III.

Ciò non vieta che le parole con le quali Ernesto Le Gallic le insegna la legge della vita e del dolore siano da meditare. Tutto, nella figura, nelle azioni, nei sentimenti di lui è logico e coerente, come — sebbene all'opposto polo del mondo morale — in quella di Michele Ortègue. Quanto è inveterato e quasi viscerale lo scetticismo di costui, tanto profonda, essenziale è la fede di Ernesto. L'urto delle due tendenze non può essere evitato: e questo contrasto è l'argomento sul quale Paolo Bourget ha voluto fermare l'attenzione del lettore. Dinanzi alla scomposta disperazione del professore monista, dinanzi alla sua intolleranza del dolore fisico che lo rende morfinomane ed aggrava così le sue condizioni organiche, dinanzi alla sua incapacità di sopportare il dolore morale, dinanzi all'incontinenza sentimentale che lo spinge a fare una scena di gelosia al ferito, al morente, lui morente, torturandosi e torturandolo; dinanzi alla fiacchezza dell'animo suo che lo induce a fuggire la vita prima del tempo, mentre ancora potrebbe salvare tante altre vite di soldati sanguinanti per la Patria — di fronte a questa insania la serenità di Ernesto Le Gallic, la forza con la quale egli soffre e reprime la sua passione per Caterina, tacendola a lei e negandola a sè stesso; la bontà, l'indulgenza, la ragione che oppone ai sarcasmi del frenetico sospettoso, la rassegnazione con la quale vede avvicinarsi la morte, l'eloquenza della sua fede destini dell'anima rifulgono ed ammoniscono.

Egli non trionfa effettivamente del rivale, non lo converte. Persuade la donna secretamente amata a vivere, ma nè l'impresa era molto ardua, nè Caterina è da lui rimessa sulla via della fede: al contrario, ella continua a dubitare. Molto agevolmente il Bourget avrebbe potuto mostrarla ricreduta. Fanciulla, costei era stata religiosissima; solo la disciplina scientifica del padre e del marito avevano potuto distoglierla dal sentimento del divino. L'eroe che ella ama, e che l'ama, potrebbe, morendo, restituirla alla Chiesa. Si può dire qualche cosa di più: l'ufficio di sostenere la necessità della preghiera non dovrebbe naturalmente essere conferito a lei, alla donna?

Se l'autore non ha fatto così, è segno che non ha voluto. Vi è dentro di lui come una specie di rivalità fra l'artista intento a rappresentare la vita e il moralista ansioso di diffondere un insegnamento. L'efficacia della sua opera d'arte può talvolta essere qua e là menomata dal preconcetto, ma l'artista prende tosto la sua rivincita. È lui quello che ha impedito a Ernesto Le Gallic di operare conversioni. Michele Ortègue nega fino all'ultima sua ora, fino ad uccidersi, stoicamente; Caterina continua a dubitare. Ella accetta di vivere per gli altri, si prodiga ai sofferenti, sino all'esaurimento; ma ignora se le sarà tenuto conto, altrove, dell'opera sua. Talvolta lo spera; le pare talvolta che una voce le dica grazie; ma non sa da che parte le venga. Che importa, se l'opera è santa?

Ed il suo dubbio, più artistico — cioè più vero — è anche, senza paradosso, più persuasivo. La conversione potrebbe sembrare voluta, artifiziata, falsa; l'incertezza, invece, l'esitazione, l'interrogazione sono atteggiamenti proprii dello spirito umano. L'importante è che questi problemi lo occupino. Il merito di Paolo Bourget è quello di averli proposti, oggi che il fiore della gioventù s'immola sull'altare della Patria, oggi che tutte le forze, tutti i valori morali devono essere chiamati a raccolta per la vittoria.

23 novembre 1915.

II. LA FAMIGLIA VALADIER.

Leggere le prime pagine ed i primi capitoli delle Heures de guerre de la Famille Valadier di Abele Hermant è provare l'impressione che la guerra mondiale, o almeno quella dei Francesi contro i Tedeschi, sia finita da un pezzo. Sarebbe altrimenti possibile scherzare intorno all'argomento tremendo? Come trovare materia di sorriso e di riso nell'ora paurosa del pericolo, nell'ora sublime dell'olocausto? Chi avrebbe l'animo di indugiarsi a rilevare i lati comici della tragedia immane?... Quando udiamo il professore Valadier ordinare al figlio di staccare dal muro la cornice dove, «come una reliquia», è serbato un pezzetto di pane del 1870; quando vediamo il giovane Valadier, in costume di boy-scout, mettersi sull'«attenti», eseguire l'ordine «a passo accelerato», e porre «sotto il naso» dell'ospite, del narratore, «l'orribile crosticina che i suoi quarantatrè anni d'età non hanno resa nè più nè meno appetitosa», noi pensiamo che anche la nuova guerra, durante la quale il professore recita un suo ingegnoso discorso sulla carestia del grano e la «virtù delle mortificazioni», ma confessa che «la mollica riesce mortale al suo stomaco dilatato», noi pensiamo che anche la guerra del Quattordici e del Quindici, come quella del Settanta, dev'esser passata al dominio della storia. Se fosse attuale, se in una parte notevole del territorio francese lo straniero restasse ancora accampato, se tutti gli sforzi della nazione fossero ancora intesi a scacciarlo, potrebbe il narratore riferirci che il suo personaggio, dopo la quotidiana «variazione» sul pane, udendo il quotidiano squillo di campanello annunziante l'arrivo della quotidiana gazzetta, si mette a cantare, sull'aria della Bella Elena:

Ce coup de tonnerre

Annonce à la terre.

Un communiqué...?

C'è veramente qualche passo nel quale il lettore prova quasi il bisogno di portar la mano agli occhi per accertarsi di non aver travisto o frainteso. L'umore e il buon umore del romanziere sembrano un'irriverenza, quasi una profanazione....

Quando si procede nella lettura l'impressione di anacronismo e di sconcerto si attenua: quando si voltano le ultime pagine è già vinta, cancellata, dispersa. Uno scrittore di professione, un lavoratore della penna, non avrebbe trovato difficoltà a comporre sulla guerra un romanzo con dentro una tesi, un libro di predicazione patriottica, di propaganda nazionale; Abele Hermant ha composto invece la Famiglia Valadier perchè così portava l'intima e singolare natura dell'ingegno suo. «Ai giorni che corrono», dichiara in un certo luogo, «tutto ciò che non è sincero mi riesce odioso». Si può aggiungere che non oggi soltanto, ma in ogni tempo la sincerità è doverosa ed amabile. L'ironico osservatore della vita, il delizioso autore di quei Transatlantici che non udremo più nella mirabile recitazione di Alberto Giovannini, non poteva smettere l'abito suo; anche avendone la possibilità gliene sarebbe mancata la ragione; perchè, con la sua ironia, col suo umorismo, la Famiglia Valadier è anch'essa l'opera di un patriotta: opera d'arte dove le ragioni dell'arte sono rispettate, dove la moralità e l'insegnamento non sono inclusi con artificio, per forza, a furia di retorica, ma scaturiscono invece naturalmente come dalla stessa vita.