CAPITOLO XI.
Ricciotti arrivava in questo frattempo a Digione, dopo aver sostenuto diversi piccoli scontri con recognizioni nemiche, scontri in cui aveva sempre ottenuto indiscutibili vantaggi; il di lui arrivo fu per noi una vera festa: il giovine ed ardito condottiero che già erasi acquistata tanta gloria in questa campagna, troppo ci aveva fatto temere per il suo troppo coraggio ed era di troppa utilità al nostro esercito, perchè non ne valutassimo l'arrivo come un lieto avvenimento. Dipiù nella sua brigata noi avevamo amici carissimi: lo Strocchi, l'Orlandi, Cardini erano nei Francs chavaliers de Chatillon, squadrone di cavalleria che il prode e simpatico figlio di Garibaldi aveva organizzato dopo la memorabile impresa che aggiunse non poco lustro alle armi italiane.
Quasi nel medesimo tempo arrivava da Chambery il simpatico Canzio, portando seco circa duecento uomini, che uniti a quelli del deposito, a cui eravamo stati ascritti in principio, formarono un battaglione sotto gli ordini del maggiore Perla, battaglione che fu denominato dei Cacciatori di Marsala. Cavallotti, Rossi di Lodi e tanti altri generosi si trovavano in quelle file: essi avevano lasciato il Frapolli per essere in prima linea.
La gioia di questi arrivi fu per noi un po' amareggiata dalla notizia che i famosi cavalli che dovevano arrivare con Canzio, sarebbero arrivati due o tre giorni dopo… se ci avessero detto che non dovevano arrivare mai, saremmo usciti addirittura dai gangheri e chi sa quale determinazione avremmo preso!
Ai nuovi volontarii furono distribuite delle carabine Weincester, bellissime armi ma che forse esigevano un po' troppo perizia in chi le adoperava; avevano esse diciotto colpi di riserva, erano elegantissime e quando se ne vedeva una in mano di qualche Garibaldino, ci si affollava intorno a lui, e con noi si affollavano a bocca spalancata i buoni popolani della città; difatti nelle piazze, nelle vie principali tu non avresti veduto che gruppetti di gente, e in mezzo a questi un volontario che dava tutte le spiegazioni possibili e immaginabili in mezzo allo stupore e alla soddisfazione generale.
Bisogna esser giusti: nell'ultimo periodo della campagna i volontarii non erano armati malaccio: i Carabinieri Genovesi avevano per esempio delle buone carabine Spencer, con sette colpi di riserva nel calcio: unico danno come diceva, poco anzi, era la difficoltà con cui potevano adoperarsi da mani inesperte; per cui avrei reputato cosa molto migliore il dispensare fino dal bel principio quei Remingtons che furono dispensati, come sempre succede, quando non ce ne era più alcun bisogno.
Ai nostri soldati non si distribuiva alcun rancio: si dava loro un franco il giorno, se erano di fanteria; uno e venticinque centesimi, se di cavalleria: questo provvedimento, se era molto noioso per quando le truppe si trovavano in marcia o nei passetti, era assai comodo per quando le si trovavano in Digione. I cittadini non si potevano infatti mostrare nè più ospitali, nè più generosi: accoglievano a braccia aperte nelle loro case i giovani loro difensori e li trattavano cavalierescamente. Gran bella città Digione—mi diceva un mio amico—anche con pochi soldi ci è da farsi un peculio!… È un fatto che gli abitanti delle Côte d'Or ci volevano un ben dell'anima; bastava che le trombe del Tanara suonassero la ritirata perché s'improvvisasse una dimostrazione con grandi evviva a Garibaldi e all'Italia; allorchè fu data onorata sepoltura nel cimitero alla salma del bravo tenente Anzillotti, tutta la popolazione prese parte alla cerimonia pietosa, ed assistè religiosamente ai discorsi del Tanara e di Canzio, quantunque fossero proferiti in lingua italiana: si erano troppo assaggiati i soldati della grazia di Dio per non fare buon viso ai soldati della Libertà.
La concentrazione di truppe continuava: giungeva pure in Digione l'altra legione italiana comandata dal Bavelli: questa era costituita di tre battaglioni, della forza di circa quattrocento uomini per ciascheduno; se il nome del comandante giungeva a tutti nuovissimo, vi erano sotto di lui bravi soldati e bene esperimentati patriotti. I maggiori Pastoris, Ravá, i capitani Becherucci, Romanelli, Sartori, il tenente Ademollo e tanti altri che non cito, perchè ciò troppo mi trarrebbe fuori dal seminato. La legione era organizzata militarmente più di ogni altra; aveva anche una piccola fanfara, nè eccellente, nè perfida, ma lassù applauditissima.
