NOTE
[81]. Per la topografia della casa ateniese, rimandasi alle descrizioni di Vitruvio (Archit., VI) e ai lavori archeologici moderni che le illustrano. Chi non voglia sciupar tempo in minute ricerche, può farsene un'idea abbastanza chiara ed esatta dai disegni topografici, per es., dell'opera di Guhl e Körner, Leben der Griechen und Römer, fig. 90-91, o da quelli aggiunti all'Anacarsi. La stanza da lavoro di questa scena è una, s'intende, dell'appartamento segregato femminile, propriamente detto (γυναικωνῖτις); occupato dalla padrona di casa e dalle sue donne, e generalmente posto nella parte posteriore della casa; appartamento al quale non accedeano gli uomini tranne i parenti, o gli estranei che ne aveano il permesso dal marito. Da queste stanze riposte del gineceo (ove la moglie attendeva alla sua toletta, o ai lavori delle fantesche, o alle occupazioni geniali del ricamo, del tesser ghirlande, della musica ed altre, o riceveva le amiche), da queste un corridoio (metaulo o mesaulo) metteva appunto direttamente alla sala aperta comune (πρόστας o παραστάς) che dava sul cortile o peristilio (ἀυλή), e ch'era destinata ai ricevimenti di famiglia, ai sagrifici domestici o ai pranzi quotidiani. In questa sala comune nella quale era il domestico altare, e la quale segnava come il confine tra il gineceo e gli appartamenti anteriori occupati dal marito (ἀνδρωνῖτις), supporrassi la scena dei due atti successivi.
[82]. «Tremo e mi mordo le labbra, per presentimento di disgrazia, come quei che passano allato ad un qualche silenzioso eroe». Alcifr., Lett., III, 58. La antichissima superstizione greca imaginava lo spazio fra la terra e la luna abitato dagli eroi o genj, esseri di sostanza fra l'umana e la divina; i quali talora, siccome mediatori tra gli dei e gli uomini, scendeano in terra a mescolarsi fra questi ultimi, ma senza parlare. E infesti a coloro in cui imbattevansi, era credenza che il loro incontro portasse disgrazia.
[83]. Cfr. Aristof., Lisistrata: «Lis. Nella guerra e nel tempo passato, voi uomini non ci lasciavate a noi donne aprir bocca...: e spesso in casa vi udivamo prendere cattivi partiti in affari gravissimi. Quindi col dolore nell'anima, ma col sorriso sul labbro, v'interrogavamo: Che avete determinato oggi nell'assemblea? E il marito: Che fa a te questo? Non vuoi tacere? Ed io mi taceva. Provveditore. Saresti stata battuta, se non tacevi. Lis. Ma poi, udendo qualch'altra vostra decisione anche peggiore, domandavamo al marito: Perchè far questo? E quegli, squadrandomi con occhio bieco, dicevami: Se tu non tessi la tua tela, ti dorrà a lungo la testa. Sta agli uomini aver cura della guerra». v. 507-520.
[84]. V. Sofocle, Trachinie, v. 9-17.
[85]. Luglio-agosto. V. il lunario attico nelle note all'Alcibiade.
[86]. «Ut omnia de speculis peragantur, optima apud majores fiebant Brundusina stanno et ære mixtis». Plin., XXXIII, 9. Questi specchi di Brindisi, lodatissimi, fatti di bronzo e di stagno, finchè, come dice lo stesso Plinio (XXXIV, 17) si usarono d'argento persin dalle ancelle, sono verosimilmente la stessa cosa degli specchi chiamati, forse per error di copista, d'Abrotesio, in Alcifr., Lett., III, 66. Caratteristiche poi, nella toletta delle signore ateniesi, erano di questi specchi certe forme piccole, rotonde, per lo più con manico riccamente lavorato, e raffigurante, il più delle volte, l'effigie di Venere Afrodite. Cfr. Guhl e Körner, p. 217, fig. 227. Mènecle ne parla più innanzi.
[87]. Calisseno rodio, pr. Aten. Deipnos. — v. Teofr., Caratt., 5.
[88]. Su la parte grandissima che nella vita della donna di famiglia ateniese aveano le divozioni, le feste e le pratiche religiose d'ogni genere, e su quel che costavano, di occhi del capo, ai poveri mariti, abbondano i tratti nei comici e altrove. «Ogni Iddia di cui si celebra la festa è una maledizione pei mariti: i poveri uomini non ne conoscono neppure i nomi: le Coliadi, per es., e le Genetillidi, e la dea Frigia, e la processione d'infelice amore sul pastore (Adonie)». Luciano, Amori. E in Menandro: «Ahimè — sclama un marito — la mia donna spende dieci mine in profumerie: e le occorrono scatole d'oro per chiudervi i sandali... In casa la mi faceva cinque sacrifici al giorno: e ad ogni sacrificio, sette schiave in circolo, picchiavan ne' cimbali, mentre altre mandavano gli urli rituali. Son soprattutto gli dei che ci rovinano, noi altri mariti: sempre delle feste a cui far le spese!» Men., Mysogin., fr. 3. Cfr. i frammenti di un'altra commedia di Menandro, La sacerdotessa (‘Ιέρεια), ove un marito cerca distogliere la moglie dalla manìa delle pratiche religiose per il culto di Cibele.
