V.
Donna Giovanna non sapeva darsi pace:
— È stata colpa mia! È tutta colpa mia!
Il suo figliuolo non si riconosceva più: aveva perduto l'amore al lavoro, il rispetto a sua madre, la paura dell'occhio del mondo. Anna Laferra lo aveva ridotto in quello stato.
— Alfiuccio, bada a quel che fai! — gli andava ripetendo donna Giovanna. — Quella femmina ti porterà alla rovina, come ne ha portati tanti altri; è tua madre che te lo dice...
Ma era lo stesso che dire al muro. Alfio Balsamo andava dietro ad Anna Laferra, come un cane; non voleva più lavoro se non nelle vicinanze del paese, per poter tornare la sera, e i fattori si lagnavano della sua scioperaggine. Invece di portar denaro alla mamma, ora glie ne chiedeva, ogni momento.
— Questo è l'aiuto che mi dai? — si lamentava lei.
Allora egli montava su tutte le furie.
— Ah, di questo v'importa? È per quelle lire della settimana che vi duole?
Donna Giovanna sentì una gran fitta al cuore.
— Con qual animo puoi dirlo? Non sai che tutto quel che faccio è pel tuo bene?
— Allora, se dite davvero, lasciatemi in pace.
Ma lei non l'accusava, lo compativa. La colpa di quella disgrazia era sua; era stata lei, scellerata! a preparare la rovina del figliuolo, a macchinar tanto e così bene che quel poveretto non potesse evitarla. Il cuore glie lo diceva, a quell'innocente, quand'egli parlava con tant'odio di Anna Laferra e non voleva neanche dare ascolto ai consigli della prudenza!
— Ma non ti ricordi più? E tutto quel che dicevi contro di quella...
Donna Giovanna s'era subito pentita di aver pronunziate quelle parole. Alfio s'era fatto così brutto come non lo aveva mai veduto.
— Sentite, non mi parlate di tutte queste storie; se no, com'è vero Dio, non mi vedrete più!
Ma più egli si sacrificava per Anna Laferra, più quella gli si mostrava indifferente e fredda.
— Tu non mi vuoi più bene come prima — le andava piagnucolando dietro.
— Se non ti piace, vattene.
Il suo capriccio era passato e quel ragazzo gli veniva a noia. Però, invece di irritarlo, i maltrattamenti di lei lo rendevano sempre più umile.
— Io mi voglio far piccolo piccolo, quanto un cagnolino, per stare tutto il giorno accanto a te, senza seccarti.
Poi, quando saltava in bestia, l'afferrava così stretta da soffocarla, la scompigliava, la mordeva, borbottando:
— Se tu non mi vuoi bene.... ti mangio il cuore... e poi mi spacco la testa.
E gli era venuta la gelosia.
— Son geloso di tuo marito, lo senti?
— Che cosa vuoi? — rispose lei, piantandogli gli occhi in faccia.
— Voglio che se le cose non vanno come dico io, gli tiro una carabinata nella schiena.
Qualche volta la faceva perfino ridere!
— E ho visto Rosario Cerbini che passa troppo spesso per questa via!
Rosario Cerbini passava e ripassava sotto le finestre di Anna Laferra, fischiando, di giorno e di notte; le andava dietro se la incontrava per via, e rideva sul muso ad Alfio quando questi lo guardava di traverso.
— Se lo incontro ancora da queste parti, non finisce bene: vedrai!
E una sera, cavato di tasca il suo coltello lo aprì facendo il gesto di ficcarlo nella pancia a uno.
— Lo vedi questo?
Anna Laferra gettò uno sguardo di disprezzo su quella piccola lama annerita che finiva in punta.
— È buono per sbucciare i fichidindia!
Ma infine quel ragazzinaccio cominciava a non potersi più tollerare! E lei glie lo diceva in faccia, lo mandava via, lo bistrattava.
— Vattene! Non mi seccare! non mi comparire più dinanzi, pane perso, ragazzinaccio che t'hanno detto bene!
