XVI.

Nel mondo antico, come in quello moderno, la civiltà sorgeva e ascendeva a forme più alte ne’ paesi, dove si riesciva ad accumulare maggiore ricchezza e si costituivano così centri più o meno popolosi e classi più o meno larghe, che, emancipate dal bisogno di attendere a un lavoro materiale onde rimanesse assorbita ogni loro attività, potevano elevare il loro tenore di vita e crearsi bisogni di carattere superiore, trovando modo di soddisfarli[908].

Dato lo scarso sviluppo delle forze produttive, che toglieva il modo di sopperire in maniera facile e soddisfacente a’ bisogni più immediati di tutti, un sistema sociale, ove ognuno fosse obbligato a provvedere da sè alla propria sussistenza, sarebbe stato un inceppo allo sviluppo di più alte forme di civiltà e avrebbe costituita la condizione di una permanente mediocrità.

Il parassitismo oggi, dato lo sviluppo delle forze produttive, capaci di sopperire a’ bisogni universali, non costituisce per noi una condizione relativa di civiltà; anzi è causa di una relativa sosta del progresso morale e intellettuale; ma nell’antichità si presentava come una condizione obbiettiva di progresso, che trovava la sua manifestazione e il suo strumento successivamente, con vicenda continua, in popoli diversi, a misura che un processo intimo di degenerazione, facendo luogo ad una sopraffazione esterna, dava all’un popolo sull’altro le condizioni della supremazia politica e della superiorità civile.

La guerra e l’arte di rendere più o meno stabili e fruttifere le sue conseguenze erano il mezzo per accentrare in un popolo la ricchezza di molti popoli, in una classe la ricchezza dello stesso popolo sovrano.

Su questa base si era sviluppata la civiltà ateniese; su questa base, in ambiente più vasto, con maggior forza assimilatrice e per più lunga durata si era sviluppata la civiltà romana, riassumendo e propagando tutte le civiltà precedenti.

Senonchè, questo parassitismo, per quanto glorioso e benemerito della civiltà, aveva in sè stesso i germi della sua distruzione; e, a lungo andare, per la sua persistenza, pel suo abuso e per il lavoro improduttivo necessario a sorreggerlo, si risolveva in una causa di enorme depauperamento, tanto più grande e sensibile quanto minore era la potenzialità produttiva del mondo antico.

L’Impero romano era una forma di organizzazione politico-sociale troppo costosa e dissipatrice di forza.

Nella forma più appariscente e diretta, i paesi dominati dovevano cominciare dall’alimentare buona parte della popolazione di Roma e poi anche di Costantinopoli, ciò che, già sin dalla fine della repubblica, importava una spesa, che, per quanto calcolata approssimativamente, si può considerare abbastanza notevole[909].

Ma tutto ciò si poteva dire ben poco in proporzione al resto.

A misura che il lusso, lo spreco e la corruzione crescevano, si turbava sempre più ogni possibile equilibrio tra la produzione e il consumo; e il lavoro improduttivo e le classi semplicemente consumatrici si sviluppavano in ragione inversa e a danno del lavoro produttivo. E il danno immediato e diretto scompariva quasi di fronte a quello mediato e indiretto, ma infinitamente maggiore. L’accumulo della ricchezza destinata allo sperpero non era cercato alla produzione, ma alla speculazione, sotto forma di commerci, di appalti e specialmente di usura, esercitata a larga base e con raffinata durezza sopra tutto verso i provinciali e fomentata e sorretta dalla prevalente posizione politica.

Cresceva, moltiplicandosi e diffondendosi fuor d’ogni misura, la categoria degl’intermediari di ogni risma, che se, talvolta, come commercianti, davano un qualche impulso alla produzione, assai più spesso come pubblicani, affittuari, usurai, inceppavano lo sviluppo naturale della ricchezza, e, per soverchia avidità, ne inaridivano le fonti al modo stesso del selvaggio che per cogliere più agevolmente i frutti abbatte l’albero dal tronco.

