II.
Singolari quanto si voglia, questi meriti non raccomanderebbero tuttavia il nome del Carnot all'ammirazione dei posteri, se non fosse la bellezza e la bontà delle idee da lui significate. Quest'uomo di guerra che riconobbe nella guerra una condizione eccezionale e violenta, durante la quale le ordinarie norme della convivenza civile sono abolite, volle pure, col suo maestro Vauban, che i soldati procedessero per le vie «meno sanguinose» e che nell'umanità consistesse la loro prima virtù. Con una sentenza dal suono paradossale, ma animata, come tutti i paradossi, da un senso di verità, disse che «la guerra è per eccellenza l'arte di conservare»; infatti: «l'arte di distruggere ne è l'abuso». E le fortezze furono da lui definite «monumenti di pace», perchè la loro moltiplicazione consente di scemare il numero dei combattenti e di restituire molti soldati alle arti pacifiche. Nessun popolo, del resto, dovrebbe lottare a scopo di conquista; tutti debbono impugnare le armi per difendere la nazione minacciata o la civiltà offesa: «Ogni guerra giusta, degna del nome, è essenzialmente difensiva». Ed ogni soldato degno del nome dovrebbe incidere nella memoria e nel cuore le parole di questo maestro: «Risparmiate ovunque gli oggetti del culto; fate rispettare i tugurii, gl'infelici, le donne, i bambini, i vecchi: presentatevi come benefattori dei popoli.... Bisogna far temere il nome francese» — e così dicasi di ogni altro — «ma non farlo odiare....».
Quanti invocano il regno della giustizia nei rapporti dei popoli non fanno se non esprimere con altre parole — nè molto diverse — i principii enunziati dal Carnot. «Le nazioni sono, le une rispetto alle altre, nell'ordine politico, ciò che gl'individui sono nell'ordine sociale: esse hanno, come questi ultimi, i loro diritti reciproci, consistenti nell'indipendenza, nella sicurezza all'estero, nell'unità interna, nell'onore nazionale: beni d'ordine superiore dei quali nessun popolo potrebbe esser privato se non per violenza, e che ciascun popolo può riacquistare quando l'occasione se ne offre. Ora la legge naturale vuole che si rispettino cotesti diritti, che ci si aiuti vicendevolmente a difenderli, finchè i soccorsi ed i riguardi non pongano a rischio i diritti proprii.... Poichè la sovranità appartiene a tutti i popoli, non può darsi comunità ed unione fra loro se non in virtù di una formale e libera transazione: nessuno d'essi ha il diritto d'assoggettar l'altro a leggi comuni senza il suo espresso consentimento.... Noi abbiamo per principio che ogni popolo, qualunque sia la esiguità del territorio da lui abitato, è assolutamente padrone in casa propria, che è eguale in diritto al più grande, e che nessun altro può legittimamente insidiarne l'indipendenza, tranne che la sua propria non corra visibilmente pericolo.»
Testimonio ed attore principalissimo d'una delle maggiori crisi che travagliarono il suo paese e il mondo tutto, egli sperò d'afferrare nella Rivoluzione «il fantasma della felicità nazionale», credendo possibile d'ottenere «una Repubblica senza anarchia, una libertà illimitata senza disordine, un sistema perfetto d'eguaglianza senza fazioni»: l'esperienza lo disingannò «crudelmente» e gli fece riconoscere che la saggezza è egualmente lontana da tutti gli estremi. Il massimo della prosperità nazionale consiste fra la libertà assoluta ed il potere assoluto.... Il miglior governo è quello dove tutto si fa per abito, per educazione, e non già in forza di precetti sempre variabili: è quello, in una parola, dove i governanti hanno meno da fare....» E molto probabilmente nel corso di quella terribile delusione egli concepì la grande verità, umana e non soltanto politica, che incluse in un'altra delle sue concettose sentenze: «Lo stesso sforzo compiuto per afferrare la felicità è uno stato violento che spesso la distrugge....».