II. Pace e guerra ne’ poemi omerici ed esiodèi.

Il più antico monumento letterario, la prima espressione spirituale della Grecia è un canto di guerra, è il racconto epico di un’impresa bellica.

Come nel Medio Evo, la società sminuzzata in feudi e comuni, scissa tra l’antico e il nuovo trovava nel sogno oltremondano il punto di convergenza che le mancava in terra e l’espressione di una coscienza etica che si andava formando; come il cinquecento italiano rifletteva nel mondo cavalleresco, rievocato e rifoggiato non senza un sorriso canzonatore, la vita galante e avventurosa delle sue corti principesche; come un popolo del settentrione, rinascente a una nuova vita economica, morale e religiosa, cercava il suo riflesso in una poesia drammatica scrutatrice di ogni più riposta latebra dell’anima; come la Germania, ansiosa del mistero dell’essere e indagatrice delle leggi del pensiero e della vita, riprendeva con un intento più lato e con più elevato proposito d’arte la leggenda di Faust; come il secolo nostro vario, multiforme, avido, curioso, impaziente, osservatore cerca l’espressione e la rivelazione della sua coscienza nel romanzo realista e psicologico, nella commedia di carattere e d’intrigo, nel dramma filosofico e passionale, nella lirica tormentosa e melodica, nell’indagine delle leggi a cui s’informa la vita sociale, nelle divinazioni dell’avvenire; — così quella più antica vita ellenica trovava naturalmente il suo punto di convergenza, il sostrato delle sue manifestazioni, la sua unità in un poetico racconto di guerra con le sue cause, le sue vicende, la serie delle sue conseguenze.

Per tal modo un episodio della colonizzazione dell’Asia minore da parte de’ Greci — quale può essere, ridotto alle sue vere proporzioni e al suo primo germe, il contenuto dell’epopea — assurge a nucleo della vita e della tradizione nazionale, e intorno ad esso si aggruppano, su di esso s’innestano tanti altri episodî e tradizioni della vita locale, per comporsi in un poema, che, pur mal saldato come talvolta apparisce nelle sue parti, riesce ad essere la più lucida immagine della vita di un popolo e di un’epoca e l’opera artistica in cui meglio si compiace e si esalta lo spirito umano.

La vita vi appare tutta dominata dalla guerra, penetrata de’ suoi bisogni, adattata alle sue esigenze, foggiata da’ necessari e persistenti suoi effetti.

La guerra è ancora lo strumento di gran lunga più importante di ricchezza e di potere con l’imperio che dà a’ suoi trionfatori, con l’accrescere che fa la potenza de’ principi, col sacco dato alle città e alle campagne, e con l’asservimento e meglio ancora con la vendita de’ prigionieri.

Ad Agamennone, che vuol persistere nella guerra, grida Tersite:

...... E di che dunque

Ti lagni, Atride? Che ti manca? Hai pieni

Di bronzo i padiglioni e di donzelle,

Delle vinte città spoglie prescelte

E da noi date a te primiero. O forse

Pur d’auro hai fame e qualche Teucro aspetti

Che, d’Ilio uscito, lo ti rechi al piede

Prezzo del figlio da me preso in guerra.

Da me medesmo o da qualch’altro Acheo?

D’altra parte la vita politica si conforma tutta a questa esigenza dell’offesa e della difesa: l’assemblea è costituita da quelli che portano le armi; il principe sembra trarre, se non anche la base giuridica dal suo comando, almeno quella di fatto, dalla sua maggiore virtù militare e da questa funzione di protezione che spiega per i suoi sudditi. La produzione sembra anch’essa in massima parte volta e conformata a questi bisogni della guerra, o che si tratti di alimentare questi guerrieri, o di fornirli di cavalli per la guerra, o di apparecchiare loro le armi, che, oltre ad essere strumento di difesa e di offesa, sono anche oggetto di ornamento, su cui cominciano a sbizzarrirsi la fantasia e la perizia dell’artista e che sono il più caro patrimonio del guerriero. La città stessa è costruita in vista e con lo scopo di una difesa, ristretta intorno alla sua rocca, tutta cinta di mura e fortificata di torri.

