CAPITOLO VIII.
Traversammo la città e nella nostra traversata non ci fu dato vedere alcuno amico, nè tampoco alcuno che rivestisse la divisa di Garibaldino; in quell'ora così mattinale, i componenti dell'Armata dei Vosgi, o erano occupati in recognizioni ed esercizi, oppure se la dormivano saporitamente. Felici questi ultimi… noi cascavamo dal sonno! ci portarono al quartier generale che era proprio in fondo della città al lato opposto della ferrovia; il generale Garibaldi abitava il palazzo della prefettura, dove erano stati anche impiantati gli uffizi dello stato maggiore. Vedemmo alla porta in fazione un carabiniere genovese ed una guardia nazionale.
Il rivedere la simpatica camicia rossa, ci fece nascere in cuore un'emozione dolcissima; i nostri timori di non arrivare in tempo eransi dileguati: entrammo nel cortile ilari, e svelti, proprio come se uscissimo allora da un morbido letto.
Il tenente andò a prendere ordini; poco dopo tornò e ci disse: Loro possono andare per la città: per ora non è stata data alcuna disposizione per loro; a mezzogiorno sulla piazza delle Mairie io farò le paghe:
Dopo queste poche parole, se ne andarono tutti, e si stava per andarsene anche noi dell'esigua combriccola, che si era mossa da Firenze, quando ci sentimmo chiamare su di verso il terrazzo e avemmo appena tempo di voltarci che si era abbracciati e baciati…
—Ne eravamo sicuri!
—Credevamo dì trovarvi quassù.
Guardammo e vedemmo il Piccini e lo Stefani già vestiti da
Garibaldini, che ci salutavano così affettuosamente.
—O Rossi?… Domandammo noi altri.
—Rossi è a lavorare… Riatta tutti i fucili della compagnia… Lo vedremo più tardi!
—O come mai siete arrivati a raggiunger Garibaldi?
—È una cosa lunga!
—Allora ne riparleremo stasera, perché noi si ha un'appetito birbone, e si ha una voglia di dormire grandissima.
—Per dormire non ci è bisogno d'andare all'albergo.
—Davvero?
—Sicuro!.. Venite con noi dal mair ed avrete un biglietto d'alloggio… qui in Francia, in tempo di guerra, i militari hanno questo diritto.
—Evviva la Francia!.. Gridammo noi, sedotti ed entusiasmati dall'idea di non spendere quei pochi piccioli che ci erano rimasti, onde procurarci una stanza.
—Venite dunque con me—Disse il Piccini e tutti noi lo seguimmo verso la piazza maggiore della città.
Durante il nostro tragitto cominciammo a farci un idea del corpo d'armata che era stato affidato all'eroe dei due mondi; vedemmo i Franchi tiratori, i Mobilitati, gli Spagnoli, la Croce di Nizza, le Guide: i costumi, gli abbigliamenti di questi giovani soldati della libertà, formavano un contrasto così bizzarramente artistico, che ti faceva credere di essere in un mondo nuovo, in un mondo variato; ad ogni cantonata tu vedevi un nuovo vestiario: pareva quasi di avere in faccia agli occhi un caleidiscopio continuo; chi aveva in cuore un po' di sentimento di artista, lo si poteva facilmente conoscere dal modo con cui portava le piume al cappello e la svelta casacca; una collezione di penne di tutte le qualità; dall'aristocraticissima penna di pavone, alla plebea di gallina, che forse rammentava un allungamento di mano non permesso dal Codice, tu vedevi brillare sui cappelli di questi amabili matti, ogni specie di questi arnesi indispensabili agli animali che s'elevano dal suolo.
I Franchi Tiratori ci offrivano l'esattissima riproduzione dei volontari Italiani del 1860 e del 1866; tra loro spiccavano delle distintissime fisonomie: tra loro figurava in mezzo ai figli della montagna l'artista, in mezzo all'uomo del lavoro abbronzato dal fumo dell'officine, il generoso milionaro abbronzato dal sole: tutti erano rappresentati in quelle file, che lo spirito potente dell'amore di libertà affratella nel momento supremo, in cui questa libertà versa in pericolo, coloro che sentono rispondere generosamente il loro cuore all'appello dei santi principii, che saranno il Vangelo dell'Umanità.
