I. Guerra e pace nell’antico Oriente.

Sembrerebbe davvero che col solo suo nome l’Oriente dovesse evocare immagini di pace anzi che di guerra: un fantastico miraggio di rive fiorenti, di pingui pascoli, di messi lussureggianti, di flore maravigliose, tra la cui dovizia, sotto gl’ineffabili splendori di un cielo sereno, un popolo molle, in un tenue abbandono, coglie senza pena e senza tumulto dall’albero della vita il frutto maturo. E veramente — meno che là dove il terreno, salendo di balza in balza andava a perdersi in montagne erte ed inospiti, o, prolungandosi in brulle pianure, andava a finire in un mare sterminato d’arene — veramente la natura vi faceva sfoggio, quasi, di tutta la sua potenza creatrice, di tutta la sua virtù fecondatrice; sicchè ivi prima che altrove l’uomo non ancora educato a usufruire, comprendendole e domandole, le forze naturali, potè costituire le prime forme di società civili, divenire strumento e artefice di civiltà e armarsi di quelle fondamentali cognizioni e rudimentali esperienze, che dovevano essere arra e leva di tanti ulteriori progressi.

Perfino dove i fiumi gonfi e straripanti pareva dovessero essere nient’altro che una forza devastatrice, il sole torrido svolgeva, come in Mesopotamia e in Egitto, dal limo abbandonato ubertà di prodotti e tesori di vita; dove le sponde precipitavano scoscese verso il mare, speciali vegetazioni trovavano il modo di spiegare tutto il loro rigoglio; e la costa, rósa ne’ suoi seni, bizzarramente tormentata ne’ suoi promontorî, formava porti, faceva sorgere città munite dalla loro posizione e dal mare, onde si sarebbero spiccati col tempo voli più lontani, creando con lo scambio de’ prodotti e l’intreccio de’ commerci nuove fonti di ricchezza e nuovi mezzi di civiltà e di progresso. E, intanto, ora, si lottava col mare, addestrandosi e costringendolo a dare con la pesca tutti i mezzi di vita di cui era capace. Anche la fauna, varia, strana e spesso infesta, che popolava i piani e le selve e sembrava fare all’uomo una concorrenza vitale, forniva, spesso, anch’essa, materia di caccia; e, in parte eliminata, in parte educata e allevata, si risolveva in una sostentatrice della vita, in una cooperatrice dell’agricoltura e de’ primi scambî rudimentali.

Pure, in mezzo a tanta abbondanza e tali favorevoli condizioni di vita, l’uomo era troppo abbandonato alle variabili vicende naturali, come un veliero che solca agile l’onda, se ha il vento in poppa, ma resta inerte con le vele pendule e flosce se l’aria ristagna, o va a rompersi contro gli scogli e le punte, se per una bizzarria del tempo diventa ludibrio de’ venti. Una piena poco abbondante, una stagione troppo secca, una invasione di cavallette, una morìa di greggi, una epidemia sterminatrice, un improvviso, se anche temporaneo variare delle condizioni di prosperità contro cui l’uomo non era nè agguerrito, nè protetto, spargevano la carestia, la miseria, l’inedia dove ancora poco tempo innanzi erano l’abbondanza e l’opulenza.

Ancora, questi doni della natura, oltre a non essere costanti, non erano neppure ugualmente ripartiti, e — a prescindere dalle zone più lontane dove il cielo azzurro scompariva sotto la monotonia di nebbie incombenti e il clima mite s’incrudiva in geli persistenti — da luogo a luogo variavano spesso le condizioni di produttività del suolo e le agevolezze di vita; e a distribuire i prodotti — anche per avventura adeguati — facevano impedimento i luoghi impervii mancanti di comunicazioni, la mancanza di mezzi e organi atti agli scambi, la produzione limitata al consumo domestico e la stessa corrispondente organizzazione sociale e politica prettamente locale, conformata in circoli chiusi, ristretti ed esclusivi.

La prima e più antica forma, infatti, sotto cui ci appariscono la Mesopotamia, la Syria e anche l’Egitto stesso attraverso la tradizionale leggendaria unità primitiva, è quella di piccole sovranità locali, limitate a città e regioni, non coordinate tra loro, messe semplicemente l’una accanto all’altre in un puro rapporto di contiguità territoriale e messe in rapporto tra loro, unicamente o sopratutto, dall’ambizioso desiderio di subordinare, dalla recalcitrante renitenza a subordinarsi, sentendo tutte le molestie e i danni di una perpetua minaccia, di una difesa permanente. Destinate, anche più facilmente dalla posizione spesso piana e non munita de’ luoghi, ad un inevitabile assorbimento del più forte, intanto si trovavano in una condizione, per cui la sterilità del paese vicino, l’accrescersi della sua popolazione, una carestia, un sentimento di prevalenza determinavano una incursione, che, per effetto di successive azioni e reazioni, si risolveva in uno stato frequente se non continuo di guerra.

