CAPITOLO IX.

L'aver ritrovato i nostri amici, la contentezza di poter passare qualche ora con loro ci aveva fatto dimenticare il ritrovo, a cui eravamo stati invitati il dì innanzi dal nostro ufficiale. Un vecchio soldato arriccerà il naso a questa notizia, e dirà, come di solito, che primo ed essenziale requisito di coloro che bramano farsi onore e debellare il nemico è la disciplina: ma noi che abbiamo a noia il veder l'uomo ridotto allo stato di macchina, noi che siamo persuasi che l'affezione a un'idea può benissimo generare l'eroe, che non hanno mai generato le ridicole e assurde pedanterie, noi credemmo di non aver dicerto peccato, se in quel primo giorno eravamo stati sordi all'invito, decisi di raggiungere al domani la compagnia, o il battaglione a cui eravamo stati aggregati.

Perciò appena albeggiò, escimmo di casa e ci avviammo verso il centro della città per sapere le notizie che ci riguardavano. La piazza della Mairie, era una delle più belle piazze di Digione: notevole per un gran numero di baracche e di banchi dove alcune donne, tutte brutte, ad eccezione di una sola, facevano spaccio, di sigari, di caffè e di liquori. I volontarii si affollavano intorno a loro, e non avevano torto: lì con dieci centesimi, avevano quello che nelle botteghe costava quaranta e anche cinquanta centesimi.

Ad uno di questi banchi trovammo il nostro tenente: meno male!.. questo incontro ci rispiarmava il fastidio di dover interrogare altra gente e di dovere impazzare per rinvenire la caserma.

—Scusi tanto…—Noi principiammo, avvicinandolo, ma egli tagliò ogni discorso dicendoci:

—Ieri non si fece nulla….. Vengano oggi a mezzogiorno…è l'ora delle paga: credo che nessuno mancherà.

—Duuque a Mezzogiorno?

—Sì.

—E dove è il nostro quartiere?

—Vadano alla Madaleine e là troveranno i loro ufficiali… Loro non dipendono più da me… Io appena che ho accompagnato le spedizioni, me ne lavo le mani,

—A rivederlo!

—A rivederci!

Andammo allora al quartier generale; per quella mattina, non pareva che alcuna cosa alla più lontana indicasse qualche probabilità di un attacco da parte del nemico. I Prussiani difatti avevano sgombrato Digione, per concentrarsi; si aspettava, che dopo tanti giorni di quiete una gran massa di Tedeschi, col solito sistema che ha sempre guidato i movimenti di Moltk, piombasse sulla città principale delle Côte d'Or. Dicevasi anche che a ciò fosse stato pescelto il corpo d'armata del principe Federigo Carlo, perché a Versailles si voleva finirla una volta con questa riunione accogliticcia di giovanastri che rompevano anche troppo le scatole alle truppe più agguerrite e più disciplinate del mondo; ad ogni modo, e lasciando da parte qualunque interpetrazione a cui dava luogo questa continua inazione dei nostri nemici, quello che si può accertare si è che questi si erano allontanati parecchi kilometri da Digione; le nostre scorrerie, le recognizioni che senza posa facevano le truppe di linea, mai si erano scontrate con loro, e tutti insieme concordavano nell'affermare che di Prussiani non ci era il minimo segno in tutti i dintorni.

Garibaldi non si lasciava sfuggire questa bella occasione che gli fornivano i propri avversarii: tutti gli uomini che dipendevano dai suoi ordini a poco a poco si riunivano nella città dove egli aveva posto il quartier generale; come abbiamo veduto, il brigadiere Lobbia era stato da lui inviato verso la direzione di Langres dal lato di Parigi; Canzio era partito per definire la questione con Frapolli e portare all'Armata dei Vosgi, tutti quei volontari che fino allora si erano tenuti lontani dal teatro della guerra. Le circostanti colline formavano oggetto di studii speciali e si fortificavano alla meglio, come lo consentivano gli scarsissimi mezzi di cui il governo era largo con l'armata guidata dall'invitto Eroe dei due mondi.