Il trovarsi tutti riuniti produsse un brio generale: mai le strade della capitale della vecchia Borgogna hanno assistito a un movimento, a un brusio simile a quello di queste belle serate: ogni poco si riconosceva qualcuno: ogni poco uno schioppettio di baci ti solleticava dolcemente l'orecchio; e conforti reciproci, e augurii di future vittorie, e strette di mano e ricordi del passato s'incrociavano, si avvicendevano tra i varii individui. Oh!… Chi ci rende quei momenti felici in cui non si pon mente al domani, in cui, tanto vicini alla morte, si ritrova la calma e l'allegria del fanciullo, in cui lasciata ogni maschera di convenienze sociali, si parla col cuore sulla bocca, e si dà l'ultimo soldo all'amico, persuasi di non fare nemmeno una gentilezza, ma di adempire a un dovere!.. E ancora qui dal tavolino della mia camera, raffazzonando questi appunti, io vi veggo sfilare a me davanti, o simpatici volti dei miei compagni d'arme, e mi par d'esser tornato in mezzo alle vie rallegrate dal vostro chiasso e dalle vostre canzoni: molti di voi non sono più, ma se soltanto chi lascia eredità d'affetto ha gioia dall'urna, voi vivrete eternamente nella memoria del popolo, come vi giuro, che eternamente vivrete nella mia.
All'oscuro, come eravamo, sui movimenti del nemico, tutti noi eravamo convinti che Garibaldi avesse intenzione di tentare un gran colpo. È pur la brutta cosa esser soldato!… Non saper mai nulla su quello che hanno intenzione di fare i superiori ed avere in capo una curiosità, come avevo io!
La nostra perplessità non poteva durare molto a lungo: la domenica, 15 gennaio, una guida che doveva portare un dispaccio al Maggiore Farlatti, tornò quasi subito, annunciandoci che a poco più di tre chilometri dalla città vi erano i Prussiani. In questa stessa domenica, passeggiando lungo il viale del Parco, bellissima passeggiata con un getto d'acqua assai da ammirarsi, mi sentii toccar leggermente sulle spalle. Mi voltai immediatamente, e non potei fare a meno di proferire un grido di stupore.
Quella mano che mi aveva così gentilmente toccato, era la mano d'Aissa. La gentile ragazza indossava un bellissimo costume da vivandiera, tutto in velluto nero; il suo piedino aristocratico faceva mostra di tutta la sua eleganza, a causa della corta sottana; un piccolo rewolver le stava alla cintola… era insomma un bel tipo.
—Voi qui?—Le dissi.
—Mi credevate incapace di mantenere una promessa.
—No… ma… e con chi siete?
—Sono con i mobilizzati dell'Isere… non vedete, son vivandiera!
—Mi rallegro con voi… E ci potremo vedere?
—Chi sa… ora vi lascio!
—Restate un pochino…
—È impossibile… son là col mio… col mio… non so come chiamarlo… è geloso come una jena… A rivederci.
Le strinsi la mano, e guardai questo… non so come chiamarlo… e vidi un capitano della guardia mobile, brutto come un brigadiere delle guardie di sicurezza o poco meno; piccolo e grasso come una botte. Capii la di lui gelosia… e lo compiansi: egli non era che un pas per tout per la avvenente fanciulla, che aveva trovato modo di distrarsi e di essere utile a quella società, dalla quale aveva ricevuto tanti sgarbi e alla quale aveva fino allora arrecati tanti danni.
Avevo appena veduta questa vecchia conoscenza (dico vecchia perché una conoscenza di un mese in quegli eccezionali momenti si può dichiarare per antichissima) quando cominciò a cadere a larghi fiocchi la neve, e questa persistè ostinatamente fino alla sera: ci alzammo al mattino dipoi e continuava la poco aggradevole sinfonia: il neigait, il neigait, il neigait, proprio come nella ritirata di Russia, così ammirabilmente dipinta da Victor Hugo nei suoi Chatiments. Figuratevi, quale allegria non fosse per noi, il vedere tutti quei tetti acuminati, candidi come l'anima di una verginella; il passeggiare quelle vie, quelle piazze dove si affondava fino a mezza gamba, l'ammirare i nasi dei nostri compagni di sventura rossi come peperoni, seccati chi sa da quanti anni!.. Ed il cielo ci fece questa burletta fino a notte avanzata; decisamente il cielo sapendoci nemici del trono come dell'altare, ci voleva amministrare una di quelle lezioncine paterne, che ci facevano ricordare la dottrina Cristiana del cardinal Bellarmino.
Quella sera noi non potevamo godere: poiché ci ricorrevano al pensiero quei disgraziati nostri fratelli che si trovavano accampati o agli avamposti. Poveri diavoli—si susurrava, scaldandoci davanti a un bel fuoco—Poveri diavoli, quanti di loro hanno con gioia abbandonate tutte le dolcezze di una vita beata, e forse ci sarà chi oserà mettere in dubbio la purezza delle loro intenzioni, la lealtà dei loro propositi, la fede che li ha sostenuti in mezzo a quest'avvicendarsi perpetuo di peripezie, che a malapena si credono nell'udirle narrare?! Meno male, che la bestemmia dei tristi giunge più cara agli orecchi di chi fa il proprio dovere, della lode dei buoni. Declami pure, rida pure la gente che non si muove da casa se non quando vi è la prospettiva di un grande interesse… l'armata dei Vosgi ha troppo la coscienza di quello che ha fatto per poter dare ascolto ai ragli e agli impotenti grugniti dei pravi.