Una tal vista rallegrò i nostri spiriti: il sonno si era dileguato, si era dileguato lo strapazzo, si era dileguata la fame. O divini entusiasmi di colui che affronta la morte per un'idea generosa, perché siete svaniti, e così presto svaniti?.. Siamo forse diventati vecchi in due mesi?.. Le nostre fibre non si commuovono forse tuttora alla corrente magnetica, che infonde le voce del dovere, della patria, della società conculcata? Chi sa…. L'atonia in cui viviamo ci ripiomba in uno scetticismo che voglio credere temporaneo… Tornino i giorni felici, torni il santo momento di una rivoluzione, e scettici o no, ci troveremo al nostro posto! Utilizzare la vita a prò di chi langue: ecco quale deve essere in tanta tristezza di tempi, il programma per chi ha cuore e coscienza.
Andammo alla Mairie e volendo render meno dura che fosse possibile la situazione, che ci si preparava, approfittandoci dei nosti abiti cittadineschi, demmo a bere all'impiegato che eravamo ufficiali, e ci fu sul tamburo steso un biglietto d'alloggio per uno dei primari palazzi di Digione, nientemeno che il palazzo de Beverant.
Qui fummo accolti gentilissimamente da una vecchia signora, che ci condusse in un magnifico appartamento e c'insegnò uno stanzino tutto pieno di legna, dicendoci che con quel freddo ci avrebbero fatto assai comodo! Eppoi la simpatica vecchia si intrattenne con noi in amichevole conversazione; la ci disse le cose le più gentili, ci salutò come gli angioli salvatori di quel disgraziato paese… E i nostri buoni governanti d'Italia che ci riguardavano come diavoli, ed i malvoni che ci tenevano a rispettosa. distanza, che ci gabellavano per scavezzacolli, per beceri, per intrattabili?.. Proprio il caso da dire nemo propheta in patria, e se i benigni nostri avversarii avessero udito le gentili proteste a nostro riguardo indirizzateci da quella donna, appartenente alla più pura aristocrazia della Francia, scommetto la testa che alla lor volta sarebbero divenuti frementi.
L'ospite nostra ci ragguagliò su certe prodezze che avevano commesso i soldati di re Guglielmo nella prima occupazione della città; il comando generale gliene aveva messi in palazzo cinquantasei: e tutti spadroneggiavano peggio che se fossero in una caserma; accendevano il fuoco e facevano da cucina nelle magnifiche camere; avevan ridotto il giardino a maneggio per i cavalli: pretendevano le legna, e qualche giorno persino il vino e la carne. L'amor nazionale avrà forse fatto esagerare un poco quella signora, ma è un fatto che molti tra i soldati della grazia di Dio ne fecero di quelle di pelle di becco, a detta di tutti; tutti però concordavano nell'affermare, che questa gente, la quale dicerto non era stata restia nel far pompa di prepotenza verso il popolo inerme, era rispettosissima, educatissima verso il sesso gentile.
Sapemmo anche per mezzo della nostra interlocutrice, quanto fu lo spavento da cui fu colto il generale Werder, quando Garibaldi tentò di sorprenderlo la sera del 26 novembre: tutti i cariaggi erano stati preparati, tutte le disposizioni per una ritirata erano state ordinate in men che si dice; i soldati avevan fatto fagotto: i battaglioni di riserva erano adunati nelle piazze, e di momento in momento altro non si attendeva che l'ordine della partenza.
La signora ci rese informati di un episodio, che poi ci fu dato raccogliere anche da tutti gli altri cittadini che avvicinammo; episodio ben meschino a paragone di quelli che si svolsero in quel maraviglioso periodo di storia che farà stupire i nostri posteri, ma che ci si dava come ragione principale dello sgombro della città da parte dei soldati Germanici. Io credo però che quello che ci si raccontava, come verità indiscutibile, non fosse altro che una di quelle storielle, che nascono non si sa come, che si propagano con facilità straordinaria in un momento in cui una nazione ha perso la bussola, ma che cadon di subito di faccia alle riflessioni che può ispirare il più volgare buon senso.
Secondo questi discorsi il buon Werder, che è un cattolicone coi fiocchi, uno di quei cattolici per cui il regno dei cieli è spalancato come per tutti i poveri di spirito, dopo un lungo colloquio che aveva avuto col vescovo di Djon, degno servo dì Dio, avrebbe preso le sue carabattole e cheto come un olio, spaventato dalle minaccie dei fulmini dell'ira divina aveva trasferito le sue tende ben lontano da quella città, dove sarebbe piovuto acqua bollente se egli si fosse piccato di continuare un occupazione in odio alle tremende divinità che reggono il mondo.