[89]. «Solo di tutti gli uomini, o Trofimo, tua madre t'ha posto al mondo sotto astro sì propizio che tu possa conseguir co' tuoi sforzi lo scopo di ogni tua brama, e condurre tutte le tue imprese a buon fine? T'ha forse qualche Iddio assicurato con promesse questo privilegio? S'è così hai ragione di indignarti: poichè questo Iddio t'ha ingannato e t'ha usato una ingiustizia. Ma se tu hai ricevuto alle stesse condizioni di noi quest'aria che respiri e che è a noi comune, ti bisogna far uso della ragione e sopportare con più coraggio questa sventura...» Menandro, fram. inc.; Meineke, fr. com. gr., IV, 227.
«Iscrizione: Ai numi soli è dato — ogni successo aver felice appieno — l'uomo quaggiù non ha contrasto al fato. Non odi, o Eschine, che aver prosperi successi è solo degli Dei?» Demost., Corona.
[90]. Nel diritto attico «la donna è maritata legittimamente dal padre, dal fratello consanguineo, dall'avo paterno» (Demost., C. Stef., II, 1134) che, succedentisi in ordine di diritto, ponno dar la ragazza a chi loro talenta (cfr. Petit, Leges att., VI, 1). Il padre può dar la figlia in isposa lui vivente (Dem., C. Spud., 1024; C. Neera, 1345) o legarla per testamento. «Demostene mio padre lasciò la sua sostanza di 14 talenti, me di 7 anni, la sorella di cinque, e la madre nostra. In punto di morte, tra sè consigliandosi sul come disporre di noi, affidò tutte queste cose a questo Afobo e a Demofonte nipoti suoi.... A Demofonte poi sposò la mia sorella e diede subito due talenti». Dem., C. Afob., I, 814. Questo diritto del padre, o di quelli che in sua mancanza lo rappresentavano, è subordinatamente esercitato anche dal primo marito, il quale può pur esso morendo designare per testamento il proprio successore nel talamo. Così, nel passo testè citato, Demostene soggiunge che il padre suo legò sua mamma in moglie ad Afobo (C. Afob., I, 814); e così Pasione lega morendo la propria moglie a Formione (Dem., per Form., 946, 953; C. Stef., I, 1110; C. Stef., II, 1133), sempre per disposizione testamentaria. — Cfr. Desjardins, Condition de la femme dans le droit civil athén., mémoires lus à la Sorbonne. — Lallier, La femme dans la famille athénienne.
[91]. «I nostri mariti tornando a casa ci guardan con l'occhio del porco, tante malizie costui (Euripide) ha insegnato loro: sicchè se una moglie sta intrecciando una corona, subito si crede che la sia innamorata...» (ἐάν τις χαὶ πλέκῃ γννή στέφανον, ἐρᾶν δοχεῖ) — Aristof., Tesmofor. V. 395-401.
[92]. σποδὸς δὲ τἄλλα, Περικλέης, Κόδρος, Κίμων — Alessi (poeta comico della commedia di mezzo) nel Maestro di nequizie (’Ασωτσδιδάσκαλος). Mein., fr. com. gr., III, 395.
[93].
Φοιταᾴ δ’ἀν αὶθέρ’, ἔστι δ’εν θαλασσίφ
κλύδωνι Κύπρις, πάντα δ’εκ ταύτης ἔφυ.
‘Ηδ’ ἐστιν ὴ σπείρουσα καὶ διδοῦσ’ ἔρον,
οὖ πάντες ἐσμὲν οὶ κατὰ χθόν’ ἒκγονοι.
Eurip., Ippol., v. 447-450.
[94]. Eurip., Medea, v. 230-247.
[95]. Fu nell'anno 379 av. l'E. V. (2º della 100ma Olimp.) che lo spartano Febida, d'accordo cogli oligarchici tebani, si impadronì a tradimento della rocca di Tebe (Cadméa) e della città, rovesciandone il governo democratico e instaurandovi la tirannide spartana. I Tebani di parte democratica che poteron salvarsi — circa 400 — rifugiaronsi ad Atene: tra questi fuorusciti «Pelopida, e Ferenico, e Androclide, i quali fuggiti essendo, furono unitamente agli altri condannati in esilio. Ma Epaminonda sen restò nel paese, trascurato venendo come uomo che applicandosi alla filosofia, non si ingeriva punto nelle faccende, e ch'essendo povero non potea far cosa alcuna». (Plutarco, Pelop.) E di questa presunta innocuità avvantaggiandosi Epaminonda, da Tebe mantenea le segrete comunicazioni co' fuorusciti e attendea per il giorno della riscossa «a riempiere di sensi coraggiosi la gioventù tebana e ad addestrarla a lottar coi Lacedemoni». (Ibid.) — Cfr. Senof., Ellen.
[96]. Eschilo, Sette a Tebe, v. 181, 200-1.
[97]. «O Minerva Promacorma! Bramo ch'altri mi calpesti disteso morto sotto un monticello, fuor della porta Diometide o dell'Ippade, anzichè sopportar più a lungo le gran delizie del Peloponneso». Alcifr., Lett., III, 52. Gli Ateniesi non usavano seppellir alcuno dentro le mura. La porta Diometide o Diomea, nel quartiere di questo stesso nome, conduceva al Cinosargo, a levante della città; la porta Ippade (nominata nella scena appresso) metteva a settentrione, sulla via di Colono e di là a Tebe.
[98]. Cfr. Alcifr., Lett., II, 4.
[99]. Sofocle, Edipo a Colono.
