V. Pace e guerra nell’antica Roma.

Le istituzioni di Roma sembrano plasmate dalla guerra e per la guerra; e la lingua stessa serba tracce evidenti e profonde di una vita tutta penetrata dall’esercizio della guerra.

Virtù è nel suo significato etimologico il valore personale, la forza virile preponderante che si spiega e trionfa in campo. Hostis è, al tempo stesso, il nemico e lo straniero, a cui giuridicamente non si riconosce diritto di sorta e a cui a rigore non compete alcuna tutela legale dello stesso suo stato di fatto[108]; e tutta la politica e la graduale organizzazione del dominio romano non sono che l’applicazione in parte strettamente logica, in parte temperata di questo principio. Se, nel seno della federazione latina la pace, stipulata in perpetuo, vale come la regola e la guerra come l’eccezione, fuori di quell’aggruppamento vale precisamente il contrario; e la pace, conservata come stato di fatto o assicurata temporaneamente da limitate stipulazioni, non è che un armistizio. La cittadinanza coincide, nelle sue più antiche manifestazioni, con l’esercito, e la sua attività politica sembra la funzione di quest’esercito mentre è in patria. Il potere nella sua forma più alta e completa si chiama, con un nome militare, imperium. Una delle funzioni della guerra, il servizio militare a cavallo, dà il nome e l’origine a tutta una classe della cittadinanza, l’ordine de’ cavalieri. Il possesso mobiliare mette capo alla preda, e quello immobiliare, per mezzo dello Stato, alla conquista. Roma estende il suo potere ad Oriente, ad Occidente, oltre le Alpi, oltre il mare; e, dovunque il vessillifero pianta le sue insegne, ivi tutto diventa proprietà di Roma. Che se la grande, ma pur limitata forza di espansione della sua popolazione, e considerazioni di ordine politico e amministrativo e interessi di dominanti le vietano di fare una colonia di ogni angolo di terra ottenuto per dedizione o conquistato, resta nondimeno ben fisso, in principio ed in legge, che solo il suolo italiano è suscettibile di dominio, mentre quello provinciale — propriamente tale — è semplicemente passibile di possesso e, anche lasciato agli antichi proprietari, rimane in mano loro a titolo precario con obbligo di un tributo, diverso secondo i casi, verso Roma proprietaria e sovrana. Perciò i paesi venuti in soggezione e chiamati amministrativamente provinciae, con nome che ne vuole dire l’origine, sono anche con espressiva metafora chiamati i fondi (praedia) del popolo romano[109]. «E, come la provincia stessa è stata concepita quale un’occupazione militare perpetuata, così la contribuzione, che si esige da’ provinciali, si concepisce come una contribuzione di guerra perpetuata, cosa a cui mena anche la denominazione stipendium; poichè il pagamento del soldo all’esercito vittorioso costituisce il punto di partenza per le contribuzioni di guerra... E, giacchè il suolo provinciale fu considerato come proprietà dello Stato romano, i pesi che vi gravano sono riguardati come rendita della terra (vectigal) dovuta al proprietario, e questa concezione ha appresso dominato»[110]. La finanza romana, specialmente dal cadere che fa in desuetudine il tributo di guerra, prelevato del resto straordinariamente e come imprestito forzoso sulla proprietà de’ cittadini, sino all’introduzione per opera dell’Impero di nuove imposte generali, è costituita tutta dal provento sia temporaneo che duraturo della guerra, impiegato in tutti gli usi della vita religiosa e civile, adoperato a dare uno sfogo alla popolazione esuberante, volto a sostenere nuove guerre, diretto a riparare e placare la sorgente e risorgente questione sociale. In modo che tutta la storia — quella rifoggiata dalla tradizione e quella rispecchiata da’ documenti — sembra comporsi e spiegarsi, come verso un nucleo ed un centro, intorno a questa preda strappata e difesa all’esterno, disputata all’interno; mentre la stessa coscienza riflessa del popolo consacra e magnifica, idealizzandolo, questo stato di cose e il poeta nazionale inculca il vaticinio d’imperare su’ popoli. Cicerone, egli stesso, sia pure per comodità di difesa, subordina con ogni altra l’emula virtù dell’eloquenza alla virtù militare, scudo e fondamento dello Stato[111], e più tardi ancora il giureconsulto, notomizzando il diritto esistente e intessendolo come una rete d’oro e di ferro intorno al congegno economico della società sua, dice come «diventano nostre per ragione naturale le cose che si prendono al nemico» e «quelle cose che prendiamo al nemico diventano immediatamente nostre per diritto delle genti, sino al punto che anche gli uomini liberi sono ridotti in nostra schiavitù»[112].

Pure, s’ingannerebbe, io credo, chi volesse riferire tutto questo a uno spirito naturalmente bellicoso de’ Romani, che, quasi per intimo e irrefrenabile impulso, corresse combattendo e conquistando tutta la terra.

A chi partisse da un tal preconcetto, andrebbe non senza opportunità rammentato quello che un finissimo scrittore francese faceva testè, con una vena di sottile ed elegante umorismo, osservare a un suo personaggio[113]: «... quanto a’ Romani, essi non erano essenzialmente militari dal momento che fecero conquiste profittevoli e durature, all’opposto de’ veri militari che prendono tutto e non conservano nulla, come, per esempio, i Francesi.

«Questo anche si deve notare che, nella Roma de’ re, gli stranieri non erano ammessi a servire come soldati. Ma i cittadini, al tempo del buon re Servio Tullo, poco gelosi di conservare soli l’onore delle fatiche e de’ pericoli, v’invitarono gli stranieri domiciliati nella città. Vi sono degli eroi; non vi sono popoli d’eroi, non vi sono eserciti d’eroi. I soldati non hanno mai marciato che sotto pena di morte. Il servizio militare fu odioso anche a questi pastori del Lazio che acquistarono a Roma l’impero del mondo e la gloria d’essere dea. Portare l’equipaggiamento fu per loro così duro che il nome di questo equipaggiamento, aerumna, espresse in seguito presso di loro l’oppressione, la stanchezza del corpo e dello spirito, la miseria, la sventura, i disastri. Ben condotti essi formarono, non già degli eroi, ma de’ buoni soldati e de’ buoni terrazzieri; a poco a poco conquistarono il mondo e lo covrirono di sentieri e di strade. I Romani non cercarono mai la gloria: essi non avevano immaginazione. Non fecero che guerre d’interesse, assolutamente necessarie. Il loro trionfo fu quello della pazienza e del buon senso».

