VIII.

Il lavoro libero, come si è già prima accennato, aveva nel mondo romano una tradizione. Lo stesso Dionigi che lo diceva rilegato tra i servi e gli stranieri[681], segnala altre volte la presenza di artigiani anche nell’esercito romano[682]. E più volte ancora, in Livio specialmente[683], ricorre la menzione del lavoro libero. Le stesse secessioni della plebe, presentate dalla tradizione non come sedizioni violente ma come semplici scioperi, non avrebbero giustificato le preoccupazioni che inspiravano, se la partecipazione dell’elemento libero alla produzione non ne avesse fatto, anche da questo punto di vista, un elemento integrante dell’economia pubblica romana.

Nell’agricoltura poi la stessa straordinaria diffusione della schiavitù non era riescita a sopprimere del tutto il lavoro libero, che, compresso e ridotto, pur seguitava a sussistere sia sotto la forma d’impiego diretto nella piccola proprietà e ne’ piccoli affitti, sia sotto forma di lavoro mercenario[684].

La lontananza de’ fondi che impediva talvolta di potere esercitare sulla loro cultura una direzione oculata e una sorveglianza continua[685], la mancanza di capitale per costituire gl’impianti e le scorte, il senso insomma della maggiore convenienza dello sfruttamento indiretto della terra consigliavano l’affitto, la colonia parziaria e le altre forme d’impiego di lavoro remunerato anche in natura e a base di partecipazione[686].

I lavori del ricolto[687], come quelli che esigevano la cooperazione simultanea ma temporanea di molti, facevano sì che l’economia agricola, nella coltura de’ cereali e in quella arborea, dovesse assolutamente contare sul lavoro mercenario, che in molti casi era prestato appunto da’ lavoratori liberi. Il lavoro mercenario infatti, se per il grande agricoltore costituiva un oggetto di richiesta necessario, per il piccolo proprietario e il piccolo affittaiuolo, oltre che pel proletariato agricolo, costituiva del pari un oggetto di offerta necessaria, in un caso come ripresa e come impiego sussidiario dell’opera propria e in un altro come mezzo di procurarsi la sussistenza[688].

Ne’ luoghi insalubri il lavoro mercenario si raccomandava anche come un mezzo di diminuire i rischi del padrone[689] con una crudezza, che può sembrare cinismo e ch’è la misura delle forme di coscienza determinate da alcuni rapporti economici.

L’utilità e l’efficacia di questa cooperazione del lavoro libero, oltre che dalle varie menzioni del suo impiego sia sotto forma di locazione d’opera che sotto forma diversa[690], appare dal fatto, chiaramente rilevato da Catone e da Varrone che l’opportunità di procurarsi il lavoro mercenario faceva crescere il valore del fondo[691]. La possibilità di procurarsi medici, falegnami, fabbri, cardatori secondo il bisogno, più che un’utilità, per le aziende minori costituiva una necessità; giacchè, se i ricchi potevano averli del loro, i meno ricchi non potevano fare altrettanto, e la morte di un solo di questi artefici avrebbe assorbito il prodotto del fondo[692].

La possibilità del pari di avere a propria disposizione per gli stessi lavori agricoli la mano d’opera, quando e nella misura che occorresse, importava un minore investimento di capitale nell’instrumentum vocale, come si chiamava la dote di schiavi rustici dati al fondo e un risparmio anche di tutti i rischi e di tutte le perdite, cui era esposto un siffatto capitale soggetto a perire o, per lo meno, a rimanere infruttifero. La disponibilità quindi del lavoro necessario era considerato, anche nel tempo di Catone e di Varrone[693], tra i vantaggi inerenti ad un fondo insieme alla sua vicinanza a’ centri abitati ed a’ mercati, alla sua posizione sulle grandi vie di acqua e di terra, tra le prerogative insomma che, rendendo meno dispendiosa la produzione o più facile lo spaccio, agevolavano e facevano prosperare l’economia agricola.

Come si vede, a misura che si formavano e crescevano i centri cittadini, i mestieri trovavano l’ambiente per meglio svilupparsi e assicurarsi quella clientela, che rendeva possibile l’artigianato.