L’eroe tipico di questo mondo è

...... Achille, a cui nel seno

Nè amor del giusto, nè pietà si alberga,

Ma cuor selvaggio di lïon, che spinto

Dall’ardir, dalla forza e dalla fame

Il gregge assalta a procacciarsi il cibo[4].

E gli altri eroi sono a volta a volta paragonati a quanto vi ha di più selvaggio e distruttore nel regno animale e nello stesso ordine de’ fenomeni naturali. Ulysse è paragonato a un cignale[5]; i due Aiaci sono paragonati a due leoni strappanti a’ cani la preda, a un’onda furente[6]; Aiace Telamonio è paragonato a un’aquila che irrompe in uno stormo di gru, a un ispido verro di montagna e, pur nell’atto di salvare, a un leone che salva i lioncini[7]; Achille è simile a uno sparviero, a un leone truculento, a un incendio divoratore[8]; Sarpedonte, anche esso, è paragonato a un leone, a un avvoltoio, e, nello stesso morire, a un toro sbranato da un leone[9]; Idomeneo è simile a folgore, pari a vampa di fuoco[10]; Patroclo è simile a sparviero, ad avvoltoio, a vento che infuria, a leone[11]; Menelao, anch’esso, che assalti o che rinculi, richiama l’immagine favorita del leone[12]; e lo stesso prode e buon Ettore è presentato successivamente dal poeta come un cinghiale e un leone, un masso rovinoso trasportato da un torrente, un incendio, un’aquila, un vento che infuria[13].

Sono la terminologia e le similitudini delle iscrizioni assyro-babilonesi che ritornano qui per un fatale consenso delle cose.

Pure, in mezzo a questo stesso furore di battaglia, con quanta costanza, con quanto angoscioso desiderio non si fa strada l’immagine della pace, come uno strappo di cielo sereno, che traspare rapido tra la nuvolaglia di un dì di tempesta, e appare tanto più desiderato e più bello, quanto più le nuvole minacciano di velarlo ancora e sottrarlo alla vista che se ne bea.

Una viva, insistente aspirazione alla pace penetra tutto il canto del poeta; e dal grembo stesso del canto di guerra sorge la condanna e la maledizione delle guerre.

Con quale nobile ira e con quanta potenza di sentimento, Menelao non maledice i Troiani e chi fu cagione della guerra ed esclama:

...... Il cor di tutte

Cose alfin sente sazietà, del sonno

Della danza, del canto e dell’amore.

Piacer più cari che la guerra: e mai

Sazi di guerra non saranno i Teucri?[14].

Quanti intimi impulsi a finire questa guerra, che in ogni modo si presenta come un crudele decreto del fato: a’ Troiani come una sventura macchinata col mezzo di Paride da una divinità avversa, a’ Greci come una fatale impresa di inevitabile rivendicazione e d’imprescindibile difesa, e che gli uni e gli altri maledicono, intanto![15]. Con quanta meraviglia non si vede lo stesso amor proprio di uomini, che pongono in cima a tutto la forza misteriosa, battuto in breccia da un contrario, altissimo sentimento umano; e si sente Antenore consigliare a’ Troiani la franca riparazione del mal fatto, rendendo Elena e i suoi tesori[16], mentre alla mente di Ettore, nell’atto stesso che sta per muovere contro di Achille, si affacciano pensieri come questi:

Pur, se deposto e lancia e scudo ed elmo,

Io medesmo mi fessi incontro a questo

Magnanimo rivale e la spartana

Donna cagion di tanta guerra, e tutte

Gli promettessi le con lei portate

Di Paride ricchezze, ed altre ancora

Da partirsi agli Achei, quante ne chiude

Questa città; se con tremendo giuro

Quindi i Troiani a rivelar stringessi

I riposti tesori ed in due parti

Dividendoli tutti.....

È un lampo, che tosto si dilegua. Ma quale lampo rivelatore per la società stessa in cui sorgeva il poema![17].

E questi stessi guerrieri, in guerra così selvaggiamente feroci, hanno come la nostalgia del loro tetto natio, delle loro gioie familiari. Non ingaggiano mai la pugna senza che abbiano abbracciato la famiglia presente, o rivolto il pensiero più affettuoso alla casa lontana[18]. È questo stesso pensiero che delle volte, per reazione e per attaccamento alla vita, li rende più spietati. E piangono anche talvolta, il pianto del forte, quello che si versa per i dolori degli altri!

