VI. Le cause della guerra.

Quanto non è mai grande e molteplice la varietà de’ casi, attraverso cui si determina o si fa più acuto il conflitto di due popoli e scoppia la guerra!

La passione, la bizzarria, la leggerezza, la sottigliezza di storici e di polemisti, di novellatori ed esegeti vi si fermano con compiacenza di artisti e di curiosi; e le piccole e le grandi tempeste passano, scatenate, a volta a volta, dall’ambizione di un re, dall’avidità di un demagogo, dal volubile capriccio di una donna, da un intrigo di bassa lega per assumere, agli occhi di un osservatore più acuto, successivamente, le forme dell’esplicazione di una tendenza bellicosa, dell’antagonismo di due razze o varietà etniche, di una piccola o grande rivalità commerciale, di una suggestione di fanatismo religioso.

In vero quella varietà episodica rappresenta talvolta una serie di fatti talvolta anche storicamente accertati, e queste vedute più generali e più approfondite hanno anch’esse riscontro in reali condizioni dell’ambiente: solo, un’indagine ancora più spinta riesce a scorgere nel primo caso le cause soltanto occasionali e nel secondo delle cause suscettibili di una generalizzazione ancora più ampia e capaci di andar tutte comprese sotto una causa di ordine anche più generale, che persiste, opera in continuazione, e si rifrange, si rivela, s’individua, secondo la varietà de’ casi e degli ambienti, in episodî e moventi di carattere più particolare.

Nelle sue forme più antiche e più semplici la guerra si svela apertamente come un mezzo di provvedere alla sussistenza di una popolazione.

Così in quella primavera sacra, comune all’Oriente come all’Occidente, alla Lydia come all’Italia[132], forma riflessa e consapevole del fenomeno più generale rivelato dalle grandi migrazioni di popoli e determinata, come diffusamente spiega Dionigi[133], dalla permanente sproporzione de’ mezzi di sussistenza rispetto alla popolazione o anche da vicende atmosferiche, che riducessero la consueta produzione del suolo o da qualsiasi altra ragione che rendesse necessaria una riduzione della popolazione.

In tutti i ricordi epigrafici assyro-babilonesi — tanto più manifestamente quanto più sono antichi — la guerra si risolve tutta in una gigantesca razzia, in una imposizione, in una rivendicazione di tributi rifiutati da sudditi ricalcitranti e che comprendono, oltre a’ metalli preziosi, i metalli d’uso comune specie per la guerra, e bestiame e tutto quanto potesse occorrere al vario bisogno della vita ordinaria[134].

E sotto quale altra forma si presentano le guerre più antiche di Sparta e Tegea, di Sparta e della Messenia, e le guerre continue in cui la storia tradizionale ci mostra avvolta Roma con i popoli immediatamente circostanti?

Questo scopo vero e diretto della guerra permane, del resto, come carattere intrinseco e saliente, per tutta la storia successiva con la riduzione in servitù de’ prigionieri e de’ soggiogati, con l’incorporazione de’ territori conquistati, con l’imposizione di tributi.

Con l’elevarsi intanto delle condizioni di vita, col moltiplicarsi de’ bisogni, con l’acquistare che il corpo sociale fa una struttura più varia e più complicata, questa lotta per l’esistenza, già così primitiva e rudimentale, confinata ancora nell’infimo stadio della contesa per la venere e il pane, si trasforma anch’essa, si complica di una quantità di concause che orpellano spesso come di un velo roseo e lucente la brutalità interna e istintiva del rinascente conflitto.