La storia tradizionale, se anche altera il nesso e il sèguito vero de’ fatti, duplicando e moltiplicando, per esempio, le guerre, o spostando in tempi più antichi conflitti più recenti come quelli della lega latina, pure può accampare una pretesa di verità, in quanto attraverso i fatti singoli, sformati dalla tradizione orale e dall’elaborazione successiva, riproduce questo aspetto più remoto di popoli vicini e di territorio limitrofo o quasi, che stanno continuamente sotto la minaccia o il danno di reciproche incursioni e sopraffazioni. La menzione di uno stato di cose che non è pace e non è guerra, ricorre frequentemente in Livio, e, insieme alla stanchezza della guerra e alla repugnanza al conflitto, appare la necessità di prevenire con l’aggressione l’attacco e di scongiurare con atto anche audace la tempesta alla prima apparizione o al primo presentimento della lievissima nube che l’annunzia.

«A che tardate ancora? — fa dire lo storico latino da T. Quinzio Capitolino a’ plebei che non si vogliono arrolare[114]: — A che stato sono le vostre cose private? Già già stanno per essere annunziati a ciascuno dalle campagne i danni proprî. Quando, perdio, militavate sotto il comando di noi consoli, non sotto quello de’ tribuni, in campo non sul foro, e avevano paura del vostro clamore i nemici, avendovi a fronte schierati, non già i patrizi romani, allora tornavate a casa, a’ vostri penati, trionfanti, carichi di preda, ricchi di territorio preso al nemico, pieni di fortuna e di gloria, sì pubblica che privata: ora lasciate andar via il nemico carico delle vostre sostanze. Ve ne rimanete piantati nelle assemblee e vivete nel foro, mentre v’insegue quella necessità di combattere che fuggite. Era gravoso muovere contro agli Equi ed a’ Volsci: ora ecco che la guerra è innanzi alle porte. Se non la si rimuove di là, ben presto sarà tra le mura e salirà la rocca e il Campidoglio e vi premerà nelle stesse vostre case».

E, altra volta, Appio Claudio a proposito della guerra contro Veio[115]: «[Il nemico] non pose a coltura il suo territorio, e quella parte che coltivò è stata devastata dalla guerra. Se ritiriamo l’esercito, chi può mai dubitare che essi, avendo perdute le cose loro, non invaderanno il vostro territorio, non solo per la brama di vendetta ma anche per la necessità in cui si trovano di dover predare l’altrui? Non differiamo dunque con questo partito la guerra, la ricettiamo bensì entro i nostri confini....».

Sotto questo incubo il progresso di un popolo, il suo crescere, una impresa vittoriosa, per la gelosia e i timori che suscitava nel più prossimo vicino, divenivano anch’essi occasione di guerra. «La guerra di Veio — dice Livio[116] — crebbe pel repentino sopravvenire de’ Capenati e de’ Falisci. Questi due popoli di Etruria, essendo di regioni vicine, credendosi prossimi alla guerra con Roma quando Veio fosse vinta in guerra — i Falisci nemici anche per ragione propria per essersi già precedentemente immischiati nelle guerre di Fidene — strettisi insieme con giuramento mediante legati scambiati reciprocamente, inopinatamente con gli eserciti si accostarono a Veio».

Così la vittoria e la sconfitta, l’una con le brame che acuiva e le paure che suscitava, l’altra con l’aspirazione della rivincita e l’iroso desiderio della rappresaglia — tutto diveniva fomite e materia di guerra.

Anche qui la risoluzione del conflitto stava nella sua eliminazione, mediante la fondazione di un dominio unico e sovrano, ottenuto con tutti i mezzi che la forza delle armi e l’accorgimento della politica potevano suggerire e fornire.

Prima di tutto nella penisola.

Roma, benchè sòrta da umili inizî, anche per i suoi stessi umili mezzi, venne a trovarsi in condizioni straordinariamente favorevoli, rese tali anche vie maggiormente dalla sua posizione centrale.

Se Roma si fosse trovata di contro, in Italia, uno Stato assolutamente refrattario ad essere nè soggiogato, nè assimilato, la grandiosa opera politica di Roma sarebbe stata soffocata in germe, e l’Italia ci avrebbe presentato politicamente e militarmente lo stesso spettacolo della Grecia sempre scissa e sempre pugnante tra Sparta ed Atene. Ma in Italia mancava uno Stato, che, come Atene, messo alla testa di tutto un imperio marittimo, sfuggisse alla presa di un’opposta potenza territoriale e potesse irridere alla stessa devastazione de’ suoi campi fatti in vista delle sue mura; nè la politica e i metodi di lotta di Roma si restringevano in quelli angusti e sterili di Sparta.

Mentre Roma, modesta sovranità locale, combatteva ancora la sua lotta per l’esistenza, sulle coste d’Italia fiorivano colonie greche ricche e potenti, pel Mediterraneo andava dilagando l’egemonia cartaginese, al Nord fiorivano il potere, i commerci e la civiltà degli Etruschi, e dall’Italia centrale le stirpi sabelliche stendevano verso il mezzogiorno le loro propaggini, presto alla loro volta diramate ancora e moltiplicate.

Ma il contatto di tutti questi elementi, disgiunti da diversità di origine, di sistemi di vita, di sviluppo civile, era necessariamente un urto alla lunga estenuante e logorante, da cui i vincitori stessi uscivano affranti e consunti o senza sapere trarre un frutto adeguato e durevole dalla vittoria. Il dominio etrusco, già fiaccato su’ mari dal tiranno di Siracusa, sopraffatto contemporaneamente, secondo un sincronismo che il Mommsen chiama elegiaco, al confine meridionale da’ Romani e al settentrionale da’ Celti, era scalzato anche nell’Italia meridionale da’ Sanniti, che con le varie loro ramificazioni fiottavano, minando o fronteggiando, contro le colonie greche; e si venivano così disegnando nello sfondo come l’ultimo propugnacolo della resistenza italica e insieme il trionfo de’ Romani.

