CAPITOLO VI.
Il giorno seguente, appena fu un'ora da persone educate, andammo dal Comitato. Dopo molta anticamera, chè anche nella democrazia quando si comincia a salire si assume tutte le belle e gentili maniere le quali distinguono l'aristocrazia, fummo introdotti in quel sinedrio di senno e di patriottismo, e ci trovammo davanti al presidente Panni, un omaccino tarchiato colla barba lunga, nato a Firenze ma domiciliato da vario tempo a causa di affari a Marsiglia. Tanto lui come il segretario Lalli, si davano tutto il tuono di persone importanti, ci squadravano dall'alto in basso con una prosopopea da commissarii di polizia, e parlavano della guerra colla medesima autorità, che avrebbero adoperato se fossero stati generali d'armata o per lo meno, capi di stato maggiore…..
Adempiute le formalità, di quella specie di arruolamento che si firmava presso di loro, noi facemmo noto a quella gente, il nostro proposito di andare diretti al quartier generale dì Garibaldi.
—Loro possono andare anche con Frapolli—Ci disse il segretario—Tutte le vertenze sono accomodate e i due generali, glielo assicuro io, camminano verso la medesima mêta.
—Sono belle assicurazioni, ma noi abbiamo deciso di raggiungere
Garibaldi e vogliamo andare a Digione.
—Facciano come vogliono; stasera partono una cinquantina di volontarii… potranno andare anche loro—Borbottò il presidente, non nascondendo un senso di malumore e di contrarietà: poi, rivoltosi ad Omero Piccini, fratello di quello che era sul Var e in prigione con noi, gli proferì in tuono brusco: Lei non può andare.
—E perché?
—Non lo vede… è un ragazzo.
Difatti il nostro compagno aveva 17 anni.
—Eppure, interrompemmo noi, è già stato a Mentana.
—Allora faccia lei… Stasera alle dieci sieno qui… se vogliono partire.
Cosa dovevamo fare per giungere alle dieci?.. Entrammo nella taverna della sera avanti… Ah! così ci fosse venuto un granchio alle gambe!.. Rivedemmo le simpatiche Ebi che con tanta grazia porgevano il nettare agli avventori, entusiasti delle loro bellezze, le rivedemmo, e ci attaccammo discorso; si parlò della guerra, della Francia, delle donne Italiane, che esse dicevano bellissime, delle prossime emozioni del campo, della moda, dei vestiti corti, del ciuco ammaestrato che facevano vedere sul porto, della guardia mobile, dell'esercito di Bourbaki e dei pasticcini di Strasburgo che non arrivavano più. Erano discorsi le più volte senza senso comune, ma che servivano ammirabilmente per farci ammazzare alla meno peggio qualche ora. Il male si fu, che le parole erano accompagnate dalle libazioni: le libazioni c'indussero a fare il dejuner, questo tirò dietro da se lo Champagne… Avevamo cominciato a sdrucciolare su una sgamba viuzza e ormai bisognava ruzzolare a rotta di collo per tutta la china. Il piacere di esser giunti finalmente in quella Francia, che da tanto tempo agognavamo, il trovarsi accanto a quelle vaghe ragazze, la generosità dei vini che avevamo trincato, la gioventù che ci bolliva nel cuore, ci avevano sprigionato tale un'allegrezza dalle più intime fibre, che, non sapendo più quello che si faceva, ridevamo senza alcuna ragione, folleggiavamo come se fossimo tornati bambini, si faceva le più strane proposte e tutte venivano approvate.
—Andiamo tutti in barca sul porto.
—Sì… sì… sul porto.
E prese a braccetto le due silfidi, ci avviammo versò il mare, traversammo la popolosa città e poco dopo eravamo in barchetta.
Io ero divenuto il cavaliere servente o per dir meglio il consigliere intimo della più giovine delle due vezzose sorelle. Essa chiamavasi Aissa, e nella sua vita disordinata, aveva veduto l'Affrica, la Spagna, l'Italia sempre con nuovi amanti, e cercando soltanto la voluttà vertiginosa dell'orgia; senza curarsi nè punto nè poco del mondo, delle convenienze sociali e di quel buon nome che si acquista soltanto col rispetto dell'apparenze, la capricciosissima figlia d'Eva, siccome farfalla, dì fiore in fiore aveva libato in tutte le sue forme svariate l'emozioni e i piaceri ed ora annoiata di tutto e di tutti continuava la sregolata sua vita, per far fronte alle spese pazze che sono la logica conseguenza degli sbalordimenti procacciati a bella posta per obliare il presente e per non pensare all'avvenire. La taverna non era che un pretesto; la vecchia padrona teneva quelle ragazze per accalappiare i merlotti, e mentre ritraeva da loro dei lucri non indifferenti, mentre non lesinava il denaro per vestirle con tutto il lusso immaginabile, mai era larga con esse dell'oro che così indegnamente guadagnava.
