CAPITOLO IV.
Essere in Firenze, e ricominciare a studiare le strade per tornare in Francia fu tutt'una. Il male si era, che le nostre piccole risorse avevano avuto un colpo tremendo, e che la questura aguzzava, come Argo cento occhi per spiare i nostri movimenti più piccoli, le nostre più segrete conventincole. Non si credano esagerate le mie parole: per il malaugurato affare di Livorno si era cominciato un processo, e si adopravano nelle sfere governative a tutt'uomo per mandarlo avanti o di riffe o di raffe: si voleva infatti far vedere alla Prussia come in Italia fossero ligi al principio di neutralità e come il governo non dividesse per nulla le idee piazzaiole di quello scomunicato di Garibaldi.
Noi dal canto nostro non stavamo con le mani in mano, e, tra le altre cose (vedete, come eravamo poeti) si cercò di organizzare in Firenze una compagnia tutta Toscana, che si sarebbe chiamata dei carabinieri dell'Arno. Un tal disegno ci portò per le lunghe: e tra proposte, decisioni, consigli si perse un tempo prezioso.
Mentre nell'Atene dell'Arno, quantunque muniti delle più belle intenzioni, non si dava nè in tinche, nè in ceci, il coraggioso e bravo Ricciotti compieva la romanzesca impresa di Chantillon. La democrazia e tutti coloro che sentono amore per l'Italia, applaudivano calorosamente il giovane condottiero, che con un pugno di uomini, sorprendeva, notte tempo, ottocento Prussiani, ne faceva più che quattrocento prigionieri, e toglieva loro buon numero di cavalli e di armi.
Garibaldi, dopo aver costituito il suo microscopico esercito a Dôle, si era portato ad Autun, e dopo avere ottenuto splendidi resultati a Lantenay, si era spinto fin sotto Dijon, ed avrebbe certamente occupato questa città, se l'imperizia e la codardia della guardia mobile non lo avesse obbligato a ritirarsi fino nella città, da dove si era partito con tanta speranza nel cuore. I Prussiani avevano cercato di sorprenderlo, capitando all'impensata in Autun, ma grazie all'esattezza dei tiri delle batterie da montagna che l'illustre generale aveva sotto i suoi ordini ed al valore dei giovani volontarii, i tremendi soldati che facevano paura a tutta l'Europa, dopo averne buscate come ciuchi, si erano refugati a rotto di collo dentro Dijon, dove il generale Werder aveva piantato il suo quartier generale.
Queste notizie che leggevamo sui giornali erano tante stilettate per noi; già varii dei nostri compagni erano partiti alla spicciolata per la Francia. Io mi rammento che in quei giorni mi vergognavo ad uscir soltanto di casa: mi pareva che tutta quella gente che era conscia della mia prima partenza mi ridesse sul muso, e che dentro di se mi rimproverasse quell'inerzia, che d'altronde era la conseguenza logica della mia situazione.
Finalmente un giorno capitò da me, che in quel momento avevo già dismesso il pensiero di poter prender parte alla campagna di Francia, il Bocconi, e, senza che io proferissi nemmeno una parola mi disse: Sei sempre deciso di venire in Francia?
—Sicuro!—Gli risposi.
—Allora domani l'altro partiamo.
—Non burli?
—Ti parlo del miglior senno possibile… ci stai sempre.?
—Se ci stò!…
—Allora siamo in cinque,
—Ma, ai fondi?
—Ci è chi provvederà…
—Tanto meglio!
E fissammo di vederci due sere dopo al Caffè Ferruccio; chè l'ora della nostra partenza era alle quattro del mattino, ed era deciso che saremmo andati a Genova per via di terra, non essendo cosa ben fatta il tentar di ripassar da Livorno, dove il questore Bolis comandava tutt'ora a bacchetta.
La sera che dovevamo partire me ne andai solo solo all'Arena Merini… pardon al teatro Principe Umberto; chiacchierai cogli amici, mi mostrai più di buon'umore di quello che ero realmente, dissi male degli Italiani che erano andati in Francia, e protestai di riconoscer di avere io fatto malissimo a partire la prima volta. Che volete? I casi che mi erano accaduti antecedentemente mi rendevano sempre più convinto, che a voler che un'impresa vada per il suo verso, è necessaria un pò di gesuiteria, e che una persona che crede di andare avanti colla buona fede, e collo spifferare tutto quello che ha sullo stomaco, in generale finisce coll'avere il male, il malanno e l'uscio addosso.