Le frequenti visite che il generale Badese con un unzione veramente apostolica faceva al vescovo, l'intimità più che fraterna che esisteva tra questi due personaggi, il patriottismo ben noto del pastore che aveva sotto la sua tutela i buoni abitanti delle Côte d'Or furono dicerto la ragione precipua per cui nacquero e presero voga queste chiacchiere di nessuna entità. Io non posso credere che un capo di stato maggiore, reputatissimo come è il signor Moltk, possa ritenere ai suoi ordini un sagrestano che si lascia imbecherare dalle fandonie impossibili di un porporato qualunque.
Dopo aver bevuto dell'eccellente Wermuth, lasciammo il palazzo, che cominciavamo a riguardar come nostro, e rientrammo in quelle strade, dove un continuo viavai di soldati, di cavalieri, di carri, d'artiglierie produceva un chiasso, una confusione che c'inebriava, mentre avrebbe fatto venire un'emicrania solenne al pacifico e ben pasciuto gaudente, che per caso si fosse trovato lassù.
Arrivati appena nella rue Condé, via principale della città, degli applausi entusiastici ci colpiron gli orecchi; poi un correre concitato di ragazzi e di donne; uno spalancarsi di finestre; un'affollarsi repente lungo i marciapiedi, ed un gridìo unanime, pieno, che ci produsse immediatamente una commozione indicibile. Vive Galibardi (!) Vìve le premier defenseur de la France. Il primo soldato della libertà dei popoli passava per quella strada, ed il popolo che in tutto il mondo fa sempre sentire la generosa sua voce in favore dei generosi che alla libertà dedicano la loro intiera esistenza, accoglieva come si conveniva, ben differente dai grandi del mondo che dispregiano sempre, chi è grande davvero.
Garibaldi!… Chi può rammentare questo nome, chi le gesta famose dell'eroe divenuto già leggendario, senza sentirsi dì subito rapito in una commozione divina?… Eccolo là, questo vecchio figlio della rivoluzione, sempre giovine quando si tratta di rispondere ai di lei magnanimi appelli! Eccolo là quell'uomo, che nel suo splendido passato dall'ultima Montevideo alla vicina Mentana è stato sempre in prima fila per la causa divina dell'Umanità!… A che mi si rammentano i grandi, a che mi si rammentano gli eroi? Pari al sole che quando sorge col suo Oceano di luce fa oscurare le stelle, quest'uomo ha fatto oscurare la fama di tutti quelli che lo precessero. I posteri lo crederanno un mito: perché la fortuna ha dato a questi tempi un Garibaldi, quando non ci ha dato un Plutarco per rammentarne degnamente le gesta? Ma i buoni popolani son pronti a rammentarlo degnamente ai lor figli, ad insegnar loro a venerarlo come quelli da cui dipende la felicità, l'avvenire di quelli che soffrono! Io per me, le poche volte che mi è stato dato incontrarlo mi son sentito le lacrime agli occhi ed egli mi è trasvolato davanti come un eroe dei tempi sublimi, in cui i Cincinnati e i Fabbrizi lasciavano la spada dopo aver salvato la patria, per tornare alle glebe natie, O alle officine rese sacre dal sudore di quelli operai, che veramente erano grandi per il lavoro e per la virtù cittadina. Benedetto da tutti quelli che amano; implorato, come una speme da tutti quegli che soffrono; terribile ai tiranni; sempre presente agli schiavi; invano tenteranno d'abbatterlo i Giuda politici, che si inspirano ai fondi segreti del ministero, mai alle azioni generose.
Il Generale era in carrozza con l'indivisibile Basso; ambedue erano vestiti in borghese: Garibaldi aveva un cappello alla calabrese bigio ed il punch che sempre lo ho accompagnato in tutte le campagne; dietro alla carrozza venivano a cavallo il maggiore Fontana dello stato maggiore, e il capitano Galeazzi delle Guide, aiutante di campo. Il Generale sorrideva a quei popolani che l'applaudivano con tanto entusiasmo, e li salutava gentilmente con le mani. Il popolo di Digione accompagnava sempre con dimostrazioni d'affetto il Generale, e quello che si vedeva, si doveva d'ora in là ripetere ogni giorno davanti ai nostri occhi.
Poco dopo che noi ci eravamo commossi ad un tale spettacolo, dovevamo esser sorpresi da un'incontro non meno gradito di quello del nostro Generale. Trovammo Rossi, nostro compagno sul Var, uno di quei pochi Fiorentini, che sempre fedeli al principio Repubblicano, avevano subito gli oltraggi dei giornali dello sbruffo, e l'ire delle questura, e che ora, coerenti al proprio principio, dopo mille peripezie, che più tardi racconterò ai miei lettori, era pervenuto a raggiungere gli stendardi della, libertà e della emancipazione sociale. Il Rossi era ingrassato in una tal maniera, che noi durammo fatica a riconoscerlo: sembrava più un Domenicano che un Garibaldino; gli si leggeva in volto la contentezza dell'uomo che dopo tante fatiche, ha potuto raggiungere uno scopo per tanto tempo da lui vagheggiato.