Il movimento di unificazione, l’allungamento e l’arrotondamento del dominio, che doveva riuscire a respingere sempre più indietro la zona esposta alle aggressioni e a’ danni di attacchi continui e a costituir così un ambito più largo di sicurezza e di garentita operosità, formava il primo, più urgente e più impreteribile còmpito del tempo; ma anche a questo stadio dell’evoluzione civile non si giungeva se non attraverso una serie lunga e sempre ricorrente di guerre. Tutti quelli, a cui la tradizione attribuisce di avere originariamente costituita questa unità di dominio, o che la ricostituirono per tempo più o meno lungo, dopo che s’era dissolta — Mini, il primo re della vaga tradizione, Amenemhat I della 12ª dinastia, Ahmos il liberatore del territorio, Tafnakht de’ principi di Sais, Piônkhi, Sabacone, Taharqa in Egitto, Davide in Palestina, Sargone I nella Caldea, per tacere d’altri meno lontani — sono re guerrieri, che hanno imposta combattendo la loro sovranità e hanno suggellato con la spada il legame o la catena, con cui hanno ristretto insieme città e regioni indipendenti e nemiche. «È un bravo che opera con la spada — dice di Amenemhat I un documento contemporaneo[1] — un valoroso che non ha l’uguale: egli vede i barbari, si lancia, s’abbatte su’ predoni. È un lanciatore di giavellotto che rende deboli le mani del nemico: quelli ch’egli colpisce non alzano più la lancia. È un terribile che spezza le fronti: non gli si è resistito nel suo tempo..... È un bravo che si getta innanzi quando vede la lotta.....». E le iscrizioni, che parlano di Sargone I, sono tutto un inno di guerra, che ne canta la gloria.

D’altra parte, raggiunto questo primo scopo e realizzato questo primo còmpito di ampliare, unificando, il dominio, non si era fatto ordinariamente che spostare il campo della guerra verso un confine più lontano; e, anche all’interno, non sempre e non continuamente si era giunto a costituire un ambiente di pace.

Questi imperi dell’antico Oriente — se pure qualcuno ha cercato talvolta, riuscendovi in parte, di renderli più organici o meno inorganici — in genere hanno poggiato sempre sopra una base poco salda e coerente di una sovranità personale, e non sono andati oltre un’organizzazione di carattere tutto feudale. I paesi conquistati, come quelli aggregati o presi sotto protezione, restano sotto la reggenza de’ vecchi sovrani, perdonati o sommessi, o passano sotto il governo de’ nuovi investiti; e questi prìncipi, più spesso vassalli che governatori, hanno per tutto obbligo verso l’alto sovrano, insieme alla fedeltà, il pagamento di un tributo, ordinariamente in natura, e il dovere di fornire de’ contingenti armati sia per le guerre difensive che per quelle di conquiste. Dopo il tentativo di organizzazione fatto da Tiglath-Pilsesar II e di Sargone, bisogna arrivare a Dario d’Istaspe per trovare un sistematico congegno amministrativo, con poteri e funzioni distribuite, che, peraltro, se rappresenta un notevole progresso su’ precedenti aggruppamenti meccanici, è ben lungi dall’eliminare ogni inconveniente. Con un vincolo rilassato e fragile come questo, non solo rimaneva campo alle guerre che questi prìncipi vassalli, e perfino governatori, si facevano tra di loro, ma spesseggiavano rivolte, guerre interne, per rifiuto di tributi, tradimenti e tentativi d’emancipazione; e, alla morte del gran re, specie se questi non aveva avuta la preveggenza di associarsi il successore, scoppiavano tra i vassalli e nella sua stessa famiglia ribellioni e inquietudini che dissolvevano l’impero o lo mettevano a un punto dalla ruina. In Egitto, da Nitocri all’undecima dinastia, durante cinque secoli circa, com’è lecito desumere dalla brevità de’ regni e dallo spostamento di sedi delle dinastie, vi dovette essere una grande persistenza di ribellioni e lotte intestine. L’undecima dinastia solo verso il suo finire giunse a riunire la sovranità dell’Egitto, poi riperduta sotto la dodicesima. Le tribù del deserto, specialmente, già da prima sempre combattute e spesso vinte ma mai stabilmente sottomesse, tornano, come torneranno ancora appresso a fiottare o a volteggiare petulanti a’ confini. Nella XIII dinastia si ha un’usurpazione militare o sacerdotale che sia. La XIV dinastia segna un altro spostamento di sede da Tebe a Xois; e l’invasione degli Hyksos (Shasou) coglie e sopraffà l’Egitto, appunto in un periodo di lotta intestina, più debole per la discordia.

