XIX.

Che se dalla concentrazione della proprietà fondiaria, inceppata o attenuata dalle condizioni speciali dell’Attica, si passa alla concentrazione della fortuna in generale, si trova che tanti dati concorrevano a favorirla.

Tra le altre cose, le imposizioni pubbliche.

Senza voler sostituire ad alcune ipotesi non provate altre più lambiccate ed anche meno giustificate, non si può a meno di riconoscere che il carattere progressivo dell’imposta, sia nella forma concepita dal Rodbertus[268], che in quella più accettata del Böckh[269], poggia semplicemente sopra un’ipotesi. Ma, anche ritenendo nella sua integrità l’ipotesi del Böckh, basta dare un’occhiata al quadro dimostrativo da lui redatto[270], per accorgersi che pure quella progressione era tale da lasciare sempre un margine larghissimo ed una via di accumulazione crescente alle grosse fortune; e l’impedimento, così posto al crescere di queste, era inferiore al peso, che ne dovevano sentire le medie e piccole fortune. Ora, per quanto si sia discordi sulla proporzione dell’imposta, si sa nondimeno che fu prelevata dopo Nausinico con relativa frequenza[271]; e i dispendi ordinari e straordinarî, a cui Atene andò incontro e a cui con l’attenuarsi di ogni introito esterno, in dati momenti[272], dovè provvedere del suo, ce ne possono dare una idea conveniente. E non è arrischiato il credere che, anche quivi, accadesse quello che suol sempre accadere sotto un sistema gravoso d’imposte: che i primi a risentirsene e soccombere fossero appunto i meno ricchi, sia per effetto diretto che per ripercussione.

Che poi i più ricchi finissero per riversare su’ meno ricchi il peso della triarchia, lo dice espressamente Demostene[273]: aggiunge, è vero, che egli con la sua legge metteva riparo a ciò, ma resterebbe a saperne gli effetti pratici.

La locazione della triarchia, anch’essa, costituiva sempre un mezzo di profitto[274].

Perfino quello che nelle contribuzioni sembrava un aggravio fatto a’ più ricchi, l’obbligo di anticipare per poi rivalersi (προεισφορά), diveniva, in mano loro, un mezzo per rifarsi. Ed i rimedî escogitati, come quello radicale dello scambio delle fortune (ἀντίδοσις), approdavano a poco, se era così facilmente aperto l’adito a tutte le frodi, di cui abbiamo esempio[275].

A tutto ciò si aggiungeva un continuo crescere de’ bisogni nella vita di ogni giorno, e abitudini di lusso, che rinnovavano le case[276], gli usi, le fogge, fomentavano la gara della magnificenza e dello sperpero, nella vita privata e nella pubblica, specialmente nelle dispendiose coregie[277], rendendo sempre più grandi e frequenti i debiti, instabili le fortune e continue le loro vicende, e sviluppando, come un termine correlativo, il desiderio del guadagno, il pregio della ricchezza e la brama e i mezzi di arricchire presto. Questi fenomeni, ora esplicitamente accennati negli oratori, ora rivelati da fenomeni che ne costituiscono i sintomi, hanno l’eco più piena nella nuova commedia del secolo quarto, in cui ricorre, ad ogni piè sospinto, magnificata o deplorata, questa oltrepotenza della ricchezza[278], che procaccia considerazione, amici, agi, adulazione e, nell’opinione e nella speranza di chi l’ha, “quasi l’immortalità„. E, di fronte a questa ricchezza che ogni giorno più diviene e si sente una forza, la povertà si presenta come qualche cosa che deprime e fa paura[279].