CAPITOLO XIX.

Non ascoltando i consigli degli amici, io me ne andai il giorno dipoi, secondo il solito, al quartiere, e secondo il solito, non vi rinvenni alcuno. Facendo necessità virtù, mi misi a girellar per la piazza, molto più deserta dell'ordinario. I volontarii erano stanchi e dopo essersi battuti, come leoni sul campo, avevano anche ragione, se voleano riposarsi: si sapeva che i nostri esploratori erano giunti fino a Messigny senza rintracciare il più piccolo vestigio dell'inimico, e il Garibaldino ha un'avversione pronuziatissima per far l'eroe per chiassata. Tutti coloro che han fegato sono scansafatiche per eccellenza: può sembrare alla prima un'assurdo, ma ho provato che è vero.

Dopo poco rintoppai il nostro tenente Ricci, che aveva domicilio e stanza d'ordini su quella piazza.

—Il generale è contentissimo di voi—Mi disse con la soddisfazione sul volto—Dovreste fare un ordin del giorno?

—Chi?… io?

—No… Miquelf…

—O non sei tu il comandante il deposito?

—Che deposito d'Egitto!—e qui una bestemmia in Romagnolo—io non ne voglio saper nulla… che faccia lui, che sa tutto—e qui una litania d'improperi alle spalle del sottotenente.

Era sempre così; una lotta continua, un ricambiarsi perpetuo d'impertinenze, che ci facevano godere amenissime scene: Miquelf non sapeva l'Italiano, il Ricci non conosceva neanche di vista il Francese, per cui noi si rideva e le cose del deposito andavano a vanvera.

Dopo essermi assicurato che nulla di nuovo eravi al quartier generale, lasciai il mio tenente, e presi la Rue Condè.

Vidi alle cantonate delle città una nuova sentenza della corte marziale; questo tribunale, istituito dal dittatore Gambetta, continuava a terrorizzare l'esercito, e solo, mercè l'influenza benigna di Garibaldi, ora si addimostrava assai più benevole di quando fu impiantato; sul principio non erano che sentenze di morte: per il nonnulla più piccolo non si esitava a decretare la fucilazione di un soldato: in Autun fu ucciso perfino un volontario, che, affamato, aveva rubato una gallina… A Digione per colpe così gravi, ci si contentava di mandar l'uomo in galera! Lo spirito bizzarro dei Garibaldini però aveva ridotto a materia di scherzo questo tribunale il cui nome faceva venir la pelle d'oca ai birbanti. Il gran giudice veniva chiamato Bertoldino: il codazzo dei sommi consulenti erano additati come le comparse della giustizia, o come le guardie di sicurezza della libertà. Guardia di sicurezza nel linguaggio di uno scavezzacollo significa, un animale irragionevole che ha del pagliaccio e delle birbante, del coniglio e dell'uccello da preda, sempre ridicolo e spregevole specialmente poi quando vuol fare l'eroe.

Leggevo la sentenza, quando mi sentii battere sulla spalla e vidi Tito
Strocchi con un berrettino da sottotenente.

—Mi rallegro!—Esclamai, stringendogli la mano.

—Cosa vuoi?! Bisogna rassegnarsi: con questo alluvione di gradi non ci è ombrello che tenga.

—Ma tu te lo meriti—Interruppi io, volendo far rimarcare all'amico la sua troppa modestia—Ti hanno promosso per il tuo contegno del ventitrè?

—Sì… anzi volevano in tutti i modi portarmi da Garibaldi, ma io mi vergogno.

O anima eccezionale!… O vera mosca bianca in quel turbinio di ambiziosi sfacciati!… Il vero merito è modesto, ed è abbastanza soddisfatto dalle voce della coscienza. Battano pur la gran cassa i ciarlatani e gli eroi di professione, facciano pubblicare ai quattro venti le loro mirabili gesta, chi ha fatto realmente il proprio dovere non si cura se l'opinione pubblica fischi od applauda, troppo è convinto che quest'opinione ha avuto sempre un ghigno per il grande, una lode e un'applauso pel miserabile.

*Digione era allegra: un'insolito viavai di gente percorreva le strade: le donne venivano sull'uscio delle botteghe per vederci passare e tutte avevano un sorriso, un complimento per noi… per niente non avevamo debellato i più celebri soldati della Pomerania!… Oh! giorni!… O dolcezze perdute, o memorie!… Dirò con quel povero Renato così tradito dalla moglie e da Piave!

Vicino alle caserme osservai un'affaccendarsi e un movimento indicibile. Si temeva forse che i Prussiani ci riattaccassero? Nemmeno per sogno! Si trattava di armare tutti i soldati, a qualunque corpo appartenessero, colle carabine Remington e in quell'ora appunto si distribuivano quest'armi.