Nel periodo epico della conquista e in quello che lo seguì più da vicino fu come una gozzoviglia gigantesca, resa più dolce da una felice spensieratezza de’ vincitori, mentre nello strepito della grande orgia perivano soffocati o si perdevano inascoltati i lamenti degli oppressi e le preoccupazioni dell’avvenire.

Ma, come una Nemesi seguace, inesorabile, sorgente dalla forza stessa degli elementi e ad essi indissolubilmente congiunta, la carie procedeva lenta, implacabile, senz’arrestarsi mai, segnando i giorni omai contati di quell’organismo nell’aspetto sempre più fiorente e sempre più ròso di dentro.

L’Impero aveva cercato di apportare qualche rimedio alle rapine, alle ruberie, alle vessazioni delle provincie; ma, anche quando vi era riuscito, si poteva dire che avesse curato il male alla superficie.

Certamente esso non aveva potuto, nè poteva mutare radicalmente tutta quella viziosa organizzazione economico-sociale.

Se la piccola e la media proprietà, come del resto è naturale, non erano assolutamente, nè ovunque scomparse[910], i latifondi nondimeno perduravano e progredivano anche, specie nelle regioni più ubertose come l’Africa[911]. Così, molte volte, la piccola e la media proprietà, anche perdurando, erano sopraffatte dalla concorrenza soverchiante, dal peso delle imposte, da’ danni de’ tempi incerti per essi più sensibili, dal cancro del debito; e così della proprietà finivano per conservare l’apparenza più che non la sostanza, anche quando dal novero de’ proprietari non passavano in quello degli affittuari, rimanendo con questa mutata qualità sul loro antico podere.

L’Impero si era venuto e si veniva in tal modo a trovare faccia a faccia con un proletariato già numeroso e forse sempre crescente; ed esso stesso era stato obbligato a mantenere, a rendere stabili, ad accrescere e ad allargare quelle forme di assistenza[912], che assorbivano, per via diretta e indiretta, col loro effetto immediato e con la loro ripercussione, tanta parte delle risorse del dominio.

Una delle stesse maggiori benemerenze dell’Impero, il consolidamento e lo sviluppo di una regolare amministrazione, si era convertito in un’altra fonte di aggravi e di spese, e la gerarchia era divenuta sempre più numerosa e complicata sino a raggiungere forme e proporzioni straordinarie. Infatti, ne’ tempi più avanzati dell’Impero, lo Stato si sentiva spinto ad accrescere le sue funzioni ed estendere la sua azione, e si cercava d’altra parte nella gerarchia l’unità del dominio, che si sfaldava e si disgregava da tutte le parti premuto da forze esterne e dissolto dal formarsi che facevano più autonomi e più coerenti aggregati sulla base di rapporti etnici e di sviluppati centri e rapporti locali.

La forza armata di terra e di mare aveva dovuto poi ricevere uno sviluppo considerevolissimo per proteggere i vasti confini dell’Impero, assicurare la quiete interna e la regolare funzione di servizi pubblici inerenti alla soddisfazione de’ più elementari bisogni della popolazione e dello Stato.

L’esercito era divenuto stanziale, e le legioni da cinquanta ridotte a diciotto dopo Azio, indi avevano cominciato a risalire sino a raggiungere il numero di ventitre, di venticinque, di trenta, poi di trentatre tra Settimio Severo e Diocleziano, e dopo questo si erano accresciute sino ad arrivare a sessantacinque. E intorno alle legioni si aggruppavano e si diramavano le flotte, le truppe ausiliarie, le truppe accasermate in Roma, le milizie provinciali e municipali[913].

In quel progressivo disgregarsi del dominio l’esercito, come il maggiore e più diffuso corpo organizzato, diveniva il creatore e la base del potere politico. Chi legge il Codice teodosiano vede come l’esercito dava la sua impronta alla stessa amministrazione civile, e intorno ad esso si aggruppavano e si condensavano, come a centro, tutte le altre funzioni e attività dello Stato.

