CAPITOLO XII.

Così giungemmo al dì 17 gennaio dell'anno di Grazia milleottocentosettanta.

Il cielo si era un po' rischiarato: ci destammo un poco più tardi del solito, poiché in dormiveglia ci sentivamo solleticare gli orecchi dal monotono tic tac dell'acqua che sgocciolava dai tetti, su cui si sfaceva la neve.

Andammo al quartiere, nulla di nuovo; allora lasciati i compagni, me ne tornai a casa a tener compagnia al Materassi che avendo mandato ad allargare uno stivale, si trovava nella dura situazione o di marciare a pie' nudo, o di aspettare il comodo del cittadino calzolaio; sdraiato in poltrona, ed in faccia ad un camminetto le cui fiammate eloquentemente addimostravano le prodigalità… dei nostri padroni di casa. Materassi aveva prescelto quest'ultimo partito, e con una posa tra il Pachà e il cuor contento aspirava voluttuosamente le boccate di fumo, di una pipa da dieci soldi, che riteneva come un ricordo di Lione.

Io era sdraiato su di un'altra poltrona davanti a lui: si discorse per due ore buone: si discorse delle nostre padroncine di casa che tutti ci elogiavano e che noi non avevamo per anche vedute: si fecero un centinaio di progetti per giungere ad ammirare queste famose beltà: si parlò di una nuova mitragliatrice che avrebbe ottenuto portentossimi effetti: questo nuovo ordigno di guerra, invece di mitraglia, doveva vomitar dei marenghi, e le truppe dell'inimico sarebbero state sbaragliate più presto… ma sul più bello della discussione, sentimmo un gran rumore per le scale: l'uscio s'aprì improvvisamente, la nostra padrona, con una fisonomia da metter paura in corpo all'uomo più sconclusionato del mondo, si buttò ai nostri piedi, gridando a squarciagola: Les Prussiens, Les Prussiens!

Les Prussiens?!—Grida il Materassi—Che siano giù per le scale?!

—Ma dove.. ma come.. ma quando?

—Per carità partite.

—Oh! non abbiamo bisogno delle vostre preghiere! Prendo le scale e vado..

—Va'.. prima a pigliarmi lo stivale.. eppoi partiremo insieme.

—Ma ora..

—Permetteresti che io non venissi con voi?

—Hai ragione: in due salti, vado e torno

Scendo in strada: un movimento da dar la vertigine: un correre da tutte le parti: un ritirarsi continuo dei cittadini dentro le porte: a tutte le cantonate squilli di tromba che chiamavano a raccolta; e un chiudersi di botteghe, un vocìo di donne che dalle finestre si raccomandavano.. insomma una desolazione, uno spavento tale da non farsene idea; spavento e desolazione che non hanno altro riscontro all'infuori di quello prodotto da false notizie nella serata del ventitre.

Via via che mi inoltravo verso la piazza, vedevo battaglioni di guardia mobile che s'indirizzavano verso le porte della città; il contegno di queste genti non era bellicoso di certo e sembravano più montoni condotti al macello, che difensori di un sacrosanto principio. Difaccia alla Mairie incontrai la legione Tanara: i Garibaldini cantavano. Addio mia bella addio e interrompevano l'inni, soltanto per prorompere in acclamazioni entusiastiche alla Repubblica e a Garibaldi. Eppoi mi trasvolarono difaccia agli occhi due batterie con i cavalli a trotto serrato; quindi venne la volta della brigata Ricciotti; il simpatico giovane era alla testa, ed i suoi Francs tireurs, col volto raggiante di gioia, colla testa alta, col passo accelerato, quasiché loro tardasse il trovarsi a fronte col'oppressor della Francia, avevano intuonato il magnifico inno dello Chenier:

C'est la republique, qui nous apelle . . . . . . . . . . . . . Un Francais doit vivre pour elle Et pour elle un Français doit mourir.

