XV.
Queste nuove correnti morali, queste nuove istituzioni e le nuove funzioni che schiavi e liberti compivano nella vita economica e civile indicavano, anche alla superficie, in forma più apparente la trasformazione che avveniva nell’ordinamento e nella funzione della schiavitù. Ma, già si è accennato, mentre ciò avveniva alla superficie, come effetto che riassumeva e conservava le energie trasformatrici e reagiva alla sua volta su di esse, altre cause intime, lente ma continue, remote ma non interrotte, scalzavano l’istituto stesso dalle fondamenta.
Allargando successivamente le sue conquiste, Roma poteva dire d’avere abbracciato e compreso nel suo dominio tutto l’antico mondo civile; e quelle parti del più lontano Oriente, che potevano aspirare a questo titolo senza appartenere al suo dominio, erano, si può dire, fuori della sua sfera d’azione.
Gli schiavi di maggior pregio, quelli che più potevano servire a’ bisogni del lusso, all’esercizio delle arti e de’ mestieri, alle stesse pratiche più complicate dell’agricoltura e a tutte in genere le funzioni della vita civile, erano venuti appunto da questi paesi civili, forniti in numero prevalente dalle lunghe guerre.
Ma, col finire delle guerre e con l’assodarsi della conquista, questa sorgente era venuta a cessare almeno in maniera continua e regolare.
Le guerre a’ confini, oltre che più rare, erano fatte di solito con popolazioni barbariche o quasi. In tempi più tardi la migliore gioventù di questi stessi popoli veniva reclutata per l’esercito; ma, anche quando prima riesciva di trarne alimento per la schiavitù, il loro impiego, per le limitate loro attitudini, doveva essere ristretto alle occupazioni più semplici, che non richiedevano particolare abilità e lungo esercizio tecnico, bensì la semplice forza materiale.
Ora ciò veniva a coincidere proprio con un periodo, in cui la vita romana aveva maggiori esigenze di lusso e di raffinatezza e tutte le sue forme divenivano più elette e più complesse.
Le case perdevano sempre più l’antico aspetto rozzo e la prima semplicità per ornarsi di dipinti, di fregi, di sculture, crescendo di mole e di varietà architettonica. I mobili, gli utensili, le stoviglie, i tessuti, le vesti, i mille gingilli ed amminicoli, che servivano ad abbellire e fornire le case e ad ornare le persone, avevano sempre più l’impronta del buon gusto, o, almeno, del lusso[886].
Ora lavori di questo genere depongono di una tecnica assai progredita, anche messa a confronto di quella odierna[887].
La ceramica acquistava nell’epoca imperiale romana una diffusione sempre maggiore, in grazia del suo uso pratico, e un’ornamentazione sempre più complicata[888]. Se talvolta mancavano i dipinti, subentravano in cambio i fregi plastici, che attirano la nostra attenzione per la stessa loro difficoltà[889]. I lavori in bronzo, in argento, in legno, i gioielli, la lavorazione delle pietre preziose esigevano cura e perizia[890], tanto che alcuni di quei lavori possono essere talvolta definiti come miracoli di pazienza[891]. La pittura decorativa, sempre più diffusa, se anche poteva essere costretta nelle forme e nei procedimenti del mestiere, richiedeva esperienza; e il mosaico, se pure si riduceva a un procedimento di riproduzione meccanica, era tutt’altro che scevro di difficoltà[892].
È stato osservato, è vero, che lo stesso minuzioso lavoro di pazienza qualche volta fa supporre l’opera dello schiavo[893]; ma, anzitutto questa pazienza non era poi tanto comune in servi spesso animati da un sordo rancore che si sfogava nella stessa cattiva esecuzione del lavoro, e poi, in ogni modo, alla pazienza bisognava che si aggiungesse l’educazione tecnica, tanto maggiore quanto più si trattava, anche in oggetti di ceramica, di lavori fatti a mano[894]. Erano dunque più qualità, ciascuna non comune, che si dovevano combinare insieme; e non si potevano trovare nel servo maldestro e recalcitrante preso in campagne contro popoli barbarici.
Nella stessa agricoltura le relazioni più facili e frequenti da regione a regione portavano all’introduzione di nuovi strumenti agricoli[895], di nuove culture e di pratiche agricole più complicate. La stessa redazione di scritti dove l’agricoltura veniva trattata da un punto di vista teorico accenna al bisogno ed allo sforzo di superare almeno il più rozzo e rudimentale empirismo. Ora alcuni lavori — e qualche scrittore lo nota[896] — esigevano cura, interesse, perizia; come nota del pari il malgoverno che gli schiavi facevano degli strumenti agricoli[897] sia per impulso di dispetto che per avere pretesto di riposo. Bisognava tra l’altro, per ciò, possedere in doppio gl’istrumenti agricoli.
La stessa rarità di queste attitudini e di queste qualità negli schiavi faceva poi che, anche quando accadesse di trovarle, il prezzo ne saliva molto alto.