Aissa del resto era simpaticissima; aveva in sé qualche cosa di Orientale; i suoi occhi nerissimi ed umidi sempre indicavano chiaramente la di lei voluttà: due labbra tumide che reclamavano un bacìo; due mani da principessa; un piedino da vera Andalusa; insomma un boccone da fare escire dai gangheri un anacoreta!
Il mare era tranquillo: la campana della Madonna della Guardia sonava lentamente; ora l'ora poetica delle ricordanze; cento barchette in qua e là solcavano le onde. Noi ci sentivamo commossi; su' di un piccolo schifo, un sonatore girovago, uno di quei Napoletani che strascinano per i caffè il biblico strumento degli antichi profeti, fece echeggiare per l'aere una canzonetta patetica, molle, meridionale e noi rammentammo l'Italia, le sue belle costiere profumate d'aranci, il movimento delle nostre città, le amate fisonomie dei nostri amici, e dei nostri congiunti… la commozione era al colmo e il bello si è che al pari di noi erano intenerite le nostre compagne… E perché ciò ha da essere strano?.. Le reminiscenze sono il patrimonio degli sventurati, e pari alla rugiada del cielo vivificano i cuori… quelle povere donne erano certamente sventurate, e più oneste di tante che scroccano il nome d'oneste nel mondo, sentivano la santa voluttà di una lacrima, e trovavano una scusa ai loro trascorsi, immerse nell'imponente, nel sublime spettacolo della calma natura.
La nostra, escursione si prolungò per più di due ore; il momento; della partenza si avvicinava a gran passi; era mestieri dirci addio.
Riaccompagnammo a casa le donne.
—Vi prometto di raggiungervi—Mi disse Aissa, stringendomi forte forte la mano.
Io la guardai e sorrisi: non credevo punto al coraggio di quell'eroina… Col tempo però come vedranno i lettori, fui completamente disingannato; e solo per tal causa ho riportato questo episodio della nostra breve dimora a Marsiglia: episodio che sarebbe stato proprio un di più, se non fosse collegato con altri che si svolgeranno a Digione…
—Bisogna pagare il conto—Disse un di noi.
Oh! la crudele parola!.. Oh! la bruttissima prosa dopo tante ore di non interrotta poesia!.. Ci guardammo in faccia l'uno l'altro! Che una donna gravida non vegga mai, per l'amore dei suoi futuri nati, delle fisonomie come avevano in quel momento, i miei compagni… Le nostre risorse erano tanto limitate, che se noi ne fossimo usciti puliti, ci era di che attaccare un voto.
Il conto era di 102 franchi: tra tutti ne avevamo 104: se ci fossimo trattenuti un'ora di più si restava in pegno a Marsiglia! E la bella prospettiva che avevamo davanti: intraprendere un viaggio di due giorni con due franchi in saccoccia… o negatemi che in Francia il divertirsi non costi salato!
Baci, saluti strette di mano, e poi di galoppo al Comitato.
—E se non si partisse… che facciamo senza quattrini?
—Ma!—Preferì filosoficamente il Materassi, e noi a nostra volta ripetemmo la filosofica esclamazione…
Per buona fortuna quella sera pareva che si dovesse partire certamente: erano già stati distribuiti i berretti rossi ed i Garibaldini, schierati in due file lungo la strada attendevano il luogotenente che doveva accompagnarli fino a Digione.
I volontari erano allegri, cantavano a squarciagola, e negli intermezzi cianciavano, politicavano, facevano infine un brusio indiavolato; un Milanese ponendosi ambe le mani alla bocca imitava perfettamente il fischio del vapore, un altro faceva da cane, abbaiando e guaendo con tanta naturalezza da chiamar per la strada tutti i cani che giravano per quei dintorni. Era insomma una scena deliziosissima e il tenente non si vedeva.
Ognuno che abbia frequentato per poco i volontari, sa quanto sia susurrone e incontentabile questo elemento, quando è lontano dal fuoco; quindi facilissimo e immaginarsi quali recriminazioni, quale sussurro provocasse questa inopinata tardanza. Prima furono proteste, poi fischi acutissimi: finalmente calci e pugni alla porta.
