I.
Questa «divinazione meravigliosa» — sono parole del Michelet, riferite da Carlo Mathiot nel suo recente studio Pour vaincre — questa capacità di scoprire e all'occorrenza di suscitare le capacità dei collaboratori e dei dipendenti, è fra le primissime doti dei duci e contraddistinse come pochi altri il Direttore di guerra del Comitato di Salute pubblica. Il suo penetrantissimo sguardo vide nel comandante d'un battaglione di volontarii provinciali il futuro espugnatore di Charleroi, il liberatore delle frontiere settentrionali della patria, il vincitore di Fleurus e di Stockach — il maresciallo di Francia Jourdan — e in un tenentino delle guardie nazionali il futuro difensore di Dunkerque, il Pacificatore della Vandea, l'eroe di Wissemburgo e di Neuwied — Lazzaro Hoche. Facoltà propriamente divinatrice, esercitata talvolta anche contro la volontà degli stessi prescelti, come nel caso dei Levasseur, che il Carnot destina a soffocare la ribellione scoppiata nell'esercito del Nord dopo l'arresto del generale Custine. «La scelta mi onora,» risponde il designato, «ma la fermezza della mano non basta: occorre l'esperienza, occorre il talento militare: coteste doti essenziali mi fanno difetto.» — «Noi ti conosciamo,» risponde il Direttore, «e sappiamo apprezzarti....» — «Ma, in verità, Carnot,» obbietta il rappresentante del popolo, «anche i mezzi fisici mi mancano. Considera la mia piccola statura, e dimmi come, con tale aspetto, potrò incutere soggezione a granatieri!...» — «Alexander Magnus corpore parvus erat.» — «Sì,» insiste ancora l'altro, «ma Alessandro aveva passato la vita negli accampamenti, e sapeva quindi come si governa lo spirito dei soldati.» — «Le circostanze formano gli uomini; la fermezza del tuo carattere e la tua devozione alla Repubblica mi garantiscono....»
In sul finire del 1793 il generale Dugommier è preposto all'assedio di Tolone caduta in mano degli Inglesi. Due piani d'attacco sono presentati al Comitato: uno dello stesso comandante delle forze repubblicane, l'altro d'un giovane capitano suo aiutante, un Côrso dal nome stravagante: un certo Napoleone Buonaparte. Lazzaro Carnot non dà la preferenza a quello del generale perchè è del generale, nè mette da parte quello del capitano perchè è del subalterno. Spiegate le carte topografiche sulla tavola delle adunanze, il Direttore della guerra dimostra ai colleghi che entrambi i disegni hanno del buono e che bisogna per conseguenza formarne uno solo, fondendoli: ciascuno dei due strateghi dirigerà quella parte delle operazioni che ha escogitata. Ma come mai un semplice capitano avrà tanta autorità di comando? Ed ecco che, seduta stante, il capitano è promosso capo di battaglione — e, dopo la vittoria, generale di brigata.
Nè solo all'inizio, ma in tutta la prima fase della prodigiosa carriera Napoleone deve i buoni successi ai consigli, agli incoraggiamenti, agli aiuti del Carnot. Quando il vincitore della campagna d'Italia chiede che, per mezzo di onorevoli trattati, sia scemato il troppo grande numero dei nemici, il diplomatico del Direttorio, il Reubell, trova ed oppone mille difficoltà, ed è invece il soldato, è lo stesso Carnot, quello che interviene, improvvisandosi diplomatico, per appagare le giuste domande del generale. Dopo che la Repubblica è rappacificata col Piemonte e con le Due Sicilie, il Bonaparte potrebbe essere in grado di volgersi con tutte le sue forze contro gl'Imperiali per assestar loro il colpo di grazia; sennonchè, e nonostante l'accorciamento della fronte, egli chiede ancora grossi rinforzi. Lazzaro Carnot non gli risponde con un rifiuto: dispone anzi le cose in modo da mandargli, prima che l'Austria s'accorga dei movimenti di truppe sul Reno e sulla Mosa, non già i quindicimila uomini richiesti, ma trentamila....
Quest'uomo suscita gli eserciti come per virtù di magia. Nel febbraio del 1793 la Francia possiede poco più di 200000 soldati: ne ha 500000 tre mesi dopo, più di 600000 alla fine dell'anno, più di un milione dopo un altro semestre. Come gli uomini, così egli moltiplica gli strumenti di guerra: in pochi mesi tutta la nazione si trasforma in fucina ed officina, accumulando armi, munizioni ed approvvigionamenti. Mentre il salnitro mancava, ora la sola Parigi ne fornisce dodici milioni di libbre. «Parigi,» dice l'operatore di cotesti miracoli, «Parigi, già sede della mollezza e della frivolità, potrà ora gloriarsi del titolo immortale di arsenale dei popoli liberi.» E il risultato del mirabile sforzo è questo: che mentre i nemici erano giunti a trenta leghe dalla metropoli, la pace è dettata loro a trenta leghe da Vienna.