L’ira turbinosa di Achille, che pure, nel suo rovescio, è affetto di Patroclo, si piega al dolore di Priamo, e le lagrime del padre dell’ucciso si confondono insieme con quelle dell’uccisore del figlio[19].

Pure inevitabile e usuale, com’è la guerra in periodi, quali questi, di scarsa produzione, quando, imposta dalla difesa, facilmente trascorre all’offesa; nondimeno l’Iliade stessa ce la presenta come un male rovinoso che si abbatte per triste decreto del fato sugli uomini. Nella sua rappresentazione simbolica essa appare, quasi come più tardi nel grande quadro di Rubens, scortata e corteggiata dallo spavento e dalla fuga, guidata dalla contesa che va compiendo la triste e dolorosa opera sua[20]. Quegli stessi spettacoli di zuffe sanguinose, quasi riflettute in uno specchio del disinganno, si risolvono in un quadro di desolazione e di tristezza, onde pare che si svolga una voce ch’è di pietà e di accusa.

Qual di ricco padron nel campo vanno

I mietitori con opposte fronti,

Falciando l’orzo ed il frumento; in lunga

Serie recise, cadono le bionde

Figlie de’ solchi e in un momento ingombra

Di manipoli tutta è la campagna:

Così Teucri ed Achei, gli uni su gli altri

Irruendo si mietono col ferro

In mutua strage. Immemore ciascuno

Di vil fuga, e guerrier contro guerriero

Pugnan tutti del pari e si van contro

Coll’impeto de’ lupi. A riguardarli

Sta la Discordia e della strage esulta

A cui, solo de’ numi, era presente[21].

Queste vite troncate lasciano nel verso del poeta, come nell’animo di chi legge, un solco di dolore e quasi di rimorso, come di cosa distrutta per sempre e che non si può rinnovellar più. Con un’immagine semplice, ma tanto potente quanto evidente, Euforbo abbattuto è paragonato a un fiorente olivo schiantato.

In quell’ultimo episodio della vita di Ettore, quando il guerriero, lottando con tutti i tristi presentimenti, va incontro al duello e alla morte, mentre invano cercano distorglielo Priamo ed Ecuba; in quella scena del guerriero già fiorente di bellezza, di gioventù, di valore e ora spento, spogliato, trascinato a ludibrio intorno alle mura della città ove doveva regnare, mentre i genitori seguono con la vista il duello, ansiosi e impotenti ad aiutare, e poi veggono di un tratto il figlio rapito alla patria, alla vita, allo sguardo, agli ultimi baci; in questa come nella inarrivabile scena delle Porte Scee, il poeta non solo raggiunge la più alta vetta dell’arte, ma riesce, volendo o no, ad inspirare, in questo stesso canto di guerra, tale orrore della guerra, quale forse non si riesce a sentire nemmeno innanzi alla figurazione plasticamente e immediatamente suggestiva di un quadro come quello di Landseer, nemmeno — e chi può dimenticarla? — innanzi alla visione diretta di vite precocemente e violentemente abbattute.

E l’Odyssea è come la proiezione sin nella casa lontana e l’epilogo di questo inumano conflitto, di questo inestinguibile bisogno di pace. Le ansie e i dolori di Laerte, di Penelope, di Telemaco sono lo specchio de’ dolori e delle ansie di tutte le famiglie invano aspettanti il guerriero che combatte lontano; il lamento cruccioso del padre di Antinoo è l’eco di tutti i lutti e di tutti i danni di tutto un popolo avvolto in una guerra[22].

Il pensiero della suprema vanità di una vita di conflitti e la suprema e sola verità di una vita benefica sembrano sgorgare come ultimo e migliore insegnamento di tanti casi fortunosi e di tante tristi e varie esperienze:

Cose brevi son gli uomini. Chi nacque

Con alma dura e duri sensi nutre,

Le sventure a lui vivo il mondo prega

E il maledice morto. Ma se alcuno

Ciò che v’ha di più bello ama, ed in alto

Poggia con l’intelletto, in ogni dove

Gli ospiti portan la sua gloria, e vola

Eterno il nome suo di bocca in bocca[23].