A misura che il processo conoscitivo del mondo e della vita assumeva in un primo momento forma cosmogonica, religiosa, la legge e i fatti della vita si rannodavano, come ad un centro, alla divinità e assumevano naturalmente la parvenza di emanazione e riflesso della volontà divina; e, in quanto si facevano dipendere dalla divinità i rapporti sociali, in quella rudimentale concezione cosmogonica si compenetravano con l’azione della divinità. E questa illusione, che in momenti successivi divenne un fatto consapevole utilizzato come tale, in periodi più antichi potè essere un fatto spontaneo che faceva solitamente della guerra una guerra religiosa. Il tempio, l’idolo che costituivano come l’estremo palladio e il punto di raccolta di tutto un popolo, ne costituivano perciò stesso come il vessillo e il punto di applicazione del massimo sforzo. Riprendere l’idolo rapito da’ nemici in una fortunata guerra precedente, o fiaccare il nume emulo e concorrente de’ nemici, oltre che un’affermazione evidente di superiorità e un titolo di onore, era un obbligo sacro; e, per quel principio di causalità insito nella materialità delle più antiche credenze religiose, era anche un mezzo di assicurare o rendere stabile il primato proprio, impegnando al bene proprio una potenza oltremondana con i vincoli del cointeresse e della riconoscenza. Il tributo imposto in nome della divinità e alla divinità rivendicato attraverso le varie vicende, la decima assicurata al nume protettore — ciò che con diversa gradazione di sentimento inconsapevole emerge da’ fasti di Oriente a quelli di Grecia, da questi a quelli di Roma — davano anche secondo i tempi ed i popoli carattere spiccatamente religioso alle cause della guerra. «Imposi loro — dice un re assiro[135] — il grave giogo della mia signoria e li sottomisi ad Ašur, il mio signore».

Accanto alla feudalità terrena, e intimamente compenetrata con essa, sussisteva, in Egitto, una feudalità divina, per cui coincidevano le sorti di principi e dèi, e la preminenza di Ammon e quella di Tebe erano termini correlativi come altrove erano termini correlativi quelli di Javeh e d’Israele, dell’Assiria e delle sue divinità.

Così Salmanassar II poteva dire: «Dietro comando di Ašur, il grande signore, il mio signore, combattetti con loro e li vinsi»[136].

«Per volere di Ašur, il grande signore, il mio signore, io presi Til-barsip, Aligu... etc.»[137]. «Per ordine di Ašur, il grande signore, il mio signore, e di Nergal, che procede innanzi a me, mi accostai a Sitamrat...»[138].

E Asarhaddon poteva dire parlando di un tempio spogliato da’ nemici: «Di ciò fu sdegnato il signore degli dèi, Merodach, e deliberò subito di devastare il paese, di annientare gli abitanti»[139]. Più chiaramente ancora in un’iscrizione di Tiglat-Pileser I: «Ašur (e) i grandi dèi, che fanno prosperare il mio regno, che mi concedono come mio retaggio forza e potenza, mi ordinarono di estendere l’ambito del loro territorio, posero in mia mano le loro armi potenti, il turbine della battaglia»[140].

Ma, sia per il ripetersi che fanno i conflitti tra popoli della stessa credenza religiosa, sia perchè, in società d’ordine più complesso e di civiltà più elevata la prima concezione religiosa della vita cede il posto a una concezione più positiva e sopratutto umana de’ fenomeni sociali, i motivi mondani non solo diventano prevalenti, ma la loro risoluzione esige che sieno messi in chiaro; e la guerra si viene quindi spogliando dell’involucro religioso, che in periodi più progrediti ricorre, così, assai raramente e solo come l’occasione o il pretesto o la forma esterna del conflitto: nell’ultima così detta guerra sacra in Grecia, per esempio.

La causa obbiettiva, permanente e fondamentale della guerra si rivela, allora, piuttosto in una lotta per l’egemonia commerciale, o si dissimula in una contesa d’indole politica o in un antagonismo di carattere etnico.

Col costituirsi e il venire a contatto di potenze antagonistiche, la ragione del conflitto assume la forma del mantenimento di un sedicente equilibrio che il mondo antico — per lo stesso sviluppo poco progredito della produzione — non comporta e che si traduce in una disputa di preda, o in una guerra precauzionale diretta a prevenire l’attacco e ad atterrare il nemico in condizioni favorevoli; così che vengono a scambiarsi e a fondersi le cause dell’offesa e della difesa.

