III.
Gli sposi avevano preso un anno di tempo affinchè Salvatore potesse sistemare le sue cose e metter su il nuovo salone. La Fanny ne aveva fatta una condizione espressa, quando aveva vista l'antica bottega.
— E volete continuare a tenere questo bugigattolo?
— Veramente, non ha nulla di bello...
— Ma non è affatto decente!
Salvatore conveniva pienamente con lei, dimenticando che quel bugigattolo gli aveva dato il pane per tanti anni.
— La bottega la daremo in affitto — soggiunse. — C'è già chi la vuole. Intanto apriremo un nuovo salone. Ma se io fossi in un'altra posizione, vorrei piantar la baracca e non toccar più forbici e rasoi.
— E cosa fareste?
— Vorrei star sempre con te!
— Dio ne liberi! — esclamava la Fanny, ridendo. — Gli uomini in casa? Una peste!
L'amico Agostino, che gli dava sempre buoni consigli, pel suo bene, aveva grandi idee relativamente al nuovo impianto.
— Bisogna cercare una bottega spaziosa, molto centrale, facendo un affitto lungo. E non lesinare sugli addobbi. Giacchè ci siamo, dovremo anche provvederci di profumeria. E poi ci vogliono cento altri articoli: i colletti, i polsini, i bottoni, un po' di marocchineria; se dobbiamo far le cose per bene!..
Salvatore approvava, ma la difficoltà era quella dei quattrini; egli non sapeva dove li avrebbe presi, e quel poco che aveva messo da parte non era sufficiente neanche per le anticipazioni.
— Il rimedio è subito trovato — suggerì l'amico Agostino. — Vendete la casa. Coi denari in mano, potrete pagar contanti e ottener dei risparmii.
Ma egli non si lasciava persuadere; gli sapeva duro di vender la casa dove aveva passati tanti anni felice e contento.
— Si potrebbe trovare un altro mezzo?
— Il mezzo ci sarebbe, ma non è molto facile. Si potrebbe contrarre un mutuo, dando ipoteca sulla proprietà; poi, i denari che vi porterà vostra moglie e i vostri guadagni serviranno a sbarazzarvene. Tutto sta a trovare chi metta fuori i soldi; la casa è vecchia e il quartiere fuori mano....
— Lo troverete anche voi! Io non ho pratica d'affari; mi metto interamente nelle vostre mani.
Agostino trovò un'offerta, e cominciò a parlargli di tanto per cento, di garanzie e di altre cose in cui Salvatore non capiva niente.
— Voi mi dite che conviene? Affare fatto, non ne parliamo più.
Firmato l'atto e ricevuti i denari, Salvatore affittò una bottega del palazzo Spondelli, nel centro della città, a pochi passi dal salone di Saverio Conterino, e cominciò dal sostituire il vecchio pavimento di mattoni di terra cotta con un bel pavimento di larghe lastre di marmo, e dal rifare a stucco lucido il soffitto e le pareti.
— Chi glie lo dice a questo strappa-denti, di venirsi a mettere fra i piedi della gente? — esclamava Saverio Conterino, arrabbiato per la concorrenza del nuovo salone.
— Ora gli faccio vedere chi me lo dice! — rispose Salvatore quando gli riferirono quel discorso; e mandò a offrire due lire di più per settimana a Nardo, il giovane di bottega del Conterino.
Nardo era uno che amava di fare i suoi conti, prima di pigliare un partito. La sua ambizione era di mettere su un salone e di diventar principale a propria volta, ma la cosa era molto difficile restando col Conterino, il quale aveva figliuoli e non poteva pensare ad agevolar lui.
— Ma se non mi troverò bene nel nuovo salone? Conterino vorrà ripigliarmi? E allora dove vado? E con questo mutare ogni giorno, che fama mi faccio?
Poi veniva il rovescio della medaglia:
— Il nuovo principale piglia moglie, e avrà la testa a casa; le difficoltà dei primi tempi potranno scoraggirlo. Allora, se io mi faccio voler bene, potrò prendere il suo posto e troverò il salone avviato. Il principale non ha figli; potrebbe averne, ma prima che crescano ci sarà tempo perchè si ritiri dal mestiere. Se non si vuol ritirare potrebbe anche fallire...
— Mettiamo tre lire — disse per deciderlo Salvatore che contava di rifarsi coi guadagni del nuovo impianto. — Mi pare di far troppo!
