XVIII.
Un’altra anomalia, che rappresentava l’eccesso opposto della concentrazione, ma che produceva effetti sociali analoghi, avveniva nella proprietà immobiliare dell’Attica con quel frazionamento crescente de’ piccoli lotti, a cui oggi si dà il nome di polverizzazione del suolo. Ce lo attesta, se non direttamente, almeno indirettamente, il censo del cadente secolo quarto; e del resto era conseguenza naturale di un sistema di successione, che, non riconoscendo il diritto di primogenitura[262], ad ogni passaggio di proprietà per causa di morte, spezzettava ancora il già piccolo appezzamento. La legge[263] poi, o, per chi non la ritenga tale, la consuetudine comune di assegnare in contanti la dote alle eredi, se evitava un maggiore smembramento della proprietà, d’altro lato la gravava di debiti, rendendone sempre più difficile la condizione e formandone un inceppo irrimediabile. La piccola proprietà quindi, pur sopravvivendo, era soggetta ad una crisi permanente. Gli stessi rincari, che secondo Demostene arricchivano gli agricoltori, giovavano in realtà a’ grandi proprietarî i quali avevano molti prodotti da vendere, anzi che a’ minuscoli, che, nelle cattive stagioni si caricavano di debiti, e, nelle buone stagioni, sotto il peso della concorrenza, non riescivano a pagarli con l’esiguo raccolto. La piccola proprietà si veniva a trovare così in una condizione somigliante a quella in cui si trova nel tempo nostro, e il cui malessere intimo fu così bene intuito e rilevato dal Marx, prima, e poi da altri, per la Francia del secondo Impero. In quel paese classico della piccola proprietà, secondo un calcolo fatto pel 1815[264], non meno di un milione centounmila quattrocento ventuno persone possedevano un mezzo ettaro di terra a testa. “Ma — diceva il Marx[265] —, nel corso del secolo decimonono l’usuraio delle città ha preso il posto dell’usuraio feudale, l’ipoteca ha sostituito il tributo feudale, il capitale borghese ha surrogata la proprietà fondiaria aristocratica. Il boccone di terra del contadino non è che il pretesto che permette al capitalista di estrarre dalla coltivazione profitti, interesse e rendite: egli lascia al coltivatore la cura di tirarsi d’impaccio da sè per ritrovare il suo salario... La proprietà sminuzzata produce infine una soprapopolazione disoccupata, che non trova posto nè in campagna, nè in città e che, quindi, corre dietro agl’impieghi di Stato, come dietro a una specie di elemosina rispettabile...„.
I frammenti de’ conti della centesima prelevata sulle vendite[266], che partono appunto dalla seconda metà del secolo quarto, ci mostrano le varie vendite che, mentre nel complesso ascendevano ad oltre tredici talenti, a venti talenti e più, a quattro mila ottocento trentasette dramme, comprendevano il piccolo orto di dugento cinquanta dramme, gli appezzamenti di cento, di centosessantadue, di dugento cinquanta dramme; e in un caso — ciò che non è privo di valore per l’indotta concentrazione della proprietà — una stessa persona, Diofanto Sfettio, ci apparisce tre volte successive come acquirente, e in due altri, due altre persone, Mantiteo e Atarbo, acquistano ciascuno due lotti distinti[267].