Per quanto Roma dalla sua stessa posizione politica fosse spinta sempre più ad essere un centro di consumo piuttosto che di produzione, pure il crescere della sua popolazione e de’ suoi bisogni, l’utilità di avere sul posto alcuni prodotti e manufatti, che per lo stesso loro uso ordinario e pel tenue loro valore, mal sopportavano il dispendio di noli non di rado difficili, e, finalmente, la pressione stessa del bisogno sul proletariato crescente, doveano dare un impulso all’estendersi del lavoro manuale.

Perciò, a misura che venivano importati a Roma de’ manufatti, cominciava un lavoro d’imitazione e si accentuava una tendenza ad acclimatare alcuni rami di produzione[694], cosa che poteva riescire più agevole col convenire a Roma di gente di ogni paese, che vi portava, con i propri vizî, anche le proprie attitudini.

Di questa tendenza e del diffondersi in Roma delle arti manuali, noi troviamo le prove, in parte dirette, in parte indirette, talvolta ne’ manufatti stessi e tal’altra nell’importanza sempre maggiore che veniva acquistando ne’ vari aspetti della vita il ceto degli artigiani.

Quali progressi facesse anche a Roma e nel Lazio la toreutica, la varia lavorazione de’ metalli, l’architettura, il disegno, la fabbricazione de’ vari fittili ce lo dimostrano i resti monumentali, e lavori come quelli della fibula di Preneste e della cista Ficoroni e altri avanzi di minori manufatti, la cui tecnica, innestandosi su quella degli oggetti importati, la sviluppava superandola[695].

Nè meno notevole è il seguire come i lavoratori manuali divenissero un elemento sempre più notevole e più avvertito nella stessa vita pubblica.

Gli artigiani aveano una festa loro particolare e che da essi prendeva nome (artificum dies) nel giorno anniversario dell’inaugurazione del tempio di Minerva (Quinquatrus)[696]. Pitture murali di Pompei rappresentano processioni di esercenti speciali mestieri[697].

Verso il settimo secolo questi artigiani erano cresciuti a Roma e nelle stesse borgate e costituivano un elemento, il cui avvenire e le cui speranze stavano tutti nell’opera delle loro mani[698] e che perciò nella vita politica rappresentavano qualche cosa di continuamente mobile, facile ad essere attirata nelle sedizioni e nelle congiure e a cui perciò ne’ momenti più inquieti si rivolgeva l’occhio di chi voleva giovarsene e di chi credeva di doversene difendere.

Lo stesso fatto che si radunavano in associazioni e collegi ci fa arguire che il loro numero doveva essere alquanto diffuso. Epigrafi della fine della repubblica ci danno notizia di parecchi di questi collegi d’artigiani, così a Roma[699], come nel Lazio[700], e ce ne lasciano supporre naturalmente più altri, tanto più quando si consideri, che, se alcuni di questi collegi riflettono mestieri di larga applicazione, altri concernono mestieri assai speciali.

Nel periodo elettorale queste unioni di artigiani costituivano una vera forza, un elemento con cui bisognava far bene i conti[701].

Questa diffusione delle arti manuali ci è pure attestata dal nome, che prendono da quelli che l’esercitavano alcune delle stesse vie di Roma[702].

La produzione di alcuni manufatti avea in qualche luogo trovate condizioni così favorevoli e vi si era così bene acclimatata da acquistare per tradizione una nomèa, che ne raccomandava l’acquisto anche fuori della ristretta cerchia cittadina. Catone fa tutto un elenco de’ vari centri speciali di produzione di singoli istrumenti ed utensili agricoli. Secondo le indicazioni di Catone[703] Cales e Minturnae fornivano specialmente arnesi di ferro, la Lucania plaustri, Venafro tegole, Pompei trappeti, Capua canapi e vasi di bronzo, Roma stessa vesti, anfore, serrature, canestri e così via. Questo differenziarsi, sia pure rudimentale, della produzione, mentre era indizio di una maggiore diffusione e di un più lungo esercizio de’ mestieri, riceveva un nuovo impulso ed un continuo incremento dallo sviluppo della viabilità, che, rendendo possibili o più agevoli le comunicazioni, eccitava a estendere la produzione oltre i limiti del consumo locale, specialmente quando, come ne’ casi accennati da Catone e in altri, l’abbondanza della materia grezza, o una speciale tradizione ed educazione tecnica e il conseguente credito acquistato dalla merce ne favorivano lo spaccio.