Mentre questi nuclei già annosi e potenti ruinavano, sgretolandosi spesso nella loro caduta, Roma era giunta all’egemonia del Lazio, che andò poi facendo luogo, attraverso resistenze e ribellioni, ad una vera sovranità di sostanza, se non sempre di forma, e protetta e rafforzata da quella limitata compagine di cui era il centro naturale. Alleata con gli Ernici, aveva ridotto in soggezione il paese de’ Sabini, de’ Volsci, aveva messo stabilmente piede sul territorio etrusco con la presa di Veio; e poteva già, come il falco che si libra per guatarsi attorno, volgere l’occhio pieno di cupidigie e di fascini alla circostante regione italiana.

Potevano i Celti irrompere anche vittoriosamente in Roma, ma, privi com’erano di salda organizzazione politica, di una vera coesione nazionale, la loro impresa di guerra, con tutte le disastrose sue conseguenze, rimaneva una tempesta che devasta, schianta ed abbatte, ma che, quando sia passata, feconda con le stesse piene riversate su’ campi. Potevano gli Etruschi con ricorrente inquietudine rialzare ancora il capo, ma come morti galvanizzati, dalle loro tombe che sole dovevano conservare la traccia misteriosa della loro storia. Le colonie greche, strette del resto da rapporti d’interesse e di amicizia, fatte mercato di provviste e di esportazione, potevano sussistere ancora, dove il ferro e il fuoco sabellico non erano giunti o non ne avevano trionfato, potevano costituire specie nell’estremo punto d’Italia una minaccia solo come punti di consistenza di un aiuto straniero. Contro la possibile riscossa de’ paesi sottomessi, Roma era andata stendendo le sue colonie e insinuando il suo spirito assimilatore.

Restava, grande antagonista, il Sannio, fiorente di gioventù bellicosa, ampio di territorio, addestrato alle armi, appoggiato all’Appennino come ad una rocca. Ma, come le fasi e l’esito del successivo conflitto hanno rivelato, per le stesse condizioni interne e la natura delle due compagini, la bilancia doveva finire per pendere dalla parte di Roma.

Roma favorita anche dalla sua posizione topografica, appoggiata alle rive di un gran fiume, baluardo e sentiero di traffico, in prossimità del mare, su lievi eminenze messe a cavaliere di un’ampia pianura, che da un lato si stendeva a perdita di vista, mentre dall’altro con dolce declivio andava a finire in una accidentata serie di colline e di montagne, sembrava fatta per essere il naturale centro di gravità della zona circostante, di cui non raccoglieva soltanto le forze, ma riassumeva anche la vita, divenendo perciò ben presto, come accadde, non solo la città egemonica e la signora, l’anima anche di una compagine, che in periodo di lotta esteriore ha tanto più forza, quanto più ha fusione ed unità. Questa stessa favorevole posizione topografica nel centro d’Italia le aveva permesso di polire e elevare l’agreste stato dell’agricoltore e del pastore col contatto commerciale e civile delle più varie civiltà e de’ gruppi etnici più diversi, senza che le subite e mutevoli fortune di una vita esclusivamente commerciale ne falsassero l’indole o ne sviassero lo sviluppo. Così un senso di bisogno o un desiderio del meglio che faceva guardare oltre il confine, un modesto appannaggio che consigliava di andar cauto, una disparità non grande di fortune, che manteneva, col desiderio e la possibilità dell’indipendenza all’interno, il reciproco controllo delle varie classi sociali obbligate ad assistersi e procedere concordi nella lotta esterna — tutti questi elementi costituivano il sostrato di una politica nè avventurosa, nè imbelle, nè miope, nè follemente ambiziosa, per cui la potenza di Roma — col progresso costante della luce solare, che dissipa le nubi, che si diffonde, che illumina, che riscalda quando più sale — potè allungarsi su tutto il mondo antico colle armi vittoriose che sgombravano la via, con i suoi negozianti che, alla avanguardia o alla retroguardia, ne accompagnavano il passo, con i suoi agricoltori che, venendo per ultimo, trapiantavano e radicavano le insegne, il nome, la lingua, le istituzioni della patria sempre viva e sempre presente in loro stessi. E, come conseguenza e complemento di tutto questo, una mai fiaccata virtù assimilatrice, che dovunque sapeva con occhio esperto trovare il punto di fusione, che su tutto metteva la propria impronta, che a tutto comunicava il suo spirito assumendone le forme e a tutto comunicava le sue forme assumendone lo spirito, innestandosi su qualunque ceppo diverso col miracolo del centauro che innesta sul dorso equino un busto umano, e proseguendo così invitta la sua corsa per avvincere a sè e in sè, in mirabile fusione, tutti i popoli, tutte le terre, tutte le civiltà della storia. E questo miracolo umano della storia si compiva sotto il pungolo dell’interesse, che, occhiuto si scagliava sulla preda, e prudente, a tempo opportuno, frenava gli eccessi dell’avidità, adoperando di volta in volta la generosità che lasciava liberi e ricchi, o la severità inesorabile che adeguava al suolo le città, colonizzando, invadendo, aggravando, civilizzando, pacificando, in modo da fare della stessa lotta per l’esistenza una missione epica ed etica, che dava alla storia il carattere grandioso e fantastico del poema e toglieva al poema il suo carattere costringendolo ne’ termini della storia.

Quanto al Sannio — anche senza volere oracoleggiare ex eventu, esagerando il giusto criterio di considerare come una necessità delle cose gli eventi della storia — quanto al Sannio, si può ben dire che per la sua ubicazione, per la sua fisonomia topografica e politica, pel suo grado di civiltà esso doveva rappresentare nella storia piuttosto l’episodio del valore sfortunato, il quale soccombe lottando per la propria indipendenza, anzichè la parte del popolo che dà l’indirizzo e il carattere a tutto un periodo della storia mondiale.