Andammo tutti insieme a pranzo: lì sapemmo a un'incirca tutto l'andamento preciso dell'Armata dei Vosgi: questo mucchio di uomini, abbastanza omeopatico, a cui superbamente si regalava il titolo d'armata, era allora diviso in quattro brigate: la prima sotto il comando del generale Bossak, aveva il suo quartier generale a Fontaine, paesetto, a circa due kilometri di distanza da Digione: la seconda, anticamente comandata da Delpeche, ed ora comandata dal Lobbia, si era avviata verso Langres, e non si sapevano notizie precise sul di lei conto: la terza, generale Menotti, era a Talant, e ne formavano parte le due legioni italiane sotto gli ordini di Tanara e Ravelli: Ricciotti con la quarta brigata era dalle parte di Poully, lato Nord Est della città.
Le traversie che ebbero a subire Rossi e Piccini, Squaglia e Baldassini per giungere in Francia, ci furono raccontate a quel desinare e meritano, credo, l'attenzione dei lettori, se non altro perché questo serva ad assicurarli del come, quando si nutrono certe idee, si affronta qualunque pericolo da quel partito che i troculenti avversarii, hanno osato qualificare per gente che non ha nulla da perdere e che si pasce solamente di trambusti perché in questi ci è da pescare nel torbido,
Rossi e gli altri, dopo il nostro arresto restarono in Livorno e giungendo ad eludere quell'oculatissima pulizia, poterono giungere al momento bramato di imbarcarsi su una piccola barca, colla quale si accingevano a intraprendere una traversata che mette in pensiero l'indolente e pacifico borghese che deve farla in piroscafo. Perseguitati dalla polizia che non si ristava un momento da pedinarli, con un tempo indiavolato essi poterono imbarcarsi verso mezzanotte, due miglia lontani da Livorno. Il mare metteva spavento: ognuno potrà facilmente rammemorarsi di quanto furono sconsocrate le giornate che nell'anno passato annunciarono l'inverno; perfido il clima, continue le pioggie, mai interrotte le burrasche; ora mi si mettano otto o dieci persone sopra uno schifo, atto solamente a fare delle passeggiate, eppoi se ne tragga l'unica conseguenza possibile, e la non può esser che questa: i bravi giovani erano decisi a giocare di tutto per raggiungere il loro scopo, e possedevano tempra, da reputarsi più che miracolosa in questi tempi di unversali debolezze e di codardia inesprimibile. Certo che chiunque avesse veduto quel piccolo legno, sbattuto in mezzo agli spaventevoli cavalloni, sempre a un pelo per far cuffia, sempre frisando gli scogli, sempre a pochi passi dalla morte, non poteva fare a meno di esser colpito da tanta sublimità, da tanta abnegazione, da tanto coraggio… Oh! non mi si dica, che ai dì d'oggi l'antica virtù è un mito nel mondo… oh! no… la virtù esiste: sarà a bella posta obliata; si tenterà di farla passare per pazzia, ma a dispetto di chi non lo vuole, essa trova sempre dei seguaci, dei seguaci che vivono e muoiono ignorati, ma che sono anche troppo superbi per ottenere tale oblio, nel secolo in cui i ciarlatani di professione, i codardi e colpevoli servitori delle corti e del vizio sono portati in palma di mano da una folla più di loro codarda e colpevole! La virtù la vìve, ma per volerla rintracciare, bisogna andare tra quella gente che è posta in quarantina dalla società degli uomini serii, bisogna rintracciarla nei bassi fondi sociali, tra la gente che soffre, lavora e muore di fame; simile in tutto alle perle che non si trovano che tra la melma.
Il vento impetuosissimo, i marosi che in conseguenza di questo avevano raggiunto tutto ciò che può esservi di più orribile per il marinaro, l'albero maestro troncato costrinsero i nostri giovani amici a fermarsi a Vada, piccolo paese della Maremma, distante a dir molto mezza giornata di cammino da Livorno.