Questo provvedimento fu commendevolissimo: con tante specie di fucili, così differenti tra loro il provveder le cartucce per tutti, era una cosa assai malagevole: di più, mi pare averlo detto altra volta, le carabine Wincester esigevano una pratica d'armi, una avvedutezza in chi le possedeva, come non si può che raramente trovare in un corpo di giovinetti, la maggior parte dei quali è inesperta al maneggio delle armi; nè minori cure esigevano le Spencer, per cui si trovò nei combattimenti chi dopo tre o quattro colpi si ridusse all'impossibilità di tirare. Il Remington non offre difficoltà alcuna, nè alcun pericolo in chi lo maneggia. Il provvedimento adunque fu magnifico: peccato che fosse preso, quando, pur troppo, non aveva ad esservi alcun bisogno di armi. È una cosa buffa: Mi rammento che anche in Tirolo si cominciò a cambiare gli schioppettoni dei volontarii in buone carabine di precisione, quando era già segnato l'armistizio. Son le solite cose che toccano a quel povero uomo di Garibaldi.

Al quartier generale mi si notifica che dopo tre giorni è stato rinvenuto il cadavere del prode Bossak, e che gli si apprestano funerali solenni: non funerali preteschi, veli, che di tali sciocchezze all'armata dei Vosgi non se ne facevano di certo, ma invece un'accompagnatura con tutta la pompa che si conviene ad un generale morto in battaglia. Al quartier generale saluto affettuosamente il capitano Bacherucci, il cui battaglione della legione Barelli, si è coperto di gloria a Talant, sostenendo sulle prime ore della sera l'urto formidabile degli irrompenti battaglioni Prussiani e scaricando fino all'ultimo colpo: fa parte di quel battaglione anche il capitano Romanelli d'Arezzo, giovine veterano della guerra dell'Indipendenza, e patriotta di tempra Spartana; è l'uomo più piccolo dell'armata dei Vosgi, ma forse dei più grandi per coraggio: mi dicono che in faccia al fuoco ha voltato il cappotto dalla parte della fodera rossa ed in tal modo ha sostenuto per più di mezz'ora l'ostinato fuoco di fila delle compagnie nemiche.

Un altro capitano, Nizzardo credo, che è lì con gli amici, con una franchezza piuttosto brusca, senza conoscermi, mi stringe forte forte la mano e mi dice: finora credevo che le Guide non fossero buone che a farsi vedere per i caffè, o a far la corte a queste pettegole… ma l'altro giorno, vi ho vedute come noi col fucile, tra il fischiar delle palle, bravi figliuoli, vi rimetto la stima.

Ritrovai molto dopo questo capitano, ma, con mia grande meraviglia, lo riconobbi accanito più di prima nel suo odio contro le Guide. Le penne dei nostri cappelli erano il suo cauchemar. Bisogna sentire che cosa non ne diceva!… E se la bravura del nostro corpo si doveva argomentar dalle nostre penne, convengo che l'amico non avea tutti i torti. Mai collezione più originale può essere veduta nel mondo! Chi ne aveva una lunga lunga: chi così piccola che per vederla ci volevan le lenti d'ingrandimento: chi le aveva rossa, chi nera, chi verde ed uno perfino se l'era messa celeste: aggiungete il colore sfacciato dei molti cordoni che ornavano la nostra uniforme, eppoi ditemi, se capitando in pieno veglione a un teatro, non ci era proprio da scambiarci per una mascherata.

—Se fossi io nei piedi del Generale—Borbottò lasciandomi il vecchio ufficiale—vi pianterei tutti nel treno.

—Io mi augurai che quel vecchio non diventasse mai un pezzo grosso nella nostra piccola armata.

Ritorno a bomba per far sapere ai lettori che la legione Ravelli, che noi non incontrammo nel combattimento si era comportata strenuame. Ravelli era stato leggermente ferito, erano morti gli ufficiali Giomi, Mauroner, Falchiero, Leviski e molti altri di cui non so i nomi; stragrandi erano state le perdite della bassa forza.

Lasciai gli amici e il capitano e mi avviai verso casa. Per quel giorno la repubblica non era in pericolo. Mi fermai a dire due sciocchezze con la tabaccaia; la Luisa mi rimproverò perché io era uscito, io le accennai che ritornavo in casa; ci si bisticciò, si fece la pace, si rise eppoi andai in camera a scaldarmi.

Non sentendo più dentro me alcun'indizio di malattia, la sera me ne andai al solito Restaurant; vi entrai tristo: ripensavo che l'ultima volta ci ero entrato insieme con Rossi!