Era questo l’effetto mediato della viabilità sviluppata; ma vi era anche un effetto immediato ed era il largo impiego di lavoro bisognevole e che in parte dovea essere prestato da liberi, come si è altra volta accennato. E si trattava di una rete stradale che assunse a grado a grado proporzioni gigantesche[704]. Già sotto la repubblica alla Via Appia aveano fatto seguito la Junia, la Valeria e poi l’Aurellia, la Flaminia, l’Aemilia, la Cassia ed altre[705], che, oltre a’ lavori d’esecuzione, importavano periodici rifacimenti e continua manutenzione, a cui non sempre e in tutto erano chiamati a provvedere i possessori frontisti (viasii vicanei) per tacere dell’opera che questi stessi dovevano impiegare.

Le vie, poi, erano de’ rami più importanti di opere pubbliche, ma non il solo: la costruzione di edificî sempre più numerosi, destinati a scopi religiosi, civili ed edilizi e la loro continua manutenzione, gli acquedotti, gli espurghi e altre opere dettate da esigenze sanitarie[706] ci attestano ancora ne’ loro avanzi l’enorme quantità di lavoro per essi messo in movimento.

Non è possibile intanto dissimularsi i contrasti e le difficoltà, attraverso cui il lavoro libero doveva svilupparsi rimpetto al lavoro servile.

La scarsa produttività del lavoro servile dovea tardare ad essere sentita in una vita economica, come la romana, tanto artificiale e che viveva dello sfruttamento de’ soggetti e delle forme più o meno dissimulate della rapacità. L’effetto, che si risolveva in un esaurimento graduale delle sorgenti di ricchezza, era risentito, prima che da’ proprietari di schiavi, dagli altri, e solo con la sua azione lenta, continua e per molto tempo incompresa riusciva a ferire anche i più ricchi.

La schiavitù, per compensare la sua scarsa produttività e mantenersi, ha bisogno di terre sempre nuove e più feconde. Finchè questo bisogno potè essere facilmente appagato, la scarsa produttività del lavoro servile era facilmente dissimulato; e, anche quando questa possibilità fu meno agevole o fu esclusa, la reazione contro la concorrenza de’ cereali stranieri prese le forme di trasformazione di cultura e di un sopravvento della pastorizia sull’agricoltura.

Così la scarsa produttività del lavoro servile era ancora, se non evitata, larvata e girata.

Del resto la scarsa produttività del lavoro servile poteva essere risentita soltanto per effetto della concorrenza, e a ciò si opponevano varie difficoltà.

La concorrenza, in molti rami della produzione, tardava a sorgere perchè, per il prevalere della produzione casalinga, il prodotto non acquistava ancora generalmente il carattere di merce, e il commercio stesso, che, raccogliendo l’esuberanza de’ prodotti del lavoro casalingo, cercava di surrogare la grande produzione, si sviluppava gradualmente, e sempre ne’ limiti consentiti al mondo antico, con lo sviluppo graduale de’ mezzi di comunicazione. La minore produttività del lavoro è certamente meno avvertita da chi produce direttamente pel proprio consumo che non da chi produce per vendere a scopo di guadagno. Nel primo caso, anche avvertito, può non indurre subito, anzi tarda di solito ad indurre una trasformazione di metodo, sia per ragioni psicologiche, per senso d’inerzia, sia per ragioni d’ordine pratico, come la non chiara percezione del rimedio e l’impotenza di sostituire un metodo a un altro. Nel caso invece della produzione fatta per la vendita, vi sono la concorrenza e il mercato, che avvertono e obbligano a mutare metodi sotto pena della rovina.

Una delle conseguenze più prossime e visibili dell’economia a schiavi è l’abbandono delle terre meno feconde, che così rimangono incolte; ed era ciò appunto che cominciava ad accadere nel dominio romano[707]; ma non tutti riportavano il fatto alla sua vera causa, nè per molti grandi latifondisti, specialmente finchè il male non giunse al suo culmine, il danno dovè riescire molto grave e sentito.