Attorniati immediatamente dai carabinieri, essi dovettero ai sentimenti generosi dei buoni popolani di lassù, il potersi ridurre in salvo: si rifugiarono diffatti in un'abbaino, alle cui finestre non erano imposte, nè vetri, e che aveva tanto basso il soffitto da costringere chiunque v'entrasse, ad andarvi carponi. Vi doverono star sette giorni: senza un pagliericcio, senza un brodo che loro ravvivasse le forze già esauste; costretti a dormire, l'uno l'altro abbracciati, per scongiurare la veemenza del freddo Siberico, confortandosi e prendendo animo all'idea del santissimo sacrificio che per santissimo intento essi in quel mentre facevano, passarono in quella dolorosissima situazione degli istanti divini.
Riattato il piccolo navicello, essi a notte inoltrata poteron ripartire: a bordo vi erano viveri, ma essendo durato il viaggio per altri sedici giorni, i futuri difensori della repubblica, soffrirono anche la fame ed arrivarono sfiniti, cascanti, dopo cento altre peripezie a Bastia.
Nella capitale della Corsica, Rossi, Piccini, e i compagni, trovarono una perfidissima accoglienza: tutti ci dichiararono umanimemente che quegli abitanti, devoti alla causa Napoleonica, appena che ebbero odorato, che i giovinetti, sbarcati dal quel navicello, stracciati, ed in cattivissimo, stato, erano dei Garibaldini, non fecero che guardarli in cagnesco, non risparmiando loro certi atti villani, che sarebbero stati degnamente rintuzzati, se in quei momenti ragioni potentissime non avessero consigliato sangue freddo e prudenza.
Ricevuti come cani alla prefettura, trattati, quasi come pazzi al comando di piazza, guardati con diffidenza dal Mair, essi non si perdettero di coraggio e fiduciosi nel proverbio che l'importuno vince l'avaro, tanto almanaccarono, tanto scombussolarono, usando ora buone maniere, ora sgarbi, pregando e protestando, che alla fine furono imbarcati sopra un piroscafo, e inviati a Marsiglia, dove si erano già costituiti i due celebri comitati Garibaldini.
Credendo dì aver toccato il cielo con un dito, i bravi nostri amici salutarono Marsiglia, come il fanciullo che si è perduto nel bosco, saluta il cammino della casa paterna. E furono accolti a braccia aperte dal Comitato, ed i membri di questo furono loro cortesi d'incoraggiamenti e di belle parole; nè quando accamparono il loro desiderio di partir prontamente, fu fatta l'obiezione più piccola… Meno male che la fortuna qualche volta corona felicemente gli sforzi di chi ha sofferto—Pensavano i nostri, entusiasmati..—Oh sì, che la pensavano bene! Essi non erano giunti che alla prima stazione del Calvario che doveva menare, qualcuno di loro alla morte, e credevano invece di aver preso possesso della terra Promessa.
Frapolli aveva in quell'epoca il suo quartier generale a Chambery, e già stava instituendo un primo battaglione di fanteria a Montmèlian nell'estrema Savoia. Là furono diretti i nostri amici, i quali, non sapendo ancora, quanto fosse discorde il celebre grande Oriente della Massoneria dai disegni del Generale, andarono alla loro destinazione, allegri e contenti, con la ferma convinzione di raggiungere tra pochi giorni, l'invitto capo dell'armata dei Vosgi.
Arrivati alle loro destinazione essi trovarono tra i componenti del battaglione lo Stefani, venuto via pochi giorni avanti di Firenze. Quattrocento giovinetti erano già adunati, ma nessuno di loro aveva arme, nessuno di loro aveva il più piccolo distintivo che potesse contrassegnarli, come soldati. I superiori, si sfogavano, a rammentare ogni giorno, che presto anche loro sarebbero andati in prima linea, e intanto esortavano i dipendenti a fare delle esercitazioni, le quali tutte, si compendiavano in gite di 15, 16 e persino 20 chilometri, su quei monti, dove la neve si alzava sette o otto metri dal suolo. I continui strapazzi, tutti infruttuosi, il rigido clima di quelle alpine ragioni influirono maledettamente sulla salute di quei poveri diavoli di cui molti ne andarono allo spedale, mentre gli ufficiali passavano allegre serate, ravvivati da cene Lucullesche, che il loro capo scroccava ai buoni Massoni di quelle montagne; ragione questa per cui ogni ufficiale che dipendeva dal buon Frapolli si faceva di subito iniziare ai misteri della Massoneria!
Fu dato il comando del battaglione al Perla, a quest'eroe che ora è una delle più belle figure nel Panteon dei martiri della libertà: Perla, valoroso soldato delle nostre guerre dell'Indipendenza, patriotta di romana virtù, comandando una frazione del microscopico esercito del Frapolli, non si rese certamente complice dei bassi intrighi del suo superiore, e lo mostrò chiaramente quando tra i primi, raggiunse la legione del Garibaldi tra cui doveva incontrare così gloriosamente la morte.