Lui chinava la testa, muto, lasciando passare la burrasca; poi le si buttava ai piedi, le baciava la veste, la solleticava, implorando perdono. Non c'era il verso di levarselo d'attorno! Non servivano le sgarberie, non servivano le minaccie.
— Mio marito s'è accorto di qualche cosa; non venir più, se no t'ammazza.
— Non me n'importa!
— Ma le male lingue cominciano a parlare, ti dico, e tu mi comprometti!
— E io allora come faccio? — rispondeva, quasi piangendo. — Non ti debbo veder più?
— T'avvertirò, quando sarà possibile...
Alfio gironzava attorno a quella casa, come un cane senza padrone, e non sapeva levar gli occhi dal balconcino pieno di vasi di garofano dove prima Anna Laferra metteva i suoi segnali e che ora restava sempre chiuso. Egli se ne andava a cercare la comare Angela, la vicina di Anna, e si metteva a pregarla in croce:
— Diteglielo, che mi fa morire di morte lenta...
La comare Angela rispondeva che quella poveretta era malata per causa di lui, che bisognava lasciarla in pace e finirla, una buona volta.
— Finirla? — ripeteva Alfio, con le mani pendenti e la bocca aperta. — Finirla, come?
E gli veniva una voglia di andare a sfondare quell'uscio, a calci, e di andarle a sputare in faccia, a quella infame!
— Dopo quel che ho fatto per lei! Dopo che mia madre è messa a piangere come Maria Addolorata!
La domenica, vedendola alla messa, con lo scialle incrociato sul petto e gli occhi a terra, egli contorceva il berretto fra le mani, e avrebbe voluto buttarlesi addosso, afferrarla pel collo bianco e ammazzarla, come la serpe che era! E schiacciare col tacco la testa a quel ranocchio di suo marito, che se ne stava seduto dal barbiere, col bastone fra le gambe, a pigliar tabacco e a sentirsi crescere le corna!
— Anna!... son io...
Al finir della messa, un giorno, come la folla si disperdeva e lei scendeva in piazza, Alfio le andò dietro, supplicando.
— Levati via! — gli rispose, peggio che allo storpio buttato accanto alla pila dell'acqua benedetta.
— Che cosa le ho fatto? — tornava a piagnucolar lui, dalla comare Angela. — Che cosa le ho fatto? Si è lagnata della mia gelosia? Ma io non sono più geloso, non m'importa più niente di Rosario Cerbini, se lei torna quella di prima.
— Che posso farci!
— Ma perchè? Perchè mi tratta a questo modo?...
E una volta si dette a un tratto un pugno in fronte.
— È per quella parola, che le dissi prima di conoscerla! Non è vero che è per quella parola? Domandatele come debbo fare, se vuole che strascichi la lingua per terra fino all'altar maggiore di Sant'Alfio! se vuole che me la tagli! quello che vuole...
E poi che la comare Angela, tornando, non aveva una risposta e si stringeva nelle spalle, egli perdette il lume degli occhi.
— Dunque ho ragione?... L'infame è lei?..
E scappò come un pazzo verso la sua casa, e vi penetrò risolutamente, per farla finita.
— Finalmente, ti trovo!
Le si buttò ai piedi, le strinse le ginocchia, le baciò la veste; poi le afferrò la testa, fissandola, quasi non la riconoscesse, baciandole i capelli, gli occhi, la bocca, soffocandola in una stretta disperata.
— Ti trovo, finalmente... sei tu... Anna...
Lei tentava di respingerlo, di evitare i baci; ma i suoi sforzi si facevano sempre più deboli, aveva le guancie umide e calde, era vinta...
— Ora scappa, subito.
— Ma tu mi vuoi bene?
— Sì, ma scappa; questo non deve più succedere. Io non voglio andare per la bocca di tutto il paese. Torna al lavoro, diventa uomo...
— E non ti vedrò più?
— Se avrai giudizio; ora, vattene!..