—Dunque ci siamo per davvero?—Dicevo tra me e me, esaltato anche io dalla febbre generale, trascinato dal potentissimo fascino dell'entusiasmo—A rivederci a fra poco, o giovani soldati della libertà, o eroica falange dei pochi che tra l'ignavia dei più vogliono essere gli apostoli, i rivendicatori dell'umanità conculcata!… molti di voi stasera non risponderanno all'appello, le vostre file diraderà la mitraglia: siete giovani, ardenti, pieni di salute tra poco sarete mutilati…. e che importa?.. Il vostro nome resterà eterno sulle labbra dei reietti e dei diseredati, unica gente che ha cuore, essi insegneranno ad adorarvi, siccome martiri, ai figli, e voi non morirete del tutto…

"……. Ai generosi,"
"Giusta di gloria dispensiera è morte."

Arrivai dal ciabattino; lo stivale era nell'identico stato di quando era entrato in bottega; lo agguantai non senza stiacciar qualche moccolo e a passi di corsa ripresi la via.

Io sono molto nervoso, e la fantasia in me è proprio un cavallo che non sente alcun freno: quel movimento, quelle grida, quell'entusiasmo mi avevano dato il capogiro ed io saltava come un pazzo, agitando lo stivale, in mezzo alla folla. O.. sentite un po' cosa mi va a capitare per dato e fatto di quei baggei di mobilizzati, allucinati, secondo il solito, da una paura birbona!….

Il vedere un'individuo, vestito metà da cittadino e metà da soldato, vederlo andare di corsa ed esaminando la di lui fisonomia che certo non era francese, fece nascere in quei cervelli balzani l'idea che l'individuo in questione non fosse che una spia dei Prussiani. Immaginatevi dunque che bella improvvista mi si preparava: giacché colui che veniva preso di mira non era altri che il signor Mestesso. Chi sa da quanto tempo io era pedinato da coloro che invece di correre in faccia al nemico preferivano restare in città, ad arrestare chi voleva andarci; io non mi era minimamente avveduto di nulla. Allo svolto di Rue Piron, mi rattiene nella disordinata mia fuga, un braccio che mi avvinghia alle spalle: mi volto per rispondere per le rime, al villano che si azzardava fermarmi e mi veggo in men che si dice, circondato da una folla di gente, che mi squadrava in cagnesco, e che emetteva grida tutt'altro che rassicuranti.

—Cosa volete?—Proferii io maravigliato.

C'est un espion… c'est un Prussien!

—Ma no… io sono un Garibaldino!—Risposi in francese.

—Non è vero.. non è vero!—Urlava più che mai indemoniata la folla..

—Me vi dico di sì… ve lo garantisco.

—Alla Mairie, alla Mairie

—Dalli alla spia!…

—Abbasso i Prussiani!

Caput a Bismarck!

Non ci è che dire io doveva esser proprio una spia; garantisco che in tre campagne, e tra le mille peripezie che hanno agitato la mia esistenza, garantisco di non aver mai passato un momento più brutto di quello. La folla si aumentava a vista d'occhio e di momento in momento diventava più minacciosa: mi aspettavo di udir gridare: à la lanterne e di sentirmi appiccare ad uno dei prossimi lampioni.

Per buona fortuna passò il nostro tenente, che attirato dal chiasso, si avvicinò per curiosità al gruppo tumultuante; non sto a descrivere lo stupore dal quale fu preso, vedendomi in mezzo a quei disperati; il tenente era in alta montura e tutti gli fecero largo.

—Che c'è?—Mi domandò

—Si figuri, che mi hanno preso per una spia!

—Baie!

—Sul mio onore.

Il tenente che ne avea pochi degli spiccioli fece allora una paternale numero uno, a quei mobilizzati che pretendevano di fare il sopracciò a tre chilometri dal campo di battaglia: questi accettarono la reprimenda a viso basso e confuso e ci lasciarono passare.

Appena scongiurato il pericolo, io mi rivolsi al mio salvatore e gli domandai: Ma dunque ci si batte sul serio?

—Sembra di sì… Anzi venga con me al quartier generale, che presto partiremo anche noi!

