XXXVII.
Pure, per quanto decadesse in Grecia l’economia a schiavi, la Grecia non costituiva nè uno Stato isolato, nè tutto il mondo antico.
La Grecia, non che realizzare, non avea neppur potuto tentare un dominio universale, in cui si unissero popoli diversi, e si formassero ne’ diversi paesi, per lunga elaborazione, condizioni analoghe di vita, onde poi germogliasse, uniformemente o quasi, un nuovo assetto sociale. Grande parte del mondo antico si trovava in condizioni affatto diverse da quelle della Grecia, sotto il rapporto dello sviluppo delle forze produttive, delle condizioni di produzione, della distribuzione della ricchezza, dell’assetto politico e delle relazioni internazionali.
La forma di produzione non si muta in maniera radicale esclusivamente da uno Stato, che non sia isolato: la s’impone o la si subisce, più che con la forza delle armi, con la persistenza degli effetti di ordine economico.
La Grecia non era stata, e tanto meno era al caso ora, di costituire un vasto dominio, di cui la vita economica si rifoggiasse sulla sua. Fu questa l’opera di Alessandro, ma ebbe per campo l’Oriente; così che poteva sempre risorgere e risorgeva in Occidente quel processo evolutivo, che in Grecia volgeva alla fine.
Fuori della Grecia dunque ci conviene cercare le ulteriori fasi della schiavitù; e, fuori della Grecia, in epoca più tarda e in campo più vasto, ci verrà fatto di vederne, almeno per quanto riguarda il mondo antico, il generale e definitivo tramonto.
Il mondo ellenico propriamente detto, e Atene più specialmente, ci dà come un’anticipazione, limitata nello spazio e nel tempo, e prematuramente troncata, del processo, per cui verrà a decadere e perire l’economia servile.
Interrotto con la fine dell’egemonia e poi anche dell’autonomia greca, quel processo riprende, come può, il suo corso, nel mondo e nell’epoca ellenistica, ove la civiltà ha spostato il suo centro di gravità.
Il periodo ellenistico ha il carattere ed il nome da questo diffondersi della civiltà ellenica nelle regioni adiacenti al bacino del Mediterraneo e dal suo innestarsi sulle civiltà più antiche. E questa diffusione e questo innesto erano resi appunto possibili, anzi prodotti da uno sviluppo di condizioni della vita materiale, analoghe a quelle de’ più progrediti centri dell’Ellade.
Sotto l’azione di tali cause, come effetti di una sfera assai più allargata di commercî, di forze attive, di rapporti morali e materiali, sorgevano o crescevano, nell’Asia minore, nell’Egitto, nel bacino occidentale del Mediterraneo, centri cittadini più popolosi di quelli della Grecia propria, con una vita industriale più operosa e molteplice, con una potenzialità produttiva e una circolazione rapida e intensa, quale non era stato lecito vedere sino a questo punto, e quale si può solo supporre guardando agli straordinari e crescenti bisogni, che ogni giorno più chiedevano una più larga soddisfazione.
Per gli auspicî sotto cui era sorta, per la sua posizione privilegiata, per la facoltà di assimilarsi e fondere insieme le civiltà più varie e raccogliere gli elementi etnici più diversi e discordi; Alessandria, nuovo centro dell’Egitto, è come il fuoco di questa ellissi, ch’è il mondo ellenistico; ne è il riflesso, l’esempio, il tipo.
Se, com’è stato detto[473], “in questo tempo il genere umano tendeva a crearsi un nuovo modo di esistenza e, si potrebbe dire, un nuovo modo di aggruppamento molecolare; tendeva a dare a un temperamento nuovo un’espressione durevole, una forma sicura, ed a farla penetrare più addentro in tutti gli ambienti„; Alessandria era uno de’ crogiuoli più adatti e più maravigliosi di siffatta metamorfosi.
Città cronologicamente antica, e pure essenzialmente moderna di indole, di forme, di tendenze, non a torto è stata chiamata la regina del lusso e della moda, la Parigi dell’antichità; ed era più e meno che una metropoli moderna, città internazionale, paradiso ed inferno di godimenti, di scialacqui, di tentazioni, e insieme laboratorio del mondo antico, suo arsenale, suo alimento.