[100]. Giove Ctesio (κτήσιος) ossia Giove posseditore o donatore, custode della domestica proprietà; del numero degli Dei penati, principalissimo: aveva altare nelle case, o se ne teneva un idoletto nelle dispense. «Il Dio di Dodona comanda che a Bacco popolare si faccia un sagrificio perfetto; ad Apollo scacciamali si immoli un bue; liberi e servi s'inghirlandino e vachino dai lavori un giorno intero; anche a Giove Ctesio sia sacrificato un bue bianco». Demost., C. Midia. — E in una arringa di Iseo è descritto un vecchio che celebra sacrificio, circondato dai figli di sua figlia. «Alle Dionisie campestri egli ci conduceva con lui, e con lui celebravamo tutte le feste. Quando sacrificava a Giove Ctesio, ed era per lui l'atto religioso più importante, non ammetteva nessuno schiavo nè estraneo; compiva da sè tutte le cerimonie; noi l'aiutavamo, maneggiando gli oggetti sacri, ponendo sull'altare le viscere; ed egli, come a l'avo conviensi, supplicava il Dio di accordarci la salute e un tranquillo possesso della nostra fortuna». Iseo, Ered. di Cirone, § 15-16.
[101]. La battaglia sanguinosa di Nemea, dove gli Ateniesi, alleati coi Tebani, Argivi e Corinzî furono sconfitti dagli Spartani, accadeva nel 394 av. l'E. V., ossia 15 anni prima dell'epoca in cui è supposta questa scena. Gli alleati vi erano forti di 24 mila opliti e 1550 cavalli; i Lacedemoni vincitori avevano 13.500 uomini soli: ma la mancanza d'accordo tra i capi portò la disfatta dei primi, che vi perdettero 2500 uomini. I vincitori ebbero 1100 morti.
[102]. «Comandano le leggi che l'arconte abbia cura dei pupilli». Demost., C. Timarc. — «Legge: l'arconte abbia cura degli orfani e delle orfane ereditarie (epiclére); e delle case vuote; e delle mogli che rimangono nelle case dei mariti defunti, e che dicono di essere gravide». Demost., C. Macart., 1076. — Indi il tutore rappresentava l'arconte, verso il quale rispondeva della tutela; e mancando agli obblighi di questa, poteva esser tratto in giudicio o punito dall'arconte d'ufficio. — Cfr. Schöm., Ant. gr.; Petit, Leg. att., VI, 7; Meurs., Them. att., II, 10.
[103]. V. Eschilo, Coefore; Sof., Elettra; Euripide, Ifig. in Aul., ecc.
[104]. «Elettra. I parentali — libamenti spargendo sulla tomba — qual grata prece proferir degg'io? — Come il padre invocar?... Di' pur, come t'ispira — la riverenza alla paterna tomba... Coro. Prega, il licor versando, ai fidi amici — fausti tutti gli eventi... Elettra. Qual altro aggiungerò? Coro. D'Oreste — ti risovvenga ancor che lunge ei sia». — Eschilo, Coef., v. 86-88, 108-115.
[105]. «Dicesi che Anassagora di Clazomene (il filosofo che fu maestro di Socrate) non fu mai veduto ridere, e neppur fare il minimo sogghigno: Aristosseno parimenti fu nemico del ridere, ed Eraclito piagneva per ogni cosa della umana vita». Eliano, V. Stor., VIII, 13.
[106]. «Carico di corimbi in questo loco — il fiorente narciso — ghirlanda delle due gran Dive antica — tuttodì si nutrica — di celeste rugiada...» Sofoc., Edipo a Colono. — Su le due dee sotterranee, Cerere e Proserpina, V. note all'Alcibiade.
[107]. τὴν μὲν ἅπασι τοῖς ἐαυτῆς φιλοτίμοις κεκόσμηκεν Αφροδίτη, μόνου τοῦ κεστοῦ φεισαμενή. Aristen., Lett., I, 10.
[108]. «Che cosa vi è di più dolce per un marito che una sposa secondo il suo cuore, che cosa di più dolce, sopratutto nella gioventù?» Antifonte, pr. Stob. Flor., LXVIII. Superfluo avvertire qui, una volta per tutte, quello che Eudemonippo ha già accennato nel prologo: che se la Sposa di Mènecle è stata scritta da lui nella 120ª Olimpiade, vale a dire quando Menandro fioriva, e Aristotile aveva fatto scuola, egli è alla luce dei lavori della commedia nuova e delle pagine più belle dello Stagirìta, che s'hanno a studiare, nei novi costumi e sentimenti di quell'epoca, i novi ideali della famiglia, dell'affetto coniugale e dell'amore; e i richiami alle caste dolcezze amorose, e le scene di tenerezza fra giovani fidanzati e sposi, giunte fino a noi negli sparsi frammenti greci, e nelle pitture più delicate di Terenzio. Fabula jucundi nulla est sine amore Menandri. Nella dignità cresciuta del matrimonio la moglie ritrova al 4º secolo un posto quasi nuovo fino allora per lei: e nella femmina, presa per confinarla nel gineceo a procrear figli, appare per la prima volta la compagna amante dell'uomo. Ed ecco Aristotile dichiarare che «la tenerezza è naturale fra il marito e la moglie, l'uomo essendo da natura ancor più incline alla vita in due che non alla vita sociale; e in questa tenerezza ritrovarsi molto profitto e molte dolcezze insieme riunite». (Ar. Eth. Nicomac., VIII, 14). Che più? Eccolo altrove premunir i giovani sposi contro l'eccesso della tenerezza, contro la intimità spinta al punto da divenire una abitudine tirannica e un bisogno inquieto, sì che poi non diventi loro impossibile di staccarsi un minuto l'un dall'altro; e insegnar loro a padroneggiarsi così da bastare l'uno all'altro, anche colla sola memoria, quando l'un d'essi è lontano! (Aristot., Econom., I, 4). — Però il mio Fània meritava le attenuanti, se i moniti di Aristotile (ch'era in que' giorni un bambino) non eran fatti per lui.