Rossi, Piccini, Stefani, in ricompensa di aver servito altre volte, furono fatti sergenti, ma il tempo passava (erano già scorse due settimane) e ancora non si veniva a capo di nulla; unica cosa fatta, fu l'abbigliamento per i volontari: i giovani cominciavano a mormorare: le notizie degli scontri che aveva sostenuto Garibaldi erano giunte fin là, e troppo repugnava a giovine gente restare in un deposito, mentre i fratelli si misuravano coll'inimico e spargevano di nobile sangue gli ubertosi vigneti della Borgogna.
Tutte le sere in caserma succedevano concitatissime conversazioni; si proferivano gridi che non erano certo d'ammirazione per i comandanti; si fischiavano gli accaniti difensori degli ufficiali, era insomma una confusione da metter pensiero a chi era incaricato di condurre tutta quell'accolta di gente: una di queste sere, proprio all'impensata, capitò a Montmelian Frapolli ed ordinò una rivista per il giorno dipoi.
Dopo aver squadrato, così per pretesto, ad uno ad uno i suoi dipendenti, il Frapolli fece formare il quadrato, e piantandosi in mezzo alle file, sciorinò tutto d'un fiato un lungo discorso, dove chi capì un acca potè chiamarsi ben fortunato. Parlò di trame e di cospirazioni, protestò di esser calunniato, di andar d'accordo con Garibaldi, ma che però non bisognava sposarsi a quest'ultimo, poiché dei guerrieri bravi ce ne erano anche più di lui, poiché era succeduta la rivoluzione anche nell'armi e nella strategia e che perciò ci voleva gente nuova.
Un lungo mormorio ed anche qualche fischio accolsero le strampalate parole del generale, che alzando, bruscamente le spalle e borbottando, non so quali inpertinenze, si ritirò seguito dal suo stato maggiore.
Giunto il battaglione alla caserma, Piccini, incoraggiato e sostenuto da Rossi e Stefani, scrisse addirittura una lettera a Garibaldi, lettera nella, quale si metteva chiaramente a nudo la situazione e si chiedevano consigli su ciò che era da operarsi: qualora non forse pervenuta alcuna risposta i tre amici avevano deciso di disertare.
Come furono lunghi i cinque giorni d'aspettativa! quante polemiche, quante questioni anche serie non accaddero in quel breve lasso di tempo! i soldati cominciavano a perder la fiducia nel loro capo, dacché subodoravano che tra lui e il grande Italiano non ci era più quell'accordo, che solo può produrre buoni resultati; finalmente venne il colpo dì grazia, e questo colpo fu giusto appunto la lettera con cui Canzio a nome del Generale rispondeva a Piccini.
Frapolli vi tradisce, Frapolli è un'inviato del Governo Italiano, che tenta di seminare la zizzania nel campo degli eroi delle libertà—Tale era a un dipresso il sunto dello scritto di Canzio. Un fulmine e questa lettera potevano produrre il medesimo effetto. I volontarii si ragunarono tumultuosamente: siamo traditi: abbasso i traditori: viva Garibaldi vogliamo partire… ecco le grida che sorgevano da tutti quei petti, ecco le convinzioni che tutti quei giovani esprimevano proprio all'unisono: invano gli ufficiali con preghiere, con moine, con minaccie pretendono di far rientrare in caserma i sottoposti e di ridurli a dovere; invano si rammenta loro la causa che sostengono e che può esser compromessa con moti intempestivi e con deliberazioni inprovvise: oramai tutti son rimasti troppo scottati dalle buone parole, oramai tutti son stanchi di lasciarsi abbindolare di più; gli ufficiali sono obbligati ad andarsene scorbacchiati e confusi; nè potevano quei bravi avanzi delle guerre della libertà disapprovare in cuor loro l'impazienza generosa di quei bravi ragazzi: difatti la maggior parte degli ufficiali raggiunse poco dopo l'armata, e si portò eroicamente: rimasero solamente quegli eroi che fanno la guerra per diventare ricconi, che fuggono al fuoco, ma che sono i primi ad attaccarsi i ciondoli del valor militare sul petto.