Messa nel centro di un paese, dove era lecito produrre più che in qualsiasi altra regione e con minore fatica, diveniva naturalmente il centro favorito dell’industria. La produzione de’ manufatti più indispensabili e d’uso più immediato e di quelli di lusso, vi attecchiva del pari mettendovi radice; e si sviluppava nelle forme più ampie, consentite dalla richiesta e dall’ambiente. I filati, i tessuti di tutte le fogge e del gusto più bizzarro e raffinato; la lavorazione del legno d’ogni genere, da quello adoperato per le navi e per i carri a quello prezioso usato per i mobili e per i ninnoli; l’estrazione de’ metalli e la loro lavorazione più varia ed artificiosa, che li piegava a tutti gli usi della guerra e della pace, della vita domestica e del lusso; l’industria del vetro, del cuoio, della terracotta, della carta; tutte le industrie insomma e le arti, che nel passato erano lentamente emerse in centri separati, si trovavano qui raccolte e sviluppate[474]. Quelle che già vi aveano una lunga tradizione si erano raffermate e vi rifiorivano; le nuove vi erano state trapiantate e vi prosperavano.
Messa poi, com’era, a cavaliere delle principali vie commerciali, che i suoi sovrani tendevano sempre più a monopolizzare; fatta come per essere il punto d’incontro e il mercato più agevole delle tre parti del mondo antico; essa era l’esempio, il richiamo e lo strumento di tutti i commercî, che alimentavano, insieme, e suscitavano sempre più, con la loro continua pressione, le sue industrie. Dati questi elementi di fatto, non potevano a meno di prodursi, anche qui, quel contrasto, più o meno palese, del lavoro libero e del lavoro servile, e la graduale eliminazione di questo, e tutti quei fenomeni di un’economia più progredita, in cui la schiavitù si viene spezzando come uno strumento poco adatto e impacciante; mentre cominciano, d’altra parte, a sbozzarsi e a germogliare i rudimenti dell’economia capitalistica.
Il numero degli schiavi di Alessandria, che da qualcuno si farebbe salire a dugentomila, è desunto da analogie e congetture, mancanti le une e le altre di una base sicura. In una città, che pareva realizzare un gran sogno di lusso e di piacere, dove la vita turbinava senza posa in una febbre di godimenti, certo non doveano far difetto gli schiavi, ministri di voluttà, addetti a tutti i servizi, che le abitudini sempre più raffinate esigevano e moltiplicavano ogni giorno; ed è sopratutto di questi schiavi che ricorre più facilmente la menzione. Non doveano neppure mancare schiavi in quelle fabbriche, in cui, come in Atene, la divisione e la semplificazione del lavoro potea consigliarne l’impiego.
Ma, più che di schiavi, troviamo menzione del lavoro libero e delle condizioni che lo fanno supporre.
Nell’agricoltura, le condizioni particolari dell’Egitto, per la possibilità di usufruire alcuni agenti naturali come l’inondazione del Nilo, rendevano i lavori della coltivazione brevi di durata e agevoli ad eseguirsi con uno scarso impiego di opera umana, e, in qualche caso, senza l’impiego di essa[475]. Dato un tale stato di cose, l’impiego fisso di schiavi addetti all’agricoltura, per quanto potesse costar poco il loro mantenimento, doveva andar soggetto ad una sicura eliminazione. Del resto, in forma più positiva, è noto come alla coltivazione delle terre reali si sopperisse con la corvée, con una requisizione temporanea di liberi, e come la cultura diretta, gli affitti, le locazioni d’opera vi avessero largo sviluppo[476]. Varrone attesta che l’Egitto, come l’Asia, si serviva per l’agricoltura sopratutto di liberi mercenari[477].
Nel campo industriale la crescente specificazione delle arti e de’ mestieri, rappresentati in tutte le loro varietà e con la maggiore raffinatezza, esigevano, in vari casi, nonostante la divisione del lavoro, un’educazione tecnica speciale e alcune particolari attitudini, che non era facile trovare negli schiavi, almeno di primo acquisto. Le arti e i mestieri poi costituivano già dal passato, un patrimonio peculiare di alcune caste o classi della popolazione egiziana libera[478]. In Alessandria vi davano ancora un largo contributo i Giudei residenti in gran numero[479]. Finalmente, tutta quella massa avventizia, che traeva alla città dalla campagna, o vi conveniva da ogni altro punto, dovea chiedere al suo lavoro i mezzi di sussistenza; e tanto più era spinta a far ciò, quanto più le comodità della vita più abbondanti, le raffinatezze, rese più comuni, stimolavano meglio i suoi desiderî. Se possiamo applicare ad un tempo anteriore quello che dell’Alessandria de’ suoi tempi diceva Adriano, nessuno vivea ozioso, tutti erano occupati[480].