L’unificazione della Caldea sotto l’egemonia de’ prìncipi di Ouran non fu di lunga durata, e Sargone I, che successe loro, ebbe turbato di rivolte il regno, che si dissolvette sotto il figliuolo Naramsin. Unificata ancora la Caldea sotto Kammourabi, cominciano ancora le rivolte che vanno poi a finire con lo spossessamento de’ sovrani elamiti, mentre nello sfondo comincia a disegnarsi la sorgente potenza dell’Assyria. Le discordie de’ popoli di Syria alla loro volta aprono più facile campo alle imprese di Thoutmos III, mentre all’altro estremo del dominio di costui gli Etiopi mantengono un intermittente ma persistente fomite di ribellione e di guerra. La morte di Thoutmos III e l’avvenimento al trono del figliuolo Amenhotpou II è il segno di una più generale sollevazione, vinta e repressa con mano ferrea, senza impedire peraltro che in tempo più lontano la XVIII dinastia si estingua in mezzo alle lotte intestine. E Harmhabi, l’instauratore — della dinastia successiva, deve quasi ricomporre da capo l’Impero egiziano. Seti I è costretto a farsi de’ Khiti, prima vassalli, degli alleati; e nondimeno il figlio Ramsete II se li trova ancora di contro; e con essi ancora la Syria, a ridurre all’obbedienza la quale basta appena una lotta di quindici anni. Sotto Minephtah maturano moti di ribellione che scoppiano più aperti alla sua morte e finiscono con lo schiudere la via del trono a un usurpatore.

Nella terra di Canaan, il regno faticosamente messo insieme da David è più volte minato da rivolte, che si riproducono sotto Salomone, e, alla morte di costui approdano alla scissione delle tribù e a un lungo periodo di lotte intestine tra il popolo di Giuda e quello d’Israele. In Assiria, mentre Assurnazirpal e Salmanassar III mirano ad allargare il dominio, portando l’impero sino a’ più lontani termini, sono frequentemente costretti ad accorrere per domare rivolte.

E, giù giù, venendo attraverso gli anni sino al tempo meno antico, in cui sulle rovine e dalle rovine di tutti gl’imperi precedenti si eleva l’impero persiano, si ha uno spettacolo uniforme e persistente, monotono, sino, nella sua tristezza, di rivolte spesso domate, ma sempre rinascenti; per cui la storia di questi antichi imperi sembra come un immane e ostinato sforzo di tenere insieme l’incoercibile, un travaglio di Sisifo, che non solleva la pietra se non per vedersela ricadere più pesante sul petto, un’opera delle danaidi che, non con acqua ma con sangue, intendono alla vana opera di riempire un vaso senza fondo.

È l’Assyria, che proprio quando crede di essere giunta al supremo fastigio della potenza e di avere stabilmente incatenato a sè i popoli vinti e i regni incorporati, vede dall’Ourarti, dall’Elam, dalla Caldea, dalla Syria, dall’Egitto, dal suo stesso seno, risorgere come fiamma da un fuoco male spento la rivolta e divampare minacciosa e terribile. È Babilonia che, prendendo lo scettro dalle mani dell’Assyria, ne eredita anche quel germe di trambusti e di dissoluzione. È il popolo ebreo, che, ostinatamente ribelle all’Egitto, all’Assyria, a Babilonia, a Damasco, feconda in sè stesso un lievito di ribellione, che impedisce e dissolve i suoi rinnovati tentativi di unità. È l’Egitto, che non solo vede smembrato e ritagliato dalla rivolta l’Impero esteso ne’ periodi di fortuna militare e di espansione, ma appare, ne’ suoi stessi antichi confini, un campo di lotta intestina, dove tutte le sue nidiate di principi giocano di volta in volta il loro circoscritto principato vassallo contro la speranza, qualche volta riuscita e spesso anche delusa, di arrogarsi il supremo comando e dar vita a una nuova dinastia. È l’Impero medo, dal cui seno per un atto di ribellione fortunata esce l’Impero persiano; è l’Impero persiano stesso, che, proprio quando pare avere stese le sue ali dall’Africa all’Europa, è minacciato, mentre Cambise scompare, dalla più vasta e più terribile delle rivolte.

