CAPITOLO V.
Andammo subito al Comitato; non ci era nessuno: se ne domandò la ragione, ci risposero che era domenica; si cominciava benino!
Facendo di necessità virtù, deliberammo di tornarci il giorno dopo, e intanto andammo a passeggiare per la città: Non posso negare che più che mi inoltravo in quelle magnifiche strade, più osservavo il chiasso, il movimento, il lusso, il fare spigliato di quella popolazione, più mi sentivo in preda d'impressioni bruttissime. Non che essere in una Nazione, tanto bistrattata, tanto avvilita, tanto depressa come era allora la Francia, tu avresti creduto trovarti in un paese dove tutte le cose vadano a meraviglia, dove non si sia nemmeno alla lontana sentito parlare di guerra. Molti giovanotti avevano il berretto da guardia nazionale, ma molti ancora se la passeggiavano tranquilli e contenti, a braccio di signore di virtù più o meno problematica, e occupavano cianciando, chiassando e ridendo i tavolini che sono al difuori dei molti caffè, che si trovano nella magnifica strada della Canobiere.
Ai cafès chantants, si cantava la Marsigliese, le chant du depart tutte canzoni patriotiche… ma pur si cantava; alla Maison doré si ballava sempre patriotticamente il cancan: tutte le cocottes di Parigi, allontanate da quella citta a causa dell'assedio, erano piovute là a Marsiglia, dove abbassando le loro pretese, avevano trovato ammiratori a iosa; erano aperti tre teatri; sui boulevards tutte le sere suonava la banda; unico indizio di vita belligera noi lo trovammo in certi cartelli che erano attaccati a tutte le cantonate; cartelli ove era scritto a lettere cubitali: Parigi non si arrenderà mai; del resto, come ho detto, un'indifferenza da fare schifo, una corruzione che non ci faceva mai presupporre che un Trochu avesse la sfacciataggine di qualificarla all'Assemblea per Italiana. Se si fa un paragone tra qualunque delle nostre città nel 1866 e Marsiglia nel 1871, bisogna in coscienza affermare che noi, quantunque corrotti, siamo molto, ma molto superiori, se non altro nell'amore di patria, alla città più spinta del mezzogiorno della Francia.
Né solamente le classi agiate se la spassavano, bastava andare sul porto per potere esser certi se quel popolo lì, aveva intenzione di concorrere alla guerra! Le infinite baracche dei saltimbanchi, i giuochi improvvisati lungo la strada, la gente che si affollava intorno ad un vaporino che conduceva intorno il porto, i cantastorie ambulanti ci offrivano un bel colpo d'occhio, ma ci raffermavano sempre più nella nostra opinione. È vero che tra gli altri sollazzi vedemmo anche un tiro al bersaglio e in questo servivano di mira due Prussiani più grandi del naturale; ma a che prò sciupare la polvere contro i Prussiani di carta, quando si fuggiva a rotta di collo davanti a quelli di ciccia?
La molta gente che interrogammo, ci rispose facendo voti, per la pace; il commercio incagliato, i guadagni diminuiti parlavano nel cuore di tutti quegli uomini, più della voce della patria tradita. Noi pensammo che era ben difficile che la Francia potesse pigliare una rivincita.
In mezzo alla folla vedemmo qua e là confusi ed incerti alcuni Turcos ed alcuni Zuavi, zoppicanti e con volti emaciati. Erano feriti; erano avanzi gloriosi di Wissembourg, di Woërt, di Gravelotte. Abituati a vedere questi fieri soldati, allorché nel cinquantanove baldanzosi e trionfanti traversarono l'Italia, noi provammo un senso di dolore nel vederli ridotti in tale stato. I ragazzacci del popolo non di rado li accompagnavano colle loro fischiate, o facevano loro degli scherzi da far rivoltare lo stomaco agli uomini più abboccati del mondo: la sventura dovrebbe esser sacra. La popolazione di Marsiglia l'aveva maledettamente con l'armata: mentre uomini, donne, fanciulli si affollavano lungo le vie e guardavano con ammirazione la guardia Nazionale, che faceva crepar dalle risa, tutti avevano sempre pronto un frizzo, un insulto per quei poveri diavoli del 60° reggimento, che allora si ricostituiva in quella città: li chiamavano i soldati di Napoleone, e tutti erano all'unisono per dichiarare quest'ultimo come un traditore, come l'unica causa di tutti i disastri che avevano ridotto al lumicino la patria degli eroi del novantadue e degli espugnatori di Malakoff.