—A piedi?

—Ben'inteso: quando non ci sono cavalli!

—Vado ad avvertire Materassi e vengo subito.

—Gli raccomando sbrigarsi!

—Non dubiti: vado e torno!

Materassi mi accolse con un diluvio d'imprecazioni, a causa del ritardo: l'imprecazioni arrivarono poi al grado superlativo, quando io gli mostrai lo stivale, preciso come l'aveva dato al mattino. Che fare? Tempo da perdere non ce ne era dicerto: bisognò prendere un'eroico proponimento, e con un rasoio spaccarlo sopra la fiocca… Se Materassi avesse saputo che doveva terminare la campagna con quello spacco, non troppo elegante, chi sa, se avrebbe avuto il braccio tanto fermo!

In due salti si arriva al quartier generale, i nostri compagni erano già partiti: si domanda alle sentinelle per dove hanno preso ed esse c'indicano la vicina strada della stazione; allunghiamo il passo e tentiamo raggiungerli: per la strada non s'incontra nessuno: tutto è calma all'intorno ed un combattimento non può essere ancora incominciato: meno male, pensiamo tra noi, sentiremo il primo saluto, ma più ci si avvicina, maggiore è il silenzio,

Fatto appena un chilometro, sempre per una strada, fiancheggiata da campi che ci sembrano incolti, e da estese pianure, su cui si alzavano a poca distanza da noi i due promontorii di Fontain e Talant, cominciammo a vedere dei Franchi tiratori, delle Guardie mobili, dei Garibaldini tra cui qualche Guida. Domandiamo il perché se ne tornano, ed essi ci rispondono che tra poco tutte le truppe rientreranno in Digione: che i Prussiani che erano alla viste, nonché avanzare, si son ritirati, e che gli Chasseurs han preso due cavalli ai cavalieri nemici. Queste informazioni erano più che veridiche: pochi momenti dopo, passava il Generale e lo stato maggiore; noi rientrammo in città, insieme alla legione Tanara, le cui trombe suonavano gioiosamente. Non si era trattato che di un falso allarme: un falso allarme equivale ad un appuntamento al quale manchi la bella dei nostri pensieri: io preferisco cinque battaglie, ad una sola delle ore penose dell'aspettativa.

Quella sera la città fu ravvivata da un chiasso dei più clamorosi: o male o bene si era veduto che dei Prussiani ce ne era dintorno a noi, e così avevamo acquistato la certezza di potersi levare il pizzicore dalle mani; non mi provo nemmeno a raccontare tutte le strampalerie che furono proferite: tutti volevan dir la sua su quella sorpresa dell'inimico: chi diceva che era un corpo sbandato, chi che avevano avuto paura, chi che credevano pigliarci all'impensata: in tutti però era certezza, che poco poteva tardare una battaglia.

La mattina dipoi, mentre eravamo a chiacchierare sul più sul meno sulla piazza delle Mairie, vedemmo il colonnello Bossi con due guide, e dietro a loro una diecina di prigionieri Prussiani. Appartenevano tutti al 61 Reggimento, e procedevano stupidi e mogi in mezzo a due file di popolo che non risparmiava di tanto ia tanto qualche espressione poco gentile al loro indirizzo. Cercammo avvicinarli: le maggior parte di loro bisticciava alla peggio il francese: ci parlarono delle loro famiglie, come ne parlerebbe un ragazzo lontano: ci chiesero con infantile curiosità dove li avrebbero mandati, e ci domandarono se era loro permesso di accender la pipa e fumare. Io ho osservato che nessuna altra categoria di persone è disposta a bamboleggiare, come i soldati: il pifferaro Scozzese tra l'imperversare della mitraglia a Waterloo ripeteva le canzonette delle montagne native; il coscritto bacia i ragazzi che incontra e gli porta in braccio con quella delicatezza con cui non son use a portarli le serve: il prigioniero, tra le schiere nemiche, spesso tra i fischi del popolo, si perde in che sa quali vaneggiamenti, e fuma imperturbabile. Così è: i regolamenti militari o sviluppano la malinconia in modo da render gli uomini stupidi, o gli rendono feroci più delle belve. Quanto saremo civili, quando avremo abolite le caserme, questo ricettacolo di gente che divora la parte più grossa del ben essere di tutti, a beneficio di quello di un solo!

