IV. Pace e guerra nell’antica Atene.

Tra i popoli dell’antichità non ve ne è alcuno che più dell’ateniese abbia lasciato così larga traccia, meglio anche che de’ grandi fatti storici, del meccanismo della sua vita interiore, della sua maniera di vivere giorno per giorno, de’ sentimenti, delle impressioni, delle lotte destate dalle sue stesse condizioni materiali di esistenza. Il teatro, la poesia, l’arte in generale, gli oratori, l’epigrafi ne sono, in vario modo, un riflesso e una manifestazione genuina; e la storia di Atene, comunque genialmente trattata, ben lungi dall’essere un argomento esaurito, si presterà sempre ad essere ripresa, specialmente ad ogni mutamento del modo di considerare e d’interpretare la storia.

Le due tendenze alla pace e alla guerra, discordi ed opposte, hanno in Atene un singolare rilievo, e, ad intervalli ma con insistenza, si riaffacciano per tre secoli della sua storia, riassumendo ne’ due diversi indirizzi il grado di sviluppo economico, i bisogni, la potenzialità produttiva, le lotte di classi, le rivoluzioni politiche dello Stato.

Tra il settimo e il sesto secolo, sull’aurora, si può dire, della storia ateniese, quando la tradizione vaga e leggendaria comincia a farsi più sicura e distinta, subito si presenta questo conflitto, rispecchiato in uno de’ più antichi, se non nel più antico documento della letteratura ateniese.

«Io stesso venni, araldo, dall’agognata Salamina, portando sulla piazza il ben composto mio canto.

«Oh, fossi io allora Folegandrio o Sicinite piuttosto che Ateniese, scambiando la patria; perchè potrà presto accadere che si cominci a dire tra gli uomini: Costui è un Ateniese, di quelli che furono cacciati da Salamina».

«Andiamo a Salamina, combattendo per l’isola ambita, scuotendo da noi la vergogna sì triste a sopportare»[61].

È l’elegia di Solone: sono anzi i frammenti dell’elegia di Solone, poveri ruderi e scarse reliquie; ma, attraverso di essi, la mente ricompone il passato come, alla vista di un basamento seminascosto dall’edera e di un capitello spezzato ricostruisce idealmente un tempio antico.

La critica ha spogliati questi versi della leggenda, che la fantasia popolare o quella de’ novellatori, era venuto tessendo intorno ad essi[62]. Non tutti sono d’accordo nel ritenere se quella elegia risponde ad un impeto di ardor giovanile, oppure, così ardente com’è, fu l’espressione di un’anima che si serbava ancora agile ed entusiastica in un corpo invecchiato[63]. Non si può giungere, altro che per induzione, a dire come e quando Salamina venne in mano di Atene, e se fu il premio di una guerra vittoriosa di Solone o di Pisistrato, o, meglio, un fortunato acquisto dovuto a maneggi politici ed arbitrati[64]. Tutti questi dubbi e queste incertezze possono essere più o meno dissipati: in ogni modo, attraverso i pochi versi solonici, si vede bene sullo sfondo del sesto secolo tutta la situazione politica, interna ed esterna, dell’Attica.

Questo paese, i cui colli e le cui coste non si sono ancora andati rivestendo di olivi, di fichi, di viti, è, finchè l’opera umana non ne svolga gli ascosi tesori, povero ed infecondo. Rimpetto alle limitate pianure, benedette da Demetra ed ove Demetra ha culto, stanno le pendici arse o selvagge, che male alimentano dal loro sottile strato di terra vegetale il frumento e per cui meglio s’aprono il sentiero le capre e i loro custodi. Ma da quelle stesse pendici e dalle cime de’ colli, quanto più la popolazione cresce e più si sente il disagio della vita, si guarda con maggior senso d’invidia e con ardore di desiderio più grande a Salamina, quella che anche più di Egina potea dirsi un «pruno nell’occhio del Pireo»; si guarda agli umidi ed infiniti sentieri del mare, cantati dal vecchio Omero e solcati ora a gara dalle navi di Egina e da quelle di Megara. Il bisogno dell’alimento, l’aspirazione al benessere, il desiderio di trovare sfogo all’energie crescenti in secreto e anelanti a rivelarsi, divengono inconsapevolmente la nostalgia del mare, il patriottismo e il sentimento dell’onore cittadino, come ne’ versi di Solone. La prudenza e la circospezione vengono in lotta con il bisogno di espansione e con lo spirito di avventura; il desiderio dell’indispensabile o del meglio lotta contro l’inerzia del soddisfatto; la corta vista del campagnuolo urta contro i più larghi orizzonti del cittadino; il ricco proprietario del piano e il piccolo proprietario ruinato della montagna, l’usuraio della città e il marinaio della costa, l’artigiano e il proletario vengono naturalmente in contrasto tra loro e costituiscono il soggetto e lo strumento degli antagonismi che domineranno ed animeranno tutta la politica interna ed esterna dello Stato.

Raccogliersi ne’ propri confini, tarpare le ali alle ambizioni e alle brame, estrarre dal seno del proprio paese tutto quanto potesse dare, rassodare e perfezionare all’interno tutta una struttura politica, che, sotto l’ègida di un diritto positivo, facesse di una classe la dominatrice di un’altra: — ecco la divisa e l’indirizzo di quelli che, monopolizzando le forze produttive del paese, si sentivano naturalmente tratti a favorire una politica di raccoglimento.

Rendere più agevoli i mezzi del proprio sostentamento e più proficuo l’impiego di tutte l’energie; risolvere all’esterno quel problema, che all’interno si poteva risolvere solo limitatamente, a vantaggio di pochi e a danno di molti, e fare perciò del popolo ateniese il parassita di altri popoli col commercio, con la conquista, con la supremazia; tentare quindi nuove vie, irrompere al mare, spezzare la cerchia in cui vicini e rivali tenevano stretta l’Attica: — ecco il programma e il partito di quelli, a cui era precluso il possesso della terra, o che nella terra non trovavano impiego sufficiente alla propria ricchezza e alla propria energia, o che, in una struttura sociale eminentemente parassitaria, lungi dall’essere i parassiti, erano destinati, in patria, a dare a’ parassiti alimento.

In questo contrasto sta tanta parte della storia ateniese e non della storia ateniese soltanto, i cui caratteri sembrano come virtualmente contenuti in questo inizio del sesto secolo, nel quale, per la prima volta, in forma sicura e distinta, Atene ci si presenta sotto questo aspetto. E la prevalenza di uno o di un altro indirizzo, con tutte le conseguenze politiche interne ed esterne che ne derivano, dipende dalla possibilità di un diverso stato di prosperità interna e di una diversa distribuzione della ricchezza. Gl’istinti più o meno bellicosi, le forme di potere più o meno accentrato, le lotte di classi più o meno prepotenti avranno come misura e come condizione lo sviluppo più o meno sufficiente delle forze produttive interne, la necessità di trarre da’ paesi esterni i mezzi per soddisfare a’ proprî bisogni, il benessere più o meno diffuso e più o meno agevole a raggiungere, la tendenza più o meno sviluppata a qualsiasi genere di parassitismo.

La necessità o la convenienza di vivere di preda, o, comunque, del lavoro altrui, fomenteranno, per via diretta o indiretta, la guerra; l’abitudine e la facilità di vivere del lavoro proprio tenderanno sempre più a renderla meno frequente e ad eliminarla.