Dalla rivoluzionaria assemblea, fu conchiuso d'inviare una sommissione al Generale e fargli noto, come idea decisa di tutti, fosse il raggiungere i fratelli che si trovavano in faccia al nemico. Eletti a far parte di questa commissione furono appunto i tre nostri amici Rossi, Piccini, Stefani. Essi portaronsi immediatamente a Chambery, dove si abboccarono col colonnello Pais, una delle onestissime persone e dei repubblicani distinti che era rimasto acchiappato dalle reti del Frapolli. Pais cominciò col fare qualche appunto al quartier generale, deplorò le parole del Canzio, esortò i nostri giovani a non volere attizzare quel fuoco, che divampando avrebbe distrutto la reputazione di patriotti distinti e forse anche l'esito della intrapresa repubblicana. I tre furono irremovibili: vedendo allora il Colonnello come qualunque parola sarebbe stata vana a trattenerli, permise loro di allontanarsi dal battaglione, anzi li pregò a presentarsi al quartiere generale, allora in Autun, e a scongiurare coloro che comandavano l'armata dei Vosgi a prendere una definitiva risoluzione affinchè cessasse quel fatale dualismo che poteva condurre a così triste, a così deplorevoli consequenze.
Accompagnati alla stazione dagli applausi di tutti i compagni, ed imbarcatisi, dopo un viaggio lungo, anzichenò a causa dell'interruzioni ferroviarie, i nostri amici arrivarono al capoluogo del Giura, alla città che fu culla del noto Mac Mahon, e senza por tempo di mezzo, si recarono alla sede del quartier generale.
Lobbia e Canzio accolsero i nuovi venuti più che se fossero amici, proprio come se fossero stati fratelli. Tutti erano indignati per il contegno tenuto dal Frapolli: difatti nessuno poteva farsi una ragione del come quest'uomo daccordo coi Comitati accaparasse per se tutta la miglior gioventù che veniva d'Italia, e la forzasse all'inazione, alla vita coruttrice della caserma e della guarnigione, mentre il generale Garibaldi non faceva che raccomandarsi a tutte le parti, perché gli inviassero dell'uomini. No! Non erano induzioni fallaci, non erano calunnie, quelle che si formulavano sopra quest'uomo. La ragione ridicola che accamparono alcuni miei amici, svanisce davanti al primo soffio del più volgare buon senso. Frapolli, dicevano questi, vuol risparmiare il sangue di tanti generosi: ha preso il grado di generale per impedire degli inutili combattimenti; Frapolli a tale scopo è stato inviato dalle Massonerie. Io non voglio credere che un'associazione che ha per base l'amore del vero e dell'umanità, abbia non che autorizzato, permesso, che uno dei suoi più influenti fratelli la facesse o da Don Basilio o da Arlecchino in momenti in cui il sangue correva a ruscelli e in cui si poteva finalmente risolvere il gran problema dell'emancipazione dei popoli. Io credo coi più, che Frapolli non fosse che un'ambizioso di bassissima lega; un innocuo coniglio che per poco tempo si era provato a indossare una veste da leone, che aveva riconosciuto troppo pesante per lui; un ciarlatano qualunque, uso in Italia a recitare due parti in commedia, deputato e tribuno, scenziato e generale, capace di tutto fuori che di far tacere la sua sperticata superbia, ed a combattere sotto gli ordini di chi ne sapeva più di lui, di chi più di lui ne aveva il diritto.
Canzio in special modo era irritatissimo: disse ai nostri amici che a giorni sarebbe partito, come infatti partì, per condurre via tutti gli uomini che erano adunati a Chambery e a Montmelian.
Rossi, Piccini, e Stefani non vollero tornare donde erano venuti, quantunque loro si facessero conoscere delle prospettive di avanzamenti sicuri; troppo contenti di aver finalmente raggiunto Garibaldi, di aver potuto riabbracciare i vecchi compagni d'arme e di trovarsi con loro, essi si strapparono i galloni di sergente ed entrarono semplici soldati nella compagnia dei Carabinieri Genovesi, compagnia che si costituiva allora sotto gli ordini del distinto capitano Razzeto.
Dopo due o tre giorni il quartier generale erasi trasferito a Digione ed i tre nostri amici, insieme al prode comandante dell'armata dei Vosgi (chè la compagnia dei Carabinieri Genovesi mai si staccava da lui) erano venuti in questa città.
Tale a un dipresso fu la narrazione che a pezzi e bocconi strappammo durante il desinare ai nostri compagni, che si mostravano di un buon'umore e di una gaiezza invidiabile. Entrarono nella trattoria e si unirono con noi Mecheri e Ghino Polese, appartenenti ambedue alle Guide, e già in Francia ambedue fino dai primi principii della campagna. E qui furono lunghi discorsi, domande spesse, ripetute, alla maggior parte delle quali era impossibile dare una risposta, tanto rapidamente le si succedevano; era una conversazione briosa, scapigliata, attraente; e a renderla più allegra e più rumorosa influiva non poco lo squisito nettare, che producono i vigneti della Côte d'Or, incantevole soggiorno per chi adora il dio Bacco.