Salmanasar IV, Ashhourdan II, Tiglath-Pileser II, Salmanassar V, Sabacone, Sargone, Sennacherib, Gyge, Assurbanipal, Naboukoudouroussour, Taharqou, Amasi, Dario, per nominare ancora, oltre a quelli già menzionati, alcuni de’ più tipici o de’ più noti, salgono al trono con le prospettive di rivolte da domare o per opera di una fortunata rivolta, o spendono gran parte della loro vita e della loro energia in un’opera di repressione diuturna ed estenuante.

E, corrispondente a questo male che travagliava all’interno le compagini più vaste o meno grandi, era la minaccia all’esterno. La compagine mal cementata, che così faticosamente giungeva a mantenersi in uno stato di equilibrio sempre instabile, pareva per giunta continuamente sotto l’incubo di essere attratta nell’orbita di masse maggiori o di urti esterni che la mandassero in frantumi.

Premute dall’alimento venuto temporaneamente meno per accidentalità naturali o reso insufficiente dal moltiplicarsi della popolazione, si spostava tutta una massa di popolo, che, schiudendosi l’adito in altri paesi, determinava alla sua volta un più persistente e più generale commovimento.

Di alcune di queste immigrazioni devastatrici e conquistatrici ci serba sopra tutto ricordo la storia di Oriente: l’invasione degl’Hyksos (Shasou) o pastori, che, riversandosi sull’Egitto verso la fine della 13ª dinastia, circa diciotto secoli prima dell’Era nostra, vi rimasero accampati per parecchi secoli; l’invasione de’ Gimirri o Cimmerii, nel settimo secolo, che annientarono tra gli altri il regno di Frygia, e l’altra degli Scyti, e, vinta la Media, messo in pericolo l’Impero assyro, si avanzarono come un turbine devastatore sin nella Syria e nella Palestina, deviati dall’Egitto per virtù di doni, anzi che per forza d’armi.

Ma questi costituiscono l’espressione più caratteristica e rilevante di fatti che, in proporzioni più ridotte e con carattere temporaneo, si dovevano riprodurre non di rado, specie dove paesi più ricchi ed inciviliti si trovavano a confinare con paesi poveri e rimasti a uno stato di civiltà rudimentale.

A prescindere poi da questi eventi — di piccola importanza se ricorrenti, di carattere straordinario se importanti — gli stessi Imperi costituiti si trovavano, l’uno rimpetto all’altro, in condizione permanente ora di dover respingere un attacco, ora di doverlo realizzare, in uno stato di ostilità, insomma, ora latente, ora aperta.

Lo stato affatto rudimentale del modo di produzione, la tecnica poco sviluppata e meno che mai proporzionata al carattere gigantesco delle opere eseguite o progettate, il commercio poco sviluppato e sempre impedito da difficoltà di ogni sorta; tutto sembrava spingere a concepire come possibile l’accumulazione della ricchezza e l’elevazione del tenore di vita solo mediante grandi e periodiche razzie, che venivano così lentamente e insensibilmente a confondersi con la prospettiva stessa del progresso.

Uno Stato, che si proponeva di rinunziare o era costretto per un momento a smettere la guerra di conquista e a cessare di procurarsi all’estero con tributi e acquisto di schiavi gli strumenti adatti alla soddisfazione di tanti bisogni, doveva ripiegarsi su se medesimo per trarli dalla sua stessa popolazione, e non faceva questo senza destare i maggiori risentimenti o peggio ancora. Tutta la leggenda d’infamia, che, attraverso la tradizione greca, avvolge Cheope e Chefren, ha origine appunto nello scontento destato tra gli Egiziani col piegarli alle più dure fatiche, forse per l’insufficienza degli stessi elementi raccattati all’estero rispetto alla grandezza delle costruzioni. Asarhaddon si servì è vero della mano d’opera mercenaria, ma egli poteva far ciò appunto in virtù di larghi mezzi accumulati, con tante guerre, da’ suoi predecessori e da lui stesso, con i tributi che gli affluivano da ogni parte dell’impero portato con la conquista così lontano.

Questo atteggiamento, intanto, e questa disposizione di spirito, sempre pronti a un intento rapace, erano reciproci da uno ad un altro Stato; e, in tali condizioni, s’intende facilmente che la guerra offensiva, per intima necessità, diveniva anche guerra difensiva, in quanto mirava a prevenire ed eliminare l’attacco.

Perciò ogni Stato antico e precipuamente ogni impero d’Oriente — ciascuno ne’ limiti più o meno ampi de’ suoi rapporti e del suo orizzonte, — ha fatalmente innanzi a sè, come mèta e punto di attrazione, il miraggio dell’Impero universale, che, come un vero miraggio, per l’allungarsi progressivo dell’orizzonte, sembra ritrarsi proprio quando più sembra che lo si sia raggiunto e trae l’illuso in una corsa folle e vertiginosa, in fondo alla quale trova la sua stessa rovina.