Disseminato per i contrafforti e le valli dell’Appennino, donde dilagava a’ piani e alle coste sottostanti non per assimilarsene la civiltà più progredita ma per sopraffarla con l’impeto di una raffica devastatrice, l’elemento sannita perdeva subito non solo il legame ma il contatto con le sue stesse ramificazioni più lontane; e anche le stirpi più vicine, nella mancanza di un centro di attrazione fatto tale dalla natura de’ luoghi e della vita, permanevano in una forma federativa, determinata più che altro dalle esigenze della difesa esterna, senza tuttavia fondersi in un più coerente organismo. Questo popolo che non aveva potuto trovare nemmeno in sè stesso un centro preponderante di attrazione, unificatore e moltiplicatore di tutti i suoi sforzi; a cui, se la mancanza di duttilità, di virtù assimilatrice e di adattibilità davano maggior potere di resistenza e maggior riluttanza al soggiogamento, toglievano altresì la possibilità di un’espansione durevole e pacifica; questo popolo aveva nella stessa sua posizione eccentrica, rispetto al resto della penisola, un’altra difficoltà a divenire il centro e la capitale d’Italia, il nucleo mediano di tanti popoli circostanti spinti a fondersi insieme, a costituirsi in uno Stato, a comporsi in una nazione. I montanari disadatti ad un’opera continua e restauratrice di assorbimento e di rinnovazione erano così destinati a vedere invaniti i loro sforzi ostinati e a soccombere — come soccombettero — contro il fiottare sempre più insistente e più gagliardo del popolo che aveva in sè tutta la virtù germinativa dell’albero ben piantato in suolo propizio e che, grazie alla forza delle sue radici, per ogni ramo reciso dalla scure o spezzato dalla bufera, spande meglio, con vendetta allegra, nell’aria una più lussureggiante dovizia di germogli e di rami.

E dopo il Sannio venne la volta di Taranto, la colonia greca più fiorente, piantata sul porto più bello, che aveva accarezzato benchè senza fortuna il sogno di un largo dominio territoriale alle sue spalle, ma che stava sempre là come una sentinella avanzata e un punto di approdo della razza greca, come un pomo della discordia tra l’elemento ellenico e quello che per gli Elleni prendeva anch’esso nome di barbarico.

Sino a questo punto Roma si era trovata nella condizione favorevole di non avere a lottare contro l’intervento di una potenza straniera bene organizzata; chè tali non erano i Galli; e dall’ingerenza de’ Siracusani e de’ Cartaginesi, limitati a difendere l’egemonia del mare, i Romani non avevano tratto che vantaggio nella lotta contro gli Etruschi.

Il provocato intervento di Pirro fu la prima avvisaglia della nuova potenza occidentale con la potenza orientale che, avendo ora raggiunto il suo apice, si avviava per la curva discendente della parabola; ma fu soltanto un’avvisaglia. Pirro, più capitano che principe, più cavaliere di ventura che conquistatore, neppure affatto sicuro del suo nido epirota, potè essere efficacemente e vittoriosamente combattuto, su terreno non suo, in battaglie che lo sfibravano anche quando avevano forma di vittorie, tra le crescenti diffidenze de’ suoi stessi alleati d’Italia, che proprio mentre cominciavano ad accorgersi d’avere importato un padrone mentre chiamavano un mercenario — si sentivano per la prima volta davvero attratti verso Roma e s’accorgevano d’essere congiunti ad essa da legami etnici, geografici, politici.

Con la vittoria avuta su Taranto, Roma era omai giunta al confine meridionale d’Italia; e, in cospetto del mare che cingeva e limitava la penisola, in vista del biforcato Appennino che apriva le braccia come un anfiteatro e un altro baluardo, potè sembrare a molti che si fosse chiusa la storia di Roma. Con l’anno che segna la presa di Taranto (482 a. u. c. — 272 a. C.), Roma si trovava già di avere sparso per l’Italia come sentinelle della sua egemonia, come pionieri del suo nome e della sua civiltà ben trentatre colonie latine e romane[117], e pochi anni appresso (266 a. C.) repressa la sollevazione di Reggio e del Piceno, vinti i Salentini, era omai esteso ed assodato l’impero di Roma su tutta quella parte della penisola che, — sin quando il nome non ne fu spinto più oltre a’ confini naturali — s’intese sotto il nome d’Italia. Ma a più d’uno quello stesso mare, sul cui sfondo a breve distanza si disegnavano le coste della Sicilia e della penisola balcanica, posti avanzati dell’Africa e dell’Oriente, doveva apparire come un nuovo e maggiore campo di lotta, un mobile ponte verso un ignoto e più fortunoso avvenire.

In realtà non si era chiusa la storia, ma un periodo soltanto della storia di Roma: un altro se ne apriva più vario e più grande.

Questo fantastico miraggio della pace, che ogni allargamento di confini pareva dover realizzare, in realtà non faceva che spostarsi con lo stesso spostarsi de’ confini, e, vera fata morgana della vita, traeva a sè sempre più oltre, dissimulando agli occhi allettati ed illusi i baratri che si schiudevano innanzi a’ piedi.

Oltre quel mare pieno di lusinghe e di promesse, gravido di tutti i pericoli e le attrazioni dell’ignoto, sulle sponde estreme, che, cingendolo, ne segnavano i confini, erano le membra divise di quello che era stato l’ultimo e più grande impero della storia, ma che pur così divise — gloriose di antiche tradizioni e del prestigio più recente, ricche di risorse e ridivenute, nello spezzarsi del più grande impero, esse stesse centri di commercî, di civiltà e di cultura — rappresentano una potenza e una minaccia. Erano la Macedonia, la Siria, l’Egitto.

Rimpetto, appena oltre la Sicilia, quasi in vista, era Cartagine, disputante vittoriosamente all’elemento ellenico il dominio del Mediterraneo occidentale.

Ma la Grecia, ma la Sicilia specialmente, due antemurali verso l’Oriente e verso l’Africa, erano anche due ponti, che, disputati, si convertivano naturalmente, com’era accaduto prima, come accadde poi, in due grandi e quasi perpetui campi di battaglia.

Così, non un preordinato piano di conquista e uno schema d’impero da tradursi in atto — quale sembra apparire dalla storia — ma una necessità storica, determinata di volta in volta da difese che si convertivano in aggressioni, da interventi precauzionali o lusingatori che divenivano occupazioni, portava i Romani ad estendere il loro dominio con la sembianza del primo piccolo cerchio di un’acqua percossa, che si dilata in tanti cerchi maggiori, propagandosi, finchè il moto dura, sino all’estremo. E da’ fatti stessi il senso di questa necessità storica si traduceva nelle menti e diveniva prima in alcuni, poi ne’ molti, — come la fortuna secondava e i contrasti scemavano ne’ più o in tutti — politica di espansione, politica imperialista come oggi si direbbe, per cui l’urbs si mutava nell’orbis, e l’umile rifugio di pastori del Palatino diveniva il centro della terra abitata, l’ombelico del mondo, l’erede e il crogiuolo di tutti gl’imperi e di tutte le civiltà preesistenti.