Che cosa sono gli avvolgimenti e le glorie e le fortune e i casi della guerra di Troia e che cosa divengono di fronte all’immagine del tetto domestico, che torna a lampeggiare per un momento dinnanzi agli occhi, di fronte al senso della vita che risorge e si afferma in tutta la sua forza!

Ecco Ulysse che omai

..... non brama che veder da’ tetti

Sbalzar della sua dolce Itaca il fumo

E poi chiuder per sempre al giorno i lumi[24].

E Achille:

Non consolarmi della morte, o Ulisse,

Replicava il Pelide. Io pria torrei

Servir bifolco per mercede a cui

Scarso e vil cibo difendesse i giorni,

Che del mondo defunto aver l’impero[25].

E, se talora si riaffaccia il pensiero della guerra, ecco una voce divina, altra volta incitatrice, che ora ammonisce:

..... O generoso,

Così la Diva, di Laerte figlio,

Contienti e frena il desiderio ardente

Della guerra che a tutti è sempre grave,

Non contro te di troppa ira s’accenda

L’onniveggente di Saturno prole[26].

E l’ospite diventa sacro, sacro lo straniero che chiede protezione[27], e attraverso e contro Polifemo, attraverso e contro

De’ Giganti..... oltracotata

Progenie rea che per le lunghe guerre

Tutte col suo re stesso alfin si estinse[28],

a compiere il profilo ideale del quadro, come l’ultimo lembo indistinto dell’orizzonte, caro all’occhio che ama carezzarlo di lontano, caro alla fantasia che ama cingerlo e popolarlo de’ suoi sogni, si disegna la remota e ideale isola de’ Feaci ignara della guerra, ospizio della pace.

Mirar credeste di un nemico il volto

dice Nausicaa alle compagne sorprese e spaventate dalla vista inaspettata di Ulysse naufrago.

Non fu, non è, e non fia chi a noi s’attenti

Guerra portar, tanto agli Dei siam cari.

Oltre che in sen dell’ondeggiante mare

Solitari viviam, viviam divisi,

Da tutto l’altro della stirpe umana[29].

E, a compiere con un ultimo tocco, l’azzurra visione:

...... che de’ Feaci

Non lusingano il core archi e faretre

Ma veleggianti e remiganti navi

Su cui passano allegri il mar spumante[30].

Ma lo stesso poema, che, precorrendo con la fantasia e col desiderio la realtà, carezzava immagini lusingatrici di pace e fingeva in beate solitudini pacifiche popoli al riparo della guerra, formicolava tutto di agguati da sventare, di pericoli da schivare combattendo, di Giganti, di mostri, di avidità cieche, di amori prepotenti, di oppressioni intollerabili e impazienti della rivendicazione e suonava tutta attraverso di esso

La forza invitta dell’ingordo ventre

Per cui cotante l’uom dura fatiche

E navi arma talor che guerra altrui

Dell’infecondo mar portan su i campi[31].

Sicchè il poema universale riusciva così a cogliere anche meglio in tutti i suoi contrasti, nelle sue angustie e nelle sue aspirazioni, nella sua forma concreta e nella sua proiezione ideale la vita del tempo in mezzo a cui sorgeva o si andava svolgendo o modificando.

Un altro poeta ora compariva che, raccogliendo il sentimento di orrore della guerra, andava anche più in là, guardando a fondo di quel contrasto e indicando, con le origini della guerra, il modo di eliminarla.

In Esiodo la guerra torna con lo stesso triste accompagnamento simbolico che ricorre in Omero, scortata dalla Morte, dalla Contesa, dal Tumulto, dal Terrore, dalla Fame, vigilata dalle Parche, con le donne che dalle torri piangono e si lacerano le guance alla vista della strage e i vecchi trepidanti per la vita de’ figli; e, anche nello scudo di Eracles, il poeta si compiace a figurare pacifiche scene campestri di mietitori che falciano il pingue raccolto[32] e di vendemmiatori che tripudiano nell’abbondanza della vendemmia[33]. Gli stessi paragoni omerici degli avvoltoi, de’ leoni, del cignale, de’ massi che precipitano ruinosamente[34], se sono adoperati ancora a descrivere il conflitto di due combattenti, sembra quasi che vi ritornino per accrescere l’orrore della cosa, senza che il poeta s’indugi, compiacendosi per artistico godimento, a lumeggiare in tutti i loro contorni quelle scene mirabili di terribile grandiosità e di drammatico furore.