Un po' sconfortati continuammo a girellare, ma è un fatto che quella varietà, quel movimento ci stordiva in modo, che queste cose le quali, or ripensando mi danno fastidio, terminarono col non farmi nè caldo nè freddo e col darmi gusto. Rintoppammo sul porto il nostro compagno di viaggio, disertore dall'esercito Italiano.
—Vadano al Comitato—Ci disse—perché fra poco si parte..
—Dici davvero?
—Sul mio onore.
E noi ci avviammo al celebre Comitato che aveva la sua sede sulla piazza della prefettura.
Un gruppo di giovani dal portamento spigliato, era sulla cantonata e faceva pervenire ai nostri orecchi il dolce suono della gentile favella del sì. Saranno stati all'incirca una cinquanta ed erano tutti Italiani, qualcuno aveva il berretto rosso: tutti vestivano ancora con abiti cittadineschi. Fummo accolti da loro come fratelli: in quei momenti s'improvvisano le amicizie, e il tu alla quacquera di primo acchito, soave reminiscenza dell'Università, predomina su tutta la linea: nè si creda che queste amicizie che si concludono in un quarto d'ora, sfumino come tutte le amicizie del mondo, poiché sono le più inalterabili, perché dopo molti anni quando l'uomo vive nel passato e chiede un conforto e una lacrima al sacro patrimonio d'affetto che ha raccolto qua in terra, ripensa a questi amici di gloria e di sventura come l'esule, o il prigioniero ripensano alla casetta paterna.
Tutti erano allegri… si andava incontro a un nemico formidabile, si era certi della difficoltà di vincere, si sapeva che probabilmente metà di noi avrebbe pagato col sangue le idee che ci bollivano in testa, ma che c'importava? Anche il sacrificio ha le sue voluttà e sono più inebrianti di quelle della gioia.
—Stasera non possono partire.—Venne a dirci un coso sbilenco, che doveva essere addetto al Comitato.
—Daccapo—Urlarono i giovani e proruppero in fischi.
—Domani sera partiranno di sicuro—Proferì a malapena quel corvo del malaugurio e se la svignò alla chetichella.
—Pazienza ragazzi… bisogna assuefarsi alle disillusioni; venite con me alla vicina taverna e là faremmo passare la malinconia, trangugiando un buon bicchier di vino caldo.
Quello che parlava era un bel tipo di militare; era già vestito da
Garibaldino e camminava un po' zoppo.
—Evviva il Mago!—Gridarono tutti.
—Venite con me sempre, o ragazzi, e vedrete che anche al fuoco non vi farò scomparire.
—Eh! lo sappiamo che tu sei un eroe…
—Che eri all'attacco di Dijon…
—E che ci fosti ferito.
—Evviva i prodi soldati!
—Evviva.
E cantando patriottiche cantiche ce ne andammo tutti alla vicina taverna, dove due fior di ragazze dispensavano bibite e sorrisi agli avventori, che ne andavano in solluchero a questo connubio cotanto attraente.
A Marsiglia, il vin caldo e il Cognak costano la miserabile somma di 10 centesimi, e si noti bene che le bibite non si amministrano omeopaticamente come da noi.
—Se ci fossero certi amici!—Esclamò il Materassi, quando giunse a cognizione di questa consolante notizia.
—Mago, su… giacché non sappiamo come passare il tempo, raccontaci i fatti gloriosi di cui è già stato eroe Garibaldi… Noi ci istruiremo e le ore ci trascorreranno, come se fossero minuti.
—Che volete… che dica…
—Di quello che sai: raccontaci come si portano i nostri, quale è la nostra organizzazione, e se infine i soldati Prussiani sono poi quella gente famosa da far tremare tutto il mondo…
—In quanto a questi vi assicuro che non fanno di noccioli e che tirano diritto, e che son duri come montagne, ma, poiché volete saper proprio ogni cosa, vi spiffero tutto dall'a alla z pregandovi a scusarmi se non parlo in punta di forchetta.
Tutti fecero silenzio e il sergente (il Mago era sergente), incominciò: Figuratevi che si era in Autun. Il clima di Francia è pazzo come gli abitanti. A Dôle non aveva fatto che piovere, a Autun era un freddo che ci pareva di essere in Siberia. Noi stemmo sei giorni all'avamposti e vi assicuro di aver provato certi brezzoni, che al solo ricordarli mi sento gelato. Riunita tutta la legione, si partì col nostro Vecchio per Arnay le Duc.