Un prospetto[914] tratto dalla Notitia dignitatum lascia vedere, anche ammettendo che l’effettivo non rispondeva pienamente a’ quadri, come questa forza armata si stendeva per tutto l’Impero quale una vasta rete di ferro; e il suo costo — retribuiti com’erano i pretoriani a settecentoventi denari, le coorti urbane a trecentosessanta e i legionari a dugentoventicinque[915], oltre gli eventuali aumenti di paghe e i donativi — era tutt’altro che indifferente.

Le imposte escogitate a tenere insieme questa macchina immane dell’Impero con i suoi parassiti, i suoi sostegni, le sue dissipazioni dovevano per necessità crescere oltre misura; e più pesanti e più deleterie le rendevano i sistemi vessatori di esazioni, che, rilevati tante volte, hanno reso quasi un luogo comune questo argomento.

A misura che si procede verso il periodo più avanzato dell’Impero si ha il senso di tutto questo disagio, che lasciava la sua impronta su tutte le manifestazioni della vita, anche le più ingannevoli e simulatrici di un fasto apparente; e, per quanto se ne vogliano ritenere caricate le tinte, si ha l’impressione della povertà crescente di capitali, dello stremarsi delle energie produttive, dell’esaurimento della ricchezza.

L’Impero aveva per molto tempo instaurata la pace, ma, come l’uomo che sente nel momento di riposo tutta la stanchezza di uno sforzo eccessivo, in quello stesso periodo di pace le popolazioni dovevano cominciare a sentire gli effetti del malessere che covava segreto.

Le grandi razzie delle guerre fortunate e quelle de’ primi tempi del dominio avevano alimentato in maniera fittizia l’economia pubblica del popolo dominante e larvata così la realtà delle cose, ma la realtà delle cose, in quel riprendere che la vita faceva regolarmente il suo corso, aveva il sopravvento, e le riserve già esauste non davano altro alimento o lo davano appena.

D’altra parte, nell’ambito stesso dell’Impero e per effetto della nuova organizzazione, veniva sorgendo e si diffondeva un tenore di vita più alto. Il vasto sviluppo della rete stradale, i comuni rapporti con Roma, centro e luogo di convegno universale, il commercio, l’esercito creavano correnti di scambio, dove più, dove meno forti, persistenti o intermittenti; e tutto ciò, con la conoscenza di nuovi usi e di nuovi prodotti, con l’allargarsi degli orizzonti e il progredire della vita civile creava nuovi bisogni, solleticava nuovi desideri e quindi suscitava nuove attività e nuovi rami di produzione. Per quanto lo sviluppo limitato dell’industria antica e il suo esercizio per opera di artigiani non fosse molto favorevole alla sua facile diffusione su zone più larghe e al suo rapido innesto in diversi paesi[916], in maniera sia pure lenta e in proporzioni sia pure modeste, almeno le arti e i mestieri rispondenti a’ nuovi più impellenti bisogni riescivano a trapiantarsi. Se ne’ paesi, ove la tradizione di certi rami di produzione mancava od era stenta, i Romani, direttamente almeno, non riescivano a suscitarli; dove l’industria era bene avviata esercitavano su di essa la loro azione con la crescente dimanda e la maggiore esportazione[917]. Il lusso delle corti e delle classi abbienti, la necessità di rifornire regolarmente la vasta gerarchia e gli eserciti disseminati pel territorio dell’Impero, spingevano, poichè non si poteva più provvedere in forma tumultuosa col diritto di guerra, ad assicurare cespiti continui di rifornimento, anche, all’occorrenza, sotto gli auspici e la direzione dello Stato.