Quella concorrenza vitale, che in condizioni più progredite, si esercita, fra individui e individui, fra città e città, fra popolo e popolo, col diffondere i propri commerci e aumentare la propria ricchezza, producendo a minor costo, conquistando i mercati a preferenza di altri, spiegando un’azione lenta e inavvertita nel suo esercizio quotidiano e permanente; in condizioni meno progredite si esercitava prevalentemente mediante la guerra; sì perchè lo sviluppo insufficiente della tecnica e delle forze produttive in generale non permetteva di svolgere sino alla più ampia soddisfazione de’ proprî bisogni la produzione propria, sì perchè quest’appropriazione violenta dell’altrui rappresentava, comparativamente ad ogni altro sforzo, la via di più facile escogitazione, di minore resistenza e di più immediata riuscita.

Le varietà etniche, tanto più accentuate, quanto più chiuse in sè stesse e diffidenti verso l’esterno; le vendette sorrette da’ criterî morali proprî di un ambiente di mutua violenza e fomentate dall’utilità in cui promettevano di risolversi; le ambizioni solleticate dalla facilità di trovare un appagamento e rafforzate dal corrispondere che facevano a un bisogno del tempo; i governi personali, che costituivano come un punto di applicazione e un moltiplicatore delle tendenze dell’ambiente — tutte queste cose accentuavano le ragioni continue e fondamentali di guerra, ne acceleravano, accrescevano e precipitavano l’azione, usurpandone spesso la forza e l’importanza agli occhi stessi degli storici, nella narrazione di molti de’ quali, così, il lungo sèguito di guerre si riconnetteva tutto a questo nesso di cause più appariscenti e tangibili, ma del pari mutevoli e secondarie.

Ma, attraverso l’indagine che spinge più a fondo l’osservazione, che mette la questione ne’ suoi termini e completa i dati necessarî alla esatta cognizione dell’argomento, i pretesti, le cause occasionali e i motivi secondarî, prendono tutti il loro posto per comporsi e far luogo alla causa delle cause, alla causa in ultima istanza, all’insufficiente sviluppo di forze produttive, che tende a spostare specialmente verso l’esterno un sistema di appropriazione violenta.

La guerra si presenta così come un aspetto dello sviluppo delle forze produttive.

Ne’ periodi più antichi, di minimo sviluppo, è perciò un fatto ordinario ed il miglior mezzo, se non il solo, di provvedere a maggiori comodità della vita, sino al punto che diventa anche un abito, che, o non trova, o tarda molto a trovare censori e scongiuratori.

L’immane Briareo incatenato, la grande macchina umana, il grande strumento vocale della produzione antica, la schiavitù, che costituiva la base su cui si adagiava e la radice da cui traeva elemento il mondo antico, avendo per molto tempo nella guerra la fonte principale e il mezzo continuo e migliore di rifornimento, mette in luce tutta l’indole e il carattere necessario della guerra nel mondo antico, che legittimava e da cui si faceva legittimare alla sua volta.

La guerra forniva così la terra e il braccio che la fecondava, la materia e la forza del lavoro, e veniva quindi a confondersi con le ragioni stesse dell’esistenza del mondo antico, con la possibilità — o ironia della storia! — di raggiungere certi scopi civili ed elevarsi a un grado più alto.

Col venir meno della sua utilità assoluta o relativa, scema quindi la tendenza alla guerra, che trova resistenza e impedimento nel seno stesso dello Stato da cui muove, perchè, con la maggiore complicazione e varietà degli elementi sociali dipendenti dall’ulteriore sviluppo delle forze produttive, la guerra presenta una diversa importanza e un diverso interesse per i diversi elementi della popolazione.

La guerra allora diviene una funzione degli interessi e delle classi predominanti in un dato aggregato sociale.