IV.
Ma a quell'àncora egli si afferrò invano. Se già a Campoformio l'Austria aveva finito col lasciar vincere la partita alla Francia, non era più credibile che avrebbe poi rotto il trattato e ricominciata la guerra per i begli occhi del Re di Napoli. E il Ruffo ci rimise il fiato e l'inchiostro. È vero tuttavia che quelle pratiche sarebbero altrimenti riuscite, se un altro degli argomenti che il solerte ambasciatore aveva ripetuti fino alla sazietà fosse stato tenuto da conto. Nella stessa nota dove aveva suggerito la prima volta di richiedere l'appoggio e l'assistenza dell'Imperatore, il Ruffo aveva soggiunto che «lo sviluppo preparato di tutte le nostre più straordinarie forze è una necessità assoluta alla nostra sicurezza». Poi aveva insistito: «Le misure di forza prese in tempo e portate fino al maggior grado di possibilità sono le vere basi su cui è indispensabile d'appoggiare la nostra sicurezza....» E poi ancora: «La salvezza in queste deplorabili circostanze non ha altro possibile appoggio che la forza....» E poi ancora: «Purtroppo vedo realizzarsi il mio timore ed il bisogno delle misure estreme....» E poi ancora: «Una energia straordinaria, dirò anche eccessiva, è necessaria per salvarci....»
Quasi in ogni suo dispaccio Alvaro Ruffo tornava su questa necessità. Era la vera, la sola àncora della salvezza. Perchè mai, l'anno innanzi, il principe di Belmonte aveva ottenuto che la Francia vittoriosa rinunziasse alle più gravose pretese, se non per la dimostrazione di forza fatta dal Regno con i vascelli e i soldati mandati a Tolone ed in Corsica, con i reggimenti del principe di Cutò schierati in Lombardia? «Sapete che hanno quattro eccellenti reggimenti di cavalleria che mi hanno cagionato molto male», aveva confessato Napoleone Bonaparte al Miot, ministro di Francia a Firenze, «e dei quali mi preme sbarazzarmi al più presto possibile?...» Dopo quella prova, il generale non si sentiva di eseguire le istruzioni del Direttorio, il quale presumeva di poter continuare la guerra a fondo tanto contro l'Austria quanto contro le Due Sicilie. Per marciare su Napoli, il vincitore di Arcole e di Rivoli non chiedeva meno di altri 24000 soldati e 3500 cavalli, che il Direttorio non poteva dargli; ed anche per combattere contro la sola Austria, il giovane condottiero sentiva la necessità di liberarsi il fianco dalla minaccia napolitana: «La pace con Napoli è di assoluta necessità!».
Alvaro Ruffo sapeva dunque ciò che diceva quando ripeteva instancabilmente il consiglio di armare. E questo è l'insegnamento che scaturisce dall'episodio delle velleità di partecipazione all'equilibrio adriatico nutrite più d'un secolo addietro dalle Due Sicilie. La politica estera del governo borbonico non fu sempre cieca come l'interna: in quella crisi del 1797 esso comprese che il Regno, massimo potentato d'Italia, doveva ottenere le sue garanzie ed appagare le sue aspirazioni. Posto tra la Francia nemica e l'Austria amica, si affidò all'una ed all'altra per far valere il suo diritto: entrambe gli diedero ragione a parole e con belle promesse: nessuna le mantenne.
Morale della favola: diritto è nome astratto che solo la forza può tradurre in concreto.
29 marzo 1916.
Italia e Grecia nelle lettere di Giorgio Byron.
Presentata da una breve prefazione di Giorgio Clemenceau e curata da Giovanni Delachaume, è apparsa or ora a Parigi la versione francese di una parte dell'epistolario di Lord Byron. Bene è che queste lettere siano, grazie alla nuova veste, accessibili anche al gran pubblico che ignora la lingua nella quale furono composte, perchè la figura dell'autore vi si rivela con quella singolare evidenza che Ippolito Taine aveva già avvertita. «Il suo diario, il suo epistolario, tutta la sua prosa involontaria», scriveva del cantore di Childe Harold lo studioso della Storia della letteratura inglese, «è come fremente di spirito, di collera, d'entusiasmo; il grido della sensazione vibra nelle minime parole; dopo il Saint-Simon non si erano più viste confidenze più vive. Tutti gli stili sembrano opachi e tutte le anime sembrano inerti a paragone del suo stile e dell'anima sua».
Non s'intende, in verità, da quale criterio il Delachaume sia stato guidato nello scegliere le centosessantacinque lettere di questa raccolta fra le molte centinaia comprese nella corrispondenza epistolare del poeta; certo, le presenti sono molto significative; ma altre anche più notevoli erano degne d'essere tradotte. Comunque, la buona intelligenza del testo, l'eleganza della versione e la molta conoscenza della biografia byroniana meriterebbero ampie lodi a questa fatica, se non vi si dovesse lamentare una poco perdonabile ignoranza delle cose nostre. Come si sa, e come questo volume apprende a chi non ne avesse notizia, il Byron fu conoscitore amantissimo della lingua, della letteratura e della vita italiana; in Dante, nel Tasso, in molti altri temi dell'arte e della storia nostra cercò e trovò l'ispirazione; alla traduzione del Morgante maggiore, «la miglior cosa ch'io abbia mai fatta», si accinse con gran fervore, «per imporre silenzio agli Arlecchini d'Inghilterra» che lo accusavano d'irriverenza in materia di religione, dimostrando loro, col poema del Pulci, «ciò che era permesso in un paese cattolico ed in una età bigotta». Orbene: il Morgante maggiore, per opera del Delachaume, muta sesso e diventa La Morgante maggiore.... Ancora: scrivendo un giorno al suo editore Murray, Giorgio Byron espresse l'opinione che il Ricciardetto «si sarebbe dovuto tradurre letteralmente, o non tradurre del tutto»: e il Delachaume annota: «Ricciardetto, poema cavalleresco in 30 canti di Fonteguerri....» Poniamo che questo sia uno svarione tipografico; c'è dell'altro. Il Byron, innamorato dell'idioma gentile, «soave latino bastardo che si strugge come baci in bocca femminea, che fluisce come se si dovesse scriverlo sopra serica stoffa, con sillabe dalle quali traspira tutta la dolcezza meridionale, con vocali carezzose, scorrenti e fuse così bene che neanche un solo accento riesce stridente», il Byron, dunque, con tanto amore per la lingua nostra, adopera spessissimo, in queste sue lettere familiari, frasi e parole italiane che il Delachaume lascia accortamente intatte; soltanto, quando vuole riferire ai lettori francesi il significato di «seccatura», spiega: «Seccatura signifie sécheresse, stérilité....»