XXXI.

Lo scadimento del lavoro servile si può argomentare, altresì, da quel tanto che sappiamo de’ prezzi degli schiavi nel quarto secolo, e specialmente verso il suo periodo più avanzato.

Non senza acutezza è stato detto per Roma che il mercato degli schiavi era la “Borsa romana„[415]; e ciò potrebbe ripetersi, in proporzioni più ridotte, per le altre parti del mondo antico, dove la ricchezza fu più attiva e più sviluppata. Il prezzo degli schiavi era quindi anch’esso variabile; ma, specialmente in mancanza di avvenimenti straordinari, è meno difficile stabilirne un valore medio.

Ora il quarto secolo, segnando per tutta la Grecia un periodo di relativo sviluppo industriale, più o meno notevole, che si allarga, in maggiori o minori proporzioni, anche nelle zone sin qui contraddistinte dalla produzione casalinga, porta seco una diffusione della schiavitù; e infatti si ha la memoria della tardiva introduzione della schiavitù in paesi che, a grande distanza di tempo, entrano in un periodo economico, in cui paesi più progrediti, come Atene, erano già entrati da un pezzo, e che stavano omai superando.

Questo diffondersi della schiavitù, pel contributo nuovo che recava alla domanda di schiavi, avrebbe dovuto farne salire notevolmente il prezzo, tanto più che veniva a coincidere con una minore potenza di acquisto della moneta, determinato dalla maggiore quantità di metalli preziosi e dal peso della dramma, che accennava qua e là a scemare di peso. Invece non credo si possa parlare di un vero rincaro. Gli schiavi, che hanno qualche perizia tecnica, anche quella più limitata che si esige per la funzione di una manifattura, hanno, come si è visto, un prezzo in qualche modo elevato, ma di cui non si può nemmeno dire che sia superiore a quelli del secolo precedente, in casi analoghi. Invece gli schiavi ordinari sono valutati ad un prezzo poco elevato. Gli schiavi, di cui Senofonte propone l’acquisto allo Stato per impiegarli nelle miniere, sono valutati a 153 Dr. 3,7 ob. ovvero a 183 Dr. 3,6 ob., secondo il diverso calcolo, di cui è suscettibile il tratto ove se ne parla[416]. Nell’orazione contro Nicostrato, due schiavi, di cui si dice appresso che erano impiegati ne’ diversi lavori di campagna, sono valutati complessivamente due mine e mezzo[417]: altrove[418] uno schiavo è valutato a centocinquanta dramme. Dunque il prezzo degli schiavi non solo non era formalmente mutato da quello attestato, il secolo innanzi, dalla vendita in danno degli Ermocopidi; ma, se si tien conto di tanti altri dati concorrenti, si può dire ch’era sminuito. Nè si può opportunamente invocare il riscatto degli schiavi di Rodi, stabilito a cinquecento dramme, nell’assedio posto da Demetrio. In quel caso particolare si trattava di schiavi associati alla difesa della città, cui era stata promessa la libertà e che costituivano un efficace strumento di resistenza contro l’assediante[419]. Occorreva per necessità mettere un prezzo superiore, non solo al medio, ma agli alti prezzi degli schiavi, per togliere ogni allettativa a venderli altrove; e, se qualcosa sorprende, è che non sia stato fissato per essi, in tali condizioni, un prezzo di riscatto uguale a quello de’ liberi.

Questa vicenda del prezzo degli schiavi si spiega dunque soltanto con l’osservare che l’economia servile s’era diffusa più che non fosse cresciuta, aveva guadagnato di estensione assai più che d’intensità.