I.
Da quel giorno si può dire che Ruggero di Damas facesse di Napoli la sua seconda patria. Studiate le condizioni interne del regno e la sua situazione in Europa, egli formò sull'una e sulle altre i più sensati giudizii. Le Due Sicilie, di cui l'Acton era «il cattivo genio», potevano, grazie alla giacitura geografica, attenersi alla neutralità; «ma un governo può saviamente fondare e restringere le sue precauzioni su questo calcolo?» A parte che il cataclisma minacciava di coinvolgere tutti gli Stati italiani, come dimenticare che «lunghi secoli non spegneranno le pretese della Casa d'Austria su questa parte d'Europa?...» Prima della Rivoluzione di Francia, l'Austria, effettivamente, era stata la potenza da cui Napoli aveva più dovuto guardarsi; capovolti poi tutti i rapporti europei per effetto dell'invasione repubblicana e della coalizione formatasi per contrastarla, l'alleanza, o almeno la buona armonia con l'Austria diveniva necessaria; sennonchè, considerata la mentalità austriaca, l'accordo non poteva riuscire «utile e scevro di pericoli» senza «un esercito napolitano di cinquantamila uomini che garantisca la reciprocità dei vantaggi delle due potenze».
Non si poteva dir meglio. E l'esercito era già costituito; disgraziatamente la divisa non bastava a formare i soldati, in un paese dove, per un lungo ordine di cause storiche, politiche, sociali, la milizia era considerata, a giudizio di Pietro Colletta, come «lo stato più basso della nazione». Il Damas fece del suo meglio per infondere lo spirito militare nelle sue truppe, ma la breve campagna, se cominciò col portare i Napolitani a Roma, finì con la sconfitta e la rotta — che il generale francese, a differenza di molti, di troppi altri, non addebita alla codardia dei soldati. È bello anzi vedere questo Francese, cavalleresco verso i repubblicani di Francia contro i quali combatte, esser giusto con i Napolitani che comanda, e lodarli contrariamente a quanto di male ne dissero coloro stessi che avrebbero dovuto esserne i naturali difensori e aiutatori, invece di renderne propriamente disperate le operazioni per effetto della cieca imprevidenza e della presunzione folle.
Durante i preparativi, nè lo Stato maggiore nè il Genio pensarono di gettare un ponte sulla Melfa, che le truppe dovevano pure oltrepassare; giunta l'ora, i soldati dovettero traversarla a guado. Il Damas dispose due squadroni di cavalleria a monte del passaggio, per rompere un poco la corrente, e fece entrare nel fiume la fanteria per plotoni, a file serrate, con gli ufficiali in testa: quantunque la piena prodotta dalle recenti piogge investisse gli uomini fino al petto e ne travolgesse una gran parte, il passaggio fu compito «col massimo ordine». Per l'insipienza dei capi e per l'inclemenza della stagione quell'esercito improvvisato giunse a Roma con le armi arrugginite, le scarpe perdute, l'artiglieria dispersa, una parte dei muli morti, i carriaggi a cinque marce addietro: «la guerra dei Sette Anni non aveva altrettanto sdrucito gli eserciti allora in azione». Elementare prudenza sarebbe stato, dunque, ristorare, riordinare e rifornire le truppe prima di procedere oltre: invece esse ebbero l'ordine di avanzare immediatamente.