Tutta la storia d’Oriente sembra confondersi nelle vicende di questi centri di forze, che si formano agli estremi del suo orizzonte per isvolgersi, assorbendo le forze gradatamente limitrofe, sino al punto di venire in contatto, ingaggiando, in un alterno conflitto sempre rinascente, un duello di vita e di morte.

Da un lato è il vecchio Egitto, il primogenito della storia, dietro cui in certi periodi, sullo sfondo, si disegna l’Etiopia; dall’altro, successivamente, l’Impero de’ Khiti, l’assyro-babilonese, il medo, il persiano, usciti a grado a grado dalla lotta ingaggiata prima tra loro e poi con i contermini minori. E, tra l’uno e l’altro di questi centri di due diversi ed opposti sistemi di forze, si trovano i popoli messi sulle grandi vie commerciali — sempre più disputate con l’elevarsi e moltiplicarsi de’ bisogni e fatti indici delle più rudimentali ragion di contesa — la Syria specialmente, che talvolta con le sue resistenze, nella sua buona fortuna, serve da antemurale e da tampone tra i due imperi opposti, più spesso è tutto un campo di battaglia, continuamente conteso e continuamente lacerato e insanguinato, preda, benchè sempre recalcitrante, del più forte de’ competitori. E le regioni più eccentriche dell’Asia minore, poste fuori del campo immediato delle lotte, si urtavano alla loro volta in un mutuo conflitto per divenire poi, vinti e vincitori, preda della più grande vittoria del trionfatore del resto d’Oriente.

Così la storia orientale ci fa assistere da prima a un movimento ascendente di conquista dell’Egitto, cui Thoutmosis III schiude la via e che culmina con Ramsete II per avere poi, a tratti, momenti di ripresa e di fortuna; ma a questo movimento ascendente fa riscontro un movimento di reazione che, dopo lungo fiottare, porta gli Imperi del Nord a rovesciarsi sull’Egitto e a conquistarlo, in modo che, quasi per un’ironia della storia, Esarhaddon finisce per segnare la sua vittoria sulla stessa stela di vittoria di Ramsete e Cambyse, e Artaserse Okkos va ad insultare e calpestare, nelle stesse sue sedi sacre, il sentimento religioso degli Egizî.

Una tale inevitabile alternativa della guerra finiva intanto per foggiare e plasmare quasi a modo suo i varî imperi, rinsaldava quelle divisioni di schiavi lavoranti e padroni combattenti, che costituisce, per tanto tempo e per tanta parte, la caratteristica maggiore del mondo antico, educava nella stessa classe di padroni uno spirito prevalentemente militare, allettava con i profitti delle conquiste, solleticava l’amor proprio nazionale, ubbriacava con i fumi della vittoria; in modo che l’origine prima e la radice di quel contrasto, così semplice e materiale, veniva acquistando un aspetto sempre più complicato, e il gigantesco conflitto millenario diveniva a volta ambizione conquistatrice di re, guerra religiosa, disputa di successione, intrigo di cortigiani e di gineceo.

Ma, in questa guerra perenne, insieme a un logorio di forze e di ricchezza, vi è un vizio intimo, che rodeva in mezzo a’ loro stessi trionfi i vincitori; onde l’esistenza stessa di quegl’imperi, come la fortuna di un giuocatore accecato, era messa di volta in volta allo sbaraglio su di un solo campo di battaglia, dove imperi più volte secolari crollavano di peso come castelli di carta faticosamente architettati da un fanciullo.

E questo spettacolo tipico d’immani e repentine ruine doveva naturalmente riempire il mondo di stupore e sembrare, a chi non sapeva altrimenti spiegarsi il collasso di quegli aggregati tenuti insieme dalla spada e dalla catena, come il capriccio di un dio onnipotente e vendicativo o il tetro disegno di un fato imperscrutabile, che si compiacevano a sperimentare il loro potere precipitando, tra l’onta e le stragi di una sconfitta, un dominatore del mondo da’ supremi fastigi di un trono nelle mani di un carnefice e nell’abbiezione di una prigione, o elevando un avventuriere sul soglio a cui aveva guardato con lo sgomento superstizioso del servo.