[109]. «’Ὀλβιε γαμβρ’ ἀγαθός τις ἐπέπταρεν ἐρχομένῳ τοι». O felice sposo, qualche buon genio a te veniente sternutò. Teocr., Id., 18. — Hoc ut dixit amor, sinistra ut ante — dextra sternuit adprobatione. Catullo. — Sullo sternuto, or buono or cattivo augurio, cfr. note Alcibiade, 157.
[110]. Cfr. Schömann. Ant. greche; Lallier, La femme dans la famille athénienne. — Teofr., Caratt., 22.
[111]. Siam le nipoti di Teseo e non siam le schiave dei mariti. Cfr. in Senofonte le ammirabili pagine (Econom., VII) dove Iscomaco spiega alla sua sposa giovinetta i doveri e i diritti della moglie; e com'ella non dee considerarsi la schiava, bensì la compagna del marito, e avente ella stessa nel domestico governo la sua parte di sovranità. (Econ., VII, 13 e seg.) E con che delicata e viva imagine, Iscomaco paragona questa sovranità della moglie nella casa a quella della regina delle api; e come insiste mostrando alla donna sua gli uffici del marito e della moglie, essere diversi ma grandi del pari, «si da non potersi discernere chi vaglia più la donna o l'uomo!» «E finalmente — ei le soggiunge — cosa sopra tutte le altre dolcissima, quando nel compimento degli uffici tuoi, ti farai conoscere di maggior valore che non son io, tu ti valerai, o moglie mia, dell'opera di me, come di un tuo ministro; nè dubiterai che nel tempo avvenire abbi ad essere meno riverita». Econ., VII, 41-2. Siamo già evidentemente nelle idee ben lontani dalla posizione umiliante e servile assegnata alla donna di famiglia nella antica legislazione ateniese! È vero che al tempo di Senofonte, tra questo ideale e la generalità del costume, del divario ancora ne poteva e ne doveva correre: ma la parola dell'epoca è detta e la nuova missione della donna della famiglia è cominciata. Verrà tra breve Aristotile a paragonare i diritti della sposa coi diritti sacri e augusti del supplice che ha deposto il ramo d'olivo sull'ara domestica, e che acquista con ciò verso il marito i privilegi della inviolabile ospitalità. (Arist., Econ., I, 4). E verranno tra breve i comici della commedia nuova a lamentarsi delle usurpazioni di autorità commesse dalle mogli sui mariti, e a far ridere il pubblico alle spese dei mariti tiranneggiati!
[112]. E Temistocle ateniese stava sotto alla moglie. «Diceva Temistocle scherzando che suo figlio, ancora piccino, era il più potente di tutti i Greci. Gli Ateniesi comandano ai Greci; io comando agli Ateniesi; sua madre comanda a me, e lui comanda a sua madre». Plut., Temist., 18; cfr. Plut., Prec. matrim. — E in una commedia di Menandro: «Ecco un uomo di cui ognun vanta la felicità in piazza: ma appena varcata la soglia di casa sua, è il più infelice di tutti. Sua moglie è la padrona di tutto: essa comanda e litiga senza posa». Menandro, Piloti, fr. 2.
[113]. Vedi la legge citata nel Prologo, pag. 26.
[114]. Il fratello consanguineo succede in diritto al padre nel disporre della sorte dell'orfana da maritare. V. sopra nota 10. — Cfr. Demost., C. Onetore, 865, 866; C. Eubulide, 1311; C. Beoto, II, 1010. Iseo, Eredità di Mènecle, § 5-9.
[115]. Colombi di Sicilia, allevati e tenuti in pregio nelle case ateniesi. Teofr., Caratt., 5.
’Εὰν δὲ κινήσῃ μόνον τὴν Μυρτίλην
ταύτην τις, ἢ τιτθὴν καλᾖ, πέρας οὐ ποιει
λαλιᾶς. τὸ Δωδοναῖον ἄν χαλκίον,
ὃ λέγουσιν ἠχεῖν, ἀν παράψηθ’ ὁ παριών,
τὴν ὴμεραν ὅλην. καταπαύσαι θᾶττον ἢ
ταύτην λαλοῦαν˙ νύκτα γὰρ προσλαμβάνει.
Menandro, La suonatrice di flauto. (’Αῤῤ ήφορος ἤ αὐλητρίς) pr. Stef. Biz. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 89.
[117]. Le arie di alterigia e le pretese che le ricche ereditiere recavan seco insiem con la dote nella casa maritale doveano realmente dar non poco fastidio ai signori mariti ateniesi, se fornirono così larga materia agli scrittori comici della antica commedia e della nuova (le imitazioni di Terenzio comprese): dove si incontrano ad ogni piè sospinto le lamentazioni dei poveri mariti.