Il Damas rigetta sulla cattiva disposizione dell'ordine di attacco la disfatta della sinistra, e narra con singolare efficacia la drammatica situazione in cui si trovò — «il momento più grave di tutta la mia vita» — quando, dopo il felice successo del combattimento di Civita Castellana, dove i Napolitani conquistarono le alture alla baionetta, e sul punto d'impegnare la battaglia che doveva ributtare i Francesi oltre il fiume, ricevette l'ordine, portante la data del 10 dicembre, di ritirarsi immediatamente dietro Roma in seguito allo scacco patito dal Mack, e di trovarsi il 12 a Velletri: ordine e notizie che, per un fatale ritardo, gli pervenivano il 13 a sera! Isolato dal grosso dell'esercito in rotta, a cinquanta miglia dal punto in cui avrebbe dovuto trovarsi fin dal giorno innanzi, senza la possibilità di far conoscere il ritardo del messaggero e di chiedere quindi altre istruzioni, il Damas si salvò e salvò il corpo d'esercito posto sotto il suo comando con la bellissima mossa di fianco sopra Orbetello, allora possessione del Re di Napoli. La marcia notturna con la quale egli la iniziò fu talmente accorta, che il comandante francese dichiarò di esserselo visto «sgusciare tra le mani come un pezzo di sapone», e del buon esito delle azioni compite durante la ritirata egli attribuì il merito ai suoi soldati; ma il merito fu anche suo, poichè quelli obbedienti ad altri capi meno valenti e meno accorti non si portarono bene. A Toscanella i suoi si mantennero saldissimi perchè egli seppe fare appello al sentimento dell'onore, dimostrando loro che la baldanza e la temerità dei Francesi era tutta fondata sul disprezzo che nutrivano contro i Napolitani. «Kellermann spiegò la sua colonna non appena il terreno glielo consentì; la mia artiglieria disordinò quello spiegamento; poi, non appena fu compito, il generale francese fece battere la carica e con le grida proprie alle truppe repubblicane si precipitò sulla mia linea; il fuoco della moschetteria cominciò, si protrasse a lungo molto nutrito, e i Napolitani diedero prova del miglior contegno.» Il corpo d'esercito fu così disimpegnato e condotto a salvamento dentro Orbetello — dove il Damas si fece curare una terribile ferita alla mascella riportata nel fitto dell'azione.
Lodi non minori egli tributò ai suoi uomini quando, promosso luogotenente generale dopo la caduta della Repubblica Partenopea — durante la quale aveva raggiunto la Corte a Palermo e preparato un piano di difesa della Sicilia — gli fu dato l'incarico di riordinare le milizie del Regno e d'intraprendere la marcia attraverso la Toscana per dar mano agli Austriaci — i quali intanto negoziavano la pace per loro proprio conto, senza comprendervi gli alleati napolitani!... La presa di Siena, la strenua resistenza opposta ai Cisalpini del generale Pino e la salvezza di quella legione furono dovute, dice il Damas, «allo zelo ed alla buona volontà» delle truppe che egli comandava. Par quasi che egli voglia riversare su chi ne è meritevole la lode tributatagli dal Colletta nel riferire quei fatti — e tanto più dispiace che il Botta li abbia narrati come una serie di disastri. Più giusto è il Marulli quando osserva, non senza una punta d'ironia, che il Damas era «predestinato alle ritirate»; ma ancora più grande è la malinconica ironia dello stesso condottiero, quando scrive: «Io ho gran pratica delle nazioni sconfitte, e siccome non ero nato per questo, soffro crudelmente di tale regime. Se le disaccortezze, le goffaggini, le sciocchezze non avessero nessuna parte nelle disgrazie, farei di necessità virtù; ma veder sempre le vittime sacrificate dalle loro proprie buaggini rende impossibile la stessa pietà.» E questo egli non lo dice più a proposito delle sconfitte napolitane, ma delle austriache!...
Della sua nobiltà d'animo è da addurre un'altra prova. Nelle trattative dell'armistizio che preannunziò la pace di Firenze, il comandante repubblicano — Gioacchino Murat — pretese che il Re di Napoli licenziasse il suo ministro Acton. Ma il Damas, quantunque avesse poca ragione di lodarsi di costui, ricusò di ascoltare ogni altra condizione finchè quella non fosse ritirata: «Rigettai formalmente un articolo che offendeva direttamente la persona del Re; osservai che la scelta dei ministri, depositarii della confidenza sovrana, era riservata ai monarchi, e che per nessun motivo un governo straniero poteva immischiarvisi. Murat non ne parlò più....» E l'Acton, per tutta dimostrazione di gratitudine, fece di lì a poco una tale scenata al Damas, che il generale, dopo avergli detto il fatto suo, presentò le dimissioni al Re tra il plauso di quanti — ed erano tanti, a Napoli! — non potevano tollerare lo sgoverno del ministro. «Lasciai Napoli sfigurata dalle sciagure prodotte dal suo ministro e tremante sotto il suo flagello oppressore. Augurai che il tempo riparatore mi mettesse un giorno in grado di rendere nuovi servigi ad un paese e ad un esercito che mi avevano sempre dimostrato confidenza ed usato benevolenza.»