CAPITOLO XXVIII.

Mi perdonino i lettori, se tanto li ho intrattenuti con certi dettagli di minima importanza e forse tali da raffreddar l'interesse di questa mia narrazione, se pure da qualcuno di facile contentatura ci si può ravvisare dell'interesse: oramai avevo buttato giù queste note e non ho potuto resistere al desiderio di pubblicarle: nella vita oziosa, monotona che siamo, purtroppo, costretti a condurre in Italia, le reminiscenze di un tempo che, se non era bellissimo, ci offriva almeno il destro di poter favellare col cuore sulle labbra e dire cogli amici ad alta voce i propositi ardenti che ci bollivano in seno, senza aver paura dei birri e del procuratore del re, parlano una voce così eloquente al mio cuore, che il più piccolo nonnulla di tale epoca, che in tanta degradazione io veggo passarmi davanti agli occhi della fantasia, caramente diletta come una illusione svanita, o come un sogno perduto, m'ispira un'affezione che non saprei abbastanza spiegare, ed egoista come tutti gli uomini che sono sotto l'impressione di un'affetto dimentico gli altri per non deliziar che me stesso. Fatte alla peggio queste mie scuse, ritorno al racconto che, grazie al cielo, è quasi giunto al suo termine.

Macon è il capoluogo del dipartimento di Sâone et Loire; in tempi di pace è celebre per il buffet della stazione e per le mode originali delle sue donne del popolo; in tempo di guerra noi vi trovammo delle gentilissime signore che rivolgevano ogni cura per alleviare i feriti e per recar conforto ai soldati di passaggio: in tempo d'armistizio, come ci si capitava ora, non rinvenimmo che di bei caffè, delle donne eleganti e un giornale Buonapartista ad oltranza, che ci screditava facendo di noi certe biografie imposibili, piene di una filza di menzogne.

Non sto a dire qual folla di gente invadessero i pacifici uffizi della Mairie, appena noi fummo arrivati. Il Maire protestava sbuffava, sudava: tutti volevano esser serviti alla prima ed egli non serviva nessuno: per temperamento fu deciso di dare solamente i biglietti d'alloggio agli ufficiali: mi fo prestare il berretto al tenente Mussi e in poco tempo non che con uno mi trovo con quattro biglietti in saccoccia. Il primo di questi era per un marchese, il secondo per un droghiere, il terzo per un macchinista della ferrovia. Preferii quest'ultimo: piccato ad osservare, volevo conoscere intimamente i sentimenti del popolo e di più provavo il bisogno di ritemprar la mia anima in una atmosfera serena, in quella calma che sempre si trova nel tugurio del povero, quasi mai nella dorata magione del ricco Nababbo.

Nè mal mi era apposto: una fanciulla dall'aria ingenua, dal vestitino d'indiana mi ricevè con aria franca, poi l'andò a chiamare la mamma: questa era una vecchiarella che si perse in inchini, che mi sgranò in faccia due occhioni grossi come pan tondi quando seppe che io era nato in Italia e che per andare da Macon ai confini d'Italia ci erano più di duecento miglia: le due donne mi prepararono una cameretta pulita, modesta, degna di accogliere una vergine: non so perché, ma quell'aria mi purificava, e non trovavo verso di staccarmi da quelle due donnicciole che parlavano il linguaggio dell'ignoranza, l'unico che si parte veramente dal cuore.

Noi eravamo andati a Macon per disciogliersi; pure ci trattennero due giorni in un ozio increscioso: a romper la monotonia di quelle lunghe ore venne il Journal de Macon. In un articolo pieno di bile la più velenosa, il venduto imbrattator di carte si scagliava su noi in modo veramente indecente. Dopo aver detto ira di Dio di Garibaldi e Gambetta, l'articolista aveva lo spudorato coraggio di chiamarci i cavalieri erranti della repubblica, i fannulloni Italiani che erano andati in Francia a fare i signori, gli spavaldi guerrieri che non avevano mai veduto il fuoco ma, che trattavano il dipartimento di Saône e Loire, come se fosse un paese conquistato.

Mettere una mano in un alveare e scrivere quella robaccia fu la medesima cosa! In poche ore più di trecento Garibaldini corsero all'ufficio del malcapitato giornale: un pagliaccio qualunque, allibito dalla paura, si scusava, si profondeva in mille proteste, dava insomma tal prova di vigliaccheria, che nessuno dei nostri volle sporcarsi le mani col dargliele sul muso.

Il giorno dopo il giornale escì fuori colle due prime colonne in bianco: più sotto vi era una protesta, in cui si dichiarava che la libera stampa deve tacere là dove regna la sciabola. È un fatto: i giornalisti codardi e venduti son come i rospi, bisogna schiacciarli.

