XXXVI.

Notevole del pari è la notizia degli schiavi del Laurio ridotti, nella seconda metà del secondo secolo, a mille[459].

Notevoli, ancor più, sono le numerosissime epigrafi di manumissioni della Grecia settentrionale negli ultimi due secoli: un fenomeno davvero degno di ogni attenzione.

Dal secondo secolo in poi, queste manumissioni, sotto forma, talvolta, di dedicazioni e, assai più spesso, di vendita alla divinità cominciano a spesseggiare nella Beozia[460], nella Locride[461], nella Focide[462]; e nelle iscrizioni delfiche, finalmente, raggiungono un numero davvero esorbitante[463].

Ora qui non si può trattare nè di un fatto accidentale, nè di una cosa trascurabile.

L’aumento delle manumissioni suol essere uno degl’indizi esteriori più visibili di una crisi della schiavitù; e a tale stregua vogliono essere considerate quelle manumissioni.

Se possono essere considerate come atti religiosi e spiegate con moventi analoghi altre epigrafi della Grecia settentrionale, che, nella loro forma primitiva e rudimentale, appariscono come semplici dedicazioni, come offerte alla divinità[464]; ciò non è più possibile nelle iscrizioni di Delfo. In esse la divinità entra per una ragione d’ordine esclusivamente giuridico, cioè per compiere una vendita, che spogli il padrone dagli antichi suoi diritti senza investirne un’altra persona reale capace di esercitarli e disposta a farne uso, quando ne fosse investita.

Il motivo della manumissione è schiettamente e incontrastabilmente utilitario. La libertà assoluta è d’ordinario pagata a buon prezzo, ad un prezzo maggiore di quello che potesse allora avere uno schiavo. Ma, molte altre volte, il più delle volte, il manomesso si obbliga a rimanere ancora presso il padrone per tre, per cinque, per sei anni[465], ed anche fin che il padrone viva, prestando tutta l’opera sua[466]; si obbliga pure a farlo suo erede, nel caso che muoia senza prole, od anche incondizionatamente[467]; a fargli l’esequie e rendergli altri uffici funerarî[468], ad alimentarlo, a educargli i fanciulli[469], ad alimentare i suoi proprî genitori od altre persone, secondo l’interesse del manumittente[470], e così via ad un’altra serie di obblighi di vario genere; obblighi alla loro volta commutabili in denaro, talora per convenzione espressa, che include anche la probabilità di anticipare la libertà definitiva, mediante una sostituzione di persona.

Vi è in tutto questo la rivelazione sicura di uno stato di cose, che tendeva a surrogare la prestazione e poi la locazione di opere alla schiavitù; che dall’impiego diretto e rudimentale dello schiavo, stretto da un legame visibile al padrone e lavorante a tutto suo profitto e a tutto suo rischio, si sforzava di arrivare, anche senza piena consapevolezza d’intenti, all’impiego del proletario. Ciò importava sostituire prima al rapporto di proprietà un rapporto obbligatorio personale e poi il definitivo avvento del nuovo ordine economico-giuridico, che emergeva ogni giorno più dalla crisi dell’economia servile. Il prezzo del riscatto, che rappresentava tutti i risparmî passati dello schiavo e impegnava spesso molto del suo lavoro avvenire, concorreva così, anch’esso, a costituire e mettere di fronte i due elementi della nuova economia, il capitale e il proletario; e, come suole avvenire, per una crudele ironia della storia (ben lo avrebbe veduto e detto da un altro punto di vista Epitetto[471]), gli schiavi nell’atto stesso, in cui credevano di spezzare la loro catena, si trovavano di averne formata una meno visibile, ma più stretta e più duratura.

Questo sviluppo così notevole di manumissioni è la conseguenza ultima e non molto remota della reazione del lavoro libero sul lavoro servile; e non è un caso che si presenti, sotto forma così perspicua, precisamente in quel tratto di paese, in cui la schiavitù, introdotta, secondo la tradizione, o almeno allargata, da Mnasone, nel IV secolo, vi avrebbe destato tante preoccupazioni e tanti malumori.

Queste manumissioni, poi, oltre al corrispondere ad una necessità economica, costituivano una vera speculazione per gli stessi padroni; e in ciò trovavano un altro e più vivo incoraggiamento. Organi di questa speculazione divenivano i templi e gli erani, che funzionavano come casse di risparmio e casse di anticipazioni per gli schiavi, ed eccitavano, così, e agevolavano sia l’accumulazione de’ riscatti che le liberazioni condizionali, con pagamenti successivi e rateali[472].

E a tutta questa condizione di cose si deve probabilmente se i prezzi di riscatto si aggirano sulla media delle tre mine e salgono talvolta assai più alto. Sarebbe un errore, se non mi sbaglio, voler desumere il valore venale e corrente degli schiavi da documenti come questi, che non rappresentano un semplice affare di parti liberamente contraenti, ma costituiscono una convenzione di genere speciale, compiuta sotto l’azione di determinate e molteplici cause, come il desiderio di riacquistare la libertà, la speranza di accumulare col proprio lavoro il qualsiasi prezzo di riscatto, il pagamento rateale e così via. Senza di questo, per la stessa decadenza dell’economia servile, di cui questi documenti sono una prova, il prezzo avrebbe dovuto scendere assai in basso.