Tutte le mattine alle quattro il generale esplorava la linea dei nostri avamposti. Esso percorreva l'immensa estensione in carrozza e sempre accompagnato da Basso: poi si riduceva al quartier generale da cui era ben raro che si muovesse durante la giornata. Il povero vecchio era torturato dai dolori attritici: ben di rado egli abbandonava le grucce, ma pure si vedeva sempre sorridere, sempre incoraggiare i soldati, beato di potere offrire anche una volta il suo braccio in difesa dei santi principii, di cui è sempre stato il più infaticabile apostolo e il più temuto sostegno. Ah!.. quanto ben differenti da lui erano certi arfasatti che si erano ficcati nello stato maggiore e pei quali chiunque è amico della verità, deve avere delle parole assai dure e dei rimproveri che nessuno può tacciare d'esagerati, perché naturali in chiunque abbia potuto conoscere vita, morte e miracoli di quella gente che si muove solamente da casa per speculare e per farsi ricca nel mentre che una nazione illaguidisce od è per subire le più grande delle sventure che la possa colpire, voglio dire le schiavitù. Gli appartenenti allo stato maggior generale, in buon numero erano francesi; io non intendo minimamente attaccare gli stati maggiori delle brigate, dove un Castellazzo, un Bizzoni, un Sant'Ambrogio, un Vichard, un Canessa, e tanti altri, di cui noi non potemmo sapere il nome, si coprirono di gloria e si mostrarono pari alle generosissime idee che sempre gli hanno guidati. Io parlo soltanto di quei famosi strategici, che dipendevano direttamente dal generale Bordone.

Qui devo dire alcune parole di questo generale da alcuni troppo abbattuto, da altri troppo esaltato. Io non voglio riandare la vita passata del nostro capo di stato maggiore; mio compito è il riveder le buccie a coloro che giraron nel manico durante il periodo che noi fummo in Francia e non quello di nototmizzare le faccende trascorse che a noi non riguardano, e delle quali noi non abbiamo a curarsi: noi pensiamo che chi ha intenzione di far bene, e traduce in atto questa intenzione, certamente si riabilita da ogni peccato che possa aver contaminato la di lui fama antecedente.

Bordone era zelantissimo per il bene dei suoi sottoposti: Bordone aguzzava di minuto in minuto il suo ingegno, si arrovellava, non dormiva pur di fare all'esercito Garibaldino tutte quelle agevolezze che da lui dipendevano. Infaticabile sempre, importuno col governo di Tours egli era giunto ad ottenere armi, denaro, concessioni. Di più, se si pensa, che rimanendo lui nel suo posto, toglieva all'ambizioso Frapolli ogni speranza di poter comandare a bacchetta, bisogna convenire che la cosa migliore per noi era che rimanesse quello che ci era, invece che venisse fuori uno nuovo che probabilmente avrebbe mandato in perdizione le nostre povere cose. Lobbia avendo lasciato lo stato maggiore per assumere il comando della seconda brigata aveva condotto con se il Castellazzo, nome a cui qualunque elogio sarebbe superfluo; caro a chi ama la letteratura, come a chi ama la guerra; eroe in tutte le battaglie che si son combattute, autore del Tito Vezio negli ozi della pace, in quegli ozi dove tanta gente che fa professione di far le campagne si butta sull'imbraca e fa rivoltare lo stomaco alle persone perbene.

Partiti questi, lo stato maggiore rimase molto, ma molto barbino. Mi rincresce dover dir male di nostri compagni, me ne piange il cuore, ma il culto della verità deve esser sacro per chi scrive e le segrete tendenze dell'anima devono essergli sacrificate.

La più completa assenza di nozioni strategiche si poteva chiaramente osservare in quelle sale dove si dormiva di giorno e dove molte volte si giocava di notte: cosa quest'ultima che fece esclamare ad uno dei nostri amici assai noto per le freddure, che stato maggiore più solerte del nostro era inpossibile ritrovare, avendo i suoi membri ad ogni ora in mano le carte. Una caterva di giovanotti raggruzzolati non si sa come, certa gente di cui è bene non dir cosa alcuna, poiché stando alle dicerie generali, i di lei fatti insudicerebbero troppo le pagine di qualsivoglia libro… ecco a un dipresso, fatte poche eccezioni, quale era il corteggio di Bordone. Oh! se non fosse stata la mente del Generale, il valore e l'intelligenza dei quattro che comandavano le brigate, l'innegabile slancio dei volontari, per il nostro stato maggiore se ne poteva passar delle belle, e i Prussiani potevano agevolmente circondarci in Digione, come avevano circondato a Metz il famigerato Bazaine.

La maggior parte degli ufficiali, che dovevano provvedere alle sorti della armata, e che dovrebbero avere avuto l'attribuzione di fare i piani di guerra, oltre l'esser digiuni di qualunque nozione d'arte militare, lo erano anche del minimo odore di polvere: tra gli altri per esempio il figlio di Bordone finì la campagna come capitano: era un giovanotto che poteva aver tutt'al più ventitre anni e che per la prima volta si spingeva davanti al fuoco…. delle stufe del quartiere generale!