Così l’esigenze di alcuni e il bisogno di altri, la ricchezza di questi e l’indigenza di quelli, la tradizione incoraggiata e fomentata e la facilità d’assimilazione, erano come tante forze cospiranti che suscitavano, per quanto certe condizioni sfavorevoli lo permettevano, la produzione e obbligavano a mettere in movimento il lavoro quelli che dell’opera altrui avevano d’uopo per sopperire a’ propri bisogni, ed erano costretti a ricorrere al lavoro libero, unico rifugio di chi, non riescendo a collocarsi tra gli abbienti o tra i loro parassiti, doveva al lavoro domandare i mezzi di sussistenza.

Uno sguardo infatti alle condizioni dell’Impero fa scorgere questo generale allargarsi di una operosità produttrice, che, se molte volte non aveva il rigoglio de’ paesi ricchi, rivelava nondimeno delle forze quasi dovunque messe in movimento, sia pure per soddisfare in forme rudimentali alle esigenze della vita sociale.

Le proporzioni e le forme precise di questa produzione non si lasciano rigorosamente stabilire e determinare[918]; e probabilmente incorre in un’esagerazione chi, quasi spostando nell’antichità, con criteri anacronistici, un’immagine magari assai attenuata dell’industria moderna, dà all’industria di questo periodo come impronta generale il tipo della fabbrica[919] e le concede uno sviluppo e una proporzione maggiore di quella che potè avere.

Le fabbriche non mancarono, e n’ebbero non poche anche lo Stato e la casa imperiale[920], senza tuttavia che la fabbrica — come del resto lo fa ammettere anche lo stremarsi de’ capitali e il decrescere della ricchezza — costituisse il tratto caratteristico della produzione del tempo.

E ciò s’accorda anche meglio con la diffusione sempre maggiore del lavoro libero, non inconciliabile con l’esistenza della fabbrica, ma pur meglio rispondente, per l’antichità, ad altre forme dell’attività produttrice de’ manufatti.

Nella stessa tradizione letteraria il lavoro libero si affaccia già non di rado.

Vespasiano si rifiutava di adottare il congegno suggerito da un meccanico a trasportar con poca spesa delle colonne in Campidoglio per non togliere una fonte di guadagno al popolino, che dunque lavorava per mercede[921].

Il padre dello stesso imperatore era un imprenditore di lavori agricoli[922]. Il padre di Massimo era un fabbro, o, secondo altri, un costruttore di veicoli[923]. Mario, uno de’ trenta tiranni, fu ucciso da un operaio, che aveva già lavorato nella sua officina[924]. Il padre di Pertinace era un negoziante di legname e aveva in Liguria un esercizio, che Pertinace, divenuto imperatore, seguitò a menare innanzi per mezzo de’ suoi servi[925].

L’Historia Augusta accenna, a più riprese, ad operai lavoranti per mercede[926].

Il diffondersi del lavoro manuale è pure mostrato dalle imposte che lo colpivano[927]. In Oriente i Romani l’avevano trovate e le avevano mantenute. Caligola tassava con misura generale i salari de’ facchini[928]. Alessandro Severo, nell’atto stesso che riordinava corporativamente arti e mestieri, imponeva sugli operai che l’esercitavano un’imposta di cui si serviva per costruire le terme[929]. Dello stesso imperatore è detto, come una particolarità, che adoperò de’ servi suoi come cuochi, panattieri, pescatori, gualcherai e bagnini[930]; il che lascia supporre che altri si fossero serviti e si servissero per quelle incombenze di mercenarî, servi o liberi, non importa.

Le corporazioni di mestieri che, perdendo il carattere indistinto e non bene definito dell’epoca repubblicana[931], venivano insieme sviluppandosi e acquistando uno schietto carattere corporativo e si avviavano a diventare una parte sempre più importante o integrale dell’ingranaggio dell’economia pubblica e dello Stato: le corporazioni di mestiere, con questa nuova fase della loro vita, mostrano, anch’esse, quale funzione prevalente esercitasse il lavoro mercenario e come surrogasse il lavoro servile.

