III.
Resterebbe ora da narrare la conoscenza fatta da Emma all'ospedale, dove si reca ogni giorno per visitare i soldati in atto di pietoso omaggio alla memoria del suo caro perduto; l'idillio che pare s'intessa in quella casa del dolore e della speranza; e come poi la giovane, che è vedova senza aver cessato d'essere signorina, e che mette al mondo un bambino quasi senz'essere stata donna, elegga di restar vedova e madre venerando le reliquie del suo diletto. Resterebbe ancora da spigolare fra tanti gustosi episodii, fra tanti squisiti particolari d'osservazione e d'espressione; ma riesce propriamente impossibile seguire qui la tenue trama del romanzo e molto difficile rendere in un'altra lingua il sapore delle sue pagine. Questo libro veramente francese, dove è dipinta dal vero una famiglia della piccola borghesia parigina, possiede tuttavia un valore rappresentativo molto maggiore che non sembri.
Il genere umano è in massima parte composto di tante famiglie Valadier, con le loro smanie, le loro manìe, le loro vanità, le loro stesse volgarità; ma questa piccola gente, all'occasione, dimostra d'esser pure una gran brava gente e riscatta le debolezze con l'eroismo, e le ridicolaggini con la bontà, la generosità, la gentilezza. Per questa ragione l'ironia del romanziere non è caustica, come suole. L'umorismo, in fondo, lascia un senso d'amaro e un sentimento di sfiducia: ma Abele Hermant, il quale confessa d'aver perduto per proprio conto, questa volta, il suo scetticismo, contribuisce a combatterlo negli altri con lo spettacolo di virtù non studiate, senza paludamento, anzi semplici ed umili. Dove la rappresentazione di qualità sovrumane rischierebbe di non esser creduta, dove gli effetti convenzionali lascerebbero freddo il lettore, i casi e le parole di questi personaggi veri e sinceri lo interessano e lo commuovono. Appunto perchè non ha tesi, la Famiglia Valadier acquista tanta efficacia quanta corrono pericolo di perderne i romanzi composti secondo le ricette della «psicologia classica e ufficiale», quella psicologia della quale Abele Hermant ha ragione di dire che non ha niente da vedere con la realtà.
22 decembre 1915.
Paesaggi di pace e paesaggi di guerra.
Tra i Francesi amici nostri, Gabriele Faure ha da tempo un posto eminente: la maggiore e miglior parte della sua produzione letteraria è consacrata — l'espressione religiosa non sembri impropria — all'Italia. I tre volumi delle Heures d'Italie, oltre quello delle Heures d'Ombrie, e gli altri quattro sul Pays de St. François d'Assise, sulla Via Emilia, sulla Route des Dolomites e Autour des lacs italiens, sono i documenti della passione con la quale egli ha studiato il nostro paese: passione, e non semplice curiosità, o diligenza, o interesse, o dottrina: passione vera e profonda, tenace e fervido e nostalgico amore. Uno degli stessi suoi romanzi, l'Amour sous les lauriers-roses, si svolge in Italia, sul lago di Como, e il paesaggio italiano è il galeotto che sospinge gli occhi a Maddalena Frémeuse ed a Renato Seillon, che scolora i loro visi ed unisce le loro bocche.... Stendhal, altro italiano d'elezione, disse che un paesaggio è uno stato d'animo; il Faure, stendhaliano nel sangue, va un poco oltre: il paesaggio è per lui quasi un personaggio: sente, vive, parla, suggerisce, persuade. Paysages passionnés, appunto, intitolò l'autore una specie di antologia di pagine descrittive dove i luoghi non sono tanto rappresentati come apparenza, quanto interpretati come espressione. Ed oggi egli pubblica un volume di Paysages littéraires meritevolissimo di essere raccomandato ai nostri lettori, non foss'altro perchè una buona metà dei capitoli concerne l'Italia.