È poi in quest’epoca ellenistica, a Siracusa, ad Alessandria specialmente, che, per opera di Archimede, di Herone, di Ctesibio, la scienza, mentre segue il suo svolgimento teorico, tenta, d’altra parte, tante sue geniali applicazioni pratiche, e la meccanica, pura ed applicata, riceve impulso e sviluppo. La leva, l’impiego della forza motrice dell’acqua e perfino di quella del vapore; tutte cose destinate in tempo più o meno lontano a trovare applicazioni più o meno efficaci, più o meno estese, sono ritrovamenti e deduzioni di quest’epoca e delle verità in essa accertate. Questo magnifico sviluppo della tecnica costituiva l’elemento dinamico e il sostrato di tutta un’evoluzione del modo e poi della forma di produzione; evoluzione interrotta ancora e strozzata in un ambiente non maturo, ma che, pure a grande distanza di tempo, avrebbe ripigliato e proseguito il suo corso. Giova notare intanto che la tecnica trova l’impulso a nuovi progressi e a nuove applicazioni nel crescente valore del lavoro e nella necessità di sopperire a una maggiore richiesta; onde, anche come indizio delle condizioni della produzione del mondo ellenistico e della nuova fase del lavoro, sono caratteristici e degni di considerazione questi progressi tecnici[481].
In queste città del periodo ellenistico si sente talvolta qualche cosa, che è come un’anticipazione fuggevole delle nostre città industriali, della nostra vita moderna. Quella massa popolare, specie alessandrina, inquieta, volubile, mobile, ha un carattere speciale, pur fra tutte le sedizioni delle città antiche; ha qualche cosa che richiama le convulsioni di Parigi.
L’elemento operaio, crescendo di numero e di forza, si veniva costituendo, come oggi par probabile, se non sicuro[482], in corporazioni, indipendenti di forma e di origine dalle corporazioni romane; e in quelle corporazioni stesse si atteggiava talora a partito[483]. Perfino gli scioperi e le coalizioni, queste armi tanto moderne e tanto caratteristiche della nostra èra industriale, facevano capolino, comunque in maniera attenuata e fuggevole, a Magnesia sul Meandro ed a Paros[484].
Ma, mentre l’Oriente ellenistico, proseguendo e ampliando l’opera della civiltà greca, minava, senza pur avvedersene, l’istituzione della schiavitù, era destinato, col tributo stesso de’ suoi figli, a sorreggerla e alimentarla in Occidente, dove condizioni diverse spingevano la schiavitù per la curva ascendente della parabola, portandola a un grado di sviluppo che, per forza intrinseca, dovea affrettarne la fine. Perchè intanto maturasse la fine, occorreva che l’Occidente conquistasse l’Oriente, e l’Oriente lo conquidesse alla sua volta, insinuando, attraverso tutto il dominio, il suo spirito vitale e i suoi veleni, i suoi modi di produzione e di vita, la sua cultura, le sue ricchezze accumulate, le sue scoperte; che si compisse insomma tutta un’opera di fusione e di assimilazione.
L’Impero romano è il gigantesco organismo politico, entro cui si compie quest’opera di fusione e di assimilazione di tutte le civiltà del mondo antico.
In esso si maturano e si svolgono una nuova coscienza universale etica, giuridica e religiosa e una nuova forma di produzione, che ne costituisce l’antecedente e il sostrato; e in esso la schiavitù, rosa dalla base, più vasta ma omai unica, vacilla e vede segnati i suoi giorni.
Il resto del nostro lavoro consiste omai nel percorrere ancora, in un campo più vasto, la via che già abbiamo battuta, rintracciando in un altro ambiente e sotto aspetti diversi le stesse cause dissolventi della schiavitù, seguendo cioè nel mondo romano un processo economico analogo a quello sin qui osservato. Potremo così riannodare alle più antiche fasi della schiavitù in Occidente la sua fase finale, e seguire in una più larga sfera, fin dove sia possibile, attraverso gli spiragli, per cui è consentito guardare nell’intimo congegno della vita materiale e morale del tempo, il suo lento tramonto.