Il segreto dell’avvenire, della fortuna, della vera prosperità è per Esiodo riposto nella giustizia. «Quelli che s’inspirano alla giustizia ne’ loro rapporti con gli stranieri e con gl’indigeni e in niente si dipartono dal giusto, quelli vedono fiorire lo Stato e il popolo prosperare dentro di esso; pel paese è la pace altrice di giovani, nè Zeus dall’ampio volto va macchinando per essi una terribile guerra, nè mai con gli uomini giusti si accompagna la fame o la sventura vendicatrice; si spartiscono bensì ne’ banchetti festivi il frutto sudato del loro lavoro. Per questi la terra porta abbondante alimento vitale, la quercia ne’ monti dà ghiande dal vertice e api dal seno, le pecore vellose sentono il peso della lana abbondante, le donne partoriscono figli simili a’ genitori, ed essi prosperano continuamente ne’ beni, nè vanno errando sulle navi, chè il campo donatore di frumento reca la sua messe»[35].

E indi soggiunge: «o Perse, tu figgiti bene in mente tutto questo e sii ligio alla giustizia e tieniti completamente alieno dalla violenza. Poichè questa norma impose agli uomini il Cronìde: che i pesci, le fiere, gli uccelli possono divorarsi tra loro, dacchè non vi è giustizia tra essi; ma agli uomini dette la giustizia ch’è la cosa di gran lunga più bella. E se qualcuno, sapendo, voglia parlar cose giuste, a lui Zeus dall’ampio volto dà la prosperità..... Sapendo delle nobili cose, io te le dico, o gran buon Perse».

E prosegue, infatti, incitandolo al lavoro: «Lavora, o Perse, lignaggio divino, affinchè la fame t’abbia in orrore e t’ami invece la ben coronata Demetra pudica ed empia di alimento il tuo magazzino. Poichè la fame è assolutamente degna consorte dell’uomo inoperoso. Con lui si sdegnano uomini e Dèi perchè vive inerte, simile nell’orgoglio a’ fuchi, che, mangiando oziosi, distruggono quello che a gran pena le api hanno fatto lavorando: a te sia caro attendere ad opere adeguate, perchè, a tempo opportuno, i granai ti si riempiano di viveri. Lavorando gli uomini divengono ricchi di gregge e ragguardevoli, e lavorando sarai molto più caro agl’immortali e agli uomini, poichè essi hanno assai in abbominio gl’ignavi. Il lavoro non fa vergogna: fa vergogna l’inerzia. Che se lavorerai, ben presto ti emulerà l’ozioso vedendoti ricco: alla ricchezza si accompagnano e forza e gloria [che tu sia tale per la divinità! assai meglio è lavorare, se volgendo l’animo improvvido da beni alieni al lavoro, cercherai di tirare innanzi come io ti comando]...... le ricchezze non si debbono acquistare per rapina: molto migliori son quelle largite dalla divinità. Poichè, se anche alcuno riesca a fare, per violenza di mano una grande fortuna, o depredi col mezzo della lingua, come molte volte accade, quando lo spirito di guadagno inganni l’animo negli uomini e l’impudenza discacci il pudore; facilmente gli Dèi l’accecano e l’azienda domestica va a male per un tale uomo, e dopo poco tempo se ne va la fortuna»[36].

Il poeta che odia la rapina come «apportatrice di morte», ha fede invece nell’opera produttiva assidua e non interrotta, e crede nel risparmio e l’inculca. «Poichè, quando tu aggiunga anche il poco al poco e faccia ciò spesse volte, ben presto il poco diverrà assai: quei che aggiunge a ciò che già vi è, quegli scaccia la fame divoratrice»[37].

