CAPITOLO XX.

Il giorno ventisette gennaio si presentò colla solita mancanza di ogni e qualunque movimento strategico. Finivo di sorbire un'eccellente tazza di caffè, quando vidi entrare nella bottega il Perelli, sergente del nostro squadrone, un Meneghino puro sangue, impavido al fuoco, susurrone sempre.

Oui ti—Mi disse abbordandomi—Ti è passata la malattia?..

—Mi pare!

—Allora in servizio…

—Questo poi…

—Meno osservazioni…

—E che ho a fare!

—Devi portare questo plico a Fontaine, quando sei lassù, piglia pure una cotta… te lo concedo.

—Ma dimmi perché non ci vai tu?

—Ecco lascierò il tuono di superiore e te lo chiederò in piacere… sai quante volte ti ho risparmiato la guardia… se tu conoscessi le occupazioni che ho!… Figurati, bisogna che contenti tre o quattro ragazze…

—Scusate, se è poco!

—Eh!… non è niente! non fo che pigliare la rivincita di ciò che fecero i Francesi da noi nel cinquantanove… d'altronde i Garibaldini son troppo necessari all'Umanità e per conto mio, cerco tutte le strade per eternarne la razza…

—Va bene… dunque parto!

—Addio!

Il plico che avevo a portare era per un certo Meyssac o Meglac salvo errore, maggiore dei mobilizzati dell'Ain. Mi aggrego il tromba delle Guide, un Romagnolo che ha la pretesa di far dello spirito. Infatti, passando sotto la chiesa di Nôtre Dame, chiesa mezzo rovinata, la sbircia ben bene eppoi dice: I Francesi non credono alla verginità di Maria…

—E perchè?

—Perchè in tal caso la chiamerebbero nôtre demoiselle!

Chiedo scusa ai lettori per il disgraziatissimo tromba.

Passammo la barriera e rivedemmo quei luoghi tanto illustrati dai recenti combattimenti; non un cadavere si vedeva per l'immensa estensione: solo qualche albero stroncato, qualche muro disfatto, qualche casa scortecciata, crivellata dalle palle faceva supporre la tremenda tenzone che si era svolta in quei luoghi. Un sole bellissimo, come mai avevamo veduto dacché eravamo arrivati in Francia, ripercoteva i suoi raggi in quella campagna squallida e tetra, o che forse tale ci appariva al ricordo di tante generose esistenze che ivi erano state tolte alla patria, agli amici per saziare la indomabile sete di sangue che suole distinguere i re.

Giunti a Fontain andammo per informazioni alla scuola, che per la prima ci si parava davanti. Domandammo ad un uomo in blouse turchina che era sulla porta, dove si trovasse il maestro. Con nostra gran sorpresa ei ci rispose che il maestro era lui.

Tutte le attribuzioni che Sue nel Martino il Trovatello dà ai maestri campagnoli non sono che vere, come vero purtroppo è il meschino stipendio con cui vengono retribuiti nella grande Nation. Il maestro rimette l'orologio della parrocchia, suona le campane, pulisce il giardino, spazza le scale, fa tutto… tutto quello che troppo repugna al gran ministero dell'insegnamento. È una cosa desolante!… Nei più piccoli borghi è proibita la mendicità, e si fa languir quasi di fame questo pover'uomo che suda, che si affatica per provvedere il pane intellettuale ai poveri Paria della montagna.

Il maestro fu con noi gentilissimo, conosceva il posto a cui noi dovevamo arrivare, e c'insegnò una scorcitoia; questa scorcitoia doveva procurarci degli impicci gravissimi. Avevamo appena passato un viottolo, che una voce imponente, ci grida: Qui vive, e cinque o sei canne di fucili si abbassano in nostra direzione, procurandoci col loro barbaglio una sensazione non troppo piacevole.

France!—Gridammo io e il tromba, proprio all'unisono.

—Alto… o fò fuoco!

—Per Cristo!—Strilla il tromba—E' son capaci di farlo!.. questi mobili lontani dal fuoco sono capaci di tutto.

—Dove è il capoposto? Cominciai io avvicinandomi.

Present—Declamò con burbanza un ghiozzo, rinfagottato sotto un involto di panni… un vero sacco di panni sudici legato in mezzo: e dietro a lui altri cinque o sei che non aveano da invidiargli nulla in bellezza ed in eleganza si presentarono a noi con baionetta calata, e con quel piglio da eroe che suole assumere l'uomo che esponendosi a un pericolo è sicuro della vittoria.