Nelle condizioni dell’Attica, un paese che non produceva tanti cereali quanti ne occorrevano a sostentare la sua popolazione, e avea bisogno allora, come ancor oggi ne ha bisogno, d’importarne, il libero uso del mare e il preliminare possesso di Salamina, messa come una Sfinge a guardia de’ suoi approdi, non solo erano la premessa necessaria di ogni ulteriore grandezza, ma erano una questione di vita e di morte.

E il partito della guerra prevalse, malgrado l’orrore della guerra che le precedenti sconfitte aveano inspirato. Megara fu umiliata, se non prostrata, Salamina fu riacquistata, se non riconquistata; e, col vantaggio morale di una rivincita e di una gloria militare, si sorresse l’autorità morale dello Stato e si schiuse la via alla possibilità d’importazioni, di commercî, di un futuro dominio del mare.

Nondimeno fu guerra che non divenne incentivo immediato ad altre guerre; parve piuttosto l’epilogo di un lungo periodo di contese.

Il periodo che segue, è un periodo di raccoglimento e quasi di preparazione. La condizione incerta ed oscillante di una sovranità illegittima com’era la tirannide, spesso posta in pericolo, poteva, da parte sua, contribuire a distogliere la politica da un indirizzo pieno di avventure. Pure, altrove, la stessa forma di potere politico cercava una base ed un appoggio nella gloria militare ed in una politica, che, facendo de’ sudditi i signori ed i parassiti di altri popoli, li rendesse così più tolleranti della soggezione politica interna.

I fasti de’ Pisistratidi sono fasti civili, anzi che militari; e, benchè il loro dominio traesse occasione e alimento da una guerra esterna, tutta l’attività guerresca successiva si potrebbe limitare a qualche episodio non conservato nemmeno chiaramente nella tradizione.

Una delle ragioni e la precipua di siffatta politica di raccoglimento, caratteristica del dominio de’ Pisistratidi, va cercata appunto in quello svolgersi e fiorire delle energie interne, nello sforzo di suscitare tutta la potenzialità economica di cui l’Attica sembrava capace. Quel ritorno verso la campagna, rilevato specialmente da Aristotile[65], preparava la terra a rendere tutto quanto potesse; e la possibilità di una maggiore importazione di cereali agevolava un così promettente strumento di prosperità com’era la trasformazione delle culture. Le miniere del Laurio poi, se non ora scoperte, almeno ora messe meglio a profitto, erano un vero lievito degli scambî, de’ commercî, di una futura potenza commerciale.

L’interesse de’ Pisistratidi veniva a collimare con quello del ceto agricolo che formava la base stessa della società del tempo, e non era in conflitto con quello del proletariato cittadino. La stessa tendenza all’espansione, per quanto venisse crescendo, avea nella migliore e più abbondante moneta d’argento uno strumento pacifico di sviluppo.

Così la politica esterna de’ Pisistratidi avea dovuto assumere piuttosto un indirizzo difensivo che non un indirizzo offensivo; aveva dovuto consistere piuttosto nel rimuovere alcuni ostacoli che non nel costituire uno stato di violento predominio su paesi stranieri.

Soltanto, questo stato di cose non poteva essere durevole, e da esso stesso, dato il carattere e le condizioni del mondo antico, sarebbero sorti gl’incentivi e le inevitabili occasioni di guerre.

Lo svolgimento delle forze produttive dell’antichità era assai limitato, e ogni desiderio di miglioramento e ogni impulso di nuovi bisogni non si convertiva, nè si poteva facilmente convertire in uno sforzo diretto ad ottenerne l’appagamento col proprio lavoro e col diretto uso degli elementi forniti dalla natura. L’appropriazione più o meno violenta della ricchezza altrui, l’assoggettamento dell’uomo all’uomo, lo sfruttamento, sotto le forme meno larvate e più rudimentali, si presentavano come l’indirizzo prevalente, pel principio stesso della tendenza al minimo sforzo e dell’attrazione a’ punti di minore resistenza. Anche la divisione primordiale di lavoro sociale tra la classe guerriera protettrice e la classe produttrice spingeva più facilmente gli elementi dirigenti dello Stato ad estendere oltre i confini del proprio paese il loro dominio, attribuendosi, a titolo di conquista, quel frutto del lavoro altrui, che all’interno si attribuivano come corrispettivo della protezione e della difesa.

In queste condizioni lo stesso sviluppo delle energie interne e un più elevato grado di prosperità esponevano un paese produttore all’avidità e alle aggressioni altrui, e ne faceano così un paese servo, oppure, per naturale reazione, una potenza militare, che assai facilmente dalla difesa passava all’offesa, dall’aggressione felicemente respinta alla conquista.

Paesi ricchi e paesi poveri venivano in tal modo per diversa via, attratti nel vortice della guerra. E la guerra tendeva a rendersi permanente.

La politica internazionale, nell’antichità, piuttosto che assumere come criterio direttivo l’autonomia o l’equilibrio, tendeva così necessariamente all’assorbimento degli altri dominî, all’ampliamento indefinito e illimitato dello Stato. La coesistenza e la tolleranza reciproca costituivano soltanto un termine di passaggio e un espediente provvisorio; ma, obbiettivamente anche più che non subbiettivamente, la mèta era il dominio e la supremazia.

Per Atene quindi il periodo di raccoglimento dell’epoca de’ Pisistratidi non poteva rappresentare uno stato permanente, ma semplicemente un’utile preparazione e una lunga tregua. Lo stesso miglioramento delle sue condizioni e l’irradiarsi della sua attività l’attraeva in un’orbita di maggiori complicazioni e di più facili contrasti. E che così fosse, lo mostrarono prima le ingerenze di Sparta nella politica interna di Atene, e poi, in maniera più evidente, le guerre persiane.

A misura che uno Stato vien tratto dall’isolamento in un ambiente più vario e più vasto, la sua politica muta necessariamente di proporzioni e d’indirizzo, come muta un risultato quando variano i fattori. Il contatto e il contrasto con la potenza persiana era un fatto destinato ad indurre la più radicale mutazione di orientamento. I fattori, l’ambiente, la mèta della politica ateniese erano ormai e dovevano apparire diversi, e l’avere saputo intendere la necessità e scorgere i segni del tempo costituisce la gloria immortale degli uomini che seppero dare allo Stato un indirizzo rispondente alle condizioni delle cose.

Lo svolgimento calmo ma costante della ricchezza dell’Attica sotto i Pisistratidi, col necessario aumento di popolazione, con l’incremento lento ma continuo di benessere, avrebbe stimolato alla lunga il desiderio di espansione e avrebbe sviluppato, come in piccole proporzioni dovette già cominciare ad accadere, la marineria commerciale. La rivoluzione politica che pose fine alla tirannide e l’irrequietudine rivelata dagl’incidenti che valsero come causa prossima delle spedizioni persiane possono valere come una prova.

Lo stato di benessere che l’Attica poteva procacciare a’ suoi abitanti con l’impiego di tutte le sue energie interne, era sempre qualche cosa di relativo, e potea valere piuttosto come un solletico che come un appagamento; era tale che non ne poteva fare de’ soddisfatti, ma li allettava solo con la vista di più larghi orizzonti e di più elevate condizioni di vita.

