IV.

Salvatore, intanto, vedeva Fanny rare volte; la marchesa non le dava molti permessi d'uscire, ed a palazzo egli non poteva andare tutti i giorni.

Per questo, quando ad agosto, dopo che la signora andò in campagna, finalmente il matrimonio fu celebrato, Salvatore era innamorato di sua moglie ancora più di quando l'aveva conosciuta.

Appena entrata in casa, vista la ragazza di servizio presa da Salvatore, la Fanny aveva detto:

— Chi è questa stracciona? È lei che deve servirmi?

— Non ti piace? — rispose Salvatore — Il mese venturo ne prenderemo un'altra.

— E intanto cosa pretenderesti, che facessi la serva io?

— Ma che ti scappa di bocca!

E Salvatore perdette la caparra e la mesata, cercando subito un'altra persona di servizio che piacesse a sua moglie. Egli non voleva dare nessun dispiacere a Fanny; le stava sempre d'attorno, spiando i suoi desiderii, trascurando i proprii affari, lasciando il salone in mano ai giovani di bottega. La carezzava, la vezzeggiava come una bambina; non gli pareva vero di poterla chiamare sua moglie, di sentirsela vicino, per sempre.

— Chi l'avrebbe mai detto! Mi par di sognare.

La guardava andare e venire per la sua casa, pieno di meraviglia, come se non fosse una persona, ma una fata venuta a rallegrarlo e pronta a scappar via. La chiamava coi nomi più dolci, le prestava tutte le bellezze delle eroine dei suoi romanzi; voleva guadagnare una fortuna soltanto perchè lei ne disponesse.

Fanny metteva ogni sua cura a sfoggiare le galanterie e gli abiti che la marchesa le aveva regalati.

— Ti stanno così bene! — esclamava suo marito.

Ma lei non restava mai contenta.

— Queste buccole non sono di buon gusto. Roba da contadine!

Salvatore glie ne comperava un altro paio. Sua moglie non doveva parere una contadina, doveva parere una signora e far la sua figura come le altre, meglio delle altre.

— Fanny è piena di voglie: buon segno! — andava dicendo, fregandosi le mani.

Poi, in primavera, lei volle andare in campagna, come facevano tutti. Salvatore affittò subito, dietro la Barriera, in una posizione bellissima, due stanze con un giardinetto, dove c'era una magnifica veduta. Non gli importava di lasciare la città, di piantare il salone e gli affari, pur di contentarla. E poi, lei si poteva bene cavare quel capriccio, con le due mila lire che aveva portato di suo!

Ma, appena arrivata, Fanny cominciò a smaniare:

— Che oppressione!... Come si fa a viver qui!... Ma che idea di cercare una casa dietro il camposanto!

A manca, in fondo, oltre i tetti di alcune casipole, spuntavano infatti le cime dei cipressi.

— Scusami, non me n'ero accorto! Un vero malaugurio! Gli è che io non ho occhi se non per te. Vogliamo andar via?...

— Ora che ci s'è, ci si resta — disse Fanny, quando Agostino, con la sorella, venne a villeggiare nelle vicinanze.

L'amico, veramente, era occupato in città durante tutta la giornata; la sera soltanto gli era permesso di andare a respirare un po' d'aria fresca. La domenica, spesso anche qualche altro giorno della settimana, Salvatore lo invitava a desinare.

— È il meno ch'io possa fare — diceva a sua moglie, giustificandosi — per disobbligarmi dei servigi che mi rende alla bottega.

Appunto Fanny, che era avvezza a veder gente, si sentiva opprimere nella solitudine.

— Venite a trovarci, la sera — insisteva Salvatore — quella povera figliuola non vede anima viva.

Con Agostino lei stava volentieri; era una vecchia conoscenza e la divertiva con le sue chiacchiere. Lui non mancava di portarle qualche cosa, delle confetture, dei pasticcini, per contraccambiare le cortesie di Salvatore.

— Ma io non posso permettere!... Se vi incomodate ancora, me n'offendo.

E facevano a chi obbligasse più l'altro.

Quando Agostino non potè venire, neanche la sera:

— Ora torniamo a casa — disse Fanny.