Ciò spiega la varietà grande del prezzo degli schiavi, che — lasciando stare i prezzi d’affezione eccezionali ed elevatissimi[898] — differiva del doppio e anche di più secondo l’età, l’educazione, la professione, al punto da duplicare il valore dello stesso schiavo dopo avere sviluppato in lui certe attitudini[899].
Così Columella[900] dava pel suo tempo a un buon vignaiuolo il prezzo di ottomila sesterzi, notando che se ne potevano avere a minor ragione, ma la vigna poi ne sentiva i tristi effetti.
Al qual proposito si può notare come i prezzi, che ricorrono nel Digesto, toccano o superano questa cifra quando se ne parla in via di esemplificazione[901]; ma restano notevolmente inferiori, quando si accenna a casi concreti. Si aggirano allora intorno a’ dieci solidi per schiavi inferiori a’ dieci anni, a’ venti per quelli superiori, raggiungendo i trenta per quelli che avevano una professione e i cinquanta e i sessanta solidi, se questa professione era quella di notarius o di medico rispettivamente. Il prezzo degli stessi eunuchi è di trenta, di cinquanta, di settanta solidi secondo l’età e la capacità professionale[902].
Ora, anche senza volere di soverchio generalizzare questi dati, merita considerazione il fatto che, pur nel restringersi del numero degli schiavi, il loro prezzo non saliva molto alto; e deve poter valere come un indizio dell’uso sempre più scarso, del bisogno sempre meno avvertito degli schiavi, della concorrenza loro fatta dal lavoro libero, che si cercava disciplinare e, si direbbe meglio, reggimentare.
La diminuzione degli schiavi è dimostrata anche dalla menzione più frequente del plagiato e dell’allevamento.
Già Augusto avea dovuto far perquisire gli ergastula per rivendicare in libertà uomini liberi rapiti e ridotti in servitù[903]. La frequenza ed il rigore delle leggi contro il plagiato[904] durante il periodo imperiale mostra la persistenza del male e la insufficienza della minaccia, anche aggravata da pene severe.
L’allevamento degli schiavi poi, come mi è accaduto di avere altrove notato[905], non è utile e non si raccomanda, dove vi è una larga importazione di schiavi e sono aperti mercati che sopperiscono alla richiesta. Ne’ casi di vietata o limitata importazione, invece, l’allevamento diviene un’industria e viene a tenere in vita la schiavitù, là dove il graduale esaurimento del suolo e la scarsa produttività del lavoro servile l’eliminerebbe lentamente. In tali condizioni avviene come una divisione di lavoro nella stessa schiavitù: i paesi più esauriti o meno fecondi, che sogliono pure essere più sani de’ piani opulenti ma spesso avvelenati, alimentano schiavi per fornirli a paesi, dove l’allevamento trova un ostacolo nella maggiore mortalità o riesce inadeguato alla richiesta[906].
In Columella già l’allevamento degli schiavi è oggetto di suggerimenti insistenti[907], quali mancano negli scrittori anteriori d’agricoltura e che trovano la loro spiegazione appunto nell’èra di pace inaugurata da Augusto. E il gran numero di epigrafi, che ci attestano delle unioni di schiavi, ci fanno vedere come il suggerimento s’imponesse anche per i tempi posteriori; tanto più che in paesi di coltura estensiva, dove la terra coltivabile o i pascoli superavano l’impiego, l’allevamento doveva presentare inconvenienti relativamente minori.
Con la decrescente importazione, l’allevamento era un mezzo inevitabile di reintegrare, anche ne’ limiti dello scemato bisogno, l’elemento servile, che, per giunta, aveva una quota di mortalità molto elevata, come è risaputo e facile ad arguirsi da esempi analoghi e come ci lasciano ragionevolmente indurre le stesse epigrafi funerarie dell’epoca imperiale romana, ove gli schiavi appariscono d’ordinario defunti in età non avanzata.
E questa mortalità, mentre direttamente stremava la schiavitù, aprendovi vuoti che l’allevamento non riusciva a colmare, accresceva l’alea del possesso degli schiavi e costituiva così uno de’ maggiori inconvenienti della schiavitù, che ne avea tanti, come si è visto, e a cui si aggiungeva sotto l’Impero la delazione, frenata e repressa, è vero, dalle leggi ne’ casi ordinari, ma solleticata e incoraggiata invece ne’ casi — e non eran pochi — in cui entrasse l’interesse del sovrano e dello Stato.
E mentre così la schiavitù, per fatto suo proprio e per i suoi rapporti all’ambiente, seguitava sempre più ad intristire, maturavano sempre più, d’altra parte, e spiegavano un’azione vieppiù grande e continua le cause, che dovevano generalizzare il lavoro libero, suscitato del resto e reso indispensabile per azione riflessa dallo stesso decadere della schiavitù, dal lavoro libero scalzata.