Tuttavia l’espansione e il mutamento d’indirizzo sarebbero stati lenti e graduali, se l’invasione persiana non avesse resa inevitabile una unificazione ibrida e temporanea, una coalizione della schiatta ellenica, ch’era pur sempre un nuovo aggregato di forze, da cui si sarebbero sviluppati l’egemonia e il parassitismo di quella che avesse saputo divenirne l’elemento direttivo e il punto di attrazione.

Atene seppe essere l’una cosa e l’altra; ma con ciò stesso la sua politica, la sua fisonomia, la sua indole mutavano radicalmente.

Resistere alla potenza persiana, proteggere i membri della lega o il mondo ellenico, attaccare anche, occorrendo, il nemico; erano tutte cose che potevano compiersi o tentarsi con la costituzione di una forte marina da guerra. Ma a questa marina da guerra Atene non poteva sopperire del proprio; poteva bensì averne il comando e la cura, e gli alleati doveano contribuirvi con tributi o con navi.

La potenza militare intanto e lo sfruttamento più o meno larvato erano due termini corrispondenti, di cui l’uno serviva all’altro di ragione e di sostegno; e questa tendenza al parassitismo doveva crescere parallelamente allo spirito di aggressione e di guerra.

Il tributo di danaro sostituito al tributo di navi, cioè il disarmo quasi e il segno esterno della sudditanza; il trasporto del tesoro da Delo ad Atene; l’imposizione del potere giurisdizionale agli alleati; l’uso sempre più libero o meno dissimulato dal danaro comune; sono tanti passi verso una forma di parassitismo più avanzato.

Al tempo stesso l’Atene agricola del sesto secolo diventa l’Attica marinara e commerciale del quinto: alla repubblica aristocratica de’ grandi proprietari fondiari e alla tirannide, potere delegato della piccola proprietà, succede la repubblica de’ commercianti, degli artigiani, de’ proletarî. All’appropriazione diretta ed immediata de’ prodotti della terra succede una forma di appropriazione indiretta e mediata, il commercio, mezzo di sfruttamento più perfetto e più larvato; sul fondo de’ mestieri si va innestando una rudimentale manifattura; il potere politico scende sempre più verso il popolo e la politica esterna si fa sempre più avida, ambiziosa ed audace.

Ora questa relazione necessaria tra la potenza militare e la produzione indigena, tra la grande politica e il bisogno di espansione, tra il commercio messo a base della propria vita economica e la concorrenza di altri Stati; questa necessità del parassitismo insomma voleva dire la guerra all’ordine del giorno contro i concorrenti, contro i sudditi e gli alleati defezionati, contro i potentati stranieri il cui crescere avea in sè la minaccia e il vaticinio dell’assorbimento.

Il mezzo secolo che va dalla fine delle guerre persiane alla guerra del Peloponneso è come un lungo affilar d’armi mal dissimulato; è un seguito di paci bugiarde, che in realtà covano ed alimentano la guerra e si riducono ad una incessante vicenda di tregue più o meno lunghe e di ripetuti conflitti, in fondo a cui sta la guerra inevitabile, la guerra di sterminio, il duello finale, la guerra del Peloponneso, che verso il periodo precedente è come la caduta finale di un corpo libero rispetto al suo movimento di oscillazione sempre crescente.

Le cause occasionali della guerra potevano anche ridursi, come comicamente voleva un personaggio di Aristofane, ad una impresa ed una rappresaglia galante[66] di Megaresi e Ateniesi: il conflitto, in realtà, sbocciava dal seno della storia e dalle reali condizioni delle parti belligeranti come un fiore centenario, gigantesco, avvelenato e maturo.

Gli stessi motivi immediati e i pretesti della guerra, Potidea, l’impresa di Corcira, il boycottaggio di Megara, la pretesa indipendenza di Egina rivelano chiaramente lo scopo vero e la ragione intima della guerra: — il desiderio di limitare l’espansione verso l’Oriente o di allargarla in Occidente, — come apparve più chiaro con la guerra di Sicilia da un lato e dall’altro col proposito di ristabilire «il bruscolo nell’occhio del Pireo» e la rivalità commerciale. Ma tutti questi non erano che fenomeni di un dissidio più profondo e irrimediabile; e tali apparivano bene anche agli uomini del tempo.

La struttura economica rudimentale, che faceva dipendere la vita e il benessere di un popolo da una forma anch’essa rudimentale di parassitismo, dall’assoggettamento di altri popoli al tributo e alle forme successive di sfruttamento, da un lato rendeva illimitato il bisogno di espansione e dall’altro faceva di ogni regione un continuo pomo di discordia, la preda presente o futura del più forte, il premio reale o possibile di un eventuale conquistatore. Perciò niente pace e sempre guerra; guerra palese o latente, ritardata o anticipata, con maggiore o minore senso di opportunismo meditata o differita, guerra contro il suddito, guerra contro l’emulo. Mancavano appunto le condizioni e con esse lo spirito della coesistenza, che soli sono fattori e condizioni di pace. Tutta la diplomazia e i progressi delle relazioni internazionali consistevano nel larvare il vero motivo della guerra e nel mettere formalmente l’avversario dalla parte del torto: è la franca prepotenza del leone che prende in prestito dalla volpe il suo fare coverto e dal lupo il metodo di suscitare un’abile contesa con l’agnello.

Atene e i suoi avversari erano giunti a quella linea ultima, oltre la quale entrava in gioco, minacciata da presso, l’autonomia di tutta la Grecia.

Tutto ciò era così ben chiaro che, come dice Tucidide[67], «i Lacedemoni votarono di rompere il trattato e far la guerra, non tanto per essersi persuasi de’ discorsi degli alleati, quanto pel timore che gli Ateniesi non divenissero ancora più forti, vedendo che una sì gran parte dell’Ellade era loro soggetta». Del pari Pericle, secondo un discorso che gli fa pronunziare Tucidide, riconosceva il carattere inevitabile della guerra e l’opportunità di andarle incontro prima, piuttosto che poi[68].

Per questa sua stessa natura quella guerra doveva apparire agli occhi del suo storico[69] la più importante e grave di quante avevano avuto già luogo, e a’ nostri occhi si presenta come l’avvenimento centrale della storia ellenica, che costituisce il punto di arrivo della storia passata e il punto di partenza della successiva. Essa dovea rivelare, meglio di ogni altra cosa, le magagne e il principio dissolvente della vita greca; ma era destinata, ancor più, a suscitare ed acuire tutti que’ contrasti interni, che sono caratteristici della guerra dei Peloponneso[70], e rendono più chiare e visibili le vere cagioni della guerra e, mediante il contraccolpo che essa aveva all’interno, il suo vero rapporto con la struttura sociale del tempo.

Nel suo discorso, Pericle metteva bene in sodo quanto utile fosse il dominio del mare, ed aggiungeva come, considerando ciò più dappresso, occorresse non curarsi della campagna e delle case ed aver cura invece del mare e della città[71].

