VI.

Come donna Giovanna s'accorse che suo figlio ridiveniva lo stesso d'un tempo e pareva non pensasse più a quella cristiana, cominciava ad aprire il cuore alla speranza.

— Non mi par vero — diceva alla vicina Santa — come il mio ragazzo si sia liberato da quella strega!

— S'è liberato perchè quella strega ora se la dice con Rosario Cerbini!

Donna Giovanna restò un momento interdetta, non credendo. Poi esclamò:

— Guarda che ciabatta! Chi è andata a preferirgli!...

— Ma per lei ora potete dire che vostro figlio è un uomo!

Allora donna Giovanna si mise a ridere. Il suo Alfio s'era fatto proprio un uomo; pareva cresciuto di statura, non aveva più quel parlare e quel muoversi da ragazzinaccio come gli dicevano, e la voce gli era diventata più forte.

Pure lei lo avrebbe voluto un po' più allegro. Spesso tornava accigliato dal lavoro, con la zappa appesa alle spalle, e restava serate intere senza che gli si potesse cavare una parola.

— Che cos'hai, Alfiuccio? Dillo alla mamma...

— Niente.

Egli aveva ripreso le sue antiche abitudini e si levava prima di giorno, per andare alla Falconara, o ai Pojeri, dove c'era lavoro. Donna Giovanna lo sentiva muoversi per la camera e partire, e avrebbe voluto trattenerlo, dalla paura.

Il fattore della Falconara, a vederlo muto e scuro, non lo riconosceva più.

— Ohè, Alfio! Cos'è che ti prende? Pene di cuore?

Alfio non gli dava retta come un tempo, e badava a zappare.

— Oh, che mi sembri tal'e quale compare Zoppetto del camposanto!

Ora egli non cantava più come prima, che lo sentivano da un capo all'altro delle vigne, e solo di tratto in tratto mormorava:

— E che mi serve nulla amare tanto,

Se zappo all'acqua e se semino al vento!...

Donna Giovanna vedendoselo dinanzi così triste, temeva che pensasse ancora ad Anna Laferra, e non sapeva qual rimedio mettere in opera per levargliela una buona volta dal capo.

— Hai sentito che cosa ha fatto quella ciabatta?

— Chi?

— Quella, con Rosario Cerbini?...

Lei avrebbe preferito che la lingua le fosse cascata nel momento che aveva cominciato a parlare. Alfio, giallo come un morto, si dirigeva all'uscio.

— Alfio, Signore!... dove vai?... — e tentò di trattenerlo.

Egli la respinse lontano, gridando:

— Lasciatemi!...

Era arrivato come un fulmine dalla comare Angela:

— Le dovete dire... — e non gli riusciva di trovar le parole — le dovete dire... che lo scanno, com'è vero Dio!... che lo scanno...

— Che cosa è successo? Sei impazzito?

— Voi non ridete, ruffiana, o vi strozzo.

Donn'Angela si mise a tremare, a verga a verga.

— No, Bella Madre!... io non ci ho messo mano, è stata lei — diceva, tentando di liberare il suo braccio che quello stringeva come con una morsa.

— E da quando?... Dite la verità, o vi pesto coi piedi...

— Saranno tre mesi... è stata lei; io non c'entro, com'è vero...

— Prima di quando mi cacciò?

— ... Prima...

Subitamente Alfio si mise a piangere.

— Perchè?... Che cosa le ho fatto?... Io le volevo bene più che alla vista degli occhi... Glie lo dite, perchè?... Se lei mi vuol bene ancora un poco, non m'importa più di Rosario Cerbini... Mi fate questa carità, di dirglielo?...

Trovando il figliuolo ridotto peggio di prima, cupo, taciturno, rifiutare ogni attenzione, donna Giovanna non sapeva più darsi pace.

— Scellerata! — ripeteva, strappandosi i capelli grigi. — Sono stata io, scellerata!...

— Era meglio se andava carcerato? — disse la vicina Santa.

Il meglio fu una sera, quando portarono Alfio Balsamo a casa, con la bocca aperta e una coltellata nello stomaco, che ebbe appena il tempo di dire:

— Aiuto... madre...