I.
La domanda preliminare, la più generale e comprensiva, è questa: come mai un esercito di 124000 soldati, con 25000 cavalli e 300 cannoni, comandato dal primo capitano del secolo, forse di tutti i secoli, è in soli quattro giorni disfatto, distrutto, dissolto?
Gl'idolatri hanno detto che il piano dell'Imperatore era infallibile; Adolfo Thiers afferma che la fatalità soltanto potè sconvolgerlo. La fatalità ha spalle da regger some anche più gravi di questa. Ma poichè nessuno l'ha vista ancora in faccia per chiamarla alla resa dei conti, e poichè il più prepotente bisogno, nelle avversità, è quello di addossarne a qualcuno la colpa, così anche di Waterloo si sono cercati e, naturalmente, trovati i capri espiatorii. Tutta una scuola addebita il disastro ai luogotenenti, o disertori come il Bourmont che passa al nemico con lo Stato maggiore della sua Divisione all'inizio della campagna, o insolitamente malaccorti, subitamente intimiditi, straordinariamente inabili, come Ney ai Quatre-Bras, come Grouchy a Wavre.
Il Lenient dimostra che i traditori non giovarono al nemico, e distrugge le accuse rovesciate sui marescialli. Si dovrà credere allora ciò che tanti altri hanno asserito, cioè che la rovina fosse da imputare allo stesso Napoleone, perchè non era più quello di prima, perchè le grandezze ne avevano indebolita la tempra, perchè gli anni, i malanni e i rovesci ne avevano offuscata la mente, infiacchita la volontà, fiaccata la fede?
Neanche questa è l'opinione dell'autore. Egli adduce, al contrario, tutte le prove dell'energia fisica, della prontezza e dell'acume intellettuale, della gran forza morale con le quali l'Imperatore compose ed attuò il piano della campagna.
Allora?...