Dal punto di vista collettivo e della grandezza pubblica di Atene, il modo di vedere di Pericle era giusto. Nel mare stava la potenza di Atene: nel mare era tutto il segreto della sua forza, sì nel passato che nell’avvenire. Analiticamente lo avea già dimostrato l’oligarca autore dello «Stato degli Ateniesi» pseudo-senofontèo[72]. «Essi soli degli Elleni e degli stranieri sono in grado di acquistare ricchezza. Se qualche Stato è ricco di legname adatto alla costruzione delle navi, dove andrà a venderlo, se non voglia chi ha la signoria del mare? Se un altro ha abbondanza di ferro, di bronzo, di lino, dove andrà a venderli se non lo permetta chi impera sul mare? Or di queste cose appunto si fanno le navi: da uno si prende il legname, dall’altro il ferro, dall’altro il bronzo, dall’altro il lino, dall’altro la pece. Oltre di ciò, quelli che ci sono avversarî, non lasceranno andare che dove essi hanno l’uso del mare. Ed io dunque, senza affaticarmi, dalla terra ho tutte queste cose mediante il mare. Nessun paese poi ha due di queste cose, nè uno solo ha legname e lino, ma dove il lino è in gran copia, la terra è piana e priva di alberi: nè il ferro e il bronzo si hanno dallo stesso paese, nè da una regione le due o tre altre cose, ma in uno ve n’è una e l’altra in un altro. Ancora, presso ogni paese è una spiaggia, un’isola o uno stretto, così che è lecito a quelli che hanno il dominio del mare di bloccare i continentali e danneggiarli»[73].

E non si arrestano qui i vantaggi derivanti dal dominio del mare: tutto lo scritto sullo Stato degli Ateniesi ne è pieno.

In tempo di pace, intanto la collisione tra le diverse classi della popolazione, che traevano i loro mezzi di sussistenza e i loro cespiti di entrata dal mare e dalla terra, poteva essere evitata o dissimulata ed attenuata; ma, in tempo di guerra, quando veniva la volta di sacrificare al dominio del mare l’uso della terra, o all’uso della terra il dominio del mare, l’antagonismo d’interessi risorgeva e si rendeva tanto più acre quanto più diveniva spiegato e duraturo.

L’interesse collettivo invocato da Pericle diveniva un’astrazione di fronte agl’interessi individuali e di classe realmente offesi.

Lo scritto sullo Stato degli Ateniesi rileva bene questo contrasto. «Ora gli agricoltori e i ricchi tendono maggiormente a tenersi buoni i nemici: il popolo invece, ben sapendo che i nemici non gli potranno nulla bruciare e nulla tagliare, vive spensieratamente e non ha loro riguardo»[74].

È noto come la popolazione ateniese della campagna fu contrariata nel dovere abbandonare i campi ed i villaggi per ridursi nella città di fronte all’invasione nemica[75]; pure, da prima, per un po’ di tempo, anch’essa si rassegnò, se a dirittura non condivise l’entusiasmo della guerra[76].

Era la speranza di una guerra breve e vittoriosa? Era l’ira de’ danni patiti? Era la speranza di maggiori vantaggi?

Erano tutte insieme queste cose, e con esse la suggestione dell’ambiente morale che si era venuto creando.

Ma, quando la guerra accennò ad andare per le lunghe, e le sue molestie e i suoi danni parvero sempre più gravi e più insistenti, venne la reazione contro la guerra, e un vero movimento per la pace, accanito, tenace, appassionato si spiegò come un deciso indirizzo di politica interna ed esterna, dando una fisonomia più accentuata che mai alla non sopita lotta di classe.

Questo tratto della vita e della politica ateniese ci rimane, vivo e parlante, riflettuto attraverso tutte le esagerazioni e gli scherzi della commedia come in uno specchio, in modo tale che niente potremmo desiderare di meglio, nè di più completo.

È il soggetto e l’ambiente delle commedie di Aristofane.

Mai apostolato per la pace fu fatto con maggiore ostinazione, con più ricchezza d’ispirazione, con maggiore varietà di espedienti.

Ed è singolare trovare un tale apostolato della pace in bocca di uno degli uomini più acri, più mordaci, più spietati verso gli avversarî, il cui verso pare dardo e marchio al tempo stesso, fatto per colpire da presso e da lungi, penetrando a fondo nella carne squarciata e imprimendosi come bollo sulla fronte.

Mai forse con maggiore semplicità ed ingenuità di sentimento e di espressioni fu invocata la pace e maledetta la guerra.

«Giammai accoglierò la guerra in casa mia, nè in casa mia, sdraiata al mio fianco, canterà di Armodio. Donna avvinazzata, che, mentre io me ne stava in pace, in mezzo a tutti i conforti, dette la stura a tutti i mali, tutto mettendo a soqquadro, tutto rovesciando, manomettendo! E più le si diceva: Bevi, mettiti a sedere, accetta la coppa dell’amicizia; e più dava al fuoco i pali delle vigne e spargeva a viva forza a terra il frutto delle nostre viti.... E come insuperbisce a tavola, sì da gettare innanzi alle nostre porte le piume per far mostra del suo banchetto.

«O Pace, conviva di Ciprigna, la bella, e delle Grazie, le care, come dunque, avendo un sì bello aspetto, te ne stavi celata? Che un qualche Amore, coronato di fiori come nel dipinto, ne congiunga prendendoci insieme; o credi che io sia già troppo vecchierello? Ma prendendoti con me, mi pare che possa ancora fare tre cose: prima di tutto stendere un lungo filare di viti, poi, accanto ad esso, de’ nuovi piantoni di fichi, e finalmente un tralcio di vite domestica; tutto ciò da vecchio come sono. E, tutto in giro al fondo, metterò degli olivi per ungerci entrambi alle feste del novilunio[77].

«Salute, salute, o carissima, come venisti aspettata. Io mi rodo pel desiderio tuo, volendo tornare a’ campi, o divina. O sospirata, tu eri il nostro massimo bene; tu giovavi a quanti eravamo a far la vita dell’agricoltore. Molte cose dolci e liete e care godemmo prima sotto i tuoi auspici: tu eri per gli agricoltori l’orzo abbrustolito e la salvezza. Le viti e i fichi novelli e tutte le piante ti sorrideranno, accogliendoti con l’occhio del desiderio»[78].

Tutto per la pace: le donne sotto la guida di Lysistrata negheranno agli uomini ogni loro lusinga, ogni allettativa, negheranno l’amore[79]; Trygeo farà un viaggio al cielo sul suo Pegaso da burla[80]; con corde e con opera di mano e di zappe si cercherà di trarre la pace dall’antro in cui è sepolta[81]; sacrificî, preghiere, invocazioni saranno usate per richiamarla in terra.

In mezzo alle invettive, alla caricatura, all’epigramma che non perdona, il desiderio della pace porta un alito nuovo. Si sente l’aria sana de’ campi e un sentimento schietto, sano, vigoroso della natura feconda, della terra che produce, della campagna che si rinnova.

Il frinire delle cicale, la gioia sacra della seminagione, la pioggia benefica, il fuoco che scoppietta al chiuso, l’inverno, l’intimità della vita agricola con i suoi piccoli piaceri tornano tutti, anticipati e animati dal desiderio, nel canto de’ cori[82].

Ma è appunto questo contrasto rivelato dalla commedia, che mostra gli antagonismi e le insidie della situazione.

A pace conchiusa, il fabbricante di faci si accorge che le sue cose cominciano ad andar bene, e, all’incontro, il venditore di corazze, quello di cimieri, di tube piangono col finire della guerra la loro rovina[83].