Più volte, innanzi, si è rilevato come il vero elemento della trasformazione economica, che menava alla fine della schiavitù, stesse nel carattere mercenario, che progressivamente veniva assumendo il lavoro, e che lo stato libero o servile del mercenario costituiva un’accidentalità, mentre, in ogni caso, si venivano separando e contrapponendo la materia di lavoro e la mano d’opera prima appartenenti ad una sola persona, e si procedeva verso il salariato, dove e quando condizioni diverse, sotto la forma dell’artigianato e della produzione domestica, non riunivano di nuovo, ma in maniera diversa, materia di lavoro e mano d’opera.

Tuttavia la composizione delle corporazioni è tale che se ne rileva non solo il progresso del lavoro mercenario, ma il fatto ch’erano i liberi ad esercitarlo.

Liberi erano i componenti le corporazioni di barcaiuoli del Rodano e della Saona[932] e, in generale de’ navicularii incaricati de’ pubblici trasporti[933]; liberi i membri de’ collegi de’ pistores[934]; liberi gli operai delle fabbriche d’armi[935], delle zecche[936]; e “dovunque — crede poter soggiungere il Waltzing[937] — anche nelle manifatture e nelle cave, i lavoratori erano uomini liberi. Gli schiavi non sembra che facessero parte d’alcuna corporazione [di mestiere s’intende]; ove se ne trovano, bisogna ammettere che sono di proprietà del collegio o dello Stato. Tali erano quelli che lavoravano incatenati ne’ panifici, nelle manifatture e nelle miniere. Occorre aggiungervi i condannati o servi della pena.

La moneta d’oro e d’argento e indi quella d’ogni specie, fabbricata da schiavi e liberti imperiali, prima sotto la direzione di liberti imperiali e poi di un procuratore della moneta, al quarto secolo è già fabbricata da liberi[938].

In più larga misura e in maniera più particolareggiata possiamo vedere nell’epigrafi il crescere e il diffondersi del lavoro libero, che, per opera d’ingenui e massimamente di liberti, sorge e si sviluppa dal lavoro servile o s’insinua e si sovrappone ad esso, assimilandoselo e disgregandolo per mutarne in ultimo la funzione e la fisonomia.

Se noi potessimo stabilire l’ordine cronologico di queste iscrizioni, vedremmo probabilmente, in maniera più distinta, come l’elemento libero e specialmente i liberti si sovrappongono gradualmente ma continuamente agli schiavi nell’esercizio de’ mestieri, ma d’ordinario non ci è possibile ricostruire quell’ordine cronologico. Tuttavia, anche senza di ciò, questa concorrenza dell’elemento libero e del servile si riflette sotto altra forma nelle epigrafi.

Gli uffici, che importano una dipendenza continua e assoluta, continuano ad essere coverti esclusivamente o quasi da’ servi: così l’ufficio di vilicus[939], di actor[940], di exactor[941] e tutti quegli altri che si riferiscono specialmente a servigi domestici e ordinari, tali che esigono un’assoluta dipendenza[942].

In questi casi per la più stretta dipendenza, per la continuità del servizio, per la minore facilità di potere utilmente commettere sottrazioni a proprio vantaggio, il servo presentava de’ vantaggi che lo facevano preferire al libero. Si aggiunga che, riferendosi questi uffici alle case de’ ricchi, il possesso de’ servi era imposto anche da ragioni di fasto e di etichetta.

Quando invece si trattava di ufficî, che non importavano un legame di stretta dipendenza e un rapporto continuo, i servi cominciano a divenire meno frequenti e si alternano con i liberti e anche con gl’ingenui.

Ma anche qui sopraggiungono altre distinzioni.

L’elemento libero cerca naturalmente di occupare a preferenza le professioni e le arti meglio retribuite, meno faticose, più considerate. Così la medicina, prima retaggio quasi esclusivo de’ servi, viene esercitata in prevalenza da liberi[943].

In moltissimi casi poi ricorrono indistintamente gli uni e gli altri, servi e liberti, mostrando anche meglio la concorrenza dell’elemento libero, che cedeva al bisogno e alle difficoltà de’ tempi e scendeva sempre più a livello de’ servi per eliminarli surrogandoli[944].