Esiodo fa quindi dipendere la pace e il fiorire della famiglia e della società da questo indirizzo per cui l’uomo, anzi che volgersi alla rapina, sviluppa egli stesso col suo lavoro la produzione e crea per opera propria e senza danno degli altri il suo benessere. Il poeta è tanto compreso di questo modo di vedere, che l’età di Crono, l’epoca in cui gli uomini vivono senza violenza e senza offese, a lungo, tra danze e banchetti, onorando gli dèi, morendo in tarda età con la placidezza di chi si assopisce nel sonno, è anche il tempo in cui «il campo datore di frumento portava da sè, spontaneamente (αὐτομάτη) frutto largo, abbondante; ed essi di buon animo e pacifici si ripartivano i lavori con i molti valenti, ricchi di greggi, cari agli dèi immortali»[38].

Esiodo veramente non si dissimula l’antagonismo, onde germogliano le contese tra gli uomini, ma lo concepisce sotto un doppio aspetto e mira a formularlo ed educarlo nella sua manifestazione più civile: «Non una sola dunque era la specie delle contese, ma ve ne sono due sulla terra: l’una da chi sa può essere trovata degna di lode, l’altra è biasimevole, e tengono l’animo diviso. L’una proterva, fomenta la triste guerra e la pugna; e il mortale non l’ama, ma, sotto l’impero della necessità, per divisamento degli dèi, onora la grave contesa. L’altra la generò per la prima la notte tenebrosa, e il Cronìde che regna dall’alto, abitando nell’aria, la pose nelle radici della terra molto migliore fra gli uomini. Questa eccita anche l’inerte al lavoro. Poichè alcuno bramoso di lavoro, credendo un altro ricco, si affretta ad arare e seminare e ben tenere la casa; e il vicino emula il vicino che si va facendo ricco. Questa contesa è buona per gli uomini. E il vasaio ha il senso d’emulazione del vasaio e il muratore del muratore e il mendico invidia il mendico e il cantore il cantore»[39].

Ma purtroppo quest’altra forma più civile di contesa, che si presentava da prima come un diversivo e un sostitutivo della guerra, questa concorrenza, per dirla con parola moderna, non tardava anch’essa a metter capo e degenerare nella guerra, riardente poi più vasta e furiosa per l’inevitabile conflitto verso cui spingeva gl’interessi opposti la disputa di quella ricchezza, che, neppure intesa sempre nel suo buon senso economico, era a dire del poeta come «l’anima de’ miseri mortali, e, non paghi o non alimentati a sufficienza dal frutto della terra, li spingeva lontano, inconsideratamente, verso tutti i rischi della navigazione[40].

Così, a chi legge i versi di Esiodo par di sentirsi trasportato in una di quelle verdi e chiuse valli di Grecia, dove la fecondità del suolo, la semplicità della vita, il clima temperato sembrano invitare ad una vita di raccoglimento, nella pratica della giustizia, nel culto degli dèi, nella pace della famiglia. Ma, di tratto in tratto, una tribù di predoni, in un’audace scorreria, faceva man bassa su messi ed armenti; e, se, respinto l’aggressore dalla montagna, ove l’aveva inseguito, il valligiano si fermava per un momento a guardare lo sterminato orizzonte nuovamente dischiuso alla vista, l’animo da prima allietato, era poi sopraffatto da una nuova impressione. Un germe di scontento, un fomite d’inquietudine penetrava, attraverso quella nuova gloria di sole e di azzurro, nel cuore. Dietro l’ultima linea dell’orizzonte, dove il mare tutto fiorito d’isole andava a confondersi col cielo, era l’ignoto, donde come da un agguato si sarebbero svolte le falangi e le armate di Dario e di Serse; a un estremo opposto era la Sicilia, piena di lusinghe, piena di pericoli; e una lontana eco nell’aria pareva ripercuotere un altro canto che non fosse la didascalia idillica di Esiodo; pareva ripetere il canto di Alceo fremente d’ire civili, il canto di Tirteo triste come il grido notturno di una scolta, irrompente come un incitato cavallo di battaglia. Tutta una folla di incertezze che si assiepava alla mente, tutto uno stuolo di vaghi e oscuri presentimenti che si aggravava sull’anima.