Trygeo chiama tutti insieme gli agricoltori, i mercanti, gli operai, i metèci, gli stranieri, gli isolani, perchè l’aiutino a trarre la pace dalla caverna, dove l’ha rinserrata la guerra[84]. Ma quanti di questi dovevano essere sordi all’appello!

Gli antagonismi e gl’interessi discordi degl’individui e delle classi erano tali che costringevano gli uni a vedere la loro vita e il vantaggio nella morte e nel danno degli altri.

Quelli che avevano il monopolio della terra e in genere tutta la classe agricola, tutti quelli che, in maniera diretta o indiretta, scarsa o abbondante, potevano appropriarsi il prodotto della terra, naturalmente, inclinavano alla pace; ma il proletariato cittadino, i commercianti, quelli il cui benessere o la cui vita dipendeva dal dominio del mare, naturalmente tendevano alla guerra.

Era un solo e necessario indirizzo egoistico, i cui punti di applicazione soltanto erano diversi; erano due forme di parassitismo, di cui l’una si svolgeva all’interno, l’altra all’esterno, e l’una non avea occhio e considerazione per l’altra. Una società, in grembo alla quale questi diversi indirizzi operavano e si svolgevano, necessariamente veniva a trovarsi in uno stato di equilibrio instabile e gravitava continuamente verso la guerra, lo strumento più rudimentale e meno dissimulato di parassitismo.

Questo stato d’inquietudine e di conflitti interni era più accentuato, quanto più uno degli indirizzi opposti, la tendenza alla guerra, si faceva più spiegato. Questo stato di malessere, che costituisce un vero capitolo di patologia sociale, ci è appunto descritto da Tucidide, come conseguenza della guerra del Peloponneso in alcune delle sue pagine, che sono delle più efficaci e profonde e più obbligano a pensare.

Ad un punto, Tucidide si credeva abilitato a tirar fuori la natura umana, mentre pure egli stesso avea e poteva trovare ne’ fatti stessi raccontati la ragione de’ fatti. Ma non si può far colpa a Tucidide di aver cercato, ventitre secoli addietro, in una astrazione, in una immutabile natura umana indipendente da tempi e da luoghi, quella causa de’ fatti che anche oggi vien cercata da tanti a questa astratta natura umana piuttosto che alla condizione temporanea e concreta di uomini viventi in una data società con una determinata struttura economica.

«Da ultimo, per così dire, tutto il mondo ellenico fu messo in trambusto, essendo sorte da ogni parte contese tra i capi popolari, che volevano chiamare gli Ateniesi, e gli oligarchi che volevano chiamare i Lacedemoni, e in tempo di pace non ne aveano avuto il pretesto, nè erano pronti a chiamarli. Iniziata invece la guerra e contratte dall’una parte e dall’altra alleanze a danno degli avversarî ed a vantaggio proprio, facilmente, a quelli che volevano, si aprivano le vie di tentare novità. E sopravvennero allora alle città molte e tristi cose, che furono e saranno sempre, finchè la natura degli uomini sarà la stessa, ma accadono in forma più mite ed in aspetto più calmo, a seconda del giro degli eventi. Nella pace e nella buona fortuna gli Stati e i privati si conservano più sereni perchè non cadono in contrarietà non volute: la guerra invece, togliendo il benessere della vita quotidiana, è una violenta maestra e foggia su’ più difficili tempi gli animi de’ più. Era dunque perturbata la vita degli Stati, e le sedizioni che scoppiavano più tarde, per la stessa notizia delle cose già accadute, cercavano di mostrarsi più nuove ed ardite con l’ingegnosità delle imprese e la singolarità delle vendette. E, ad arbitrio, si mutò l’usato rapporto de’ nomi con le opere: l’ardire imprudente si chiamò coraggio a pro degli amici, il cauto temporeggiare larvata vigliaccheria, la saggezza maschera d’ignavia, dappocaggine verso tutto il contegno prudente verso ciascuna cosa. La fretta inconsiderata fu tenuta in conto di dote virile, la cauta ponderazione come un bel pretesto di disdirsi. Chi rinfocolava l’ira pareva fido sempre e chi moveva obbiezioni sembrava sospetto. Chi insidiava altrui pareva prudente, se riusciva nell’intento, e tanto più temibile quanto più astuto: chi invece provvedeva a che di ciò non vi fosse bisogno, era elemento dissolvente della sua fazione e timido degli avversarî. A dir breve, era lodato chi preveniva altrui nel male che si accingeva a fare e chi incitava altri che da sè non vi avesse pensato. Il congiunto diveniva meno stretto del partigiano come quello che era più pronto ad osare all’impazzata: giacchè queste consorterie non si costituivano secondo le leggi vigenti, a fin di bene, ma contro le leggi per sentimento di avidità. E la fede mutua tra loro non l’afforzavano tanto con la santità del giuramento quanto col violare insieme le leggi. Accoglievano le buone proposte degli avversarî come schermo pel caso prevalessero e non per generosità. Il vendicarsi era avuto in più pregio che non l’andare esente da offesa. Anche i giuramenti di pacificazione, se mai ve n’erano, dati da uno all’altro pel momento in qualche distretta, valevano pel momento, non avendo d’altronde potere; e all’occasione poi, chi prima se ne sentiva il coraggio, se vedeva l’altro disarmato, lo coglieva con più piacere nel suo fiducioso abbandono che non a viso aperto, sì perchè contava di essere più sicuro, sì perchè, riuscendo nell’inganno, ne riportava lode di accorgimento. Più agevolmente sono stati chiamati destri i molti malèfici che non buoni gl’ingenui, onde dell’ingenuità si ha vergogna e del malefizio s’inorgoglisce. Di tali danni era cagione il potere assunto per avidità ed ambizione; e dalle stesse cose nasce l’incitamento alle contese civili....»[85].

La guerra stessa così scalzava ed eliminava la guerra; ma non semplicemente coll’ispirare considerazioni simili a queste fatte da Tucidide, bensì col determinare, sul terreno pratico, condizioni di fatto che rendevano opportuno ed anzi necessario un diverso adattamento, un adattamento, come si dice, divergente. La guerra cominciava a non apparir più un punto di minima resistenza; invece, con l’incertezza delle sue fasi e degli stessi suoi acquisti, con le sue rappresaglie, con la ripercussione che aveva all’interno e all’esterno, dovea cominciare a destare sempre più repugnanza e dovea richiamare lo sguardo verso altri orizzonti, spingere verso altri campi l’attività umana.

Una guerra poi come quella del Peloponneso finita in una immane ruina, dovea, per necessità assoluta di cose, spingere a compensare il parassitismo esterno, venuto meno, con l’esplicazione di tutte le forze produttive interne, con l’impiego di ogni elemento utile che fosse in paese, col mettere a profitto ogni elemento di ricchezza.

Di questa necessità obiettiva e sentita si trova l’eco chiara ed esplicita riflessa in qualche scrittore del tempo[86]; e, d’allora in poi, la coscienza di questo nuovo indirizzo da dare alla politica dello Stato e l’opportunità di sostituire, con lo svolgimento delle energie interne, i mezzi di prosperità per l’innanzi cercati all’esterno, tornano con maggiore insistenza, specie dopo qualche rovescio, che con la forza stessa delle cose richiamava e ribadiva quell’insegnamento.

L’orazione d’Isocrate intorno alla pace, redatta dopo la ruinosa guerra sociale, tende appunto a far prevalere questo indirizzo e vuol conciliargli favore con ogni argomento sia di carattere utilitario, che di carattere morale, ma specialmente di carattere utilitario.