I liberti sopra tutto compariscono con la maggiore frequenza esercitando tutti i mestieri. La mancanza dell’indicazione specifica di liberti e del nome del patrono desta molte volte il dubbio, se abbiamo proprio a fare con un manomesso; ma il nome ci dice che se, come di frequente può accadere, non si ha a fare con un manomesso, si ha a fare con un suo discendente; il che ci mostra come tutto l’elemento servile che, per le manumissioni penetrava nella classe de’ liberi, seguitava l’esercizio del proprio lavoro manuale, reso quasi ereditario nelle loro famiglie. E così, anche per questa via, il lavoro libero riceveva sempre più diffusione ed incremento.

E bisogna notare pure come, sotto la pressione costante delle nuove abitudini e per i vantaggi che l’esercizio di un’arte poteva procacciare, il pregiudizio contro il lavoro manuale perdeva sempre più la sua forza.

I collegi, che già in Pompei[945] raccomandavano candidati, divengono molte volte una forza e hanno attestati di considerazione e di onore[946], ricevono lasciti.

L’esercizio de’ mestieri doveva sembrare omai a molti così poco atto a diminuire la loro considerazione personale e il loro prestigio morale, che in tante lapidi sepolcrali si aveva cura d’indicarlo con frasi talvolta amplificative. Molte altre volte questa indicazione era fatta in forma che meglio dava all’occhio con appositi anaglyfi rappresentanti i ferri del mestiere e gli strumenti professionali[947].

Ma l’importanza, la diffusione, e la frequenza del lavoro mercenario, prestato e retribuito in tutte le forme, ci son mostrati in tutta la loro estensione dall’Edictum de pretiis rerum venalium di Diocleziano[948], che ci mostra così, come in un quadro sinottico, la funzione sociale varia, attiva e molteplice del lavoro mercenario all’aprirsi del quarto secolo (301 d. C.), tempo della promulgazione. Mentre da un lato l’Editto prende a considerare e a regolare i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti, dall’altro attende a regolare i prezzi della mano d’opera nelle varie sue forme e vi porta la stessa cura minuziosa, la stessa diffusione analitica che aveva portata nell’elenco de’ generi di consumo e de’ manufatti. Il lavoro del contadino, del muratore, del falegname, quello del fornaciaio, del mosaicista, del pittore d’ornato e di figure, del costruttore di veicoli e di barche, del fabbro, del fornaio, del mattonaio, del mulattiere, dell’asinaio, del conduttore di camelli, del veterinario, del flebotomo, del barbiere, del tosatore di pecore, vi sono tutti destintamente considerati[949]. Segue poi l’elenco de’ lavori in metallo[950], a cui fanno seguito, alla loro volta, i lavori de’ formatori, de’ portatori d’acque, dell’espurgatore di cloache, dell’arrotino[951], e poi, in tutte le loro suddivisioni e distinzioni, il lavoro degli scritturali, quello de’ sarti, degl’insegnanti, degli avvocati[952], nella cui immediata vicinanza, senza criterio di ordine, si parla de’ bagnini[953]. E finalmente l’Editto, riprendendo, dopo essere passato a considerare altri manufatti, le mercedi del lavoro, si occupa de’ ricamatori, de’ tessitori di seta e di lana e de’ gualchierai[954].

Si è cercato, naturalmente, di mettere a profitto il tasso de’ salari stabilito dall’Editto per dedurre quale fosse la condizione delle mercedi a quel tempo; ma se ne sono tratte le più disparate conseguenze.

L’Editto fissa mercedi di proporzioni assai diverse per i diversi generi di lavoro; ma fanno difetto i termini di paragone, a cui riferirli per trarne analoghe conseguenze.