—Noi non si vuol fare il comodo dì nessuno!
—Si comincia male!
Tali erano a un dipresso le espressioni di quella gente stizzita, e a rinforzare la dose il Mago dava degli schiarimenti sul comitato e sulle spilorcerie ed angherie da questo commesse per il passato. Figuratevi, diceva, che a me diede a portare venti uomini a Dôle, e mi diedero una lira per uomo… Di qui bisognava andare a Mouchard, ventiquattro ore di strada, lì bisognava dormire e poi partire il giorno dopo per la destinazione… vi raccomando quello che dovevo fare… E lo stesso che a me è succeduto a tutti i capi squadra… Oh! hanno un gran talento quei signori di sù!…
—Abbasso… Abbasso questi grulli—Urlavano tutti—Son Frapollini…
Giù i traditori!
Chi sa dove avremmo finito, se fortunatamente non avessimo udito degli altri rumori e più intensi dei nostri sulla piazza vicina. Cosa era succeduto?.. Noi non vedevamo che delle guardie mobili, che venivano via a rotta di collo. Rompemmo le righe ed andammo a vedere cosa era. Un battaglione delle guardie mobilizzate delle Bouches du Rhôn aveva rifiutato partire, ed aveva lasciato soli sulla piazza, il maggiore e tre o quattro altri ufficiali di buona volontà; uno di questi si mordeva le mani e piangeva… Oh! ne avea ben ragione: A vedere quel branco di vili che fuggivano piuttosto di andare a difender la patria, ci era da esecrare l'umanità, di vergognarsi di esser uomini per non avere a compagni quella canaglia.
Vedendo l'inutilità della nostra presenza, tornammo indietro, e dopo pochi minuti fummo consolati dalla venuta del tenente. Il nostro accompagnatore era grasso e rubizzo, e avrebbe fatto più figura vestito da canonico che da garibaldino. Lo accompagnava una bella ed elegantissima signora, che sapemmo, essere la di lui indivisibile compagna; non si creda che quella donna fosse un'eroina, giacchè quel tenente in tutta la campagna avrà forse veduto il fumo del camminetto: quello dei combattimenti no certo; tutti i suoi incarichi si limitavano ad accompagnare i volontari da Marsiglia al quartier generale; non nego con questo che certi impieghi sono indispensabili, ma io vorrei vederci dei vecchi e non dei giovani tarchiati e robusti, come giusto appunto era il nostro duce provvisorio.
Si fece l'appello, eppoi a quattro a quattro ci movemmo per andare alla stazione. Che l'Italia sia la terra del canto, non può esser dicerto impugnato da chiunque ha fatto anche una sola campagna; il soldato Italiano appena si muove canta, canta andando all'attacco, come quando è in ritirata, canta nei malinconici stanzoni della caserma, come in mezzo alle strade, quando sa di partire; parta per una guarnigione, parta per andare alla guerra.
»Non pianger, mio tesoro
»Forse ritornerò
Cantavamo in coro noi tutti; e le finestre si spalancavano, si illuminavano, ci offrivano dei leggiadri visetti, degli occhi superbi che ci lanciavano occhiate tanto benigne da farci commuovere; il nostro contegno non poteva non esser paragonato a quello dei mobili delle Bouches du Rhôn, e chiunque ha un po' di mitidio può di leggieri comprendere quanto un tal paragone resultasse per noi favorevole.
Il lunghissimo tratto di via che è tra la prefettura e la stazione ci passò in un baleno; in una carrozza sul piazzale della ferrovia vedemmo la simpatica Aissa che ci buttò un bacio sulla punta delle dita. Se quel bacio non era precisamente il castissimo bacio degli angeli, è innegabile che per noi era assai caro. Salutammo gentilmente quella donna; il sapere che qualcuno serba dolce ricordanza di noi, ci fa piovere in cuore un sentimento di gratitudine, e in quei momenti che, volere o non volere, non sono così facili a ripetersi nella vita di un uomo, magnifichiamo certe cose alle quali in certi altri non daremmo alcuna entità.
—Avanti, march—Gridò con voce stentorea il lilliputtiano segretario del comitato… e tutti noi gli si tenne dietro nella stazione….
Vedendo otto vagoni a nostra disposizione fummo colpiti da una dolce meraviglia. Fin allora avevamo veduto i soldati ammonticchiati l'uno sull'altro nei vagoni di terza classe: noi tutt'al più eravamo quattro per scompartimento; ci era posto da sdraiarsi e di attaccare anche un sonnellino. Ah!.. quanto sono fallaci le speranze del mondo!.. Ah!.. la speranza meretrice della vita, dirò con Francesco Domenico!… La nostra gioia, il nostro benessere doveva protrarsi fino alla prima stazione, e questa è appena a venti minuti di distanza, da Marsiglia.