Prima a scoppiare fu la lotta con Cartagine, che, ingaggiata da prima per la protezione e poi pel possesso della Sicilia, non tardò a rivelarsi, nella sua durata secolare (490-608 a. u. c. — 264-146 a. C.) una vera lotta mortale, e finì, nella sua terza fase, secondo l’indole del mondo antico, col completo annientamento della rivale soccombente, con la sparizione di Cartagine.

Era questo — più che non ogni altro, avvenuto in passato tra potenze navali e terrestri — il duello della balena con l’elefante.

L’elemento fenicio, duttile, pieghevole, forte di tutti i vantaggi e gli espedienti dell’adattamento divergente in Oriente, si era trovato dalla necessità delle cose educato alla resistenza ed alla lotta in questo suo rifugio d’Occidente, onde non aveva altro scampo; e dove, alla fine, sopraffare od essere sopraffatto, era divenuto un dilemma senza uscita, e non era possibile scorrere i mari senza dominarli, nè commerciare senza combattere e conquistare. Ma a combattere e conquistare si adattò sopratutto per mezzo di mercenarî, in modo che, come assai felicemente è stato osservato, anche la guerra per esso divenne una specie di traffico. E l’arte di governo, il dominio, la politica erano anch’essi in fondo riguardati come un affare trattato col colpo d’occhio, ma anche con la corta veduta dal mercante e rovinato con l’avidità che vuol trarne troppo frutto in una volta. Ridotta a una oligarchia chiusa, Cartagine, finiva così per vivere isolata, non solo rispetto a’ sudditi e a’ possessi più lontani, ma in mezzo allo stesso suo dominio africano, col legame lento e temporaneo del traffico, che mette spesso i due contraenti di fronte come due schermidori se non come due nemici, imperando e procedendo attraverso e mediante tutto un sistema di diffidenze, senza virtù assimilatrice, senza quella veramente romana arte d’imperio che trasforma, che fonde, che congiunge per mille vie con un vero processo di concrescenza il dominato al dominatore.

Al cozzo con questa sua prima davvero grandiosa rivale, Roma procedeva con tutta la forza, l’energia, la virtù perseverante e penetrativa del suo popolo di agricoltori da’ progressi lenti ma stabili, che dissoda il campo e fabbrica la casa dove il mercante ha piantata la tenda, col sostegno di quelle stirpi italiche, che, anche attraverso qualche risorgente proposito di defezioni e i dissidî di una condizione disuguale, si sentivano nondimeno strette da comunanza di aspirazione e d’interesse, costituendo per Roma una base e uno schermo nel suo progresso verso l’Impero universale. Così potè accadere che la battaglia di Canne fosse soltanto una ferita larga e sanguinosa cicatrizzata con relativa sollecitudine, mentre la battaglia, forse meno disastrosa, di Zama, fu colpo mortale che pose fine alla guerra di rivincita, minacciando l’esistenza stessa di Cartagine; così accadde che, mentre Annibale in vista di Roma non aveva potuto osare l’assedio e l’assalto, Roma potè, nell’ultima fase della guerra, stringere da vicino Cartagine e spianarla.

La lotta con Cartagine, oltre a tutti gli effetti diretti inerenti al grande conflitto, aveva avuto la conseguenza di attrarre Roma in tutti gli avvolgimenti e i contrasti della politica estraitalica; e la seconda guerra punica, primieramente divampata in Ispagna, non era ancora finita, e già altre nubi, suscitate da nuove gelosie, da nuovi temuti o incipienti conflitti d’interesse, addensate dall’instancabile odio di Annibale, si stendevano dall’Oriente per approdare, gravide di procella, alla guerra tre volte rinnovata con la Macedonia, a quella con la Siria. La lusinga, prima accarezzata in certi circoli della classe dominante romana, di risolvere que’ confitti in un’egemonia di Roma su di un sistema di Stati ridotti a considerarla come arbitra, urtò primieramente contro l’instabilità di una simile posizione e il conseguente risorgere de’ conflitti, invano risoluti, e delle guerre inutilmente vinte; mentre la forza delle cose, che si rivelava nell’incompatibilità di un’ulteriore coesistenza, ne’ bisogni crescenti di Roma, nella dilagante attività economica e avidità delle sue classi dominanti, portava irresistibilmente a fare di quegli Stati prima de’ tributarî e poi de’ sudditi, avendo l’epilogo nella distruzione di Cartagine e in quello di Corinto.

Così dalla parte d’Oriente, Roma non aveva a guardarsi che per proteggere o per dilatare i suoi confini, come fece nelle guerre più tarde della Repubblica, nella mitridatica, nella conquista di Egitto, episodio dell’ultima guerra civile, nella guerra dell’Impero contro ribellioni più o meno ostinate di popoli soggiogati e contro i Parti, gli Armeni fiottanti a’ confini.

Assicurata da quella parte, Roma allungava la mano sulla Numidia, riprendeva l’ascensione verso il Nord interrotta dalla seconda guerra punica, legando all’Impero l’impresa, omai dall’evento rifranta e riflettuta come missione, di fare de’ confini del mondo conosciuto e del mondo romano una sola ed unica cosa e riuscendo così, attraverso la guerra tante volte secolare, al solo temporaneo periodo di pace, che il mondo antico pareva promettere e consentire, l’unione di tutti i popoli in un dominio, sotto un solo imperio; una pace figlia della forza, legata a una catena, comunque dissimulata dal tempo e dall’adattamento, troppo artificiale per essere durevole, troppo costosa e inquinata di parassitismo per riuscire appieno feconda, troppo piena di antagonismi mal costretti per cementare i varî elementi in un organismo e impedire che dal loro seno stesso risorgessero altri conflitti più volte secolari.

A tutto, intanto, questo ampliamento progrediente del dominio romano, che dall’esterno e nel suo complesso appare nell’aspetto di una forza che si esplica con moto continuo e in un solo senso, corrisponde all’interno dello Stato un contrasto di forze e d’indirizzi di cui quel movimento non è che la risultante.