—A noi—replicai io immediatamente—Ci ho qui un plico da consegnare al vostro capitano, conducetemi a lui, chè non ho tempo da perdere.

—Assicuratevi bene di loro—Comandò ai suoi uomini il capoposto, e poi rivoltosi a noi con fare sdegnoso, borbottò: seguiteci.

Il capitano era in una specie di bettola, ridotta lì per lì in stanza d'ordine; era un coso rimpresciuttito, che parea proprio dovesse regger l'anima coi denti: sdraiato su di una poltrona impagliata, teneva tra le labbra la pipa, di cui si divertiva ad esaminare con certa voluttà le nuvolette grigiastre di fumo, che man mano andavano a dileguarsi in quell'ambiente.

Consegnai il mio plico; Monsieur, così lo chiamavano con grande unzione i suoi sottoposti, prima mi sbirciò ben bene con tale ostinazione che mi ridestava il pizzicor nelle mani, poi cominciò a capolvogere, e spiegazzare quel povero foglio in tutti i versi, finalmente si decise a porvi gli occhi. Per maledetta disgrazia quell'ordine era stata fatto in lapis: di qui non sto a dire quanto aumentassero i sospetti in quella zuccaccia ignorante.

C'est un affair tres serieux—Proferì rivoltandosi al sergente Ces coquins de Prussiens ont trop d'espions…—poi di nuovo girando la faccia verso di me, mi domandò: Vous etes Polonais?

Non, monsieur, je suis Italien.

Attendes—E senza dire ai nè bai, ci lasciò in asso in mezzo a quei mammalucchi.

Si aspettò cinque minuti, se ne aspettò dieci, l'affare cominciava a diventar serio davvero: ogni poco venivano a frotte dei mobili e ci guardavano, come se fossimo bestie feroci: le donne di casa, una vecchia e una fanciullina avevano a nostro riguardo lo stesso contegno: sbaglio, la fanciullina ci faceva le boccacce.

—O bada… che le do uno scappellotto—Mi diceva il tromba digrignando i denti.

Io non gli rispondeva: se però fossero arrivati al Perelli, che ci aveva mandati lassù, tutti gli accidenti che gli augurai in quella mezz'ora, il povero diavolo chi sa mai quante volte avrebbe fatto il fatale viaggio che gli avevano risparmiato le palle prussiane.

Esaminando però tanto per ammazzare la noia e il malumore quei gruppi di mobilizzati che convenivano in quella stanza, sempre più mi convincevo della decadenza tanto fisica e morale della disgraziata nazione francese. Quella gente rachitica, mingherlina, paurosa non si poteva certamente chiamare la genia dei Cimbri e dei Galli, l'orgia e il deboscio han dato il colpo di grazia all'antica terra di Brenno e dei Druidi, l'orgia e il deboscio hanno ridotto una baracca dei burattini la così detta signora del mondo: qualche bel tipo raramente si trova nei campagnoli, ma la gioventù delle città muove a schifo. Per me la generazione è un diritto pubblico, non un diritto privato, e se ogni giorno si fanno, delle leggi per il miglioramento della razza equina e canina, perché non si hanno da istituire delle leggi che provvedano al miglioramento della razza umana? L'uomo è il re della natura, dicevano gli antichi: oh sì, che la dissero grossa… tra un leone ed un gobbo non può esser dubbio su chi ha aspetto più sovrano!

E il tempo passava e non il più piccolo indìzio che avesse a cessare la nostra prigionia.

—Si può mangiare? Domandai ad uno.

Questi alzò disdegnosamente le spalle e se ne andò—O guardiamo, se questi pezzi d'ira di Dio finiscono col farci far la morte del conte Ugolino?

Dopo un ora rientrò l'invitto duce, seguito da una scorta tutt'armata, che ci prese nel mezzo.

—E ora che ci fanno? Mi domandò con emozione il tromba.

—Scommetto che ci fucilano qui sulla piazza… raccomandati l'anima—Io gli risposi per ridere… Ma che brutta faccia non fece a tale annunzio il mio compagno di sventura!

—Per Cristo!… Esser fucilato dai Francesi non me l'aspettavo.

I mobili ci accompagnavano con fischi ed imprecazioni a cui facevano eco i borghigiani di tutto Fontain che si erano accalcati lungo la via.