Εἴθ’ ὤφελ’ ὴ προμνήστρι’ ἀπολέσθαι κακῶς
ἥτις με γῆμ’ ἐπῆρε τὴν σὴν μητέρα
«Ahi, fosse perita di mala morte la pronuba che m'indusse a sposar la madre tua!» Aristof., Nubi, v. 41. «Oh Dei! che sproposito ho io mai fatto a sposar per i suoi sedici talenti questa Crobila, una donnicciuola alta un cubito! È mai possibile di sopportare una tanta arroganza? Per Giove Olimpo, e per Minerva, ohibò!» Menandro, La collana (πλόκιον), pr. Aul. Gel., II. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 189. «Questa vita del matrimonio m'è odiosa! — Perchè l'hai presa per il cattivo verso... Se passi il tempo a lagnarti de' suoi guai, senza mettere in bilancia i compensi, ti desolerai eternamente». Men., L'odiator delle donne (Μισογόνης) pr. Stob., LXIX. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 164. «Han fatto bene a dipinger Prometeo inchiodato allo scoglio... È lui che ha creato le donne... Una donna è migliore a sotterrarsi che a sposarsi». Menandro, fram. inc. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 228. «Maledetto il primo che inventò di prender moglie! E poi il secondo, e il terzo, e il quarto e tutti quelli che l'imitarono!» Menand., La ragazza bruciata. (’Εμπιπραμένη) pr. Aten., XIII. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 114.
E la litania dei lamenti non finisce qui: vedine qui sotto degli altri (note 39, 41, 42): e potrei aggiungerne ancora: ma pare che bastino.
[118]. τὰ τῆς γῆς ἀγαθά. — Alcifr., Lett., II, 3.
[119]. ’Ὲχν δ’ἐπίχληρον Αάμιαν «Ho (sposato) una strega con la dote (esclama lamentosamente in Menandro un vecchio marito): non te l'ho già detto? Non te l'ho già detto? Casa e campi mi vengono da lei: e m'è toccato per averli di prendere anche lei insieme: e questo, o Apollo, è il peggior dei mali!» Men., La collana (Πλόκιον), pr. Aul. Gel., I. — Mein., Fr. Com. gr., IV, 191.
[120]. Plutarco. Proverbii — E poco diverso dai Greci diciamo anche noi: chi sprezza vuol comprare.
[121]. Terenzio, Formione: «Nausistrata. In verità mio marito amministra senza una cura al mondo i poderi bene acquistati dal padre mio: chè egli ne ricavava, senza manco, due talenti l'anno d'argento: vedete che differenza da uomo ad uomo! — Demifone. Due talenti! — Nausis. Proprio! due talenti! e sì le derrate non valeano uno per cento d'adesso». v. 788-790. — Cfr. sopra, nota 37, framm. del Πλόκιον.
[122]. Πατρῷ’ ἒχειν δεῖ τὸν χαλῶς εύδαιμονα «Fortunato quegli che è ricco dell'eredità del padre! poichè delle cose che entrano in casa colla moglie il possesso non è nè sicuro nè allegro». Men., inc. fab., fr. 54. «Se siete povero e sposate una donna ricca, vi pigliate una padrona e non una moglie: vi riducete alla condizione di essere a un tempo e servo e povero». Anassandride, incert. fab. «O tre volte infelice chiunque essendo povero conduce moglie!» Men., Πλόκιον, pr. Stob., LXVIII. «Alla fronte superba e alle sue arie tutti si voltano a guardar Crobila: poichè è ben nota mia moglie, dalla ricca dote, o piuttosto la padrona che mi possiede!» Men., Πλόκιον, pr. Aul. Gel., II, 23. «La moglie di lui è la padrona di tutto: essa comanda e lo strapazza senza posa». Men., Piloti, (Κυβερνῆται).
[123]. «Ma il nostro tesoro è stato carboni (ἄνθρακες ὸ θησαυρὸς ἦσαν) come dice il proverbio». Luciano, Zeusi. «Se sapessi ch'ella ha rivolto ad altri il suo amore, tutti i tesori mi diventerebbero cenere». Alcifr., Lett., II, 3.
[124]. Cfr. Aristof., Nubi, v. 71.
[125]. Disposizione degli attori in iscena:
Aglae, Crìside — Cròbilo, Fania.
[126]. V. un frammento dei tempi della commedia di mezzo in Eubulo, Χρύσιλλα. — Mein., Frag. Com. græc., III, 260. — Cfr. in Aristofane, Tesmofor., v. 545-550: ed Euripide, Androm., Jon, Ippolito, Alceste, ecc.
[127]. V. un frammento di un altro poeta della commedia di mezzo: «L'uomo è animale infelice per natura, ma ha trovato a' suoi dolori questo conforto (il teatro): poichè la mente, dimentica dei propri mali nel compatire i mali altrui, vi si diletta e si istruisce insieme. Vedi prima, se vuoi, i tragici come giovano a tutti! Imperocchè il povero venendo a sapere che vi è stato Telefo più povero di lui, già più facilmente sopporta la mendicità; l'infermo per qualche insania considera Alcmeone; oppur soffre di oftalmia? I figli di Fineo sono ciechi. Morì il figlio al padre? Niobe lo consola. O qualcuno e zoppo? Si specchia in Filottete. O un altro è vecchio e sfortunato? Lo ammaestra Eneo. Qualunque cosa infine uno soffra, maggiori stimando le altrui calamità, meno delle proprie si lagna». Timocle, Le Baccanti (Αιονυσιάξουσαι), pr. Stob., Flor., 124. — Mein., Frag. Com. græc. III. 592. Al quale frammento di Timocle, G. Guizot, nello studio su Menandro (pag. 135), contrappone lo scherzo di Voltaire nella novella Les deux consoles: «Songez à Hécube, songez à Niobé, dit le philosophe — Ah, dit la dame, si j'avais vecu de leur temps, et si, pour les consoler, vous leur aviez conté mes malheurs, pensez vous qu'elles vous eussent ecouté?».
[128]. ὢμοι... ὢμοι, Eschilo, Agamenn. v. 1343-5.