—O in che legione eri?—Interruppe uno.
—Io ero con Tanara; un bravo uomo, ragazzi, un uomo, del genere del quale ce ne vorrebbe dimolti nella democrazia, uno di quei pochi insomma che si seguono volentieri, quando cominciano a fischiare le palle!.. Tornando a bomba: vi dirò che da Arnay le Duc, girammo come l'Ebreo Errante, per tutti quei paesuoli, sempre in cerca dei Prussiani che non si vedevano mai… Che marcie, figliuoli!.. Non dubitate, che chi potrà raccontare questa campagna, potrà esserne altero e potrà dire di esser sfuggito alle unghie del diavolo. Il giorno ventiquattro entrammo in Malin, abbandonato poco prima dai Prussiani; pernottammo alla stazione, e Garibaldi, il bravo uomo, era là.. in mezzo a noi, a farci coraggio, a prometterci che ci saremmo fatti onore. Il freddo era intenso, acutssimo e il nostro Vecchio era sorridente, sereno, come se fosse stato nella stanza più bella e più riscaldata del suo quartier generale. Gli abitanti cercavano di renderci meno dure le privazioni colle loro gentilezze: e si affannavano a portarci da mangiare, e da bere; le donne, anche delle classi non basse, ci portavano il pane ed il vino e ci stringevano la mano. L'era una cosa da far piangere i sassi… ve l'assicuro. All'alba partimmo e ci frastagliammo compagnie per compagnie nei borghi diversi, adiacenti a Malin. Così passammo l'intera giornata: sul far della sera venne ordine immediato di partenza, e difatti tutti insieme si andò a Lantenay. Qui trovammo un infinità di guardie mobili, qualche pezzo di artiglieria, un mezzo squadrone di Chasseurs d'Afrique e varii corpi di volontari. Garibaldi alloggiò al castello; noi ci fermammo proprio sotto di lui e per riscaldarci facemmo degli immensi falò. I Prussiani erano al di là di una foresta che si stende sull'alture del Nord Ovest del Castello; in linea retta tra noi e loro non ci correva nemmanco un chilometro. La mattina del ventisei oltre la paga ci diedero dei pezzi di capretto che erano stati requisiti; ma sul più bello, allorché si cominciava ad assaporare questa vivanda così patriarcale, suonò l'assemblea, e in un minuto bisognò correre ai ranghi, lasciando sul terreno e nelle case più di metà di quel cibo, che con tanta veemenza veniva reclamato dai nostri stomachi vuoti. Appena arrivati al castello, vedemmo Garibaldi a cavallo: era seguito da Menotti, da Bordone, da Canzio. Il Vecchio diede qualche ordine, poi seguito dai suoi e da alcune guide ci precedette, inoltrandosi al trotto verso l'estremità della foresta; dopo brevi istanti noi ci avanzammo. Pigliammo una viuzza e in poco tempo raggiungemmo lo stato maggiore. Allora si ordinò a due compagnie del primo battaglione, tra le quali alla mia, di occupare l'altipiano e di stenderci in catena. Nell'eseguire quest'ordine voltai i miei occhi a destra e vidi in terra sdraiato il prode Garibaldi. Egli si riposava: lì a cento passi da noi.. Io non sono un poeta, sono un ignorante, un soldataccio cresciuto tra bestemmie della caserma, ma che volete, non ve lo nascondo, veder quel vecchio, malato, quell'uomo della cui fama è pieno il mondo e che si è già conquistata l'immortalità, vederlo, dico lì sdraiato come uno di noi, con quella faccia di santo, a pochi passi dalla morte, io sentii inumidirmi le ciglia e piansi come una donnicciuola, o come un abatino.
Due batterie, una da campagna e l'altra da montagna, presero posizione accanto a noi. Poco distante tuonava il cannone; erano le truppe di Bossak e di Ricciotti, almeno lo credo, che disturbavano le mosse del nemico. Che magnifico spettacolo ci si presentò agli occhi, quando principiammo a guardare! Una vallata ubertosissima di vegetazione si stendeva sotto di noi; i battaglioni Bavaresi e Prussiani formavano un'estesa e ben compatta colonna; gli ulani correvan da un estremo all'altro di quella linea, che sembrava di ferro, tanto era nera: ma colle nostre complessioni e coi nostri comandanti si ammacca anche il ferro!.. Venne l'ordine infatti di avanzarsi.