Salutai gli amici e verso mezzanotte mi ridussi al caffè Ferruccio. I miei quattro compagni, non avevano mancato all'appello e cominciavano a susurrare della mia tardanza; alcune nostre conoscenze fiorentine, colle quali potevamo fidarsi a chiusi occhi, si erano assise al nostro tavolino, e sotto voce ci davano qualche conforto, o si lamentavano di non poterci seguire.
Il caffè si chiuse alle due, ed i nostri amici partirono. Qui cominciarono le dolenti note. Sembra una cosa incredibile, ma in Firenze capitale d'Italia, fu impossibile di trovare un locale che fosse aperto in quell'ora. Un nevischio impertinente ci filtrava nell'ossa, e ci batteva sulla faccia, procurandoci dei brividi che erano salutati da veementissime apostrofi. Come furono lunghe quelle due ore!… E con qual gioia non si salutò, l'aprirsi dei cancelli delle stazione. Gli Ebrei che giunsero finalmente a mettere il piede nella terra promessa, dovevano forse aver provato la medesima gioia… maggiore è impossibile.
—Prudenza, ragazzi—Ci dice a bassissima voce il Materassi, uno dei nostri.
—Che ci è? Proferimmo tutti spaventati.
—Guardate!—E ci accennò colla mano una delle più celebri guardie di sicurezza Fiorentine, che prendeva il biglietto.
Soprapensieri, come eravamo noi tutti, cominciammo a temere!…
Ci si buttò in un vagone, e dopo un'ora eravamo a Pistoia. Altro intoppo!… Viene una guardia e ci annunzia che dovremo restar lì fermi, a dir poco due ore. La neve impediva che il treno procedesse, fino a che una macchina non fosse andata ad esplorare la ferrovia. Difatti per quanto tu stendessi lo sguardo, non ti era dato di vedere che un bianco lenzuolo: bianchi erano i monti lontani; bianche le collinette vicine! gli alberi più alti sembravano pianticelle di giardino, ed invece di essere in quella località così ricca di vegetazione tu avresti, a buon diritto, creduto di essere ai piedi delle Alpi. Per digerire il male umore, e per farci passare il freddo dalle ossa, bevemmo un par di bicchieri di Cognak, che era proprio un castigo di cielo, ma che fu bevuto da noi con quella filosofia con cui si trangugia una medicina.
Le due ore sì tramutarono in più di tre, finalmente venne le famosa locomotiva: rimontammo nel nostro vagone, e insieme con noi rimontò la guardia di pubblica sicurezza. Che si avesse a fare la seconda di cambio?—si pensava tutti tra noi, ma nessuno ardiva dirlo a un compagno.
Maggiore il nostro desiderio di sbrigarsi, minore la velocità eon la quale si andava: la neve infatti più che ci si avvicinava all'Appennino prendeva delle proporzioni imponenti; a tutte le stazioni intermedie bisognava fermarsi una buona ora: ad ogni fermata si trangugiava un bicchierino d'acqua vite.
—Aqua vitae, la chiamavan gli antichi—Declamava il Materassi, vecchio soldato—per mettere anima in corpo par fatta apposta.
Si cominciò a traversare gallerie e a percorrer viadotti!.. Quali considerazioni non vengono in mente al maestoso spettacolo, che scienza ed arte offrono innanzi ai nostri occhi!.. E pensare che un secolo fa, sarebbe stato trattato da pazzo, chiunque avesse predetto la magica impresa, e pensare che il primo Napoleone, il genio della tirannide, rise sulla faccia a colui che gli proponeva il sublime ritrovato dell'umana potenza!.. Ma così è; disgraziato chi trionfa alla prima: l'umanità è codarda coi grandi, e ne attua solamente i grandiosi disegni allorquando essi non sono che polvere! Giovanni Uss, Galileo, i Parigini della Comune, ce ne possono e ce ne potranno dare un'esempio. Corri adunque, o macchina apportatrice di civiltà e di grandezza: corri, che tu ci rappresenti il progresso che non cura gli intoppi o che li debella; gli ostacoli cadono a te davanti: tu ti fai strada tra le impraticabili montagne, in mezzo alle più folte boscaglie; superi fiumi, traversi estese pianure, riunisci e fai conoscer tra loro popoli diversi di costumanze, di tradizioni, e generalizzi l'idee generose, a dispetto del prete che ti stigmatizzò, quando nascesti; a dispetto del retrogrado che in te vide l'annunzio di sua prossima morte.