Dopo tale incidente cominciava a rinascere in noi il malumore. A che ci trattengono? si cominciava a dire tra noi; forse non è finita la guerra?… Non veggono forse come noi cominciamo a trovarci in una situazione abbastanza anormale?…. E qui gli stessi lamenti, e gli stessi lunghi discorsi, da cui, stringi stringi, non si poteva rilevare che l'immenso desiderio che occupava noi tutti di rivedere al più presto l'Italia.

Alcuni avevano già indossato abiti cittadineschi: non vi erano più appelli, non si salutavano più i superiori; ai caffè erano liti continue e baruffe da dare scandalo alla popolazione: alcuni per distrarsi si affidavano all'opera energica del vieux Mecon e quindi sbornie a cascare su tutta la linea. Era infine una vitaccia inconcludente che ci rovinava la salute e che ci faceva mandare in quel paese da tutti coloro che amano la pace.

Arriva finalmente la legione Ravelli per essere disarmata; lo stesso giorno disarmano noi, promettendoci pel dì dopo due mesi di paga e il congedo. Due mesi di paga e a spese nostre il viaggio!…. E pensare che il soldato avea un franco il giorno!…. La repubblica Francese non fu certamente prodiga con coloro che così prodigalmente avevano esposto la vita per lei.

Pure quella sera fu baldoria: si trattava di tornare in Italia, di riveder la famiglia, gli amici, e non osavamo misurare col pensiero quelle poche ore che ci dividevano dall'istante bramato, tanto era la nostra bramosia d'arrivarvi: mai ho sentito l'amor di patria, come quando ne sono stato lontano: so anche io che l'idea falsa della nazionalità deve o prima o poi cedere in faccia a quella santissima dell'umanità, ma che volete? Noi, che abbiamo avuto la disgrazia di nascere in un periodo di transizione, noi che siamo stati tirati su colle idee vecchie, noi che abbiamo veduto il sacrificio di tanti martiri, che abbiamo assistito alle lotte generose che i giovani più magnanimi hanno intrapreso contro i governi e contro gli eserciti stranieri per raffermare il principio della nazionale unità, non abbiamo potuto non affezzionarci a quella patria che ci hanno insegnato a rispettare più di noi stessi gli scritti di tanti filosofi ed il sangue di tanti eroi. Capisco tutto l'immensa poesia del futuro, mi sento capace di sacrificarmi per la causa della libertà in qualunque luogo la vegga risorgere o la vegga in pericolo, ma a conti fatti se a qualche straniero saltasse il ticchio di voler venire a spadroneggiare di qua dall'Alpi mi sento pure capace d'impugnare un fucile anche colla monarchia e forse collo stesso entusiasmo, con cui lo facemmo nel 1866. Non vi nego che in ciò si possa riscontrare della contradizione, ma a certi sentimenti non si comanda ed il cuore, vero rivoluzionario, non si può piegare alle disquisizioni dei dottrinari, i quali per predicare son usi a dar dei punti a Fra Girolamo, buon'anima sua, per fare sono più impotenti dei poveri Eunuchi.

Furono disarmate le legioni Italiane (mi dimenticavo di dire che era arrivata anche quella del valoroso Tanara) furono disarmati i Franc Tireurs: molti di questi ultimi non volevano depositare le loro armi: gli Spagnoli minacciarono un ammutinamento «con queste armi noi vogliamo passare i Pirenei e mandare a gallina quel buffone che l'Europa ha voluto regalarci per re» tali a un dipresso erano i loro discorsi. E quando, ridotti a buon partito dai consigli dei superiori, si decisero di sciogliersi pacificamente, ci vollero stringer la mano e dicendoci addio aveano le lacrime agli occhi.

Voi ci diceste addio, o giovani generosi che nei giorni del pericolo ci siamo abituati ad amare come fratelli, ma io, e con me tutti i miei compagni d'arme, vi diciamo: a rivederci. La libertà non ha ancora piantato radici nella decrepita Europa, e poco può tardare un nuovo appello che richiami i generosi di qualunque nazione ai santi combattimenti a prò di un'idea. In quel giorno io sono sicuro di rivedervi, io sono sicuro di tornare a divider con voi le lunghe fatiche, i diuturni disagii, forse anche la morte, ne sono sicuro, perchè io vi ho veduti intrepidi difaccia al fuoco dell'inimico, sublimi nei sacrifizii, sempre pari ai principii magnanimi che vi covano in seno. A rivederci adunque, o figli prediletti della libertà, o generosi precursori di quel beato avvenire in cui tutti saremo più che compagni fratelli, in cui non ci saranno le guerre, in cui ogni uomo sarà eguale davanti all'altro uomo. Posando le vostre carabine, tornando alle vostre case, parlate ai fratelli, agli amici le sante parole del vero, dell'eguaglianza, della giustizia: battaglieri in tempo di guerra, siate apostoli in tempo di pace… A rivederci per poco, a rivederci… allorchè tuonerà di nuovo il cannone, allorchè un altro popolo sorga dal fango, dove lo han tenuto i suoi re, ed abbia la forza d'insorgere, nessuno di noi mancherà all'appello glorioso; le file dei soldati della libertà saranno rinforzate dai nuovi campioni, ma io sono sicuro di ritrovarvi al vostro posto, di ristringervi la mano tra il fischiar delle palle è il gemitio dei feriti!.. A rivederci!