V’è qualche cosa intanto che la storia — specie d’Oriente — fatta in gran parte con i fasti, spesso auto-encomiastici, de’ re, lascia appena intravedere, e sono i dolori, i danni, le pene delle folle decimate, sterminate, spiantate dalle loro sedi, la cui eco s’intuisce attraverso il cinico grido di trionfo de’ vincitori, o vibra ne’ minacciosi vaticinî e nelle lamentazioni de’ profeti. Ogni impresa di guerra, oltre al numero di morti spesso ingente — se si vuol credere alle iscrizioni de’ re di Assyria specialmente — travolgeva in una vera rovina intere popolazioni, fatte segno alla strage, alle sevizie, non di rado trascinate da un estremo dell’impero ad un altro, come armenti.

Succedeva inoltre che, come suole accadere nella storia, dove dal seno stesso di un fenomeno germoglia il fenomeno contrario, dalle conseguenze stesse della guerra rampollasse un desiderio di pace.

E non soltanto per le vicende varie e immediate della guerra, ma anche per lo strascico che lasciava dietro di sè. Poi, dove la guerra aveva accumulato ricchezza con bottino e tributi e creato uno stato sia pure fugace di prosperità e con questo un più elevato senso della vita e altre specie di attrattive, non solo doveva parere più sgradito arrischiare la vita, ma gli stessi disagi di spedizioni spesso lontane dovevano cominciare a riuscire ripugnanti. Lo stesso pungolo dell’ambizione cominciava a trovare altre mète e altre soddisfazioni in uffici civili e ne’ trionfi anche più efimeri dell’ordinaria vita sociale.

Così, in mezzo allo stesso fiorire dello spirito guerriero, si faceva strada la voce che n’era l’antitesi; e, mentre l’Egitto trionfava de’ trionfi di Ramsete III: «Perchè dici tu che l’ufficiale di fanteria è più felice dello scriba? — domandava uno scriba al suo allievo. — Aspetta, che io ti dipinga la sorte dell’ufficiale di fanteria, tutta l’estensione delle sue miserie! — Lo si prende, ancora fanciullo, per chiuderlo nella caserma: — una piaga che lo sega si forma sul suo ventre, — una piaga di logoro è sul suo occhio, — una piaga lacera è sulle due sue sopracciglia; la sua testa è intaccata e coverta di umore. — In breve, egli è battuto come un rotolo di papiro, — egli è infranto dalle violenze. — Aspetta, che io ti dica delle sue marce verso la Siria — delle sue spedizioni in paesi lontani! — I suoi pani e la sua acqua sono sulle sue spalle come il carico di un asino, — e rendono il suo collo e la sua nuca simili a quelle di un asino; — le giunture della sua schiena sono fiaccate. — Egli beve un’acqua guasta, — poi ritorna alla sua guardia. — Raggiunge il nemico, — è come un’oca che trema, — perchè non ha più valore in tutte le sue membra. — Finisce per venire in Egitto, — è come un bastone roso dal verme. È ammalato, — lo si porta su di un asino, — le sue vesti, le portano via i ladri; — i suoi domestici, se la battono»[2]. E, la stessa analisi che ha fatta pel fantaccino, lo scriba la fa pel milite di cavalleria, facendovi su dell’ironia, spargendovi quel riso, che diventa la maggiore condanna di un’istituzione, in quanto mostra che questa è omai impotente a muovere lo sdegno e perisce, presto o tardi, sotto quell’eco dell’impotenza pretenziosa ch’è la caricatura.

Ma questa aspirazione alla pace, per quanto naturalmente viva e sentita, specie in un paese come l’Egitto, rispondeva piuttosto a un senso di stanchezza, a un ripullulare della gioia di vivere, a un bisogno, a un desiderio individuale che non ad una possibilità sociale.

La guerra, ch’era una necessità, era anche in que’ tempi un esercizio, mercè cui si soffocava un pericolo in germe, lo si combatteva sul nascere; e, se non riusciva eliminarlo, lo si teneva almeno lontano col prestigio di un valore altrimenti dimostrato e lo si respingeva, al sopravvenire, col vantaggio che potevano dare un’esperienza della guerra e una mano addestrata.

Quel periodo più antico della storia era una vera vigilia d’armi, in cui guai a chi si addormentava!

La guerra esauriva quest’imperi, vinti o vincitori; ma — strana condizione — nemmeno li salvava la pace.

L’Assyria ha un relativo periodo di pace sotto Ashshourdân II e Ashshournirari II, ma non è quello precisamente il suo periodo più fiorente, e si rileva e si riafferma appresso, riprendendo la logoratrice eppur fatale politica guerriera e conquistatrice.

Oltre ad essere una necessità e un esercizio, la guerra era poi anche un’intrapresa.

Ne’ momenti in cui si realizzò un impero quasi universale, la pace non aveva più lo svantaggio di compromettere nell’avvenire la sicurezza del paese; e, specialmente per paesi di ricca produzione e posti sulle grandi vie commerciali, compensava il peso de’ tributi con l’impiego più largo, più sicuro e più remuneratore di tutte le sue utili energie.