A Pracchia ci dovemmo trattenere altre due ore; anche a questa fermata della nostra via Crucis ripetemmo la parola sacramentale, che proferì anche Cristo dopo essere stato inchiodato, la parola: Sitio, Malgrado però questa nostra manìa di confortarsi le intirizzite viscere a forza di liquore non potemmo fare a meno di ammirare l'inponente panorama che ci si stendeva davanti. Dalla finestra del bugigattolo in cui ci eravamo refugiati si godeva un immenso spettacolo. Le punte accuminate dei monti, gli scoscesi burroni erano tutti bianchi, come l'immensa volta del cielo: gli sconfinati orizzonti che ci si stendevano innanzi a noi ci rendevano piccini, piccini; i castelli, i villaggi, lo chiese che così di frequente si trovano in quelle catene di monti, si alzavano forse un metro dal suolo e ti apparivano quasi informi ammassi di neve. Manfredi, che s'ispira all'orridezza della natura, ci appariva, ombra incresciosa e vagabonda su quel candido strato, e ci faceva volgere tutti i nostri pensieri alla fantasia più che umana di Byron!
L'aspettativa era lunga; è un fatto che in certi momenti si prova la voluttà di bamboleggiare: gli uomini più grandi hanno in comune coi collegiali moltissimi divertimenti…
«Deh., fa che io possa ritornar bambino
A te daccanto!
scriveva un mio amico che non credeva più a nulla; e noi che non eravamo guariti e che ancora si credeva a qualche cosa, incominciammo una guerra a palle di neve: guerra che se non ebbe le conseguenze terribili che ebbero le altre di cui facemmo parte, ci riusciva più fastidiosa, quando qualche proiettile veniva a spiaccicarsi sulle nostre faccie.
I macchinisti col muso nero, i lavoranti colla faccia tutta unta (rimedio per scongiurare la forza del freddo) stavano a guardare con maraviglia, e s'interessavano alle peripezie del combattimento. Nel più bello della lotta mi si avvicina una donna e tendendomi la mano mi chiede un'elemosina. Abituato all'accattonaggio delle grandi città, io rifiutai la richiesta.
—Se sapesse…. Io ho il genero e la nuora malata e sei nipotini che moiono di fame e di freddo.
—Solite storie—Interruppe uno dei nostri alzando le spalle.
—Storie!—Borbottò piangendo la povera vecchia—Storie! vengano a vedere e saranno persuasi.
Seguimmo la povera; in una capannuccia tutta coperta di neve, sopra un monte di strame, vedemmo una donna ancora giovine, forse anche bella, circondata da quattro bambini assiderati dal freddo. Uu fetore immenso, una miseria che metteva spavento: tutto insieme uno spettacolo che faceva venir voglia di piangere. Poveri disgraziati, mentre il ricco annoiato profonde le migliaia di lire ai piedi di una ballerina, o per avere una bella pariglia, e finimenti magnifici alle passeggiate ed ai corsi, essi morivano di fame, non si sdigiunavano nemmeno tutti i giorni, perché il marito dell'afflitta giacente, dopo aver lavorato come un ciuco, era caduto da varii mesi ammalato e i di lui padroni gli avevano sospeso il salario.
Noi avevamo pochi quattrini, questi pochi ci servivano appena per fare il viaggio e purnonostante non potemmo fare a meno di dare il nostro piccolo obolo, per questa miseria che ci faceva piangere il cuore. Oh! se tutti andando a prendere un punch, o fumando un sigaro (vedete che prendo le più piccole spese) pensassero che con quei pochi soldi si potrebbe procurare un tozzo di pane a tanta gente che è degna di aiuto e che langue nella più tremenda miseria, oh! scommetto che allora i vizi scomparirebbero, che nessuno avrebbe cuore di abusar del superfluo, mentre tanti fratelli mancano del necessario:
Il fischio della macchina che arrivava ci annunziò che l'ora della partenza era giunta; lasciammo la casa del dolore e non potendo esser più allegri, chiotti, chiotti rientrammo nel treno, che dopo due o tre ore ci lasciava a Bologna.
A Bologna fu mestieri fermarsi fino al giorno dipoi; s'immagini chiunque ha fior di senno, con qual malumore: malumore che ci cresceva a mille doppi, vedendo come la celebra guardia di sicurezza seguisse come un cagnolino tutte le nostre pedate.