Miquelf ci chiama in fretta e furia, ci da i due mesi di paga e ci ordina di partire il giorno dopo col treno delle quattro e quaranta antimeridiane.

Decidiamo di non andare a dormire: vo a casa, faccio alla meglio il mio piccolo involto, bacio tutta la famiglia dei miei ospiti, torno dagli amici, che sono au soleil couchaut, trattoria dove si mangia benissimo, e beviamo un'infinità di bottiglie.

Il primo giorno che arrivammo a Marsiglia avevamo cercato allegria al Dio Bacco: se non altro per debito di riconoscenza, dovevamo offrirgli copiose libazioni anche nelle ultime ore che ci si tratteneva nelle terre di Francia.

A mezzanotte si chiuse la trattoria; girellammo per persi un'oretta nelle deserte vie di Macon: per passare le altre tre, ed essendo abbastanza assonnati, credemmo che non sarebbe stato cosa malfatta sonnecchiare un pochino, ma quasi tutti avevamo detto addio a coloro che ci avevano ospitato; per cui ci riducemmo in dodici nella camera di un nostro amico: la notte antecedente alla mia partenza di Firenze aveva un degno riscontro nell'ultima che passavamo lassù. Quattro saltaron sul letto, gli altri, me compreso, si buttaron per terra facendo un diavoleto indescrivibile. Nessuno potè dormire: tutti ci perdevamo in congetture più o meno umoristiche sulle accoglienze che avremmo avuto in Italia.

Suonarono le tre e ci avviammo alla stazione: si bevve per l'ultima volta una buona bottiglia di vieux Macon e poi ci buttammo nei vagoni a noi destinati.

La macchina fischia: il treno è in movimento: ci spenzoliamo, quantunque sia sempre buio, per dare un ultimo saluto alla città, e non possiamo a meno di ripeter tra noi: Povera Francia! Si cammina, si cammina per tutta la mattinata; traversiamo l'Est della Francia: si arriva alla Savoja: traversiamo i suoi monti, siamo colpiti dall'immensa poesia che fanno piover nel cuore le folte boscaglie, gli scoscesi macigni, il verde cupo degli alberi, tutt'a un tratto intramezzati da estese pianure di neve. La ferrovia va per lungo spazio sul lago di Chautillon: quel lago stretto, monotono, lungo: quella neve, quella solitudine così bella nella sua orridezza ha qualcosa d'imponente: quanto volentieri me ne anderei sul muricciolo di quella chiesetta che sbuca sulla cima del promontorio: La è circondata da pini: una cascata che va a versarsi nel lago scaturisce a pochi passi da lei e di lassù ci deve essere un incantevole colpo d'occhio. Delle mandre di pecore s'inerpicano sui sassi che le fanno ghirlanda: il montanino vi corre per dare un pensiero ai suoi morti e poi ne ritorna cantando le ispirate canzoni che suol dettare ne' vergini cuori la poesia dell'aperta campagna…. ah! come sarei felice di viver lassù, lontano dal rumore del mondo, solo con le mie meditazioni, salutando con un inno il sole che nasce, ritrovando una lacrima, quando la squilla della sera che invita a pregar pei morti ripercotesse quell'aure calme, che t'incitano a esser buono e a sperare.

Mi avveggo che io, fumatore per eccellenza, ho da due ore il sigaro spento e che non ho importunato alcun'amico per avere un fiammifero.

Giungiamo a Chambery; ci tratteniamo alcuni minuti: tanto, perchè le gentili signore della capitale della Savoia ci offrano una refezioncella, a cui facciamo onore con un'appetito invidiabile.

Altre montagne, altri boschi, Montmelian in lontananza, ecco cosa ci offre il breve tragitto che da Chambery ha da farsi per arrivare a Saint Michel. Qui ci si ferma una buona mezz'ora: fa un freddo indiavolato: ci sembra di esser ritornati ai primi giorni della campagna: si monta nel treno Fell, e ci si accinge a traversare le Alpi.

