II.
Tragico caso, egregiamente osservato nella persona di Michele Ortègue. Escludendo ogni finalità dall'universo, tutto facendo consistere nei fenomeni, riducendo la coscienza umana ad un epifenomeno, costui parla ed agisce secondo l'intima logica o la rigorosa necessità della natura sua. Sposare sulle soglie della vecchiezza una fanciulla fu, a giudizio dei suoi colleghi, una «pazzia»; si potrebbe anzi giudicare che fu vera colpa; ma quali scrupoli avrebbero potuto trattenerlo, se egli era ed è persuaso che non esistono altre leggi fuorchè quelle da cui il mondo fisico e l'organico sono governati? Amando la giovane, egli l'ha fatta sua; l'amor proprio gli ha lasciato credere che un uomo del suo valore può benissimo essere riamato, nonostante l'enorme differenza degli anni. Quando si sente affetto da una malattia mortale, accettare che sua moglie muoia con lui, gioire del patto, pretenderne la esecuzione, sono cose anch'esse, secondo lui, naturalissime; perchè, in nome di quale principio, per virtù di quale precetto potrebbe egli rinunziare ad un sacrifizio che è prova d'amore, che appaga la sua vanità, che lo farà segno all'invidia del mondo, che solletica così le sue passioni?... La mostruosa presunzione crolla ad un tratto, quando il dottor Marsal gli dà a leggere la carta dove Caterina ha significato il proprio rimpianto; crollata la presunzione, che cosa resta in quell'anima? L'egoismo è mortificato, insanabilmente; la morte è vicina, inevitabilmente; e perchè vivere ancora un poco, finchè tutte le fibre saranno incancrenite, se nessuna forza morale aiuta a sopportare il dolore e se la morte è la distruzione totale dell'essere? Precipitarsi subito nel nulla: questo un uomo come l'Ortègue farebbe, e questo precisamente egli fa.
La condotta di Caterina non riesce persuasiva altrettanto. Per voler morire insieme col marito, ella dovrebbe amarlo d'una passione immortale. Tale non è la sua. La sua passione è anzi definita «più immaginaria che reale». In mancanza dell'amore, la pietà, il bisogno di consolare l'agonia dell'uomo che l'ama, può indurla a consentire di avvelenarsi con lui; ma il suo è più che un consentimento chiesto ed ottenuto; è anzi un patto da lei stessa proposto, quasi imposto da lei: ella stessa esige che il marito le giuri di avvertirla quando avrà deciso di morire. Può bensì ella avergli tenuto questo linguaggio non potendo altrimenti dimostrargli che lo ama e dissipare i suoi dubbii, ma nell'atto che gli ha detto d'amarlo tanto, ha pure soggiunto: «T'amo.... Non so se è impossibile, se è insensato. So che è»: parole che avrebbero potuto e dovuto aprire gli occhi ad un uomo meno accecato dall'amor proprio.
Altri fattori concorrono, è vero, a spiegare l'offerta di Caterina. Ella sente altamente, prova disgusto per le donne che passano dall'uno all'altro amore, vuol dimostrare a sè stessa d'essere rimasta fedele ad uno solo. Ora, turbata sino in fondo all'anima dalla vista del cugino, dell'eroe giacente sul letto di dolore, ella prevede di cadere nelle sue braccia se non morrà col marito. Dove sarebbe tuttavia il male? Poichè il marito è condannato senza rimedio ed ha qualche mese di vita appena, e poichè il cugino non è neanche egli uomo da contentarsi d'un amore libero e libertino, ma vorrà anzi sposarla, dopo il lutto vedovile, dinanzi al mondo ed a quel Dio nel quale fermissimamente crede, la coscienza di lei non dovrebbe dunque tremare. Dove è detto che neanche la morte possa restituire la libertà ad una creatura umana, quando ella stessa non si sente vincolata dalla sua propria passione? Caterina non ama più d'amore l'uomo a cui è unita, se pure lo ha mai amato così; ama il cugino, si sente amata da lui; e quando non ha da far altro che dar tempo al tempo, aspettare che il cancro, il male organico di cui nessuno è responsabile, compia l'opera sua, dovrebbe invece giudicare cosa «naturale», cosa «inevitabile», morire insieme col canceroso?
Quanto è inumano il patto, tanto umano è il pentimento. Logicamente, necessariamente, ella deve pentirsi e ribellarsi. Se suo marito ne prova tale disinganno da darsi tosto la morte, deve o soltanto può ella concepirne un rimorso che la risospinga al suicidio? Dov'è la sua responsabilità? Ella non ha fatto altro che scrivere per sè stessa il pensiero suo intimo: quello scritto le è portato via dal dottor Marsal; egli stesso, ad insaputa di lei, corre a presentarlo al professore. Chi può chiamarla a renderne conto? Certo, ella deve provare una ambascia acutissima nel veder morto il compagno della sua vita, l'uomo a cui aveva promesso di seguirlo sotterra; ma se di questa promessa si pentì, se questa idea le riuscì intollerabile, se la vita la riprese, e con essa l'amore e la speranza della gioia, può ella sentirsi ancora legata dall'orribile patto dinanzi a un cadavere?... Quando il dottor Marsal, l'abate Courmont e più che altri il cugino di lei si propongono di strapparle di mano la boccetta del veleno e di persuaderla a vivere, si può antivedere che non dovranno durare molta fatica per riuscir nell'intento....