Il salario giornaliero dell’operaio di campagna, fissato nell’Editto a venticinque denari[955], cioè a cinquantaquattro press’a poco de’ nostri centesimi, è stato messo in relazione col salario giornaliero di un lavoratore comune, valutato da Cicerone[956] a dodici assi, uguali press’a poco a sessantadue e mezzo de’ nostri centesimi. Ma si è fatto osservare[957] che questa costanza approssimativa del salario dopo tre secoli circa è soltanto apparente, quando si valuti in oro il valore del denaro posto a base della tariffa dioclezianea; giacchè, con questo calcolo, il salario giornaliero al tempo di Cicerone veniva a corrispondere a più di ottantuno centesimi, al tempo di Luciano a più di settantatre centesimi e al tempo di Diocleziano a soli cinquantadue centesimi. La condizione de’ lavoratori quindi sarebbe divenuta molto peggiore al tempo di Diocleziano, tanto più che era salito il prezzo del grano e quello del vino.

Una valutazione critica de’ prezzi dell’Editto di Diocleziano suggeriva ad un autore la conclusione che il salario in moneta del giornaliero ai tempi di Diocleziano è, rimpetto al minimo necessario per l’esistenza, di alcuni centesimi più elevato che non i corrispondenti recenti salari della Germania e dell’Italia[958].

Se non che non è sfuggito che nell’Editto di Diocleziano si tratta di misura massima del salario, ciò che impedisce di considerarlo come salario effettivo o di prenderlo come medio.

Inoltre, come si è accennato altra volta, il dato ciceroniano è così vago, e non si saprebbe da due dati isolati e disparati trarre conclusioni sode e positive sull’oscillazione de’ salari nelle due epoche lontane.

Un accenno di Plinio[959] rileva la facoltà di procurarsi la mano d’opera, pure a prezzo assai conveniente, ma l’accenno si riferisce alla sola Nicomedia, al tempo di Traiano, e non possiamo dire se e in quanto si riproducesse la stessa condizione di cose col variare de’ luoghi, de’ tempi, de’ rapporti di popolazione e della richiesta di braccia.

Intanto, se da questo lato l’Editto poco ci giova ad intendere le condizioni del lavoro e de’ lavoratori del suo tempo, ci fornisce altri elementi per formarcene da un altro punto di vista un concetto.

La tariffa stabilisce da un lato i prezzi de’ prodotti già belli e compiuti e dall’altro quelli della mano d’opera ad essi relativa. Da un confronto degli uni con gli altri appare come solo in limitati campi di produzione si danno esclusivamente i prezzi de’ manufatti, senza dare parimenti quelli della mano d’opera adibita a confezionarli. Accade così per i lavori in cuoio, i prodotti di pelo di capra e di camello, i piccoli manufatti di legno e di osso come spole, pettini, aghi, stacci e finalmente il materiale da scrivere. Ogni altra cosa rientrava nell’ambito della materia grezza[960].

Ora, anche senza voler venire a conclusioni assolute sullo sviluppo dell’industria, ciò prova che, nell’economia del tempo, accanto alla vendita de’ manufatti compiuti, vigeva ancora diffusa e limitata la produzione casalinga (Hausfleiss) e quella forma che ne costituiva uno stadio appena superiore e consisteva nell’assoldare, sotto varie forme, un operaio per fargli trasformare la materia prima, fornita da chi la prendeva a salario (Lohnwerk). Questa locazione d’opera, atteggiata in varie forme, sia come lavoro a giornata che come lavoro a cottimo, era prestata, secondo i casi, nella residenza del committente e dell’operaio, ed era retribuita semplicemente in danaro, o in contanti e generi, o secondo l’opera prestata o con una combinazione di queste varie specie di retribuzione.

E tutte queste varietà di prestazioni d’opera e di retribuzioni ricorrono tutte nell’Editto di Diocleziano, anche e specialmente quella più antica e rudimentale del compenso in generi e contanti.

Se nell’epoca imperiale romana lo sviluppo della ricchezza fosse stato progressivo anzi che regressivo; se vi fosse stato un’accumulazione anzi che uno sperpero di capitali, vi sarebbe stato luogo sulle rovine dell’economia servile a un vero sviluppo d’industria capitalistica, di cui il tempo anteriore aveva dati gli accenni e creati i rudimenti.