Prometto che sarà l'ultima volta che mi perdo nel cantare le glorie del vino; hanno ragione, purtroppo coloro, che dicono che noi abbiamo troppo presenti le libazioni che abbiamo fatto nell'ospitale Borgogna, e che ad ogni poco io apparisco più un ubriaco che uno scrittore: ma mi crederei uno scrittore macchiato della più nera ingratitudine, se io non ti rammentassi o liquore color d'ambra, che c'ispirasti tante magnanime idee, che ci mantenesti in tanta salute per la modica somma di cinquanta centesimi per bottiglia, mentre qua adulterato, bisogna pagarti tre o quattro franchi..
Noi secondo l'abitudinaccia nostra si diceva male di tutto e di tutti, si stroncava per passatempo qualche reputazione, si prendevano in burletta certe cose che, convengo pel primo, sarebbe stato assai meglio pigliare sul serio. Le nostre lingue sono un po' lunghe… d'altronde è un difetto organico, che si sviluppa frequentando la società!… Il Rossi soltanto non prendeva parte alcuna alle nostre maldicenze; anzi con fare affettuoso e paterno ci faceva delle reprimende che per lo più terminavano in lirismi ed in voti di esagerate speranze per l'avvenire. Il Rossi aveva la fede e l'energia di un apostolo, la fermezza di un cospiratore, il fanatismo del martire. Sempre eguale a se stesso: nella sua officina a Firenze, nelle prigioni che spesse volte aveva assaggiato per non voler troppo bene al presente ordine di cose, nei combattimenti dove aveva a incontrare poco dopo tanto gloriosamente la morte, egli avrebbe creduto di peccare smentendo se stesso, anche così per far chiasso in una conversazione d'amici. A sentir lui era certo il trionfo della repubblica, non solamente in Francia ma in un'altro paese dove egli era sicuro che Garibaldi ci avrebbe portato appena distrigati gli ultimi conti coi fedeli alleati della Grazia di Dio. Figuratevi in quella combriccola di scapestrati, quale effetto facessero le parole calme, dolci di questo giovine la cui perdita ha lasciato tanto voto nelle file dell'esiguo partito democratico della mìa bella Firenze.
È inutile: il Rossi parlava come un santo, ma quella sera doveva essere baccano: si festeggiava il nostro arrivo e non poteva essere a meno!… Squaglia, Baldassini, una caterva di Livornesi ci raggiunsero, e tutti insieme rammentandoci le vaghe colline della nostra Toscana, il nostro bel cielo, il volto delle nostre ragazze, idealizzato dalla lontananza, le chiassose baldorie e le ribotte di un tempo, incominciammo a intronare quegli stornelli, che si sentono tante volte sulle labbra gentili delle nostre donne del popolo: stornelli d'amore, malinconici come il ricordo di una svanita illusione, modesti e simpatici come i fiorellini dei campi che l'hanno ispirati, poeticamente rozzi, come coloro che senza alcuna istruzione l'hanno composti.
Dagli stornelli passammo alle ardenti canzoni ed agli inni: la Rondinella di Mentana, l'inno di Garibaldi, la Marsigliese… Era la voce dell'Umanità e della Patria, che sorgeva gigante ad oscurare quella della città e della famiglia, e che in mezzo alla orgia ci faceva ricordar di essere uomini.
Escimmo cantando: quella sera ci si sentiva felici: i popolani si accalcavano al nostro passaggio e ci accompagnavano coi loro applausi: noi italiani in Francia abbiamo molta fama musicale, molta più di quella che ci si merita: qualcuno di noi per esempio stuonava più di un secondo tenore del teatro Nazionale, eppure sentimmo ripetere che mai coro più accordato del nostro erasi sentito in Digione… Chi si contenta gode!
L'orologio battè mezzanotte: l'ora era più che canonica: bisognava ritirarsi: Rossi che voleva sapere l'andamento generale delle cose d'Italia, e i progressi, che vi aveva fatto l'idea, e come le masse accogliessero le notizie di Francia, volle in tutti i modi accompagnarci a casa.
Povero Rossi!… Venne con noi, cominciò a domandare… ma noi con poco rispetto attaccammo un sonno da paragonarsi solamente a quello di un lettore delle Perseveranza, ed egli continuò a gestire, e scalmanarsi per una buona mezz'ora, in mezzo alle note più o meno sfogate delle nostre trachee cambiate lì per lì in contrabbassi.