XX.

Gli effetti morali di questo stato materiale si riflettevano naturalmente su tutta la vita, ripercotendosi alla loro volta e generando un nuovo ordine di conseguenze economiche. Le donne, già diffamate, secondo Aristofane, da Euripide, che pure avea creata l’Alcesti, perdevano sempre più di considerazione, di tanto di quanto guadagnavano di prepotenza, di arroganza, di abitudini lussuose e dissipatrici; e il matrimonio diveniva sempre più una cosa temuta, odiata, spregiata. È vero che abbiamo a fare con frammenti di commedie, ma son frammenti della commedia nuova, dove la vita è rispecchiata da un punto di vista affatto realista; e, in ogni modo, fanno senso la frequenza, con cui ritorna lo stesso motivo, e la qualità delle immagini evocate. Le belve feroci, l’infido mare, la tempesta divengono i soli termini di paragone creduti adatti a dare un concetto adeguato delle donne[280]. Alla catena corta e resistente, se non perpetua, del matrimonio si preferiva sempre più lo svago fuggevole della donna vampiro, quale Menandro la figurava nella sua Taide[281] “ardita e fiorente al tempo stesso, e insinuante di modi, che fa de’ torti, che lascia fuori la porta l’amante, che ha sempre qualche cosa da chiedere, che non ama nessuno e sempre finge di amare„; si preferiva perfino quella profanazione dell’amore, dalla quale Filemone[282] traeva occasione per tributare lodi a Solone, e forse non interamente per ironia, come qualcuno vorrebbe[283]. Se “la povertà è per sè stessa un malanno, quando vi si aggiunge l’amore, i malanni diventano due„[284]; il matrimonio si sfuggiva quindi per non rendere più difficile la propria condizione, e, come accade, anche più che non da’ più poveri, si evitava dalle persone di media condizione, che a gran fatica poteano riescire a mantenere il loro equilibrio e tenevano a non peggiorare il loro stato. Come conseguenza generale ne veniva che auspice, consigliera e regola de’ matrimoni era la dote[285]. Un marito che non andasse a caccia di doti era, anche allora, una cosa degna di essere notata[286]. Ahimè! non si comperavano più ingenuamente le donne per tante paia di buoi, come a’ tempi del buon vecchio Omero; ma si pescavano i mariti con l’esca di tante dramme, e non sempre sonanti e contanti. Lo sborso, o il conteggio, formavano il motivo e il sostrato del matrimonio[287], e finivano poi per rendere il marito soggetto alla moglie[288]. E la frequenza e l’importanza delle doti ne’ matrimoni, a confermare questi detti generali de’ comici, ci vengono attestate dagli oratori e dalle epigrafi. Se una dote di dieci talenti costituiva un caso raro, e una dote di cinque non era frequente[289], non mancavano doti di rilievo: ad Atene le epigrafi[290] ce ne mostrano di un talento e di oltre un talento; perfino nella piccola Mykonos, durante l’epoca macedonica, ricorrono doti di diecimila e di quattordicimila dramme[291], senza parlare del corredo che non soleva essere di poco pregio[292].

Un siffatto carattere delle unioni matrimoniali, da un lato rendendo rare le unioni nella classe media e dall’altro favorendo le nozze de’ più ricchi tra loro, dovea riescire a stremare di numero la classe media, a favorire una continua concentrazione di fortune e a mettere di contro a un numero sempre più ristretto di ricchi un numero più grande di proletari; giacchè questi, per il loro stato stesso e per la possibilità d’impiegare in un lavoro retributivo tutti i membri della famiglia, relativamente non trovavano, anche in quel periodo economico, un inceppo così forte alla propagazione. Anche a Sparta l’abitudine diffusa delle doti e il loro incremento aveano create simili conseguenze.