevole, talora cedendo al senso dell’opportunità, ora resistendo violenta, ora simulando tendenze quasi demagogiche, mandava a vuoto il tentativo appena iniziato de’ Gracchi, la cui opera in pochi anni andava tutta distrutta.

Con la legge o le leggi di Livio Druso[667] si liberavano dalla imposta prestazione le terre assegnate e le si rendevano alienabili, ricacciandole così nella voragine sempre aperta del latifondo.

Pochi anni dipoi (535/219-536/218) una legge Thoria, con tutta probabilità, poneva termine alle assegnazioni, aboliva la magistratura costituita per porle in atto, confermava i possessori ne’ loro possessi, entro e fuori i limiti della legge Sempronia, e, per meglio far accettare tutte queste disposizioni, faceva della prestazione, nuovamente imposta o piuttosto gravitante sulle terre indebitamente possedute e non più soggette a ripartizione, un fondo da suddividersi tra la plebe[668].

Pochi anni dopo ancora, nel 643/111, una nuova legge[669], rifermando nello Stato la proprietà delle terre demaniali non ripartite e di quelle concedute con riserva del diritto di proprietà, riconosceva come di pieno ed assoluto diritto privato e quindi senz’altro alienabili le terre demaniali assegnate a’ cittadini mandati in una colonia romana[670], le terre demaniali date a cittadini romani e a soci italici a titolo di semplice assegnazione viritaria[671], le terre possedute dagli antichi possessori prima della legge Sempronia e ne’ limiti loro consentiti, quelle date in cambio a’ vecchi possessori[672] e finalmente quelle che dopo la legge Sempronia erano state occupate in una misura non eccedente i trenta iugeri[673]. Emetteva disposizioni analoghe per la colonia fondata sul territorio di Cartagine e per il demanio africano[674]. Il pascolo sulle terre pubbliche era reso gratuito per un numero di dieci animali, oltre la prole nata nell’anno, e, per un numero maggiore di animali, non era più limitato, ma soggetto soltanto a pagamento[675].

Come si vede, con questa legge la riforma di Gracco era pienamente demolita, perchè, da un lato, si sospendeva la rivendicazione degl’illegittimi possessi, che restavano teoricamente come semplici possessi ma in linea di fatto rimanevano in .] mano degli usurpatori; dall’altro canto i legittimi possessi e le assegnazioni erano convertiti in proprietà omai pienamente alienabili.

L’ager privatus, a Roma, era il prodotto di un esplicito indirizzo di politica agraria, che per vie studiatamente artificiali si proponeva di dare una incondizionata libertà alla disponibilità economica e giuridica della proprietà fondiaria e tendeva a mobilizzarla, come poi fece, non senza esercitare un’azione economicamente e socialmente deleteria. Questo indirizzo, che avea per molto tempo lottato contro le forme di proprietà comune, si era svolto in un lungo periodo di tempo ed era stato, prima di trionfare, l’oggetto di lunghe e accanite lotte di classi[676]. Esso si era affermato, in maniera recisa nelle leggi delle Dodici tavole, e questa legge agraria del 643/111 segnava come l’epilogo del lungo processo d’evoluzione, e, ponendo termine alla fase più importante e schietta delle rivendicazioni agrarie e de’ tentativi di restaurare il ceto de’ piccoli proprietari, sgombrava la via a una concentrazione sempre maggiore della ricchezza.

Dopo questa legge le antiche usurpazioni, i possessi illegittimi non erano più messi seriamente in pericolo, e non si hanno più che tentativi demagogici, non riesciti, di assegnazioni sul suolo provinciale, o ripartizioni proposte e in parte attuate del demanio ancora posseduto dallo Stato, o compre e confische dirette a rimunerare le milizie e a sorreggere, come si è accennato, poteri personali[677].

In tutti i casi l’inanità del tentativo, il campo limitato del provvedimento, il suo carattere di mero espediente e di episodio di un movimento politico, tolgono alla cosa le proporzioni e l’indole di una vera riforma sociale, e tanto meno riescono ad arrestare l’incremento del proletariato, per cui queste distribuzioni sono date ed accolte come tutti gli altri atti di temporanea e sterile beneficenza.

Questi atti di beneficenza, che sovente al posto di varî proprietari espropriati o confiscati mettevano un veterano, non risolvevano la questione del proletariato crescente, anche quando, come pure assai di frequente accadeva, il veterano fatto proprietario non ricadeva tra i proletarî, donde per poco era uscito.

Le distribuzioni frumentarie, poi, che, per quanto allargate, riguardavano un numero relativamente ristretto di persone[678], meno che mai potevano risolvere la questione del proletariato non cittadino.

Nell’ambito della famiglia si resisteva e si reagiva a questo incremento del proletariato con una limitazione nuovamente introdotta (querela inofficiosi testamenti)[679] della facoltà illimitata di testare, accumulando nelle mani di un solo figliuolo la proprietà familiare e diseredando gli altri.

Una parte del proletariato cercava e trovava uno sfogo nell’esercito, che oramai per opera di Mario si era aperto a’ proletari e che diveniva per essi, nell’estendersi del dominio romano e nella piega sempre più inquieta della politica interna della repubblica, una carriera, un’occasione di bottino, una via anche, come si è visto, ad uscire, per poco o per molto, non importa, dal proletariato.

Ma un’altra parte, per forza stessa delle cose, bisognava che cercasse nel lavoro delle sue mani i mezzi di sussistenza, e che con un’opera più o meno utile, produttiva o improduttiva, si facesse il suo posto nella vita.

La cura e l’interesse messi da C. Gracco nel promuovere la costruzione di vie, oltre allo scopo economico più generale e a preferenza di questo, come viene distintamente rilevato da’ narratori della sua azione storica[680], avea lo scopo immediato e diretto d’ingraziarsi imprenditori ed operai.

Così, mentre la schiavitù per fatto suo proprio andava soggetta ad una crisi che la veniva minando, cominciava, in senso contrario all’azione esercitata dalla mano d’opera servile e della sua diffusione, una reazione della classe libera, concorrente ad allargare il salariato insieme agli stessi schiavi, di cui si andava trasformando in parte la funzione e l’impiego.