Il passeggio delle Alpi colla ferrovia Fell è una cosa imponente: il pauroso che si affaccia al vagone in tal traversata, son persuaso, che passa un cattivo momento: ma per noi, che tanto poco curiamo i pericoli, vi assicuro che è uno dei più attraenti spettacoli. Trovarsi in cima a burroni tanto scoscesi da perder gli occhi per volerne rintracciare la fine, vedere ogni tanto qualche picco, passare in mezzo a una neve perenne, osservare le centinaia di croci che in ricordo di disgrazie avvenute son seminate lungo la via, ti da un ebbrezza da farti pigliare la vertigine. Ah! potenza del progresso!… Quell'Alpi che Annibale e Napoleone giunsero solamente a valicare con tanta iattura dei suoi, or si sorpassano in poco più di quattro ore, e, quando sarà compiuto il foro del Moncenisio, i cui lavori non possiamo a meno di ammirare anche trasvolando quassù, il più imbecille dei commessi viaggiatori supererà i baluardi della natura, fino ora detti insuperabili, nel medesimo tempo che agli eroi ci voleva per muovere solamente di un passo una balestra o un cannone.

Traversiamo Modane: Modane è un grazioso, bizzarro e pittoresco paesucolo di case di legno, di capanne fatte alla peggio, ove abita la gran quantità degli operai che sono occupati ai lavori della ferrovia. Ci si beve una grappa eccellente: le donne vi posson trovare a qualunque ora un buon bicchiere di latte.

Il nostro guardatreni scende e ne sale uno nuovo, il quale fa presto amicizia con noi: ci dice in buona lingua Italiana che alla mattina ha accompagnato tre ufficiali dello stato maggiore italiano e che uno scese più avanti per studiar quelle posizioni. Gran meraviglia da parte nostra: tre ufficiali di stato maggiore che studiano, ma dunque in Italia voglion morire?!

Vediamo il forte d'Esilles.

—Ora siamo in Italia—Mi dice il guardatreni.

Sento allargarmi il cuore: un senso di dolcezza mi corre di fibra in fibra e ripeto, entusiasta agli amici: Siamo in Italia.

—E ora?—Mi risponde uno in tuono di dubbiosa ansietà.

—E ora che?… Di rimando rispondo.

—Come ci tratteranno i nostri padroni?

Restai pensieroso, ma uno, certamente più giovine e per conseguenza più poeta di me, prese la parola e schiccherò questo bel discorsino. Come vuoi che ci trattino?… Io lassù in Francia ho letto dei giornali e tutti dicevano bene di noi e celebravano le vittorie di Garibaldi: la nostra gloria, assicuratevelo, ha avuto un'eco potente nelle nostre città, quantunque avvilite e prostrate sotto il falso sistema che le corrompe, tenendole schiave: noi non siamo fuggiti: reietti dal governo Francese, pochi, senz'arme abbiamo vinto: i nostri compagni più cari, i giovini in cui l'Italia riponeva ogni sua speranza si son lasciati cadaveri: la morte ha falciato nelle nostre file con più animazione di quella con cui il colono falcia le spiche: poveri siamo partiti, più poveri siamo tornati: abbiamo affrontato fatiche che a narrarle soltanto possono sembrare impossibili, abbiamo fatto sempre il nostro dovere… come vuoi che ci accolga il nostro popolo, come vuoi che ci accolga il nostro governo? Abbiamo forse fatto disonore all'Italia? le glorie della camicia rossa non sono state oscurate: il nostro debito di graditudine verso la Francia è stato pagato; abbiam vinto, abbiam tolto una bandiera al nemico ah! non temete: il governo Italiano non si darà per inteso del nostro arrivo, e non ci farà dei soprusi… è impossibile!… La gloria Italiana si è arricchita di una nuova pagina, e chiunque si sente balzare nel petto un cuore che risponda degnamente a' sentimenti italiani, non potrà che applaudirci.

—Va bene—Gridammo noi tutti solleticati a tale speranza—Va bene—Viva l'Italia!

—Evviva tutti coloro che non son mai mancati al proprio dovere!…

—E che gli avversarii onesti sono in obbligo di rispettare…

—Come farà il governo Italiano!

—Susa!…—Grida in perfetto accento piemontese la guardia della stazione.

—Ci siamo!—Si grida noi tutti, emettendo un sospiro di contentezza.

Scendiamo, anche avanti che il treno si fermi: calpestiamo con compiacenza la terra italiana, le parole semibarbare di due o tre paesani che ci stringono la mano, ci sembrano una musica paradisiaca…

—Facciano il piacere di venire con noi—Mi dice battendomi sulla spalla, un carabiniere.

—E dove si ha andare?…

—Dal sor Delegato…

—Ho capito…

Povero amico!… Come hai speso bene il tuo fiato, quando ci hai voluto convincere sulle buone grazie che il governo Italiano avrebbe usato a nostro riguardo!… Seguitiamo dunque i carabinieri e andiamo dal sor Delegato…