[129]. λίοπη γλῶσσα (Aristof., Rane, v. 826), lingua scortecciata ossia senza pelo dicevano anche i Greci, allo stesso modo nostro, di chi sa bene adoperarla.
[130]. «Io mi mostrerò forte e coraggioso e guardante l'orìgano» βλέποντ’ ὀρίγανον, Aristof., Rane, v. 602: ossia guarderò torvo e brusco. Modo proverbiale, derivato fra i Greci dall'odor acre di quell'erba.
[131]. Su le pretese e il bisticciare e il rimbrottar continuo con che le mogli dotate molestavano i mariti, vedemmo abbondare in Menandro e ne' comici della commedia nuova gli esempi. — Cfr. Lallier, La femme dans la famille athénienne. — Benoit, Sur la Comédie de Ménandre.
[132]. «A quella di noi donne che partorisse un uomo utile alla città, legislatore o capitano, era giusto le si desse qualche premio, e il primo seggio nelle feste Stenie e nelle Scire, e nelle altre che noi donne sogliamo celebrare». Aristof. Tesmof., v. 834. «Tu lampada sarai a parte dei presenti consigli, che furon presi dalle amiche mie nelle feste Scire». Aristof. Eccles., v. 18. Si celebravano dalle donne in onor di Minerva le Scire o feste dell'ombrella, ai dodici del mese detto appunto sciroforione (giugno-luglio), sulla via da Atene a Sciro ov'era il tempio di Minerva Scirade. Il sacerdote portava nella processione un ombrello bianco.
[133]. «Che mai di buono farem noi donne, noi che sediamo con chiome tinte di biondo, portiam tuniche color di croco, e siam cariche di ornamenti e vestiam cimberiche a strascico (κιμβερίκ’ ὸρθοστάδια) e peribàridi ai piedi?» Aristof., Lisistr., 45. — τὼ Περσικά, ibid., 230. Eran calzari di gala, alla persiana.
[134]. Eurip., Medea, Androm. — Anassandride, Inc. fab. Vedi avanti la nota 69.
[135]. Simili al bisso (ch'era una specie di tessuto di lino) ma assai più fini erano i tessuti rinomati che l'isola di Amorgo forniva per certe tonache o camicie di donna, di straordinaria finezza e trasparenza, e che dal luogo d'origine si chiamavano ἀμόργινα. Aristof., Lisistr., v. 150; Scol. in Eschine, C. Timarco, 97.
[136]. Sotto il nome di Colìade (dal borgo attico di Colias ov'era il tempio) e di Genetìllide (come preside agli atti sessuali) avea Venere speciali onoranze di riti lascivi femminili. «Se alcuno le avesse convocate (le donne) nel tempio di Pane, di Venere Colìade o di Genetìllide, non si potrebbe più passare per la gran copia dei timpani». Aristof., Lisistr., v. 1 seg. «Sposatala, giacevo con lei che olezzava di unguento di croco, di baci con la lingua tra le labbra, di ghiottornie, di Colìade e di Genetìllide». Aristof., Nubi, v. 41 seg.
[137]. Era devoluta ai tesmotéti (gli ultimi sei de' nove arconti) oltre la presidenza de' giudizi, de' comizi elettorali, ecc., anche la sorveglianza dell'ordine e della quiete pubblica. Per che di notte l'uno di essi per turno andava in ronda per la città. Vedi Ulpiano, nei Commenti a Demostene, orazione Contro Midia: e fu probabilmente durante il suo giro di ispezione, che il tesmoteta di cui ivi si parla, per essersi inframmesso in un parapiglia, a soccorso di un suonatore, toccò la sua parte di bastonate.
[138]. Per brevità, nella recita, da questo punto si ometta il brano di scena che segue, da qui saltando addirittura a pag. 123, alle parole di Cròbilo:
Cròb. (sotto voce ad Aglae che s'allontana con Mìrtala) Mi raccomando non le mostrar tutta la guardaroba, ecc.
[139]. «Fanciulla di sette anni, portai nella processione di Minerva i sacri arnesi; di dieci, macinai l'orzo di Minerva nostra signora; poi, vestita dell'abito color di croco, simboleggiai l'orsa di Diana nelle feste Brauronie; quindi, fatta fanciulla leggiadra, portai il canestro sacro con un monile di fichi secchi al collo». Aristof., Lisistr., 641 seg. In queste parole della Lisistrata è brevemente riassunta la prima educazione delle fanciulle ateniesi di distinta nascita.
[140]. Cfr. Aristof., Vespe, 103-4; 850. Rendevano i giudici, come s'è detto, le sentenze ne' giudizi in varie forme, oltre quelle dei ciottoli neri e bianchi, o delle palline forate ed intere (v. Prologo, nota 52). Era anche uso segnar la condanna col tirar righe lunghe sulla cera delle tavolette. Questo però non toglieva l'uso de' ciottoli o delle pallottole, necessario a ogni modo, per lo scrutinio de' voti: come vedi nel passo citato delle Vespe: «e per severità tirando una lunga riga in segno di condanna, rientra in casa con le unghie impiastricciate di cera: e temendo gli vengano meno i ciottoli, per aver modo di dare il voto, mantiene in casa un litorale». v. 103 seg.
[141]. Sul banchetto funebre che, in onor dell'estinto, al nono e al trigesimo giorno dalla morte, celebravasi, in vesti bianche di lutto, da' parenti suoi, cfr. Iseo, Eredità di Cirone; Demostene, Corona; Polluce, I, 7, ecc. La trascuranza ne' figli, delle onoranze funebri ai genitori era punita dalle leggi e portava seco interdizione civile. Senof., Memorab.