In un certo senso, benchè in maniera non perfettamente consapevole, si può dire che Columella rilevasse ciò, ma come uno stato di fatto[708], e son queste le terre, che Columella voleva destinate a quella forma di lavoro libero, che era in questo caso l’affitto. Ma è ben chiaro, che, se questa era un’occasione all’impiego del lavoro libero, era anche un’impresa poco conveniente e facilmente rovinosa, che poteva essere accettata o sussistere semplicemente in condizioni quali si verificarono poi nello stabilirsi del colonato.

Per altre vie anche il lavoro servile inceppava lo sviluppo del lavoro libero.

Il lavoro assorbente, che toglieva modo al lavoratore di potersi mantenere, sia nelle forme esteriori che nello sviluppo intellettuale, al livello della classe dominante, aveva depresso il lavoratore e, nel differenziarsi degli elementi della società, gli aveva creata una condizione non solo economicamente ma moralmente inferiore[709]. La condizione inferiore del lavoratore poi, alla sua volta, si rifletteva sul lavoro stesso e ne abbassava la considerazione nell’antichità. L’estensione presa dalla schiavitù e la parte preponderante, che avea nell’esercizio de’ lavori manuali, dovevano più che mai — come è accaduto anche in tempi recentissimi, in paesi di economia a schiavi[710] — dovevano anch’esse costituire un altro motivo di riluttanza verso generi di lavoro, che accomunavano i liberi con i servi, e li portavano a confondersi quasi con essi.

Si aggiunga che anche la concentrazione della fortuna e la ripartizione tanto inuguale della ricchezza non erano fatte per favorire lo sviluppo del lavoro libero. Le ricche case provvedevano con la numerosa servitù a’ bisogni domestici, rifornendosi fuori soltanto degli oggetti di lusso che non era possibile produrre in casa e trovando il compenso del maggiore impiego di lavoro e di spesa in quell’assoluta disponibilità delle proprie forze di lavoro dirette e usufruite a proprio talento. La massa de’ disagiati d’altra parte, che non era in grado di sopperire con la produzione casalinga a’ suoi bisogni e doveva ricorrere quindi all’artigiano, vedeva dall’insufficienza de’ suoi mezzi depresso il tenore di vita e compressi i suoi desideri.

Le distribuzioni gratuite di frumento, le largizioni e le liberalità pubbliche e private, che tendevano sempre più a divenire consuetudine e stabile istituzione non erano adatte a mantenere per sè sole il proletariato, perchè non si estendevano a tutto il proletariato, nè a tutta la famiglia, ed erano anche insufficienti al conveniente mantenimento di un uomo solo[711]. Ma, indirettamente, esercitavano un’azione deprimente sul lavoro libero, giacchè permettevano a chi ne partecipava di locare l’opera propria per una mercede inferiore al minimo necessario e di abbassare così il tasso generale della mercede, che si regolava sull’offerta più vantaggiosa. Accadeva precisamente qui quanto si è osservato in linea più generale[712], che chi sostituisce con elemosina il 10 % del salario deficiente a centomila persone, fa ribassare per ciò stesso del 20 % il salario di un milione di lavoratori.

Sotto questo rapporto le distribuzioni pubbliche di Roma vanno considerate ad una stregua diversa da quella, a cui debbono giudicarsi le retribuzioni delle funzioni pubbliche nell’antica Atene. Il soldo dato a’ cittadini ateniesi per la partecipazione alle funzioni pubbliche era una indennità diretta a compensare anche in parte soltanto il cittadino del lucro cessante pel mancato impiego della propria attività; ma chi l’aveva, occupato ne’ tribunali e nelle assemblee, non poteva fare concorrenza agli altri lavoratori, e anzi il numero di questi, così più ristretto, doveva far elevare la misura della mercede. Invece a Roma le distribuzioni, fatte a mero titolo di largizione, con una tessera ch’era anche talvolta ceduta, esercitavano tutta l’azione che un sistema di carità pubblica può avere.

