II.

L'occasione si presentò tre anni dopo. Richiamato dai sovrani all'approssimarsi della nuova crisi, egli lasciò Vienna, dove si era ritirato, e giunse a Napoli il 5 gennaio 1804. Ebbe a sopportare nuove prove della nemicizia dell'Acton e passò nove mesi nel Regno da semplice spettatore; ma il 12 ottobre fu nominato ispettore generale dell'esercito. Non secondato come e quando occorreva nei suoi disegni di riordinamento, mentre l'Acton dava al Re false cifre delle truppe disponibili, non fu colpa del Damas se le Due Sicilie si trovarono impreparate al nuovo assalto francese. Russi ed Inglesi dovevano aiutarle; ma anche quegli alleati mandarono forze molto minori delle promesse; peggio ancora: aggravarono la mano su Napoli con le esorbitanti esigenze e le oppressive imposizioni — e al momento buono decisero di ritirarsi! Le loro esitazioni avevano disgustato il Damas, il quale aveva dato ragione ai suoi soldati, scontenti e disgustati degli ordini e dei contrordini e delle sofferenze a cui le marce e contromarce inutili li avevano esposti. Il rigetto della sua proposta di tentare la difensiva sul Volturno era stato definito dallo stesso generale russo Anrep «un'infamia»; e la fuga degli alleati portò al colmo lo sdegno del prode Francese. «Al loro arrivo, mi ero proposto di offrirli come modelli ai miei soldati poco agguerriti, ed eccomi invece ridotto a sperare che dimenticassero il vergognoso esempio!...» Disgraziatamente essi non lo dimenticarono a Campotenese, dove pure il Damas fece il possibile per salvare la situazione e si battè, a testimonianza dell'universale, con coraggio «da leone».

Un centinaio di lettere inedite di Maria Carolina, raccolte in appendice alle Memorie, attestano la fiducia che, nonostante il rovescio, egli continuò a godere da parte della Corte: a Vienna, dove si ritirò ancora una volta, servì la Regina, per desiderio di lei, da consigliere e da informatore. Ma la gratitudine che egli le portò non gl'impedì di giudicarla secondo coscienza. Certo, non è da stupire se il Damas insiste spesso, segnatamente in principio, sulle buone qualità di Maria Carolina; ma poi comincia a distinguere, e la dice provveduta «più d'immaginazione che di carattere, più di bisogno d'agire che d'abitudine di lavorare», ed anche di «troppa diffidenza», di «troppa effervescenza» e di troppo poca «perseveranza». Riconoscendone l'ingegno, le attribuisce il genio degli «intrighi», ed osserva che ha agito nel modo più pregiudizievole alla sua reputazione ed al Regno. «La vanità, l'inconseguenza, la petulanza sconsiderata, l'ambiguità dei pensieri le hanno fatto perdere il Regno di Napoli. Gli stessi inconvenienti, difetti ed indomabili impulsi le fanno ora (nel 1812) perdere il governo della Sicilia.» Mai cotesta donna, «a cui nessuno può negare ciò che si chiama disgraziatamente spirito, ha avuto abbastanza giudizio da governare il suo cervello, le sue azioni e le sue stesse parole. Ha esasperato e doveva esasperare Napoleone; ha esasperato e doveva esasperare gl'Inglesi, e se il cielo le avesse accordato l'impero del mondo e mille anni di vita, lo avrebbe perduto a poco a poco senza che una sola volta una sciagura avesse esercitato tanto effetto su lei da fargliene scansare un'altra. È nata per imbrogliare, per ostacolare tutto ciò in cui si mescola, e morrà disgraziata, dopo aver fatto tanti disgraziati da una parte quanti ingrati dall'altra, con un cuore eccellente e le migliori intenzioni del mondo. Io sono per buona sorte esente dal rammarico di non aver potuto moderarla negli ultimi sei anni, perchè la ragione, la buona fede, la lealtà, l'amicizia non hanno avuto mai il minimo impero su lei. Chiunque contraria la sua folle vivacità comincia tosto a divenirle sospetto....» Anche nell'esilio, «quantunque spenta moralmente, fisicamente e politicamente», egli non dubita che «cerchi ancora d'intrigare».