L’economia a schiavi si dissolveva inesorabilmente; ma, se la ricchezza accentrata in un numero relativamente ristretto di persone e la contrapposizione di proprietari e proletari spingeva verso l’economia del salariato e ne abbozzava le linee; l’insufficienza de’ capitali disponibili spingeva verso una forma di economia più regressiva ancora dell’economia a schiavi, verso il servaggio e i fenomeni ad esso corrispondenti.

Se, come accadde per l’industria della macinazione, si fossero potute usufruire tecnicamente le forze naturali per sostituirle agli schiavi, vi sarebbe stata ancora una via di progresso; ma l’impiego delle forze naturali si limitava ad una delle più semplici e rudimentali, all’uso delle cadute d’acqua per i molini; e le fabbriche, invece di estendersi e dare la loro impronta all’industria, rimanevano come un accessorio dell’industria agricola, ne’ poderi, ove erano sorti specialmente sotto forme di fabbriche di laterizi, e seguivano l’agricoltura nel suo declinare.

Vi era così prima una sosta e poi un regresso, un processo d’involuzione economica, che, nell’agricoltura si traduceva nel servaggio, nell’industria si rivela con la persistenza e la prevalenza della produzione casalinga e di quelle forme di locazione d’opera che la completavano e l’integravano.

E tutta quella organizzazione pubblica della produzione che appare nelle fabbriche dello Stato e della casa imperiale; tutta quella disciplina rigorosa, ferrea, che tende a regolare e dominare, irrigidendole, le forze produttive e le funzioni sociali; son fatti che hanno la loro ragione d’essere e la loro spiegazione in quella crisi enorme della schiavitù che si dissolveva, mentre erano manchevoli e deficienti alcune delle condizioni necessarie allo sviluppo del salariato.

Il pagamento de’ tributi, ora richiesto e mantenuto in natura, ora permesso in contanti, è uno de’ sintomi di questa crisi economica, dove il vecchio e il nuovo sono in contrasto e predomina qualche cosa che non è nero ancora e il bianco muore.

Lo stesso Editto di Diocleziano, verosimilmente, come scopo immediato ebbe l’intento di “ristabilire con un provvedimento governativo il rapporto, secondo cui le merci dovevano essere scambiate con la moneta convenzionale svilita. Secondo ogni verosimiglianza si voleva rialzare artificiosamente la piccola moneta che era ricaduta al suo reale valore dopo che aveva cessato di funzionare come moneta divisionale[961]„. Ma, in realtà, l’Editto è un sintomo anch’esso della più vasta crisi economica accennata e contro cui inutilmente si tentava reagire con quella costrizione diretta.

La nuova fase della corporazione, riconosciuta, disciplinata e resa organo ufficiale della vita economica dello Stato, che vi costringe come in una cerchia di ferro tutti i rami d’attività più indispensabili alla vita sociale, si spiega appunto con questa necessità obbiettiva di assicurare le condizioni d’esistenza sotto una organizzazione politica e giuridica, di cui veniva meno ogni giorno la base economica.

Quelle forme di coazione e d’intervento dello Stato, specialmente nella composizione e nella funzione delle corporazioni, ristabiliva, sotto altri aspetti, quella continuità di azione e quella dipendenza assoluta e diretta, che costituivano uno de’ pochi vantaggi della schiavitù.

Il moltiplicarsi delle attribuzioni dello Stato e la sua funzione assorbente si spiegano in questa, come in tutti gli altri casi simili, con una reazione dell’ordine politico sull’ordine economico e con la necessità che, nella trasformazione del modo di produzione, chiama lo Stato, l’unico potere costituito, a servire come di centro delle energie che sorgono, e di quelle che si disgregano e che hanno tutte, le une e le altre, bisogno di qualche cosa, che sia come un centro di attrazione e un punto di applicazione.