La pace che Isocrate vuole, è la pace con tutti, la pace a qualunque costo.

«Dico adunque — così egli si esprime — che bisogna fare la pace non solo con i Chioti, i Rodî, i Bizantini, ma con tutti gli uomini, e bisogna osservare non quelle convenzioni proposte ora da alcuni, ma quelle fatte col Re di Persia e con i Lacedemoni, che rendevano autonomi i Greci e disponevano che le guarnigioni sgombrassero le città altrui e che ognuno stesse contento del suo. Noi non troveremo mai nulla che sia insieme più giusto e più conveniente allo Stato»[87].

Seguita quindi ad illustrare questa proposta e a mostrare quanto vi fosse di buono sotto la modestia apparente dal suo ideale pacifico.

«Non ci basterebbe dunque l’abitare con sicurezza il nostro paese, l’avere a più agio tutto quanto occorre alla vita, il vivere concordi tra noi e il goder buona opinione presso gli altri Greci? Io credo che con tutte queste cose lo Stato finirebbe per essere di nuovo felice.

«Ora la guerra ci privò di tutte queste cose: ci rese più poveri, ci assoggettò a molti pericoli, ci ha messi in mala vista presso i Greci e ci ha in ogni modo danneggiati. Se faremo la pace e ci mostreremo quali vogliono i trattati, abiteremo con piena sicurezza il nostro paese, liberi da guerre, pericoli e trambusti, in cui reciprocamente ci siamo cacciati; ogni giorno aggiungeremo qualche cosa al nostro benessere, evitando le imposte, le triarchie e tutti gli altri obblighi della guerra, coltivando la terra tranquillamente, navigando il mare e attendendo a tutti gli altri lavori negletti ora a cagione della guerra. Vedremo il paese rendere il doppio di quello che ora rende, pieno come sarà di mercanti, di stranieri, di metèci, di cui ora è deserto. Quel che è più, avremo alleati tutti gli uomini, e non per forza ma per inclinazione, nè dediti a noi in tempi prosperi a cagione della nostra potenza e defezionanti ne’ pericoli, ma così disposti come debbono essere quelli che veramente sono alleati ed amici. Inoltre, avremo facilmente con le semplici ambascerie quello che ora non ci riesce avere con la guerra e con molta spesa. Non crediate che Chersoblepte voglia guerreggiare con noi pel Chersoneso e Filippo per Anfipoli, quando vedano che noi non aneliamo ad avere l’altro paese. Ora, verosimilmente, essi temono di averci come vicini a’ loro regni, giacchè vedono che noi non ci teniamo paghi a ciò che abbiamo, e bramiamo sempre di più. Se muteremo sistema e acquisteremo migliore opinione, non solo non insidieranno quello che è nostro, ma ci daranno del loro, perchè sarà loro utile, servendo alla potenza del nostro Stato, conservare con sicurezza i loro regni. Anche della Tracia ci sarà lecito averne tal parte, che non solo essi la terranno senza eccitare l’invidia altrui, ma i Greci, che espatriano per bisogni, ne avranno quanto basti a sostentarli. Dove Atenodoro e Callistrato, l’uno da privato e l’altro da esule, hanno potuto fondare città, là stesso noi, volendo, potremmo occupare molti luoghi. Occorre che acquistino preponderanza tra i Greci quelli, a cui stieno a cuore tali cose, piuttosto che la guerra e gli eserciti mercenarî, che ora massimamente desideriamo»[88].

Isocrate si faceva propugnatore di un indirizzo affatto opposto a quello ch’era nella tradizione e nella politica dell’ultimo secolo della storia ateniese: un indirizzo di raccoglimento, di neutralità disarmata, di rinunzia ad ogni pretesa od ambizione di dominio.

A quell’impero del mare, che l’oligarca dello Stato degli Ateniesi avea considerato come la pietra angolare della repubblica, che avea formato l’ambizione, la mèta e la forza dell’Atene periclèa, egli vi rinunziava. «Io credo che staremo meglio nel nostro paese e saremo migliori noi stessi e ci avvantaggeremo in tutte le cose, se smetteremo di volere l’impero del mare. Giacchè è questo che ci ha cacciato nel disordine e ha sovvertito quella democrazia, sotto la quale, i nostri progenitori furono i più felici de’ Greci, ed è quasi la cagione di tutti i mali che noi soffriamo e facciamo soffrire agli altri»[89].

Senz’altro Isocrate tiene a dirlo e a ripeterlo che l’ambìto dominio del mare è la causa di tutti i danni. «Bisogna riferire le cause non a’ mali sopravvenuti, ma a’ primi errori, onde poi si venne a questo fine. Così che direbbe proprio il vero chi dicesse che allora hanno avuto origine i loro mali, quando assunsero il dominio del mare: infatti assunsero un potere in nulla simile al precedente»[90].

Lo spreco de’ tributi e la facile dissipazione delle ricchezze male acquistate, il contrasto tra gli antenati che lottano contro i barbari ed il tempo presente, i danni delle milizie mercenarie e gli effetti della guerra; tutti gli argomenti, i fatti, gl’incitamenti sono adoperati per sostenere la politica pacifica, facendo assorgere il ragionamento schiettamente utilitario, come si è detto, a tratto a tratto, a una più elevata ragione etica[91].

Questa tendenza alla pace rispondeva del resto così bene a un bisogno del tempo e alla condizione reale delle cose, che, nello stesso torno di tempo, contemporaneamente o a breve distanza, nello scritto di Senofonte sulle Entrate degli Ateniesi s’insiste appunto sulla utilità e sulla necessità di dare tutto l’impulso possibile all’incremento della produzione interna per sopperire con essa a quei bisogni, che divenivano causa di conflitti e di guerre, quando se ne cercava, con l’estensione del dominio, all’esterno l’appagamento.

Lo scopo che Senofonte si proponeva, secondo la sua chiara ed esplicita frase, era appunto quello di «indagare se i cittadini non potessero trarre il sostentamento dal loro stesso paese»[92], togliendo così base od occasione al loro atteggiamento vessatorio e rapace verso altri popoli; e a ciò miravano le sue proposte dirette a favorire il commercio, a rendere lo Stato acquirente di navi da trasporto e di schiavi da allogare pel lavoro delle miniere.

Chiudendo lo scritto con lo stesso pensiero con cui l’avea iniziato, Senofonte affrontava, senza altre ambagi, la questione della pace e della guerra.

«Se alcuni pensano che, quando lo Stato resti in pace, diverrà per ciò più imbelle, più inglorioso e di minore nominanza nella Grecia, essi a parer mio non guardano da un punto di vista giusto la cosa. Felicissimi divengono tutti gli Stati che godono di periodi di pace più lunghi, e, fra tutte le città, Atene specialmente è fatta per prosperare con la pace. Chi dunque, quando la città nostra stesse tranquilla, non avrebbe bisogno di essa, a cominciare da’ naviganti e da’ mercanti? Non quelli che hanno molto frumento da smerciare e molto e buon vino? I produttori d’olio, i possessori d’armenti e quelli che mettono a profitto sia il denaro che le loro attitudini, e gli artefici e i sofisti e i filosofi, i poeti e quelli che si applicano a queste cose, quelli che hanno gusto negli spettacoli sacri e profani, degni di esser visti e sentiti, e quelli finalmente che hanno bisogno di vendere e comprare, qual luogo troverebbero più adatto di Atene? Se nessuno contraddice a ciò, nondimeno soggiungono quanti vogliono rivendicare l’egemonia allo Stato, che questa si ottiene più che con la guerra con la pace; ma ripensiamo dapprima alle guerre persiane, se fu con la violenza o con i beneficî che allora divenimmo i capi della forza navale e i cassieri della Grecia.