Il terreno che dovevamo percorrere era pieno d'intoppi: era un avvicendarsi di piccoli scaglioni che qualche volta ci facevano andare a gambe levate. I Francs Tireurs si erano internati nella foresta e appoggiavano i nostri movimenti. Dopo poco trovammo dietro uno dei tanti rialzi gli Chasseurs d'Afrique che erano in esplorazione. Una scarica a bruciapelo eseguita dai Prussiani, li fece retrocedere; allora occupammo noi la sommità abbandonata dalla nostra cavalleria. Il rombo del cannone si fece sentire da tutte e due le parti, i Prussiani rispondevano ai nostri con accanimento: le palle, le bombe ci smaniavano di sopra, di sotto, intorno al capo, alle gambe: ogni poco i superiori ci ordinavano di sdraiarci per terra, Una rachetta portò via la coscia del bravo luogotenente Dell'Isola aiutante di Menotti. Il nostro capitano Morelli era sempre alla testa della compagnia e diè prova di un sangue freddo, che, come vecchio soldato, io vi dichiaro rarissimo. Pigliammo d'assalto un paesetto, lo traversammo a baionetta calata, in mezzo agli applausi di quei buoni abitanti. I Prussiani si ritiravano colle loro artiglierie: apriamo il cuore alla gioia, guardiamo e si vede in capo alla strada il Generale; ma dunque quest'uomo è per tutto, quest'uomo è miracoloso, quest'uomo è invulnerabile!.. Gridano i volontari, e poi, tutti prorompono in acclamazioni all'illustre condottiero. Garibaldi ci salutava col suo solito sorriso, poi, chiamata una tromba, si fece dare un poco da bere, e bevve l'acqua di una vicina pozzanghera. Intanto il cielo aveva aperto le sue cateratte, ed una pioggia diabolica c'inzuppava maledettamente i vestiti, e ci rendeva assai malagevole il camminare a causa del fango che produceva.
Facemmo alto in un luogo disabitato e scoperto; quivi sfilò innanzi ai nostri occhi tutto il piccolo esercito che aveva sotto di se Garibaldi. Passato che fu, venne anche per noi l'ordine di avanzarci senza sapere ove si andasse e senza nemmeno curarsene: che il buon soldato non deve mai discutere, nè sofisticare su quanto ordinano i superiori. Dopo aver camminato un poco, noi del battaglione, comandato da Ciotti, arrivammo in un piccolo villaggio situato al Nord di Lantenay, e qui dalla bocca stessa dei villici sapemmo che i Prussiani, prima di partire, avevan fatto man salva di tutto il bestiame.
Di cibo non ci era da parlarne, e noi si aveva un appetito numero uno; una sola botteguccia era aperta, ma anche in questa non si trovavano che pochi pezzucci di pane; li dividemmo da buoni fratelli, ma appena si cominciavano a divorare, eccoti di nuovo l'ordine d'immediata partenza. Ragazzi miei, non è il fuoco che costituisce lo amaro di una campagna, chè anzi ne è la pagina bella; sono le privazióni e gli stenti, a cui però di buon grado deve assoggettarsi il soldato dell'idea. Noi eravamo stanchi, le gambe non ci reggevano più, i respiri si elevavano a mala pena dal petto, ma il nostro lavoro non era terminato, bisognava finirlo, come volea Garibaldi, e o male o bene noi lo facemmo ed ecco come andò.
Il Generale voleva sorprendere Digione, ed era sicuro d'impadronirsene con uno dei suoi colpi di mano e vi garantisco che sarebbe riuscito…. Oh! mille valorosi di più o duemila vigliacchi di meno, e avreste veduto! Noi ci inoltrammo silenziosi lungo la strada; avevamo avuto il comando di non scaricare il fucile; quatti quatti senza respirare nemmeno, col cuore che ci batteva forte forte, procedevamo in mezzo a quel buio d'inferno; nessun rumore si sentiva all'intorno: un acquazzone tremendo ci percoteva da tutti i lati. Noi marciavamo per primi insieme ad una compagnia di Francs tireurs, dietro a noi venivano diversi battaglioni di guardie mobili e l'artiglieria. Così giungemmo fino a un kilometro dalla città; pareva che i Prussiani non si fossero anche accorti di noi; un subitaneo schioppettìo di fucilate ci rese sicuri che la nostra avanguardia era alle prese cogli avamposti dell'inimico.