Anche a Salvatore pareva tempo. Per quanto onesti fossero i suoi commessi, e l'amico Agostino vigilante, la baracca non poteva andare a lungo a quel modo. L'occhio del padrone ingrassa il cavallo, si dice, ed egli lo vedeva con prova. Le pratiche che volevano esser servite da lui, a casa, si lamentavano della lunga assenza; il salone aveva bisogno d'esser corredato di tutto il necessario, continuamente, e per questo non c'era che lui.

Così vi ritornò, badando di nuovo agli affari, procurando di allargare la sua clientela con le sue belle maniere, rifornendosi di tutti quegli arnesi che il tempo aveva logorati, per mantenersi sempre nella bella fama che s'era acquistata. L'amico Agostino gli era sempre di grande aiuto, nel fargli i conti, nello scrivergli la corrispondenza con i fabbricanti dai quali ritraeva i suoi articoli, nel tenergli d'occhio la bottega quand'egli non poteva venirvi.

— S'aiutano l'uno coll'altro! — diceva Saverio Conterino al calzolaio che stava a fianco. — L'amico fa andare il salone e lo strappa-denti gli dà in cambio la moglie.

— Come avete detto? — esclamò quello.

— La sacrosanta verità. Quando lo strappa-denti sbatte saponata o lava teste, l'amico fa il comodo suo, con l'amica. È una cosa combinata da un pezzo...

— Come, come?

— Già, loro si conoscono da un pezzo, da quando erano in casa Roccasciano tutt'e due. All'amica le piaceva scherzare, ma scherzare soltanto, veh! chè voleva trovare un marito, lei. E poi, entrata in casa Motta, l'amica ci fece venire anche lui, per mezzo della marchesa che non le può negar niente, perchè è nelle sue mani. E adesso che lui le ha fatto trovar un marito — e così paziente! — vanno tutti d'amore e d'accordo.

Senza Agostino, veramente Salvatore si sarebbe sentito come perduto. A lui egli confidava i suoi piccoli dispiaceri, i suoi imbarazzi; a lui suggeriva di farlo rappattumar con la moglie, se si erano un po' bisticciati, per una cosa da nulla, e domandava consigli per l'affare del mutuo, giacchè era passato più d'un anno e ancora non aveva potuto metter niente da parte, malgrado s'ammazzasse a lavorare, senza un lamento, perchè sua moglie non mancasse di nulla e si potesse acchetare anche il debito.

— Non ve ne curate! — gli diceva l'amico Agostino, alzando le spalle.

— Come, non debbo curarmene? Se ho preso i denari, bisogna bene che li restituisca.

Egli studiava economie, non spendeva più niente per sè, tranne i soldi delle dispense illustrate; ma, invece di risparmiare, le entrate del salone non gli bastavano più.

— Caro Agostino — ricorreva all'amico — potete procurarmi un centinaio di lire?

L'amico portava la somma, contro la firma d'un pezzo di carta.

Fanny aveva bisogno d'abiti e di vezzi; andava spesso a trovar la marchesina, e non poteva presentarsi alla sua antica padroncina come una cameriera. Poi era stata sempre abituata a portar cappellini, e non poteva adattarsi all'uso dello scialle paesano.

— Un uso stupidissimo! Allora tanto vale andare attorno vestite di casa, se l'abito non s'ha da vedere!

I cappellini costavano cari, ma Salvatore non badava alla somma.

— Spendi tu stessa quel che ti bisogna — diceva, consegnandole tutto quanto gli entrava.

Giusto, la marchesa era partita per le sue terre, e aveva lasciato il palchetto del Comunale al segretario, al cocchiere ed a Fanny, una sera per uno.

— Chi è quella signora? — sentì dire Salvatore, gongolante, a un giovanotto nell'atrio del teatro, mentre passava sua moglie tutta ravvolta nel mantello bianco, con la piccola coda dell'abito che spazzava il corridoio.

Lei pareva veramente una signora, come tutte le altre, quando appuntava l'occhialetto qua e là per la sala, col gomito nudo sul velluto e i guanti a mezzo braccio, o quando agitava lentamente il ventaglio, o si riversava indietro, a ridere e a chiacchierare col segretario o con l'amico Agostino.

— Vogliono metter la casa all'asta — venne a dir questi una sera, mentre il teatro risuonava di canti e di applausi.

Ma Salvatore guardava sua moglie, estatico, e non l'intese.