Vidi che i nostri carnefici avevano intenzione di ricondurci in città: per nostra buona fortuna un capitano Nizzardo tutto vestito di rosso, ci vide, ci riconobbe (eravamo stati insieme il giorno ventuno) fece una partaccia al capoposto, ci tolse di mezzo ai soldati e ci condusse a bere con lui. Ci raggiunse il maestro di scuola e ci chiese un milione di scuse per averci cacciati in quel laberinto. Gli facemmo toccare il bicchiere con noi, e tutti insieme propinammo alla felicità della Francia, di quella Francia i cui figli ci trattavano con tanto riguardo.

In fretta e furia tornammo a Digione al nostro quartiere: là ci furono date due novità: la prima che erano stati incorporati nelle guide quei quattro Pollacchi, che erano di scorta al generale Bossak: questi disgraziati non sapevano un ette nè d'italiano, nè di francese e poco tardarono a diventare i buffoni dello squadrone: ci sembravano bravi ragazzi: ci guardavano attoniti, ci offrivano il loro tabacco, e divennero poi i cirenei del servizio: la seconda si fu che Miquelf con otto guide era partito insieme colla colonna dei Franchi Tiratori Alsaziani, comandata dal maggiore Bun, allo scopo di far saltare alcuni ponti che erano nelle vicinanze. Se la partenza di Miquelf ci fece tutti respirare dalla contentezza, il perdere anche per pochi giorni Materassi e altri amici lasciò un voto intorno a noi.

Una ben più dolorosa notizia doveva però poco dopo recarci turbamento: il generale Cremmer aveva abbandonato Dôle, lasciandoci così quasi accerchiati dai Prussiani, rimanendo libera, al caso di una ritirata, soltanto la via di Lyon. Il generale Cremmer pareva messo a bella posta a noi vicino per scombuiare i disegni del pro' Garibaldi: a Baune attaccando intepestivamente il fuoco e non volendo servirsi dell'aiuto del nostro piccolo esercito aveva dovuto ritirarsi, mettendo i nostri in falsa posizione: ora era la causa vera dell'ultimo disastro di Francia, poiché l'armata di Bourbaki nella disastrosissima sua ritirata avrebbe potuto appoggiarsi a questo paese, invece che di gettarsi in Svizzera.

Il governo della difesa nazionale cominciava a prendere in considerazione la fin qui disdegnata armata dei Vosgi, e si bucinava in quei giorni che la somma delle cose militari sarebbe rimessa nelle mani del general Garibaldi: ottimo provvedimento che, ne siamo certi, avrebbe salvata la Francia e che in allora reclamava ogni ceto di cittadini. Parigi non ancora arresa e coi suoi trecentomila uomini, gli eserciti dì Chanzy e di Faidherbe, lo spirito pubblico rialzato con le tre ultime vittorie, una direzione franca, ardita, incorruttibile non potevano non influire contro un esercito da otto mesi entrato in campagna, vittorioso sì ma omai stanco di guerreggiare in terra straniera, ma omai affralito dalle intemperie del cielo, dalle malattie, dalle morti; io credo infine che più fiducia in Garibaldi avrebbe servito per salvare la Francia; è una idea, come un'altra, e perché non l'han voluta attuare, io ho tutto il diritto di gabellarla per ottima.

Non vennero rinforzi di uomini, ma furono però a noi spedite, e giunsero in quel giorno in città, nuove batterie che, almeno a vederle, prometteano assai;

Quella sera dopo il pranzo ci saltò il ticchio di dar dietro a qualche figlia del piacere, di cui vi era in Digione un vero formicolaio. O sia che molte bocche vote di Parigi fossero piovute nella capitale della vecchia Borgogna, o che piuttosto tutta quanta la Francia sìa appestata da una corruzzione ributtante, è un fatto più che provato che il cinismo con cui ti abbordavano, che la franchezza con cui di caffè in caffè, di bottega in bottega queste disgraziate trascinavano le loro grazie e la loro prestituzione era tale, che non potevi fare a meno di sentir dentro di te un disgusto che non eri capace di mascherare: no, non è stata l'abilità degli strategi Germanici quella che ha debellato la Francia, lo torno a ripetere a rischio di passar per un predicatore noioso, è stata la corruzione aiutata e sorretta da un governo corrotto che voleva distrarre, divertendolo, il popolo dalle materie di stato.