La mattina all'alba partimmo; mi sembra inutile descrivere ai miei buoni lettori il lungo viaggio che avemmo a fare da Bologna a Genova; le famose avventure in ferrovia, che sono così spesso tirate in ballo dai romanzieri, per me sono favole belle e buone; noi fummo trasportati, nell'identico modo con cui son trasportati i bauli. Avemmo a compagni dei mercanti, dei contadini e dei soldati in congedo; ci fermammo per far colazione, come tutti gli altri a Piacenza; mangiammo di nuovo a Tortona; bevemmo una buona bottiglia di vino a Novi, non potemmo fare a meno di ammirare la magnifica vallata di Serravalle, schiudemmo i cuori alle più liete speranze, osservando l'infinito numero di fabbriche di San Pier' d'Arena, e scendemmo a Genova nelle prime ore della notte. La luna illuminava il bel monumento di Cristoforo Colombo che è sulla piazza della stazione. Noi volgemmo un saluto a quel grande, che in ricompensa di un nuovo mondo si ebbe le catene da un re, e ci persuademmo, che per volger di secoli e per variare di avvenimenti l'umanità non è punto cambiata.
Nostro primo pensiero fu di recarci da un certo individuo, che ci doveva dare il mezzo sicuro, perché si potesse muovere senza disturbi alla volta di Francia. Ci aveva dato una lettera di raccomandazione per questo genio benefico, Andrea Pieri, uno dei nostri buoni amici Fiorentini, giovane egregio e provato patriotta, di cui la democrazia piange a lacrime amare la perdita. Trovammo quasi subito la tanto desiderata persona, e secolui ci riducemmo in una bettoluccìa non molto distante dal teatro Carlo Felice, bettoluccia frequentata soltanto dai marinari, e da qualche facchino di porto.
—Noi si vuolpartir subito—Fu il primo discorso che facemmo.
—Non dubitate… domani sera voi partirete… Domattina… uno di voi verrà con me e combineremo ogni cosa.
—Va bene!
—Ma saremo disturbati qua in Genova?… Dimandai io che avevo sempre fisse in mente le persecuzioni con cui ci onorava il Bolis a Livorno.
—Loro possono andare tranquillamente… Si figurino in quest'ultimo mese ne ho già imbarcati più di duecentocinquanta…
Mi rincresce non poter nominare questo giovine che con tanta abnegazione si prestava, per procurare dei difensori alla Francese repubblica; egli in oggi è uno dei miei amici più cari, ma, se lo nominassi, domani forse non avrebbe più pane e quello che è peggio, non l'avrebbe nemmeno la sua numerosa famiglia. Quanti, oh! quanti sono obbligati a nascondere le idee generose che loro bollono in cuore, per la miseria e per il bisogno! Non vi disperate però, o povere vittime, che ce lo ha lasciato detto anche Giusti:
«Tra i salmi dell'uffizio
C'è anche il Dies irae
O che non ha a venire
Il giorno del giudizio?!
Si dormì in un Albergo, a cui c'indirizzò il nostro amico; il proprietario, i camerieri la pensavano come noi e terminammo la serata, cullandoci tra le più belle illusioni e facendo i più attraenti progetti per l'avvenire.
Al mattino Materassi andò a fissare per la partenza; noi andammo a vedere i magnifici giardini dell'Acquasola ed ammirammo tutta la poesia di una magnifica giornata; il mare, la terra, il cielo erano ridenti, ridenti come il nostro pensiero, che spaziava in quell'Oceano di luce, in quel verde sterminato delle miriadi di piante che ci circondava, e che traeva da tanta magnificenza di natura nuova forza per tentare l'impresa, e certa speranza di sicura riuscita.
—Stasera alle otto si parte!—Ci disse a pranzo il Materassi.
—Ma come?
—Andremo ad uno ad uno al battello… Io vo per il primo: voi mi seguirete.
Sull'imbrunire ci avviammo al porto; il porto di Genova è senza dubbio il primo d'Italia: il continuo movimento, l'affaccendarsi di migliaia di persone, lo sterminato numero di navi che vi sono ancorate, lo sterminato numero di vapori che s'incrociano arrivando e partendo, disegnando sull'Orizzonte una lunga striscia di fumo, ti rendono certo di essere in uno degli emporii commerciali tra i più accreditati in Europa. A terra hai il lavoro, in mare hai il vapore: le due leve che rialzeranno l'umanità fino all'altezza dei suoi gloriosi destini; l'attività individuale e la scienza!