Del resto di questi ufficiali improvvisati ve ne era un sacco e una sporta. Conobbi un volontario che di motuproprio si mise il berretto di luogotenente e poco dopo ottenne quel grado; non vi è esagerazione a dire che quando arrivammo a Digione, trovammo più ufficiali che soldati: i sarti e i cappellai di lassù, che avevano buon naso, riempivano lo vetrine di monture e di berretti più o meno gallonati. Fin qui non ci sarebbe statò gran male; ma il male appariva manifestamente ad ogni persona, quando si pensava che molti e molti che a forza di fatiche e di sangue erano giunti a conquistarsi un grado nelle altre campagne, non si erano voluti riconoscere o si erano portati tanto pel naso che essi troppo disdegnando di sembrare accattoni e in cerca di una posizione, preferivano servire da semplici soldati. Il nostro Generale era del tutto estraneo a queste brutture, le quali possono sembrare a qualcuno inverosimili, ma che sono vere come la luce del sole. Materassi, Pacini (per non citare molti altri) capitani nelle altre campagne, non ebbero alcun grado, furono appagati però con molte promesse, con molte proteste di buone intenzioni, ma, come dicevano i nostri antichi, di buone intenzioni è lastricato anche l'Inferno.

Io non sono estraneo all'idea di accogliere gente nuova nelle file di quei che comandano; il principio di rispettare l'anzianità per me deve cedere a quello di rispettare il merito: si facciano pure dei nuovi ufficiali, si cerchi pure di ringiovanire i ranghi della democrazia militante, ma per attuare questo nobile proposito si possono scegliere tanti e tanti avanzi della mitraglia, tanti e tanti che tuttora soffrenti per antiche ferite son corsi di nuovo in faccia al nemico, e non coloro che non fanno altro che salire e scendere le scale degli astri maggiori dell'Orizzonte Garibaldino, lisciando tutti, strofinandosi a tutti, menando buona ogui sciocchezza, ogni spavalderia, purché venga dall'alto….

Dopo aver confabulato con varii amici nel cortile del quartier generale, vedendo che l'orologio segnava le undici e mezzo, ci movemmo verso la Madaleine, ansiosi di sapere in qual maniera ci avessero cucinati. Impazzamo una buona mezza ora per rintracciare questa caserma, che non era caserma ma un antica prigione, e che era situata al lato opposto della città. Tra una caserma e una prigione io non so trovare differenza alcuna e perciò trovai più che coerente colui che aveva fatta la scelta.

Una scala, mezza rovinata, per la quale era necessario andar di sghimbescio, portava ad una specie di torrione, il cui interno era costituito da una stanza, più larga che lunga; il pavimento era tutto coperto di paglia, sulla quale si vedevano sdraiati una cinquantina di volontarii che aspettavano a braccia aperte l'arrivo dell'ufficiale pagatore. Tra questi volontarii alcuni parlavano francese: sarà una ridicolezza, ma io la voglio confessare tale e quale ai lettori; d'altronde, dirò con Terenzio:

Ego homo sum et nihil humanum a me alienum puto;

Io provai un pò di rabbia a veder vestiti colla camicia rossa individui che non appartenevano all'Italia; saranno stati fior di soldati, eccellenti ragazzi, patriotti e repubblicani a prova di bomba, ma abituato a diffidare degli altri, m'annoiava un pensiero: Chi sa, se noi avessimo vinto che tutto il vanto della vittoria non fosse attribuito a quei Francesi che erano nelle nostre file, e che invece tutte le invettive non si fossero volte al nostro indirizzo, qualora le sorti dell'armi non ci fossero state propizie?! Eppoi chi si sacrifica per un'idea buona, non può fare a meno di nutrire una certa ambizione, ed io sentiva quella di far parte di un corpo esclusivamente composto d'Italiani, se non altro per mostrare che pochi o molti, anche nella nostra patria vi sono dei giovani sempre pronti a versare il lor sangue per la repubblica. Tale idea, rafforzata, anche dell'altra che forse ci avrebbero tenuto in quel deposito per chi sa quanto tempo, mi fece prendere il proponimento deciso di girar largo e cercare un'altro corpo, dove vi fosse la certezza di prender parte al primo combattimento che sarebbe succeduto.

Il tenente Zauli venne poco dopo: fece la chiama, diè la paga e poi annunziò che in quel giorno avremmo goduto della libertà più assoluta.

Eravamo tuttora lungo la scala, allorché comunicai ai miei amici le mie impressioni, e tutti accolsero i miei progetti; appena fummo esciti, ci capitò proprio la palla al balzo! Mecheri, Polese, ci dissero, senza che noi loro facessimo interrogazione alcuna, di entrar nelle guide, di cui si stava formando il quarto squadrone, e noi senza frapporre tempo di mezzo andammo alla foreria, dove c'inscrivemmo nei ruoli. Possedere un cavallo e seguitare sempre il Generale, per uno che è abituato a andare a piedi e a venerare più d'ogni altro uomo nel mondo Garibaldi non ci poteva esser prospettiva più attraente. In seguito si vedrà, come anche questa bella visione non fosse per noi che una Fata Morgana.