Una mancanza quasi assoluta di dati per l’epoca repubblicana non ci consente di conoscere in maniera determinata la proporzione delle mercedi. Cicerone, in una delle sue orazioni[713], valuta a dodici assi il guadagno giornaliero di un lavoratore, ma lo dice quasi per incidente; e questo semplice accenno, senza alcuna distinzione di tempo e di lavoro tecnico o semplice, non può nè appagarci, nè costituire la base di conclusioni rigorose. Nondimeno una cosa si può osservare, ed è che, col caro de’ viveri e delle pigioni[714], segnalato per Roma ne’ tempi più vicini, quel salario era insufficiente a’ bisogni della vita, il cui tenore si era pure elevato e si veniva ancora elevando; era inferiore perfino alla sportula de’ clienti del tempo di Marziale e che pure pareva sì poca cosa[715]. Ma nella sua insufficienza mostra nondimeno l’avvenire del lavoro mercenario, perchè l’esiguità della mercede può valere come un indizio della concorrenza e quindi dell’incremento del lavoro salariato, e al tempo stesso fa indurre che la convenienza del lavoro salariato, il suo stesso buon mercato gli avrebbero dischiusa la via e avrebbero finito per assicurargli la prevalenza sul lavoro servile.

Intanto tutti questi ostacoli di carattere oggettivo e soggettivo, la difficoltà di trovar sempre lavoro, le attitudini non ancora bene sviluppate, il ritegno non ancora del tutto vinto di compiere opera da schiavi e di mescolarsi con essi davano luogo a un fenomeno anch’esso caratteristico dell’economia a schiavi[716], allo svilupparsi di una estesa classe di parassiti e al diffondersi del parassitismo sotto molteplici forme. Risorgeva la clientela[717], non fondata come l’antica su di un bisogno inevitabile di assistenza e di protezione, ma sulla cortigianeria, sull’indigenza accidiosa che aspira a vivere o deve vivere di carità con tutte le umiliazioni, le bassezze, le degenerazioni inerenti a un siffatto stato di cose e che per varî secoli sino a Luciano facevano le spese della satira, dell’invettiva, dell’ironia di poeti e scrittori[718].

Ma questa stessa larga categoria di parassiti, che con la sua inerzia e con la sua funzione sociale deleteria concorreva così efficacemente all’impoverimento della società romana, indirettamente anch’essa si può dire che cooperasse a rovinare l’antica economia a schiavi: e spostata continuamente, in quel crollare frequente di fortune divorate dal lusso e dalla ignavia, incerta sempre del domani e spesso dell’oggi, doveva pur dare ne’ tempi più difficili e ne’ suoi momenti più scabrosi una mano al salariato, che vi reclutava i suoi elementi avventizî.

Così l’ultimo periodo della repubblica, che virtualmente conteneva in sè tutti i germi schiusi poi nel periodo imperiale, mostra in forma abbastanza perspicua questa crisi, che, ne’ suoi ultimi effetti, doveva portare alla fine della schiavitù.

E sono appunto fenomeni e indizî di questa crisi i fatti rilevati e che si andranno rilevando.

La lotta tra la forma economica che si andava decomponendo e l’altra che accennava a sorgere con i suoi rudimenti non si compiva senza che gli elementi in contrasto s’infliggessero reciprocamente perdite e danni.

A Roma, come in tutti i centri e le zone, dove la schiavitù era più sviluppata e accentrata, dove il parassitismo avea terreno più favorevole e sfogo maggiore, il lavoro libero, accanto a qualche condizione che ne favoriva lo sviluppo, ne avea pure altri molti che lo ritardavano.

Fuori di Roma, dove i lavoratori liberi non avevano da dibattersi tra le distrette del caro de’ viveri[719] e delle pigioni, fuori d’Italia, dove il peso de’ tributi e lo sfruttamento del popolo dominante dovevano far sentire di più la scarsa produttività del lavoro servile e i varî altri svantaggi della schiavitù, il lavoro libero e le forme ad esso corrispondenti dovevano trovare migliori elementi di vita.

In ogni modo, a Roma stessa come si è visto, il lavoro libero, tra tutte le sue difficoltà, sussisteva e avanzava.

La schiavitù, quale che fosse la sua resistenza, dovuta all’energia, allo spirito conservatore, a tutte le ragioni che mantengono in vita ancora un’istituzione nella sua lenta decadenza, poteva dirsi condannato; e lo dimostrava anche meglio la trasformazione che avveniva nel suo stesso seno, volgendola a forma diversa e traendo dalla sua stessa compagine nuovi elementi pel lavoro libero o pel lavoro mercenario, che anticipava l’avvento e sostituiva la funzione del lavoro libero.