Vienna, Avignone, Remoully dovevano vomitare sul nostro disgraziatissimo treno una congerie di mobilizzati. L'educazione pare che non entrasse nella teoria che s'insegnava a questi campagnuoli del mezzogiorno dell'antica terra dei Druidi. Infatti entravano in frotta e senza garbo nè grazia in quei vagoni che avevamo avuto l'illusione di credere nostra proprietà; entravano pestandoci i piedi, sedendosi sulle nostre ginocchia con l'indifierenza di una donna del mondo galante, non però colla di lei grazia, nè colla di lei leggerezza. Fra tutte le sventure che possono capitare a un viaggiatore, io credo, non esserne alcuna che possa stare a confronto colla compagnia di un mobilizzato della campagna. Se lo immaginino un poco i lettori: questi eroi avevano sulle spalle un magazzino, una vera montagna d'involti, di fagotti e di fagottini; erano muniti di due o tre paia di scarpe; pretendevano di stare a baionetta in canna anche tra noi, anche in quelli sgabuzzini; avevano chi il cane, chi un uccello in gabbia, tutti poi indispensabilmente delle pagnotte stragrandi; si piantavano a sedere, e per quante gomitate, per quanti urtoni loro si amministrassero, non ci era verso di farli muovere un solo centimetro; i più attaccavano sonno e russavano come contrabbassi; quei pochi che erano desti non ci rispondevano, e si lamentavano tra loro del governo che li strappava alle ordinarie occupazioni.
I nostri compagni di viaggio erano vestiti in mille maniere; ve ne erano col cappello alla spagnola, col gasco e col berretto; ve ne erano dei bigi, dei neri, dei verdi, dei turchini; avevano tutti il fucile all'antica ed in pessimo stato. Siamo giusti!.. Se le guardie mobili hanno fatto nella campagna del 1871 una figura non invidiabile, non ne sono del tutto colpevoli. Comandate dal nipote del sindaco, dallo speziale del luogo, dal Beniamino della moglie del sottoprefetto, insomma da tutti ufficiali creati per dato e fatto dell'impero, e che non ne sapevano un acca: armate con certi fucili che avevano più apparenza di schizzettoni che di armi micidiali: disilluse di tutto, persuase di esser tradite e condotte al macello (persuasione che io credo loro avessero inoculata i preti) dolenti di avere a trascurare i loro interessi per una patria, che finora non conoscevano, esse non potevano fare eroismi: l'eroismo richiede la convinzione: l'eroismo nasce dalla virtù cittadina.
Appena cominciò a farsi giorno cominciammo a vedere le colline circostanti a Lione; colline che nelle belle stagioni devono essere amenissime; ubertose per viti dell'altezza di un palmo, così fitte tra loro da farti sembrare quei campi un'estesa brughiera, bagnate da un'infinità di ruscelletti che scorrono placidamente alle loro falde, per perdersi poi nella Loira o nel Rodano. A tutte le stazioni eravi un movimento indicibile: un andare e venire di soldati e di guardie nazionali: uno stringersi di mano, un baciarsi tra loro nei vari gruppi che facevano ressa intorno a quei che partivano.
Finalmente si cominciò a vedere un'infinità di cammini di fabbriche; poi una miriade di case e di palazzi; finalmente si trascorse in mezzo ad immensi magazzini. Eravamo arrivati a Lione.
Sotto la magnifica stazione ci si mise in rango e il tenente ci fece un'arringa che non aveva certo nessuna parentela, neppure alla più lontana, con quello di Demostene o di Napoleone primo. Fece l'eroe, magnificò le gesta dei Garibaldini nostri predecessori, sfoggiò di tutti i luoghi comuni che si sono inventati dal quarantotto a questa parte, e tutto questo per dirci che bisognava rimanere fino alla sera a Lione, e che coloro i quali non sarebbero partiti, sarebbero restati!
Questa peregrina scoperta del nostro duce ci fece acquistare una grande opinione sul di lui talento; lo salutammo perciò con rispetto, e contenti di vedere anche questa nuova città, e di paragonarla con quella che avevamo lasciato da così poco tempo, scendemmo la gradinata che è davanti all'edifizio e ci trovammo nella magnifica piazza con due fontane, che gli sta dicontro.