Già la storia tradizionale è tutta penetrata dal dissidio interno, in cui si ripercuote, nelle sue premesse e nelle sue conseguenze, ogni azione di guerra; e, se la tradizione non può essere accolta in questo come espressione del certo, può aversi in conto come riflessione del vero, secondo il concetto del Vico, e vale nelle sue linee generali sia come proiezione in tempi più antichi di lotte venute posteriormente a farne più visibili le proporzioni maggiori, sia come interpretazione data dalla coscienza nazionale di più remoti ma non alieni rapporti di vita.

Nella versione così di Dionigi, come di Livio, la tradizione lascia spesso trasparire il desiderio di pace che fa argine al partito della guerra, e il più delle volte la guerra s’inizia tra la reluttanza e la resistenza aperta della plebe, o come diversivo di una sedizione interna, o come una concessione della plebe in cambio di promessi alleviamenti economici e di ottenute riforme costituzionali.

«..... Quanto è bella cosa — fa dire Dionigi[118] perfino a Coriolano — che ognuno si abbia il suo e vivasi in pace: quanto pregevole che niuno tema nè i nemici, nè i tempi; e come è biasimevole che chi ritiene l’altrui si esponga senza necessità alla guerra con pericolo delle cose anche proprie.....».

E Livio, alla sua volta, tra le altre cose accenna a un dissidio tra il partito della pace e quello della guerra tra i Sabini[119]; e, presso i Latini, tanto è l’odio della guerra e la brama della pace, dopo la tradizionale battaglia del lago Regillo, che non si rispetta nemmeno il carattere sacro degli ambasciatori volsci incitanti alla guerra, e, contro il diritto delle genti, se ne fa la consegna a Roma[120].

«Una moltitudine ingente d’invocanti la pace atterrì con clamore sedizioso i consoli passanti in rassegna le legioni»[121] per la rinnovata impresa contro i Volsci. «Consoli e senato» — in questa impresa contro Coriolano — «in niente fuorchè nelle armi riponevano la loro speranza, la plebe tutto preferiva alla guerra»[122].

La guerra provocata per riversare all’esterno l’inquietudine interna e sopirla col cercarle una nuova mèta e un nuovo sfogo, è motivo che ricorre con frequenza così nell’uno come nell’altro storico delle origini di Roma[123]; ma occorre lo scalpitare de’ nemici alle porte per riuscire a stento e dopo molto tentennare e molto promettere, se non molto concedere, a trarre nel turbine della guerra i dissenzienti. Spesso anzi il dissidio interno riaccende e fortifica l’avversione alla guerra.

«Non appena fu bandita — dice Livio[124] — [la nuova guerra contro i Veienti (447 a. u. c.)] ecco la gioventù fremere che non ancora si era usciti dalla guerra con i Volsci, e pur mo’ erano stretti di assedio due presidii, che si ritenevano ancora con gran pericolo; non passava anno in cui non si venisse a battaglia campale, e, quasi che non se ne avesse abbastanza, si preparava una nuova guerra con un popolo confinante e potentissimo, che avrebbe suscitata a favor suo tutta l’Etruria. I tribuni della plebe, per soprassello, soffiano su questo malcontento sorto spontaneamente. La guerra maggiore, van dicendo, è tra la plebe e i patrizi: a disegno perciò la si espone a’ travagli della guerra e alle armi de’ nemici, la si ricaccia e relega lontano dalla città, perchè non agiti stando in patria a riposo, non si occupi di libertà, di colonie, di demanio pubblico o di libero diritto di voto».

Questo sospetto reale o immaginario, spontaneo o fomentato, della guerra suscitata come un diversivo, traeva tanto più le classi inferiori e più disagiate della popolazione a patteggiare la loro cooperazione, esigendo alleviamenti nel diritto rigoroso e crudele delle obbligazioni, guarentige politiche di una maggiore tutela in ogni campo della vita sociale; e così l’atteggiamento discorde verso la guerra, naturalmente provocato dalla diversità degl’interessi e dalla repugnanza a una vita di continui pericoli, cresceva per ragione artificiale con lo studiato calcolo della resistenza.

Col graduale scostarsi, poi, della guerra dalle più immediate adiacenze del territorio cittadino, mentre la guerra diveniva meno urgente e di utilità generale meno immediata, cresceva di durata, di difficoltà, di dispendio.

È vero che il territorio de’ nemici era in tal caso usufruito ad alimentare l’esercito invasore, che anzi talvolta la guerra si proponeva come scopo principale di cercare alimento a una parte del popolo a spese del nemico[125]; è vero che per l’imprescindibile forza delle stagioni e della economia agricola si regolavano il contingente e le fasi della campagna in modo da non sconvolgere troppo la produzione agricola; ma, quando la guerra era troppo lontana e l’azione si prolungava troppo inevitabilmente e il territorio nemico già devastato e non tornato a coltivare non forniva più il necessario alimento, la guerra approdava a un altro genere di difficoltà più gravi forse della stessa azione militare.

Fu così che, durante l’assedio di Veio, lo Stato si vide costretto (348 a. u. c. — 406 a. C.) ad assumersi esso l’obbligo di una indennità di guerra a’ cittadini militanti; e, con felice e naturale intuito della situazione dice Livio[126]: «niente si dice che sia mai stato accolto con tanto gaudio dalla plebe».

Ma questa gioia dovette ben presto temperarsi quando anche quel provvedimento cominciò a mostrare i suoi inconvenienti.

Secondo l’ordinamento che va sotto il nome di Servio Tullio, e finchè innovazioni non s’introdussero tra la seconda e la terza guerra punica e successivamente, il servizio militare nelle legioni ricadeva tutto su quelli che avevano un censo di undicimila assi; e, oltre al pesante servizio militare, questi stessi erano, per la loro parte, soggetti al tributum, prestito forzoso che lo Stato si obbligava di restituire; ma la restituzione, naturalmente subordinata alle condizioni finanziarie dello Stato, era così incerta o per lo meno irregolare, che le molestie e i danni della gravezza finivano per esserne di poco attenuati.

Come compenso a questa gravezza personale e reale, doveva in certo modo valere il bottino di guerra, che andò crescendo a misura che la guerra fu portata in paesi più ricchi, ma che, d’altra parte col procedere del tempo, non fu attribuito tutto a’ soldati, bensì nella proporzione voluta dal comandante.