Così la cosa si combinò. Quello di Nardo era un acquisto prezioso, ma non poteva bastare per gli affari che avrebbe avuto il nuovo salone; talchè Salvatore dovette pensare a un altro aiutante, e prese Andrea, il figliuolo di Pizzuto, il barbiere della Barriera, il quale veniva in città ad apprendere il mestiere. Veramente, non sapeva ancora tenere un rasoio in mano; ma alla sua scuola si sarebbe presto formato.
— Vogliono scannare la gente dallo strappa-denti! — diceva Saverio Conterino, guardando i lavori che si facevano nella bottega. — Avete inteso chi prendono per aiuto?
— Bisogna compatirlo — rispondeva Salvatore, con una scrollata di spalle. — È l'invidia che lo rode vivo.
Quando finalmente fu aperto il Salone di Venezia — Salvatore gli aveva messo questo nome per amore di Fanny — ci fu davvero da rodersi le dita, dall'invidia; perchè la bottega di Salvatore era una galanteria e straluccicava negli specchi, nei mobili, nelle dorature. Anche qui i passanti si fermavano, a guardare, ingombrando il marciapiede e impedendo che la gente entrasse od uscisse. Dentro, Salvatore, vestito a nuovo, faceva gli onori di casa agli amici, ai conoscenti, agli antichi frequentatori che venivano a congratularsi con lui; aprendo una dopo l'altra tutte le cassette e gli scaffali dove stavano disposti in bell'ordine le boccettine d'acque e d'essenze, le spazzole, gli spazzolini ed i pettini, le scatole di polvere profumata, i pacchetti di sapone, un'infinità d'involti azzurri, rosei e giallo-chiari; spiegando quanto era costato questo e quanto quello, e come non si fosse finito più presto per fare ogni cosa con garbo. Egli prodigava ringraziamenti e strette di mano, a destra e a manca, senza neanche riconoscere la gente che entrava, impacciato per l'abito nuovo ed il colletto troppo stretto.
Agostino godeva anche lui del trionfo, modestamente, facendosi da parte, evitando gli sguardi di Salvatore, ma non tanto da impedire che quando la folla se ne fu andata, l'amico gli venisse a buttar le braccia al collo.
— Questa è tutt'opera vostra! Senza di voi io non avrei mai saputo cavarmi d'impiccio....
— Andiamo, via! Voi non mi dovete nulla. Se vi ho dato qualche consiglio è stato per il bene che vi voglio. Ora bisognerà far buoni affari.
Il nuovo salone faceva i suoi affari come tutti gli altri, nè troppi nè pochi, tanto da mantenersi. Salvatore vi perdeva tutto il suo tempo e con le sue belle maniere riusciva a ingraziarsi le pratiche e a procurar abbonati. I registri li teneva Agostino; Salvatore aveva troppo da fare, e poi non riusciva a raccapezzarsi in mezzo alle cifre. Nardo era anche lui un buon lavoratore, attivo e intelligente; egli pensava sempre a metter bottega alla sua volta e intanto faceva di tutto per cattivarsi la benevolenza del principale. Andrea s'andava formando, a poco a poco; ora gli si poteva affidare una barba, quantunque fosse un po' tardo; i capelli sapeva pettinarli a garbo ed era famoso per la scriminatura. Egli non era più riconoscibile; spendeva tutto il suo a colletti, a spille di rame, a bottoncini d'osso, e prendeva sempre più l'aria d'un zerbinotto.
— Il figurino! — l'aveva soprannominato Salvatore.
Tutt'e due, quando nel salone non c'era da fare, divoravano le dispense illustrate: Il Signore del mondo, Mietta o Il Fiacre N. 13. Nardo non le toccava se non per mettere in ordine il salone; quand'era disoccupato egli faceva conti, sulla punta delle dita.
Ora Salvatore era costretto a comperare anche i giornali, perchè la nuova clientela, più scelta e numerosa dell'antica, gl'incuteva soggezione, ed egli non poteva chiacchierare con tutti. Ogni mattina, sul presto, arrivava sgambettando lo Sciancato, quello che strillava i fogli, e appena entrato si cavava il berretto.
— Benedicite! — Poi, cominciando a fare il mulinello col braccio dritto: — Oggi, gran novità! C'è la scacciata d'Adamo e di Eva dal paradiso terrestre!
E come gli davano il soldo, lo buttava all'aria, lo faceva cadere dentro il berretto e scappava tirandosi dietro la gamba storta.