Ma, per uno stato autonomo, la pace poteva, in tempi più antichi specialmente, voler dire l’adito precluso ad una speculazione, la maggiore speculazione del tempo, qual’era la guerra.

Un quadro della vita sociale dello stesso Egitto in tempo di pace, delineato da un contemporaneo sotto la dodicesima dinastia, non è, pur facendo ragione al subbiettivismo dello scrittore, un quadro confortante.

«Io ho visto il fabbro al suo lavoro, — alla bocca del forno» — diceva uno scriba del tempo a suo figlio. — «Le sue dita sono rugose come oggetti di pelle di coccodrillo, — egli sente di cattivo odore peggio di un uovo di pesce. — Ogni lavoratore in metallo ha esso forse più riposo del lavoratore de’ campi? — I suoi campi sono il legno; i suoi strumenti, del metallo. — La notte, quando si crederebbe che egli è libero, — lavora ancora, dopo tutto ciò che le sue braccia hanno già fatto durante il giorno, — la notte egli veglia al lume della fiaccola.

«Il taglia-pietre cerca del lavoro, — in ogni specie di pietre dure. — Quando egli ha finito i lavori del suo mestiere e che le sue braccia sono logore, egli si riposa: — restando raggomitolato dal sorgere del sole, — le sue ginocchia e la sua schiena sono rotte. — Il barbiere rade sino alla notte: — quando si mette a mangiare, allora solamente si appoggia sul gomito per riposarsi. — Egli va di casa in casa per cercare i suoi clienti; — si rompe le braccia per empire lo stomaco, come le api che mangiano il prodotto del loro lavoro. — Il battelliere scende sino a Natho per guadagnare il suo salario. — Quando ha accumulato lavoro su lavoro, che ha uccisi delle oche e de’ fenicotteri, che ha penata tutta la sua pena, — arriva soltanto al suo orto, — arriva alla sua casa, ed ecco che gli tocca andarsene.....

«E il muratore — lo addenta la malattia; — poichè egli è esposto alle raffiche, — costruendo faticosamente, attaccato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — per raggiungere forse fini suoi? — Le due sue braccia si consumano nel lavoro, — i suoi abiti sono in disordine; — si rade da sè — le sue dita sono per lui de’ pani; — non si lava che una volta per giorno. — Si fa umile per piacere; — è un travicello che passa da un posto ad un altro — di dieci cubiti per sei; — è un travicello che passa di mese in mese su’ sostegni di un’impalcatura, aggrappato a’ capitelli delle case fatti a forma di loto, — facendovi tutti i lavori necessarî. — Quando ha il suo pane, rientra in casa e batte i figli....

«Il tessitore — nell’interno delle case — è più infelice d’una donna. — Le sue ginocchia si adagiano all’altezza del suo cuore; egli non assaggia l’aria libera. — Se un giorno solo fa a meno di fabbricare la quantità di stoffa regolamentare, — è legato come il loto degli stagni. — È solo guadagnando con doni di pani i guardiani delle porte, — ch’egli giunge a vedere la luce del giorno. — Il fabbricante d’armi pena straordinariamente — partendo per i paesi stranieri; — spende una grande somma per i suoi asini — spende una grande somma per metterli in assetto, — quando si mette in cammino. — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa, la sera, — gli tocca andarsene. — Il corriere partendo per i paesi stranieri, lega i suoi beni a’ figliuoli, — per paura degli animali selvatici e degli Asiatici. — Che cosa gli accade quando è in Egitto? — Appena arriva al suo orto — arriva alla sua casa — gli tocca andarsene. — Se parte, la sua miseria gli pesa; — se non se ne va, si consola. — Al tintore, gli odorano male le dita — l’odore de’ pesci putrefatti; — i suoi due occhi sono pesti dalla fatica; — la sua mano non ha più presa. — Egli passa il suo tempo a tagliare de’ cenci; — il suo orrore sono i vestiti. — Il calzolaio è disgraziatissimo; — esso mendica eternamente, — la sua salute è quella di un pesce andato a male; — rosicchia il cuoio per nutrirsi»[3].

Per chi parlava così non vi era rifugio e salute che nella professione dello scriba, cioè nella professione che associava — sia pure nella maniera più indiretta — a’ vantaggi e alle soddisfazioni del comando, che serviva di strumento in tutta l’opera di dominazione all’interno e all’esterno e in tutti i suoi profitti immediati e mediati. Si potrebbe quindi voler vedere un po’ di partito preso in questo suo schizzo della vita sociale, ma il ritratto è così spontaneo e così improntato a un buono e schietto realismo, che, anche smorzando le tinte, l’impressione non si cancella, nè si attenua sensibilmente.