V’era pure un altro vantaggio nelle assegnazioni sia coloniarie che viritane, individuali, della parte di territorio tolta non solo di diritto ma anche di fatto al nemico vinto ed avocata allo Stato.

In questa colonizzazione, subordinata e inspirata da prima a ragioni prevalentemente militari, si vennero a grado a grado contemperando scopi anche essenzialmente economici e sociali; sicchè Roma, molte volte e per molto tempo, trovò in essa uno sfogo alle agitazioni e al malessere interno, un vivaio della sua popolazione e della sua forza militare e al tempo stesso un mezzo, oltre che di dominare, di diffondere il suo nome e la sua costituzione e di assimilare le popolazioni soggette.

Ma un così lungo sèguito di guerre non poteva fare a meno di stremare una popolazione per sè stessa limitata; e l’immiserimento progressivo dipendente dalla continua sottrazione di tante forze vive all’agricoltura, esercitando i suoi ultimi tristi effetti, complicava continuamente il problema sia sotto l’aspetto economico che sotto quello demografico con le sue conseguenze militari e politiche.

Mentre, appunto dopo la prima guerra punica, la rogazione di C. Flaminio per l’assegnazione di terre nell’agro piceno e gallico mirava ad assicurare alla plebe rustica, alla piccola proprietà fondiaria un nuovo campo propizio al suo rigermogliare, sopravvenne la seconda guerra punica con tutte le devastazioni e le sciagure dell’invasione annibalica.

Al tempo di Polibio, per una innovazione introdotta probabilmente da poco, forse intorno al 566 a. u. c.[127], con provvedimento pregno di gravi conseguenze politiche, si abbassò a 4000 assi il censo richiesto pel servizio nelle legioni, mentre, anche quelli che avevano un censo inferiore a 4000 assi, erano chiamati a prestar servizio nella marina.

Ma, mentre un tale ordinamento non faceva altro, sottraendo forza all’agricoltura, che far succedere sempre più il latifondo alla piccola proprietà, il pascolo al terreno sativo, il lavoro servile al lavoro libero, riesciva tuttavia insufficiente alle cresciute esigenze della politica internazionale e della guerra trasportata su di una così larga zona in paesi lontani.

L’avversione ad ogni nuova impresa di guerra da parte di questa plebe rustica, che costituiva ancora il nerbo della forza combattente, si mostrava in ogni cosa. Solo le minacce, abilmente fatte balenare e fatte valere, di un’altra invasione in Italia[128] fecero compiere la prima guerra macedonica, a cui si portavano truppe protestanti a gran voce contro il nome ad esse dato di volontarie[129]. Il reclutamento di schiavi, di volontari, che comincia quind’innanzi a non essere più raro, gli espedienti de’ Latini per isfuggire alla coscrizione, mostrano la difficoltà del reclutamento ordinario. All’estremo opposto, in Ispagna, quanto più persisteva la guerra, tanto più suscitava ripugnanze e stentava a trovare forze combattenti, finchè non soccorse con l’incitamento, con l’azione sua personale, con l’esempio, Scipione Emiliano.

Di queste tendenze e di questi bisogni fu espressione la politica degli Scipioni, che, appoggiati al medio ceto campagnuolo, cercavano di far prevalere un indirizzo per cui Roma riuscisse a mantenere la propria egemonia, rispettando certe suscettività, un certo grado di autonomia delle regioni transmarine, e così si scongiurasse l’evento di guerre lunghe, difficili e frequenti.

Ma questa politica di mezzi termini, come si è accennato, non riuscì a prevalere che per poco e andò presto a rompersi contro tutte le difficoltà delle condizioni sia interne che esterne.

Catone il censore volle invece affrontare la situazione direttamente, rompendo per sempre con impeto vigoroso la resistenza e favorendo la persistenza e la rinascenza del medio ceto campagnuolo col combattere il lusso e determinare il ritorno a’ campi specie con un sistema d’imposizione, che, gravando sui bisogni voluttuarî, facesse al tempo stesso sopportare le spese della guerra a’ più ricchi e spingesse i capitali verso le forme d’impiego più produttive. Una più oculata e rigorosa amministrazione, poi, una larga distribuzione del bottino a’ soldati dovevano contribuire alla loro volta a restaurare le finanze del medio ceto e far convergere a loro vantaggio tutti gli accresciuti cespiti dello Stato.

Questo indirizzo, che Catone voleva dare allo Stato, si rivelava sinteticamente in quei motti brevi e concettosi con cui egli soleva spiegare e commentare una sua azione o ribattere e castigare un avversario; come quando, distribuendo dal bottino della Spagna una libbra d’argento ad ogni soldato aggiunse «esser meglio che molti Romani riportassero a casa argento che non pochi oro»; e quando disse che la «guerra deve alimentarsi da sè».

Intanto gli allargati orizzonti, il più ampio campo d’azione, la cresciuta quantità de’ bisogni e de’ rapporti avevano creato nello Stato tanti altri nuovi fini, tendenze, contrasti, tanti altri nuovi fattori, massime della politica sia interna che esterna, influenti l’uno sull’altro; e, non solo la guerra e la pace non andavano più soggetti a quelle ben delineate alternative e a quelle semplici forze agenti che ne determinano le vicende nelle condizioni dell’antica più semplice vita romana, ma le vedute in apparenza più semplici erano non di rado deluse dagli avvenimenti successivi e approdavano per ulteriori complicazioni a fini non preveduti e anche opposti, mentre nuovi e vecchi interessi ora si trovavano a cooperare sul terreno dell’opportunità, ora venivano di nuovo in contrasto.

La classe dominante si era andata biforcando nelle due categorie de’ grandi proprietari fondiarî e de’ capitalisti, ora in conflitto tra loro, ora alleati, come la plebe si era andata scindendo in urbana e rustica, possidente e proletaria, con interessi non di rado diametralmente opposti.

A tratti a tratti questi dissidî si risolvevano in maniera più pronunziata, finchè non cercavano e ritrovavano un modo di composizione a spese degli elementi esterni.