Se i barcaioli di Livorno ci si erano mostrati usurai e sordidi, quelli di Genova ci sorpresero per il loro galantomismo.
—Lei va in Francia?—Mi domandò quello che guidava la mia barca.
—Sì—Gli risposi.
E lui, zitto come un muro.
—Quanto devi avere?—Gli domandai quando fui giunto alla scala del bastimento.
—Mi, darà mezzo franco.
—Soltanto!—Esclamai io con sorpresa.
—È il mio avere.
Io gli diedi due franchi, egli mi pose in mano il resto e si offese quando gli dissi che del resto io intendeva fargli un regalo.
A bordo, mi buttarono giù tra le cabine dei marinari. Dove erano gli altri? Sul bastimento di certo, e se non li vedevo quella sera, li avrei veduti quando l'aria fosse più libera!
Noi eravamo nientemeno che sul Conte Cavour, vapore italianissimo e appartenente alla compagnia Aquarone. Mi sdraiai alla meglio in una cabina, quando entrò nella stanza un tale, che mi fu presentato con queste parole da un marinaro: anche lui, viene in Francia.
—E di dove viene?—Io gli richiesi.
—Vengo da Milano, ed ho fatto a piedi fin qui tutta la strada…
—E come mai?
—Io ero nei cavalleggeri Monferrato e son disertore!
Io lo guardai e sentii compassione di lui; io non ho mai creduto che l'impresa di Francia potesse riuscire, e, se andavo, era solamente perché reputavo un delitto per un republicano il non accorrere là dove si pugnava e si moriva eroicamente intorno al glorioso vessillo dell'umana emancipazione. Morire è nulla per chi ha un poco dì cuore: ma andando alla guerra ci son più probabilità di restare che di andare tra i più, e se quel povero diavolo l'avesse scampata, che avrebbe fatto? In Italia non poteva tornare dicerto, in Francia non sapendo una parola di lingua francese sarebbe morto di fame… Oh! quanti eroi vivono e moiono ignorati, in questo secolo falso in cui si inneggia all'effetto scenico dei bugiardi eroismi.
Questa volta ci si muoveva davvero; allorché io ne fui proprio sicuro mi addormentai profondamente.
Quando al mattino mi destai noi eravamo fermi.
—Venga pur su dai suoi compagni, mi disse un mozzo.
—Ma perché ci siamo fermati?
—Siamo a Savona: ci fermiamo fino a stasera.
—E avremo altre soste avanti di arrivare a Marsiglia?
—Oh!… sissignore! Per lo meno si sta dieci ore a san Maurizio.
I miei compagni, secondo il solito, più fortunati di me, erano stati messi nelle cabine di prima classe. Io li trovai nel così detto salone, nel quale ci si rigirava appena, tanto era piccolo!… ma pure lo avevan battezzato come salone.
Prendemmo un caffè, e si assise con noi un Pollacco, che bisticciava alla peggio un po' di francese: egli ci disse che veniva in Francia, e che era già stato ufficiale di cavalleria nell'esercito Austriaco e Prussiano, e per convalidare ciò che diceva, ci mostrò una fotografia, che aveva in tasca, dove era rappresentato in alta montura di ussero. Alla nostra domanda se pur egli avesse intenzione di arruolarsi con Garibaldi, fece una smorfia. e portestandoci di amare i volontari, ma di trovarsi al mo posto soltanto tra truppe disciplinate, ci fece noto il suo divisamente di entrare nell'esercito di Bourbaki, allora in formazione, io credo, a Châlons.
Era intanto sceso giù da noi il macchinista, un bel tipo di Francese meridionale: un repubblicano a prova di bomba, che faceva parte del Comitato di Marsiglia e che anzi s'incaricava di condurre più gente che gli fosse possibile in quest'ultima città. La testa di quest'uomo era molto espressiva; fronte spaziosa e barba foltissima; con un berretto Frigio sul capo ti rassomigliava perfettamente uno di quei celebri convenzionali che tanto impaurirono ed entusiasmarono la Francia sullo scorcio del secolo decimottavo. Franco e leale egli cantava le cose come le sentiva, per cui alle parole del Polacco, che aveva terminato il discorso con mille elogi dell'eserciti permanenti, sola speranza di una nazione in pericolo (sic) alzava furiosamente le spalle, e finì borbottando: Noi non andiamo d'accordo.