[142]. Iseo, Ered. Pirro, § 64. Cfr. Prologo, pag. 27.
[143]. Le deposizioni degli schiavi nei giudizi, non erano assunte e tenute valide come prove, se non estorte coi tormenti (βασανίξειν) dagli inquisitori a ciò destinati (βασανισταὶ), in presenza dei rappresentanti delle parti che scrivevano il deposto per unirlo agli atti. Ε βάσανος dicevasi, oltre il supplicio, anche la deposizione de' servi col supplicio strappata: a differenza di μαρτυρία ch'era la testimonianza de' liberi. (Potevano in casi eccezionali anche i liberi cittadini esser posti a tortura, ma solo per espresso decreto del popolo: così Mantiteo e Apsefione, senatori, a stento la scansano, abbracciando supplici l'altare. Andoc., Misteri). Quello dei contendenti che vi aveva interesse provocava a ciò l'avversario (πρόκλησις εὶς βάσανον) esibendo di dare ai tormenti i proprî schiavi o disfidando l'avversario a dare i proprî. Accettar la provocazione o richiesta non era obbligo: ma ricusarla induceva presunzione sfavorevole al ricusante. «Voi tutti sapete che le provocazioni furono create per quelle cose che non si possono produrre innanzi a voi. Quando non può farsi investigazione innanzi a voi, ha luogo per via di tormenti la provocazione». Demost., I, C. Stef. «Io gli chiesi pei tormenti tre sue ancelle informate del fatto e dei danari che Afobo e la donna possedevano: acciocchè a dimostrazione del vero, non fossero i soli ragionamenti, ma le prove della tortura. La qual mia proposta, approvata da tutti i presenti, fu ricusata da lui. Ora voi per le pubbliche e le private cose reputate la tortura, fra tutte, la più degna di fede: e ovunque siano servi e liberi e occorra raccogliere indagini, non vi valete delle testimonianze dei liberi, ma tormentando i servi cercate ritrovare la verità. E fate bene, o giudici: poichè dei cittadini testimoni già parecchi furono colti in falso: ma dei tormentati nessuno fu mai convinto di non aver detto la verità durante la tortura». Demost., I, C. Onetore, dove il massimo oratore ripete quasi alla lettera un passo di Iseo suo maestro (Ered. di Cirone). E altrove: «Or come può non essere che questi testimoni abbian deposto il falso? dacchè neanche ora ardiscono concedere il corpo della schiava, che testificarono già offerto da Teofemo, e così confermare col fatto la verità della lor testimonianza. Consegnando della schiava il corpo, non se ne trarrebbero co' tormenti le prove per le quali Teofemo ingannò i giudici?... Sola la femmina trovatasi presente avrebbe detto il vero, non già testificando con la tabella (in iscritto), ma con la più salda e sicura delle testimonianze, coi tormenti cioè. I motivi dunque coi quali (Teofemo) ingannò i giudici appariscono falsi, chè non osa consegnare il corpo della schiava, e invece ama meglio mettere al cimento il fratello e il cognato per falsa testimonianza, anzichè mediante il corpo della schiava scagionarsi». Dem. C. Everg. 7-9. — E Licurgo oratore: «Nell'atto di accusa io aveva citato i testimonî, chiedendo si tormentassero gli schiavi di Leocrate. Ma Leocrate respingendo la provocazione, si accusa traditor della patria. Sì: egli con lo scansare la prova degli schiavi consapevoli de' fatti suoi, confessò la verità della querela. E ignora alcun di voi che nelle controversie l'esame degli schiavi e delle schiave e il tormentarli quando sanno la cosa è tenuto secondo giustizia ed è comune a tutti? Or dunque io fui sì lungi dall'apporre a Leocrate falsa accusa, che a mio carico volevo venire alla prova, tormentando gli schiavi di lui: ma egli per sua mala coscienza nol sofferse. Eppure i suoi schiavi e le schiave avrebbero più facilmente negato che dato falsa accusa al padrone». Licurgo, C. Leocrate. — Ecco invece un esempio di provocazione all'opposto: «Pensai che innanzi tutto convenisse provocar costui (l'avversario) per convincerlo. E in qual modo? Volli dargli (all'avversario) un mio giovanetto, che sapeva di lettere, acciò fosse posto ai tormenti. Or non poteva esso avversario tacciarci di falsatori con l'investigare la verità, tormentando il giovinetto? Ma egli ricusò». Demost., C. Afobo, falsa testim. Cfr. Demost., C. Neera e altrove. Ho citato questi passi, e tralascio citarne altri, degli oratori, a dare un'idea caratteristica e precisa di quel che fosse la tortura de' servi ne' giudizi ateniesi e il valore grande che vi si attribuiva. Certo bisogna riportarsi all'idee antiche sugli schiavi, e al diritto antico che li riguardava come cose e cadaveri, per concepire come tanta crudeltà paresse la cosa più naturale del mondo anco agli animi più miti, e in Atene stessa, ove la legge era ad essi più benigna che altrove, fino a dar loro il diritto di richiamarsi degl'ingiusti maltrattamenti. (Cfr. note all'Alcib.) Che però le deposizioni degli schiavi tormentati meritassero tutta quella fede che Iseo e Demostene sembrano attribuirvi a parole, e che facea dar ad esse maggior peso delle testimonianze de' liberi, pareva già dubbio, nella sua profonda intuizione dell'essere umano, ad Aristotile, il quale