E si trattava dell’Egitto, cioè di un paese fecondo, ricco di materie prime, dove il ceto de’ lavoratori liberi pare che avesse un’estensione notevole specie rispetto a’ tempi più remoti del mondo antico.

Ora, questa vita travagliata e monotona e sempre delusa nello sforzo ostinato di trarre dal lavoro una ricchezza, un avvenire migliore, riconciliandole con la morte, con gl’istinti predatori, con la confidenza nella fortuna, doveva non di rado rendere accetto anche a queste classi della popolazione il partito della guerra, con le sue avventure, con le sue promesse di bottino, con le sue prospettive di fortuna militare, e doveva trarre anche dal loro vago, non chiesto, impersonale consenso altra esca da aggiungere al fuoco, onde divampavano le guerre.

V’è tuttavia un popolo che sembrerebbe costituire un’eccezione e quasi un’antitesi a questo spirito bellicoso; un popolo che, evocato, fomentato e sorretto dalla forza stessa delle cose, pareva penetrare tutto e tutti: è il popolo de’ Fenici.

Alla lotta per la vita combattuta nella forma più diretta e brutale essi sembravano preferire un’altra lotta per l’esistenza, che si ripiega su di adattamenti divergenti, che cede per riprendere forza, che, preoccupata dello scopo finale di vivere e trarre il maggiore vantaggio della vita, ne accetta tutti gli accomodamenti e gli espedienti per comandare, all’occorrenza, servendo, e dominare essendo dominati.

Di fronte alla speculazione più primitiva della guerra veniva sorgendo e sviluppandosi un’altra speculazione, quella del commercio, favorito dalla guerra stessa dove diventava conquista stabile, e apriva e sgombrava vie.

Mentre la produzione era ancora al suo stadio casalingo, o, subordinata a condizioni e tradizioni locali, si manteneva circoscritta in determinati punti, l’opera di chi ne raccogliesse il supero sparso qua e là e si facesse veicolo e strumento di scambî, se presentava molte volte rischi e disagî, prometteva anche lucri non pochi; e, specialmente col crescere de’ centri abitati, col moltiplicarsi e il raffinarsi de’ bisogni, con i progressi della navigazione e l’introduzione della moneta, mezzo perfezionato di scambio, era destinato a un grande avvenire.

Messi in vista del mare, avendo alle spalle regioni privilegiate dalla natura, i Fenici erano così, da un lato almeno, messi al sicuro da quella minaccia continua costituita allora da un qualsiasi vicino; e, dall’altro lato, avevano perciò stesso meglio aperto l’adito, alle resistenze prima, poi a quegli accomodamenti, che, imposti loro dalla forza delle cose, entrarono poi nella stessa loro indole.

Così, adattandosi spesso a pagare un tributo, finchè poteva tenersi ne’ limiti dirò così di un premio di assicurazione, di un’accordata partecipazione a’ loro profitti, si ribellavano anche talvolta, e vittoriosamente, per calcolo di principe, o per impazienza di popolo, o per esosità eccessiva d’oppressione; e, se, alla peggio, tutto andava in ruina, i loro cavalli del mare divenivano anche le loro case di legno, e, commessi alla libera distesa de’ mari, cercavano altrove nuova patria e nuove fortune.

Per tal modo, nella sorte prospera e nell’avversa, crescevano, si spandevano sino a toccare le regioni più lontane, si arricchivano, colonizzavano i paesi d’approdo, specie le isole dove è facile la difesa, difficile l’offesa; e, mentre spargevano germi di coltura e fomiti di utile produzione, si facevano antesignani di nuovi modi di vita e preparavano un altro terreno di concorrenza.

Non di rado, intanto, il loro commercio diveniva pirateria, la fondazione di fattorie occasione e germe di guerre, e l’espansione progressiva suscitava rivalità commerciali o conflitti che andavano a mettere capo nella guerra.

Così quella brama di preda, che nelle più antiche guerre si svelava nuda e non dissimulata, quasi come un istinto vitale, riappariva qui più disciplinata sotto una delle sue forme riflesse; e, come pareva che avesse portato alla pace attraverso la guerra, così riusciva alla guerra attraverso la pace. E il conflitto pareva che non si fosse scansato che per meglio maturarsi, per ripullulare in tante altre lotte e, in ultimo — da parte di quel germoglio e di quell’erede de’ Fenici che fu Cartagine — nel grandioso, epico duello con i Greci di Sicilia e con Roma.