«Ancora, dopo che per volere troppo primeggiare, lo Stato perdette il comando, non ce lo conferirono ancora spontaneamente gli isolani, poichè ci astenemmo dall’operare contro giustizia?.... Quando si credesse che voi pensate a mantenere la pace per terra e per mare, credo che tutti pregherebbero per la salvezza e il benessere d’Atene dopo quello delle loro patrie. Se qualcuno credesse più vantaggiosa la guerra che non la pace allo Stato, per quanto riguarda la ricchezza, non so come meglio potrebbe essere giudicato ciò, che guardando al modo come andarono per la città gli avvenimenti passati. Troverà che anticamente durante la pace vennero alla città molte ricchezze e che in guerra tutte furono spese: vedrà, se osservi, che anche oggi molte delle entrate andarono perdute a cagione della guerra e le altre spese in bisogni d’ogni genere; e, dopo che sul mare è tornata la pace, le entrate si sono accresciute e i cittadini ne hanno potuto disporre a loro talento»[93].

Intanto, come venissero accolti da molti, anzi da’ più, questi propositi di pace, appare dalla stessa orazione d’Isocrate, ove si accenna, ripetutamente, al favore con cui erano ascoltati quelli che predicavano la guerra[94]. E la ragione ci vien data indirettamente da Senofonte, là dove fa dire dagli uomini di Stato ateniesi che «conoscono ciò che è giusto non meno di tutti gli altri uomini, ma dicevano che la povertà della plebe gli obbligava a non comportarsi secondo giustizia verso gli altri popoli»[95].

Perciò, quando Senofonte voleva risolvere questa contraddizione con lo sviluppare tutte le sorgenti di ricchezza all’interno, era acuto nello scorgere le cause del male e pratico nel porre la questione. Ma egli s’illudeva sul valore e sulle conseguenze de’ suoi rimedî.

Senofonte, quasi in via di proemio, al suo trattato sulle entrate degli Ateniesi, presentava un breve quadro della produttività dell’Attica e delle sue risorse per dedurne quanto bene fosse dotata e come fosse in grado di provvedere a sè stessa.

Quello che Senofonte diceva della varietà delle sue condizioni e de’ suoi prodotti era vero, ma era vero pure che l’Attica non produceva tanti cereali quanti occorrevano ad alimentare i suoi abitanti; e la notevole importazione[96], a cui dovea ricorrere, era fatta per dare, essa sola, un particolare carattere alla politica e allo svolgimento delle sue istituzioni. Senofonte faceva il massimo caso delle miniere d’argento ed anzi si illudeva su di esse, al punto da ritenerle inesauribili[97]. Ma, lasciando stare questa illusione presto smentita dalla realtà, egli faceva del mercantilismo: credeva che bastasse una grande quantità di metalli preziosi alla prosperità di un paese. Se non che vi erano tante cose da osservare. Noi sappiamo a un dipresso quanto rendevano allo Stato, ma non sappiamo quanto profitto netto dessero in realtà le miniere. In ogni modo si trattava di un profitto particolare degli assuntori delle imprese, a cui non partecipava direttamente la restante parte della popolazione; e l’acquisto di schiavi pubblici, proposto da Senofonte, solo in parte avrebbe accresciuta l’entrata dello Stato con la locazione degli schiavi.

Comunque, la quantità maggiore di metallo prezioso realizzata avea soltanto un valore di scambio, e poteva riescire utile ad Atene solo in quanto le riuscisse di convertirlo in valori di uso. Le stesse osservazioni quindi che Senofonte faceva sulla potenzialità economica dell’Attica, le sue stesse proposte sull’acquisto delle navi onerarie lo traevano successivamente alla conclusione che l’Attica fosse un paese fatto essenzialmente pel commercio[98]. Ora il commercio e il dominio del mare erano due cose così intimamente connesse, specialmente nell’antichità, che l’uno dipendeva dall’altro e non poteva svolgersi e svilupparsi senza di esso. Ma il dominio del mare era conseguenza e causa di guerre, e così si ricadeva nella necessità della guerra, quando più pareva che la si volesse e potesse evitare. E il contrasto lumeggiato da Senofonte fra i periodi di pace e i periodi di guerra era più sottile che vero, e poteva appagare piuttosto il lettore superficiale che non l’osservatore più acuto. Quei vantati periodi di pace non erano stati che conseguenza e preparazione di guerre, od erano stati una calma imposta e una soggezione accettata nell’intento di evitare un male maggiore. La prima e la seconda lega marittima, uscite da un periodo di guerra, facevano luogo all’egemonia ateniese anche per difesa contro la prepotenza spartana; e l’egemonia, per necessità di cose, naturalmente e insensibilmente, si trasformava o tendeva a trasformarsi nell’imperio marittimo di Atene.

Lo svolgimento delle energie interne del paese dovea ben servire a rendere meno frequenti le guerre; e l’orazione d’Isocrate e lo scritto di Senofonte non erano che la coscienza riflessa di un movimento reale che si produceva in questo senso. Ma questa esplicazione delle forze produttive non poteva essere così rapida e vigorosa da sopperire all’interno a tutti i bisogni, e, in ogni modo, quale che si fosse, sotto il sistema della proprietà privata, sotto forma di produzione individuale, non eliminava gli antagonismi e i contrasti di classe contro classe, all’interno, e di città contro città, all’esterno: piuttosto trasformava la proporzione e le forme degli antagonismi. Inoltre non in tutti gli Stati questa esplicazione delle forze produttive procedeva di pari passo, e così non si toglievano nè lo squilibrio, nè le cause di aggressione.

Un conflitto che dipendeva da così svariati elementi, come erano i molti Stati greci, non si eliminava col modificare le condizioni interne di qualcuno di esso soltanto. Anche la prosperità ottenuta per opera e virtù propria diveniva una occasione di guerra, stimolando le voglie altrui. Aristotele[99] osservava appunto che non bisogna essere tanto ricchi da eccitare la bramosia de’ vicini più forti, nè tanto poveri da non potere respingere le aggressioni. E la ricchezza e la povertà, da paese a paese, erano sempre qualche cosa di relativo, s’intende.

La favorita teoria aristotelica della soggezione naturale dell’inferiore al superiore faceva considerare la guerra come un mezzo naturale di acquisto, come una forma di caccia, della quale si poteva fare uso tanto verso le fiere, come verso gli uomini fatti dalla natura per obbedire ad altri. E questa era una guerra giusta secondo natura![100].

Le ragioni che, nella pratica si ritenevano atte a consigliare e sconsigliare la guerra, erano in fondo utilitarie[101].

In un ambiente come questo e con siffatta struttura economica, lo sviluppo delle energie interne non bastava ad evitare la guerra, e tanto meno bastava, quanto meno era possibile isolarsi.