La controversia per la terza guerra punica che nello stesso acuto Polibio[130] appare troppo avvolta di legalità formali, appariva già da qualche tempo ad un accuratissimo interprete dell’antichità[131] come un dissidio in cui Catone e il ceto commerciale combattevano rispettivamente la concorrenza de’ cereali esiziale al ceto agricolo italico e la risorgente rivale commerciale, mentre i latifondisti allevatori d’armenti, con a capo Scipione Nasica, difendevano nella conservazione di Cartagine il mercato di bestiame sempre più proficuo con la progrediente messa a cultura della terra d’Africa.

E, con Cartagine, cadde contemporaneamente l’altro malvisto emporio commerciale, Corinto.

Parve poi venuta la volta di Rodi, ma la sua colpa poteva apparir lieve e contro di essa questa volta lottava una sola categoria d’interessi: si approdò a un accomodamento tra il sentimento, la giustizia e l’interesse delle classi commerciali: Rodi rimase, ma menomata, umiliata, depressa, con Delo alle spalle, elevata a privilegiata concorrente.

Il dominio romano intanto si era così allargato con la cooperazione più o meno entusiasta, più meno sforzata di tutti, in ossequio alla prevalente forza delle cose e all’azione decisiva degli interessi presenti: obbedendo agli stessi agenti, spiegava ora obbiettivamente tutta la sua azione realizzando e appagando le speranze di alcuni, deludendo e magari deridendo le illusioni di altri.

Con la distruzione di Cartagine non era nè cessata, nè ridotta la concorrenza a’ cereali italici, e il latifondo si estendeva sempre più, ricacciando continuamente il ceto medio espropriato nella città, spingendolo verso la voragine in cui scompariva.

Il dominio romano s’era ampliato ma non per ricostituire fuori d’Italia il decadente medio ceto italico. Nè l’aristocrazia fondiaria lo voleva, nè conveniva a’ capitalisti; nè Roma e l’Italia senza esaurirsi potevano scaricarsi di una popolazione già declinante; nè probabilmente gli stessi eventuali coloni erano allettati dalla prospettiva di essere trapiantati in paesi lontani, tra popolazione mal domite e talora in istato di barbarie, rinunziando all’esercizio effettivo de’ loro diritti politici.

Il dominio fu quindi ordinato per provincie, in linea di principio a tutto beneficio dello Stato, in linea di fatto a massimo se non esclusivo vantaggio dell’ordine senatorio chiamato a governarle con autorità quasi vicereale, a vantaggio de’ capitalisti ammessi a sfruttarle come appaltatori, pubblicani, parassiti di ogni grado e di ogni forma.

Tante guerre, insieme alla terra e a’ capitali, avevano anche dato con la schiavitù lo strumento animato, automatico per mettere a profitto l’uno e gli altri; e il medio ceto rustico, premuto, incalzato dal latifondo, fatto proletario, veniva anche in questa nuova veste, stretto e vessato dalla deprimente affamatrice concorrenza del lavoro servile.

Allora le speranze, le brame e i bisogni, che avevano cercato appagamento all’esterno, ricacciati entro i confini stessi d’Italia riarsero ivi più forte, come forza compressa che, vicino allo scoppio, cerca un ultimo sfogo, con aria minacciosa di tempesta.

Abili concessioni suggerite da una politica piena di perspicacia e di tatto posero per un momento i capitalisti dal lato della plebe, con cui potevano far causa comune questa volta anche perchè l’assegnazione dell’agro pubblico italiano non intaccava l’ordinamento provinciale e lasciava loro mano libera in questo.

Le resistenze erano molte e bene organizzate, quali potevano essere quelle dell’aristocrazia fondiaria, che s’era appropriato l’agro pubblico, ma gagliardo e potente era anche l’assalto, e la sua maniera di eliderlo era quello di deviarlo, come fu fatto.

Piuttosto che leggi agrarie, leggi frumentarie; piuttosto che terra da coltivare, pane da raccogliere sul Foro; pane e doni e feste e le bricciole del banchetto de’ dominatori.

La composizione avvenne sulle basi di un comune parassitismo, tutto a spese de’ dominati.

Con la fine della guerra perseica (167 a. C. — 587 a. u. c.) cessò il prelevamento del tributo in Italia, sicchè quel che restava e poteva ancora sussistere dalla piccola proprietà, n’era alleviato, mentre, al tempo stesso, si vedeva messo al sicuro di un’altra campagna, come l’annibalica.

Le classi dominanti imperavano, arricchivano, smungevano, corrompevano, diguazzavano nel lusso e nel piacere.

Il proletariato, specie l’urbano, oltre agl’impieghi in cui poteva vincere o sostenere la concorrenza servile, aveva aperto l’adito alla corruzione elettorale, alle distribuzioni di frumento: a tutti gli espedienti del parassitismo pubblico e privato.

Un altro sfogo s’aperse — naturale conseguenza di questa condizione di cose — al proletariato, e fu la milizia, dischiusa sotto Mario a tutti senza distinzione di classi e di possesso, e che cominciò a costituire, specie per tutti i detriti sociali, una professione, una carriera, un mezzo di sussistenza, onde s’usciva infine col gruzzolo del bottino risparmiato, con la scorta della terra assegnata al veterano, specie ad occasione delle guerre civili.

Parve un equilibrio, e, per quanto mutabile, mal fido, roso da un intimo vizio, era tale pel tempo; e trovò la sua espressione pratica nell’Impero, che, gravitante a lungo sotto forma di cesarismo, instaurato sotto forma di una transazione tra il principato cesareo e l’ordine senatorio, degenerato in una dispotia, appariva pur sempre come l’unico centro di gravità di tanti elementi discordi, come l’unico mezzo di soggezione del dominio e la guarentigia di una pace, di cui una serie di concentriche oligarchie, che dall’Italia anelavano alla Corte imperiale, raccoglievano i frutti, ma di cui anche l’intero dominio, pure sfruttato com’era, sentiva e godeva i vantaggi.

In quell’immenso dominio, che omai abbracciava quasi la terra abitata (οἰκουμένη) la guerra omai, ridesta da contese di successione o da ribellioni, riardeva solo come fuoco che irregolarmente divampa, e per poco, da’ resti di un incendio, o vagava incerta intorno a’ confini, come fiamma, che lambe a sbalzi, come per tentarlo, un tronco non ancora invecchiato, senza potervisi tuttavia apprendere e penetrare oltre la scorza.