Appena aprii l'uscio, sentii un grand'urlo un urlo, come di chi prova paura. Mai erami successo in tutta la vita di venire accolto in quel modo nè sapea farmene ragione, per quanto mi scervellassi. L'urlo era stato proferito dalla proprietaria, che finora si era mostrata gentilissima ed educatissima a nostro riguardo.

—O non siete morto?—Mi disse finalmente di dietro il banco l'ostessa.

—Ma io credo di no!—Risposi immediatamente.

—È impossibile!—Questa replicò, turandosi gli occhi, quasiché si trovasse al cospetto di un'ombra.

Non starò a riportare tutte le spiegazioni; basti il sapere che gli amici mi avevano dato per morto, onde assister più tardi a questa burletta,

«On est toujours trâhi, què par les siens.

Come eran lunghe le serate a Digione! Cosa fare?… Gli altri ammazzavano il tempo col fare frequenti libazioni in onore del generoso paese che ci ospitava e del vino che produceva: io non era in stato di farlo: mi misi a chiacchiera colla padrona ed insieme combinammo che le avrei insegnato la lingua italiana.

Io non so chi abbia inventato l'accento; ma vi assicuro che, se gli arrivassero le maledizioni che dentro di me gli scagliai nel mio periodo magistrale, egli chiederebbe un permesso al Padre Eterno per fare una scappatina nel mondo di qua, onde sfidarmi a duello… fu una vera desolazione!… Dite lunedì—dicevo alla mia graziosa scolara; e lei: Lunedi: dite casa, e lei casà; in sette o otto lezioni insomma non arrivò che a proferire la sera che noi partimmo: Buonà serà. Povero fiato!… È vero che se ci si perdeva di fiato, ci si risparmiava di borsa, e quello che nelle prime sere io ed i miei compagni si pagava tre franchi, nelle ultime si pagava un franco e mezzo e anche meno.

A proposito di mangiare devo far notare ai gastronomi che avessero intenzione di andare a Digione due grandi inconvenienti: primo la eterna zuppa, che come in tutta la Francia, si mangia indispensabilmente, quasichè non vi fossero fabbricatori di paste: secondo l'ora regolare, indiscutibile del dejuner e del pranzo. Un povero disgraziato che capita in città dopo le undici, abbia pure le saccoccie rigurgitanti di maranghi, farà la fine del conte Ugolino.

Dopo aver provato all'albergatrice che almeno per ora non ero anche morto, ce ne andammo al café de la Paix, dove un subisso di mobili raccontavano mirabilia degli ultimi fatti. Tra questi predominava un capitano lungo come una pertica, elegante come un perfetto dandy.

—Guarda ha la croce di Mentana!—Mi dice all'orecchio il furiere
Quaranta che in quella sera ci aveva accompagnato.

—Lascialo stare—Gli risposi io immediatamente, ma conoscendo l'umor delle bestie, fino da quel momento previdi dei guai.

Godo dire che i miei amici furono delicatissimi e che per parte nostra non sarebbe nato certamente diverbio di sorta. Si lasciaron cadere inosservate le solite fanfaronate francesi, si lasciò correre su certi eroismi di cui si facevano belli questi Don Chisciotte da dieci al centesimo; ma quando in mezzo all'attenzione generale, il gallonato cosaccio si lasciò scappare di bocca: Les Garibaldiens sont dès aventuriers, ci alzammo tutti contemporaneamente da sedere e ci avvicinammo a questi guerrieri da caffè.

Scommetto che il capitano non ci aveva veduti: me lo fa credere la sua fisonomia pallida e sconvolta, che fece, appena che ci vide vicini.

Rèpetez, Monsìeur, ce que vous aves dit?—Urlò come un indemoniato il Quaranta.

Je vous assùre…

Ah.. lache—E un potente manrovescio fe' capitombolare sotto il biliardo lo spilungone.

Ci si era: battaglia campale: volavano banchetti, tazze, piattini: fu rotto uno specchio e chi sa quanti bicchieri: le guardie mobili sul primo tennero fermo, poi, peste e malconcie, se la diedero a gambe. Al capitano fu perfino tolta la sciabola; gli fu levata dal petto la croce e gli fu battuta sul naso. Che gusto schiaffeggiare un'eroe di Mentana, sputare in faccia a un difensore del papa!.. E come se ne andò scorbacchiato e confuso!… Traballava come un briaco e non si azzardava ad alzar gli occhi. Noi eravamo rimasti padroni del campo: in cinque avevamo messo in fuga una ventina di moblots. Che bella vittoria! E dire che la padrona pretendeva che le si rifacesse le spese dei danni, che aveale recato il combattimento!… Da quando in qua il vincitore paga qualche cosa dopo una battaglia? Nella terra di Brenno, si dovrebbe conoscere il tradizionale: Veh victis!