I.

Fatte queste osservazioni al traduttore, qualche altra è da muovere al presentatore dell'elegante volume. Nella prima pagina del quale il Clemenceau parla del «romanticismo importuno che vela l'ardente sincerità della vita del poeta». E certo il romanticismo del Byron può essere giudicato importuno ora che quello stato d'animo è superato, e che per certi aspetti riesce anche incomprensibile; ma dire che esso menoma la «sincerità» dello scrittore e dell'uomo non pare plausibile, quando di quell'arte e di quella vita fu anzi il segno predominante e l'essenziale carattere. Molte prove si potrebbero addurne, se oggi che il mondo è tinto di sanguigno, e che il nostro paese si trova impegnato in tanta guerra, non convenisse restringersi ad una sola: quella che non distoglierà la nostra attenzione dalla grande tragedia europea nè dalla causa nazionale italiana, che anzi ad entrambe si riferisce. Perchè, infatti, tra gli altri atteggiamenti di quel romanticismo del quale il Clemenceau lamenta l'importunità, ve ne fu anche uno politico, e riuscì tanto opportuno allora, che è ancora oggi opportunissimo, avendo i romantici dato l'esempio della ribellione non solamente alla tirannia dei retori classici, ma anche a quella dei despotici reggitori degli Stati, per propugnare la libertà dei popoli e l'indipendenza delle nazioni. I problemi allora posti, e più tardi parzialmente risolti, aspettano dal presente regolamento di conti una soluzione più radicale, ed il Byron, italofilo ed austrofobo quando la patria nostra era una semplice espressione geografica, significò questi suoi sentimenti con argomenti degnissimi d'essere ai nostri giorni riletti e meditati.

Afferma il Clemenceau che se Lord Byron non amò i Francesi, «non si può dire che avesse maggior simpatia per gli Italiani». Nella prefazione di un volume dove si riferisce la voce secondo la quale il poeta avrebbe, come i Dogi veneziani, celebrato le sue nozze con l'onda adriatica, l'affermazione riesce alquanto stupefacente. Dobbiamo proprio citare tutte le pagine nelle quali lo scrittore inglese ci significa il suo favore? Tralasciamo i giudizii sulle città italiane, su Milano «impressionante», su Venezia che è stata, dopo l'Oriente, «la più verde isola della mia immaginazione» e dove vorrebbe morire, su Roma la Meravigliosa», che vince «la Grecia, Costantinopoli, tutto, tutto quanto, almeno, ho visto finora». Si può, infatti, ammirare un paese senza stimarne gli abitanti — distinzione che il Byron farà in un altro viaggio. Lasciamo anche da parte le lodi tributate all'Alfieri, al Pindemonte, al Foscolo, ad altri grandi Italiani del suo tempo, per i quali potrebbe aver fatto altrettante eccezioni. Ma al Moore, che lo invita in Francia, dichiara: «Mi piacerebbe molto prendere la mia parte del vostro champagne e del vostro laffitte, ma sono troppo italiano per Parigi», e soggiunge di lì a poco: «Tutti i miei piaceri e tutti i miei tormenti sono italiani.... Ho vissuto nell'intimità degl'Italiani, sono stato testimonio delle loro speranze, dei loro timori, delle loro passioni; le ho condivise: pars magna fui....» Si potrebbe aggiungere dell'altro: basteranno per tutte le quattro righe della lettera del 28 settembre 1820 al Murray: «Gl'imbecilli che scrivono sull'Italia mi costringono a dar loro una clamorosa smentita. Parlano degli assassinii; ma che cosa è l'assassinio, se non l'origine del duello ed una giustizia selvaggia, come Bacone lo definisce? È la fonte del punto d'onore moderno, là dove le leggi non possono o non vogliono colpire....». Ecco dunque: nella sua simpatia per la nostra gente il poeta arrivava a giustificare ciò che altri, non senza qualche ragione, le rimproverava: la frequenza dei delitti di sangue e la facilità a farsi giustizia da sè!... Agli occhi degli uomini nordici, nati e cresciuti nella concezione e nella disciplina protestante, il cattolicismo dei nostri paesi suole anche riuscire antipatico: e il Byron dichiara invece al suo amico Hoppner, da Ravenna, di voler educare nella religione cattolica la figliuoletta per la quale ha trovato nella nostra lingua il nome di Allegra.

Vero è che talvolta egli si lasciò sfuggire qualche nota di biasimo sulla «rilassatezza» regnante nei costumi italiani a quei tempi; ma, prima di tutto, l'autore del Don Giovanni perdette il diritto di condannarla, dal momento che se ne giovò — e riconobbe del resto egli stesso d'averne perduto il diritto —; in secondo luogo, anche avvertendo la differenza tra la «morale meridionale» e l'anglo-sassone, egli trovò che se gl'Italiani erano più «appassionati» — e voleva dire, e disse in un'altra occasione, più «incontinenti» — degl'Inglesi, attribuì a costoro meno delicatezza e meno «pudore». Ma questo fu ancora più bello e più degno, da parte sua, e questo merita d'essere oggi ripetuto: che dell'Italia egli compianse le sciagure e proclamò i diritti e fece sue le ragioni.