Questo piccolo incidente ci rallegrò un pochetto, ma la nostra allegria crebbe a mille doppi per una buona notizia che ci fu comunicata ai quartier generale. In un piccolo villaggio poco distante da Fontain una recognizione Prussiana si era impadronita di centoventi capi di bestiame, è poi se ne era andata zitta zitta e quasi di corsa. Il coraggiosissimo colonnello Lhoste dei Franchi Tiratori da alcuni paesani era stato informato del furto che avevano commesso i campioni della Grazia di Dio e della legittimità. Appiattatosi con molti suoi uomini in una boscaglia attese al varco i predoni, e mentre questi se ne andavano sicuri e canticchiando a bassa voce certe canzoni che se erano tedesche, non avevano niente che fare colle ispirate melodie che si sentono sulle rive del Danubio e del Reno, una scarica a bruciapelo originò una confusione universale. Chi cadde nei fossati vicini, chi urlò come uno spiritato, qualcuno rimase ferito, e morti furono pochissimi… chiunque era in grado di farlo, se l'era battuta senza rifiatare nemmeno. Così fu ripreso tutto il bestiame, e il bravo Lhoste coi bravissimi suoi volontari tornò nel villaggio in mezzo alle benedizioni e agli applausi di quei paesani. Non ci era che dire: i Franchi Tiratori non potevano fare a meno di addiventare gli enfants cheríes delle popolazioni: già si sapeva come essi nel novembre avevano ritolto ai Prussiani, piombando loro addosso all'impensata, un centinaio di Garibaldini che traducevano prigionieri: già si sapeva con quanto ardimento essi disseminavansi nelle boscaglie e dietro le siepi, da dove con un fuoco alla spicciolata scombuiavano i nemici, più che, se si fossero trovati in aperta battaglia: già a tutti era noto come i Prussiani ripetessero sempre, che non avrebbero dato quartiere a questi bravi figli di Francia ed ai Garibaldini, mentre trattavano da buoni figlioli gli appartenenti alla Guardia mobile; insomma il nome di Franc tireur ispirava in tutti rispetto, e tutti si fermavano a veder passare questa eletta della gioventù francese che per guerreggiare poteva dare dei punti alla truppa più agguerrita d'Europa. Erano così svelti, così simpatici, così pieni di vita che c'era da andarne matti per l'entusiasmo!

Il battaglione condotto da Canzio a cui dei nostri erano rimasti soltanto mio fratello ed Omero Piccini, fu battezzato col glorioso nome di cacciatori di Marsala, e il comando ne fu dato allo strenuissimo Perla. I Cacciatori di Marsala, i Carabinieri Genovesi e alcuni battaglioni dei mobilizzati dell'Isere formarono la quinta brigata, al cui stato maggiore Canzio chiamò tra gli altri il Canessa.

Questi erano graditissimi avvenimenti per noi; ma il dolce ci doveva essere amareggiato e non poco.

«Ahi sventura, sventura, sventura

Quei celebri cavalli che si attendevano a braccia aperte, che dovevano esser per noi la realizzazione di tanti e sì prolungati desiderii, i celebri cavalli sfumarono come i 140 milioni dell'Onorevole Mezzanotte. Tironi era rimasto a Remoully, dove organizzava uno squadrone di cavalleria per la nugva brigata e noi rimanevamo a piedi… A piedi!.. Oh la desolante parola! Dunque saremo d'ora in là un corpo ibrido, di nuovo genere? Squadrone, speroni, grandi stivali e niente altro. Fortuna che per chi lo vuoi trovare un fucile ci è sempre, e noi fin d'allora proponemmo d'attenerci a questo partito, che fu dipoi attuato a puntino.