In Italia non ci si può fare un'idea di cosa erano le strade di Digione sulle prime ore di sera; bisogna aver veduto quelle giovinette che col sorriso più provocante fermavano vecchi, giovani, soldati e ufficiali, che li prendevano a braccietto, che proferivano i più laidi discorsi con una indifferenza, con una leggerezza da darti la nausea, e tutto per scroccare una cena. Io non sono un puritano: quando si tratta di scherzare ci sto, ve lo provi il mio contegno di questa sera, ma se è permesso ad un soldato approfittarsi delle circostanze, in un pubblicista, se tale pur posso chiamarmi, sarebbe delitto il non alzare la voce su certi scandoli che deturpano l'umanità.

Tenemmo dietro a due giovinette e secoloro entrammo in una via che rimane sotto i bastioni della città. La porta della Maison du Plaisir era tutta crivellata da colpi di revolwer. Gli ufficiali prussiani, superbi e sguaiati, come tutti i conquistatóri, avevan provato diletto a rovinar tutti gli usci, e tutte le vetrate di quella strada dedicate al piacere. Aggiunsi anche questo a tutti gli altri soprusi che avevano commesso i soldati della grazia di Dio, e mi tornarono in mente le parole dell'inno di Handt:

Dove non radica straniero vezzo
Dove ha l'onesto stima: e al disprezzo
Il vil si danna…
È sol sol'ella
L'intiera ed una Germania è quella.

È deliberato che i poeti non abbino ad imbroccarne una sola. Lo stendardo Germanico, finchè è nelle mani di un re, rappresenterà l'oppressione come tutti gli altri stendardi monarchici.

Entrammo in una bella sala, circondata da divani in velluto, tutti occupati da moblots d'ogni grado, intenti a ber della birra e a far la corte alle damigelle: una ventina di bottiglie stappate erano disposte in batteria sul tavolino; sei erano le disgraziate, passabili ma avvizzite; in un canto ve ne era una ubriaca; quasi tutti fumavano cigarettes; predominava sulle altre un'Alsaziana, bella, ma stupida… una vera rosa del Bengala; bellezza senza profumo: la degnava solamente con gli ufficialetti, a cui ogni poco chiedeva da bere.

Il nostro ingresso non provocò certamente una dimostrazione: le donne rimasero indifferenti: i moblots facendoci il viso dell'arme ogni tanto ci occhiavano a squarciasacco: per far qualchecosa ordinammo da bere e uno dei nostri andò al pianoforte.

Gli illustri campioni di Francia si misero a ballare… ci pareva di assistere al ballo dell'orsi: come è ridicolo un'uomo che balla sul serio!.. I nostri cantavano: tutto andava benissimo, quando uno dei nostri, un po' allegro, ci disse: Scommettiamo che mi metto a far la corte a quel biondino difaccia.

Detto fatto, la proposta venne accolta: era deciso che i moblots fossero gli jocrisses del momento; di più il biondino in questione era un'individuo rubicondo e pasciuto, un traccagnotto che avrebbe fatto figura a vender castagne e polenta in mezzo ai buzzurri; le stesse donne mentre ne accettavano le gentilezze lo canzonavano dietro alle spalle.

Il nostro amico gli va risolutamente daccanto! tutti noi ci avviciniamo per goder la scenetta: lo guarda con un occhio di triglia da fare sdilinquere una pulzellona, e a fior di labbra, pigliando una posa da Paolo nella Francesca, gli dice: Combien tu es gentil!..

Que ce que vous dites?—Riprese l'altro di subito, e l'innamorato con più anima gli ripetè le frase.

Immaginatevi come rimanesse il povero grullo! Da bel principio non sapeva che pesci si prendere, guardò un paio di volte il soffitto, diventò rosso come una ciligia, eppoi si decise a far l'Indiano, ma l'altro gli posò gentilmente sulla spalla una mano.

Vous vous trompez—Borbottava allora—je vous assure.. je vous prie ne me fâcher d'avantage.

Quando ecco che uno dei nostri per compire il mazzo leva di sul tavolino il tappeto e lo butta sul lume.* quindi buio pesto, buio come in cantina: ed i nostri si misero ad abballottare donne e guardie mobili: e fu un'urtarsi, uno spingere un'inciampare, un ruzzolarsi per terra; strida, bestemmie, risate, un vero pandemonio. Ansioso di terminare la burla, giunsi a farmi strada in mezzo a quel diascoleto: a tentoni trovai il tavolino, tolsi via il tappeto e la luce fu fatta. I moblots accettarono la burla: bisogna convenire che non sangue, ma acqua di malva avevano nelle loro vene.