I nostri superiori ci diedero l'ordine che ad ogni scarica, ci buttassimo nei fossi che fiancheggiavano la strada; questi erano pieni d'acqua, e allorché il lampo annunziatore delle palle vicine si faceva vedere in quel buio, noi prendevamo dei bagni, nè troppo comodi in quella stagione, nè troppo puliti. Però di tratto in tratto ci si avanzava, tra quel diavoleto: le nostre trombe suonavano avanti; avanti, gridavano gli ufficiali; avanti si gridava noi tutti, e come un sol uomo, ci spingevamo, ci accalcavamo, per quella strada che poco dopo doveva essere ingombra da mucchi di deformati cadaveri. Già qualche ferito emetteva grida strazianti, già l'aria s'impregnava di quel simpatico odore di polvere che suole accompagnare i combattimenti, già il lontano rullo del tamburo, il subito guizzo che pari a lingua di fuoco si ripercuoteva per tutta quella estensione, e il fischio non interrotto mai delle micidialissime palle nemiche, ci rendeva sicuri che assistevamo ad un'imponente battaglia.
Le scariche dei Prussiani di minuto in minuto crescevano d'intensità, eppure noi fedeli ai nostri ordini non ci azzardavamo a far uso delle nostre armi, quando quei vili delle guardie mobili cominciarono a scappare e a tirar fucilate all'indietro, fucilate che colpivano noi, non i Prussiani. L'impresa a quel momento si poteva chiamare fallita; un uomo prudente, uno che va col successo si sarebbe ritirato, ma Garibaldi era lì in prima fila, ma noi si vedeva fuggire i Francesi e volevamo far vedere quanto più di loro valessero i calunniati Italiani, epperciò con l'entusiasmo di chi sa di sacrificarsi per una idea generosa si stava fermi, al nostro posto. E lì morì il povero tenente, Anzillotti; lì morì il bravo Del Pino uno dei ragazzì più buoni e più coraggiosi che io m'abbia conosciuto, e certo uno dei migliori della mia compagnia. Non vi sto a dire il numero dei feriti, i Carabinieri Genovesi furono decimati… gli Italiani si battevano e si battevano da eroi.
Fu giuocoforza il ritirarsi; mai ritirata poteva cominciare con tanto disordine; si correva all'impazzata pei campi, ogni poco, si cadeva per terra, ogni poco ci si trovava a mezza gamba nell'acqua, e tutto questo sotto un fuoco continuo di mitragliatrici, di cannoni, di moschetterìa. Giunto a capo di una viuzza, fui scaraventato per terra: tentai di rialzarmi, mi fu impossibile poco dopo io era fuori dei sensi; non so quanto durò, il mio sbalordimento; quando mi riebbi mi trovai sopra un barroccio che mi portò all'ambulanza d'Autun, da dove fui trasferito a Lione. Un'impertinentissima scheggia di mitraglia mi aveva forato la coscia. Ottenuto un permesso di convalescenza, ho fatto un mesetto di villeggiatura a Nizza, e ora me ne torno lassù, che, grazie al Cielo, della forza per battermi coi Prussiani ne ho sempre, perché, sappiatelo ragazzi, una battaglia è uno di quei divertimenti che non capitano ad ogni canto di gallo; si può morire, ma dove volete trovarmi una cosa più bella di morire, in mezzo al fumo, al rumore, alle trombe e alla gloria… eh! via dunque, venite con me, e vi farete onore, il vecchio Mago ha veduto troppe volte da vicino la morte, perché vi possa far fare una figuraccia indecente.
—Evviva il Mago!—Gridarono tutti e tutti picchiarono il bicchiere tra loro.
Dopo aver discorso un'altra buona mezz'ora, dopo aver domandato tutto il domandabile al brav'uomo che aveva già veduto i Prussiani, ci congedammo da quell'allegra compagnia e ci avviammo all'albergo.
—Ma se ci mandassero con Frapolli!—Esclamò uno di noi per la strada.
—Che… Parleremo ben chiaro al Comitato, noi intendiamo di batterci e non di fare il framassone a cento miglia dal teatro della guerra.
—E però va specificato—ci disse uno che per buona fortuna era venuto dalla taverna con noi—Perché quei signori che spediscono sono tutti una zuppa e un pan molle con quelli arfasatti e se voi state zitti, vi trovate di certo mistificati.
Noi ringraziammo il gentile consigliero e ci addormentammo decisi di raggiungere tra poche ore il generale, e l'Armata dei Vosgi.