—E come è vestita la cavalleria in Francia? Gli domandò il discendente di Sobieskj, che persino in viaggio era di un'eleganza ineccezionabile.
—Da soldato!—Rispose l'altro bruscamente e volgendosi a noi ci disse a bassa voce e in genovese—Dev'essere un imbecille, un soldato di ventura.
Tale opinione ci fu poco dopo convalidata; il nostro compagno di viaggio cominciò a parlarci delle sue conquiste, dei cavalli che aveva lasciato a Vienna e degli illustri parenti che aveva lasciato a Berlino, e terminò mostrandoci il ritratto della sua maitresse, una bella bionda che non in fotografia, ma in carne ed ossa avremmo desiderato avere davanti. Durante tutta la campagna non vidi più questo Pollacco; probabilmente come tanti altri avventurieri avendo veduta la malaparata sarà andato in cerca di fortuna migliore: chè la campagna di Francia ebbe questo di buono: pochi volontarii, ma i pochi ispirati e che dicevano e facevano davvero… ne diano prova luminosa le migliaia dei cadaveri che abbiamo lasciato lassù.
A mezzogiorno preciso il vapore si mosse; tutti salimmo in coverta. La giornata era superba, il panorama incantevole. Il nostro battello, che si poteva chiamare un guscio, tanto era piccolo, costeggiava la bella riviera che è una delle prime bellezze della bellissima Italia; noi non ci scostammo mai più di cinquanta passi da riva; si passava adunque vicinissimi a quei seni, a quei golfi che s'intersecano nelle montagne, ora ridenti per il verde delle piante, ora tristi per il cenerognolo dei molti uliveti, ora orride per il colore rossiccio delle pietre e per la mancanza di abitazioni; i cento villaggi, i pittoreschi castelli che si vedevano spuntare qua e là, e dominare superbi sulle vette delle colline e dei monti; le capannuccie dei pescatori a cui ad ora ad ora si scorgeva legata qualche barchetta, le onde leggermente increspate dal venticello che rapiva i profumi dalle piante del lido, e li offriva a noi ricreandoci, gli alcioni che apparivano a fior d'acqua, che si tuffavano e riapparivano scuotendo le ali immense, e il cielo tutto sereno, celeste come l'estesa superficie del mare ci facevano credere di essere in primavera, e ci facevano mandare un saluto dal profondo dell'anima alla terra dell'amore e della poesia, a quell'Italia che si biasimava, si vituperava vivendoci, ma che ora si sentiva di amare più di noi stessi. E a farlo apposta sembrava che l'Italia, quasi amante che si voglia tradire, si facesse bella di tutti i suoi vezzi per renderci più amara la dipartita.
Ci fermammo di nuovo a san Maurizio, e fu forza il pernottarci. Mi condonino i lettori la noia di tutti questi ragguagli: ne soffrimmo tanta noi della noia… che possono pazientare, anche loro, poiché poco più ora manca alla fine di questa escursione marittima.
Il mare si fece cattivo: un colpo di vento portò via tutte le panche che erano a poppa e dove ci eravamo seduti il dì innanzi: il nostro stato era deplorevole: lascio dapparte certe descrizioni che urterebbero il delicato sentire dei miei lettori e delle mie buone lettrici; lo stesso Capitano non sapeva più che pesci si prendere: l'equipaggio giurava per tutti i Santi del Calendario Cattolico di non essersi mai ritrovato in acque sì brutte. A Tolone si sobbalzava tanto nelle nostre cabine che si arrivava a picchiare capate terribili nelle asse del soffitto; è per sopramercato si era anche nel colmo della notte. È impossibile descrivere l'irritazione di cui eravamo in preda: lo sconforto si era impossessato di noi, e ci si aspettava di momento in momento di trovar la tomba, ora che si era arrivati in Francia.
Il tempo si calmò; altre cinque ore di viaggio, eppoi il Capitano ci chiamò sul ponte. Corremmo tutti. Un bosco d'antenne occupava tutto il porto: una magnifica città ci si stendeva davanti in mezzo a due picchi, sul primo dei quali si vedeva il campanile di una chiesuola.
—Quella è la Madonna della Guardia—ci disse il Capitano.—Loro sono a Marsiglia.
Finalmente ci si era!