Isocrate proponeva l’esempio di Megara[102], il che vuol dire che Atene avrebbe dovuto rinunziare al posto preeminente, da essa moralmente e politicamente occupato in Grecia, per ridursi alle proporzioni di Megara. E anche ciò le sarebbe giovato poco per evitare i pericoli e le conseguenze della guerra. Aristofane, per rappresentare le condizioni di Megara in mezzo alle distrette del tempo, la figurava in un mortaio, pestata spietatamente[103].

Era così: in forma sostanzialmente non diversa dalla nostra, ma in maniera anche più rudimentale, la vita antica era un viaggio fatto insieme, in poco lieta compagnia, da vasi di ferro con vasi di creta.

In fine del suo ragionamento anche Senofonte era costretto a proporsi il caso di un conflitto necessario e lo faceva in questi termini.

«Se qualcuno mi domandasse: Credi che bisogna conservare la pace, anche quando qualcuno faccia torto allo Stato? Non direi; ma dico piuttosto che più sollecitamente lo puniremmo, quando non avessimo fatto torto ad alcuno, giacchè l’avversario non troverebbe alleati»[104].

Questa domanda, evidentemente, scrollava dalla base tutto il ragionamento di Senofonte; e la risposta non era tale da eliminarla.

Il conflitto sorgeva, e da uno se ne svolgeva un altro, per necessità di cose; dalla difesa si passava all’attacco e dalla protezione del proprio territorio all’occupazione dell’altrui.

Le milizie mercenarie, contro cui tanto si ribellava Isocrate[105], erano state la conseguenza necessaria non solo di un maggiore progresso dell’arte militare, ma di un certo svolgimento di forze produttive, di un certo sviluppo industriale, che rendeva molesto a molti l’esercizio prima normale della milizia, e, per una maggiore specificazione delle funzioni sociali, faceva commettere la guerra ad una classe speciale tratta dal proletariato crescente e disoccupato.

La milizia mercenaria avea così in gran parte la sua origine in cause analoghe a quelle, che produssero nel Medio Evo le compagnie di ventura, e provava praticamente che lo svolgimento delle forze produttive, se è presupposto e base alla eliminazione della guerra e all’assicurazione della pace permanente, non è, per sè solo, sufficiente a produrre l’uno e l’altro di questi due effetti.

L’ideale della pace era sorto e si era venuto affermando naturalmente, a misura che da un lato la guerra, con le sue disillusioni e con i suoi lutti, si mostrava disadatta a realizzare uno stato di benessere durevole, e dall’altro si venivano sempre più maturando condizioni tali, che lasciavano sperare la possibilità di sopperire con lo sviluppo normale della produzione a’ bisogni della vita.

Ma, tutto ciò costituiva semplicemente la possibilità della pace in un ambiente in cui varî elementi avessero omogeneità d’interesse e potessero, concorrentemente, giovarsi de’ benefici della pace e provvedere in maniera normale alla soddisfazione de’ propri bisogni con l’appropriazione diretta e resa più agevole de’ mezzi opportuni.

Invece, in quell’ambiente regnava sovrana la più completa eterogeneità d’interessi, un’opposizione d’interessi quale può sorgere dove sussistono vive le antitesi di cittadino e di straniero nelle relazioni esterne, di proprietario e proletario in quelle interne.

Allora quella pace che poteva rappresentare l’interesse e la mèta di uno Stato prospero e industrioso, rappresentava invece un ostacolo per uno Stato, che con la prevalenza politica, e la estensione del dominio sperava ovviare alla sua inferiorità economica; quella pace che rappresentava l’interesse e la sicurezza del proprietario e dell’agricoltore costituiva una minaccia di disagio pel commerciante, per il proletario, per il mercenario.

In tal caso, le parole che inculcavano la pace erano destinate a perdersi inascoltate di fronte all’azione continua e prepotente delle cose.

Che se, talvolta, questa illusione della pace riusciva ad imporsi come norma di politica presente, tristi effetti ne potevano nascere in un tempo, in cui si apparecchiava la pace solo facendo o minacciando la guerra. La politica bellicosa di Demostene era la conseguenza ed il rimedio, tardo forse e impotente, della politica pacifica di Eubulo.

Degli Stati dell’antichità e della loro inclinazione alla guerra, poteva dirsi davvero: aut sint ut sunt aut non sint!

Il movimento verso la pace era dunque semplicemente il riflesso nella coscienza di uno squilibrio che diveniva sempre più vivo e più sentito, di un contrasto tra la possibilità per tutti di ottenere pacificamente i mezzi di esistenza e la serie di conflitti con cui gli uni tendevano a procurarseli divenendo i parassiti degli altri.

Questa aspirazione verso la pace, che, come un grande e luminoso arcobaleno, ondeggiava innanzi agli occhi, al disopra della vita, costituiva il nesso ideale tra una triste realtà, destinata a tramontare, ed una migliore realtà destinata a svolgersi da quella stessa.

Come aspirazione, come tendenza ideale, quindi, si affermava e progrediva, assai più che nella vita pratica, nel mondo della coscienza e delle idee, dove appariva come avvolta in un leggiero velo di malinconia.

Da Eschilo ad Euripide, da Erodoto a Tucidide la guerra veniva perdendo delle sue attrattive e la pace guadagnava favore.

A Tirteo si contrapponeva Bacchilide, e il suo poema era un inno alla pace.

«La grande pace dà a’ mortali la ricchezza e i fiori de’ canti soavi e fa che ardano agli dèi sugli altari fatti belli dall’arte, con aurea fiamma, le membra de’ bovi e delle pecore vellose; fa popolare di giovani i ginnasî e le aule. Negli scudi ferrati si stendono le tele de’ neri ragni; l’umidità rode le acute lancie e le spade taglienti; nè si ode più lo strepito delle trombe di bronzo, nè dalle mie palpebre è rapito il dolce sonno che molce il mio cuore. Le piazze son piene di amabili simposi, ed inni infantili si destano»[106].

Ma, altrove, Bacchilide stesso soggiungeva come oppresso dal peso di un destino crudele: «Non è dato agli uomini di eleggersi il benessere o l’instancabile guerra o la sedizione che tutto rovina; ma la sorte, ministra d’ogni cosa, spinge il nembo qua e là, su l’uno o l’altro paese»[107].

Così cantava Bacchilide.

Noi alla storia chiediamo appunto il segreto di quella «sorte ministra d’ogni cosa», la legge e la causa della pace e della guerra, nel passato e nell’avvenire; e qualche risposta pur ce la dà, la storia.

La pace e la guerra e la tendenza opposta all’una ed all’altra possono essere prese come due termini dell’evoluzione sociale. La tendenza alla guerra e la guerra permanente corrispondono alle forme economiche più primitive e allo stato più rudimentale di parassitismo. Con un modo di produzione più progredito si sviluppa sempre più fortemente la tendenza alla pace; ma resta aspirazione, spesso contrastata dalla realtà, finchè vuole soltanto sostituire la concorrenza all’appropriazione violenta; e mostra così, con la stessa sua inefficacia, di potersi tradurre in atto solo con l’avvenimento di una struttura economica, che, eliminando con la forma individuale della produzione ogni parassitismo di popolo verso popolo, d’individuo verso individuo, e limitando l’appropriazione della ricchezza per parte di ciascuno al solo prodotto del suo lavoro, tolga alla guerra ogni base ed ogni motivo utilitario.