Militarmente, la perizia posseduta da Lazzaro Carnot non è minore della sua straordinaria facoltà di organamento. Quella nuova strategia e quella nuova tattica che contraddistinguono il genio di Napoleone, il Carnot le ha prima di lui pensate e adoprate. «Agire in massa; cercare il punto debole del nemico con una superiorità tale che la vittoria non possa essere dubbia.... Volete vincere? Attaccate ogni giorno, mattina e sera.... Attacco continuo, e sempre con forze preponderanti, colpendo all'improvviso, ora sopra un punto, ora sopra l'altro.... La difensiva ci disonora ed uccide.... Siate attaccanti, sempre attaccanti: c'è un solo mezzo di trionfare: la vigilanza. Un uomo che veglia è più forte di centomila che dormono....»
Hondschoote e la liberazione di Dunkerque, Wattignies e la liberazione di Maubeuge sono glorie sue. A Wattignies, quando il Jourdan, dopo quattro ore di eroici e vani attacchi frontali al centro e l'indietreggiamento dell'ala sinistra, propone di battere in ritirata, il Carnot gli risponde una sola parola: «Vigliacco!». Ma il furore col quale l'offeso sferra, per vendicarsi, due nuove cariche consecutive, non ha ragione dei cannoni dei Coburgo. Nella notte, il Jourdan consiglia ancora di rinunziare all'assalto centrale e di rinforzare la pericolante sinistra. «A coteste modo si perdono le battaglie», afferma Lazzaro Carnot, e suggerisce invece di richiamare la sinistra per rinforzare la destra. «Se adottiamo l'opinione del rappresentante del popolo,» dichiara l'altro, «lo avverto che dovrà sostenerne tutta la responsabilità.» — «Preparazione ed esecuzione: assumo ogni cosa su me!» risponde il Carnot; e il domani, dati gli ordini, cinta la fascia tricolore, sfoderata la spada, monta egli stesso all'assalto del formidabile pianoro e vi arriva sanguinante ma trionfante alla testa dei soldati che intonano la Marsigliese: «la più bella battaglia della Rivoluzione», giudicherà più tardi il vincitore di Marengo e di Austerlitz.
Uscito dall'arma del genio, il Carnot precorre i tempi adattando alla nuova guerra i nuovi ritrovati dell'ingegno umano, e gli stessi uomini. Sua è la prima idea di speciali truppe alpine: durante la missione nei Pirenei egli propone che si crei, col nome di «legione delle montagne», un corpo di fanteria leggera addestrata a manovrare tra le balze e i dirupi. La prima linea telegrafica militare è creata da lui; a lui è sottoposto il disegno di adoperare le mongolfiere, ancora semplici oggetti di curiosità e di giuoco, agli usi militari, e con suo decreto il Coutelle è nominato capitano d'una compagnia d'«aerostieri» e inviato al campo. Per poco il rappresentante del popolo, Duquesnoy, insospettito alla vista degli inesplicabili ordigni, non prende l'aeronauta per un agente dei nemici e non lo fa fucilare; lo stesso Jourdan lo accoglie male, ed occorre che il Carnot scriva: «Il cittadino Coutelle non è un ciarlatano, è un tecnico dei più stimabili, e l'operazione che compirà rappresenta il frutto delle speculazioni di scienziati insigni. Preghiamo il generale di accordargli protezione ed assistenza....». Così, per merito suo, le vie dell'aria sono battute la prima volta da soldati esploratori: il giorno della battaglia di Fleurus l'aerostato librato per nove ore sul campo rende ottimi servigi e gli Austriaci si fanno il segno della croce, giudicandolo opera del diavolo. Allora il Carnot crea tutta una scuola d'aerostatica militare a Meudon, dove si iniziano anche gli studii della nuova telegrafia aerea.
Una quindicina d'anni dopo, i fratelli Coessin espongono all'Accademia delle scienze un loro battello chiamato «nautilo sottomarino» capace appunto, dicono, di navigare sott'acqua: Lazzaro Carnot, relatore della commissione nominata per esaminare quell'apparecchio, lo descrive, riferisce i risultati delle esperienze e conclude — cento anni or sono! — non esservi più dubbio che si possa creare un sistema di navigazione subacquea «molto rapida e poco costosa....».