nella Retorica discute di questo metodo di prova i vantaggi e i danni: e trova potersi «ad ogni sorta di tormenti obiettar questo: che sforzano a dire tanto il falso che il vero, e che i torturati o stanno forti e non dicono la verità o per impazienza facilmente dicono il falso, affine di uscire più presto dal martirio» (Retor., I, 13). Ancora è ad osservarsi che nelle arringhe pervenuteci, quanto son frequenti le provocazioni a questa prova, altrettanto lo sono (come per esempio in tutti i passi sopracitati) le ricusazioni; e non sembrando verosimile che debban tutte attribuirsi a paura della prova, e che i contendenti potendo giovarsene se ne privassero così leggermente, è a credere che, nel fatto e nella consuetudine, un sentimento più umano correggesse in parte la ferocia della legge, e che la così detta provocazione, così frequente nelle arringhe, fosse il più delle volte, e lo andasse diventando sempre più ai tempi di Aristotile e posteriori, una forma retorica, dagli oratori usata più per ispauracchio e per crescere efficacia alla argomentazione, che per seria intenzione di vederla in atto. E giova il pensarlo, affinchè quel passo truce che Demostene, nell'arringa contro Onetore, ripeteva con le parole stesse di Iseo (quasi farlo interamente suo gli ripugnasse), ci trovi indulgenti verso il sublime oratore: tanto più se si pensi che Demostene, così corrivo a provocare a parole con questa prova gli altri, o per conto altrui, quando vi fu provocato egli stesso nella gravissima lite con Eschine, e accettarla probabilmente gli conveniva, con nobili parole a sua volta la ricusò. «Venga qui il carnefice — grida Eschine — e dia i tormenti innanzi a voi.... Se Demostene si chiarirà mentitore, condannatelo alla pena di confessare innanzi a tutti che egli è maschio-femmina e non libero. Conduci alla ringhiera gli schiavi.... (provocazione); ma Demostene rifiuta l'uso dei tormenti, perchè non vuol dipendere dai tormenti de' servi.» Eschine, Ambasceria. Caratteristiche parole che, forse, già in Demostene adombrano il pensiero di Aristotile, e, molti secoli più tardi, di Beccaria.
[144]. Per essere un pretesto umoristico, questo di Mènecle era abbastanza legittimo. Cfr. Demostene, nell'arringa contro Macartato, per l'eredità di Agnia: «Innanzi tutto avevo deliberato, o giudici, di scrivere in una tavoletta i parenti di Agnia per modo che fossero tutti notati ad uno ad uno: ma poi stimai che quella tavoletta non si potrebbe veder bene da tutti i giudici e massime da quelli che siedono più lontani». C. Macart., § 18.
[145]. Al Ceràmico era la passeggiata del bel mondo ateniese, e le scritte sui pilastri e sui muri vi facevano l'ufficio della cronaca cittadina delle nostre gazzette. Ivi i buontemponi e i maldicenti, con epigrammi ed iscrizioni col carbone, si divertivano a mettere in piazza i fatti del prossimo; e gli innamorati talora vi scrivevano le loro dichiarazioni amorose alle belle, come ce ne restano esempi a Pompei. «Leggi quel ch'è scritto sui muri del Ceràmico, dove i nostri nomi stanno sui pilastri.... E trovai questa scritta là dove s'entra a destra verso il Dìpilo». Luciano, Dialoghi delle cortigiane. «Ho pensato scrivere sul muro del Ceràmico dove Architele suol passeggiare: Aristeneto contamina Clinia». Luciano, ibid.
[146]. Famiglia dei Britidi, v. Demostene, C. Neera, 1365. Sugli Almeonidi, l'illustre famiglia di Pericle e di Alcibiade. Vedi note all'Alcib., atto I, n. 37.
[147]. «E così la maritammo ad Elèo del borgo di Sfetto, e Mènecle le restituì la dote». Iseo, Ered. di Mènecle, § 9. Il divorzio infatti portava seco la restituzione della sostanza dotale alla moglie o alla famiglia di lei. «La legge vuole che se uno ripudia la moglie, restituisca la dote ovvero paghi l'interesse di nove oboli; a chi ha la donna in cura concede facoltà di muover lite nell'Odeone per gli alimenti». Demost., C. Neera, 52. «È obbligato dalla legge a restituir la dote con l'interesse a ragion di nove oboli». Demost., C. Afobo, 17. Questa restituzione era però esclusa (e l'egregio Mariotti omise nel suo Codice ateniese di notarlo) nel caso di colpa della moglie, come si vede dalla stessa arringa contro Neera: «In vederla Frastore nè costumata, nè a lui obbediente, e informato ch'ella non era figlia di Stefano, ma di Neera, e perciò reputandosi ingannato, entrò in ira contro tutti costoro, e mal soffrendo l'ingiuria e l'inganno, scacciò di casa la donna sua gravida, che aveva tenuta circa un anno, e non le restituì la dote». C. Neera, 1362, cfr. 1363. Ma questo di Frastore con la cortigiana Neera non era evidentemente il caso del buon Mènecle mio.
Del resto quest'obbligo della restituzione della dote era in Atene non disprezzabile freno alla estrema facilità e moltiplicazione de' divorzi. Più di un marito bramoso di sbarazzarsi della moglie, e al quale la legge ne apriva cento vie, s'arrestava solo dinanzi al pensiero di ritornar povero o all'impossibilità di fare la restituzione impostagli. Indi la prudente riflessione di un personaggio di Euripide: «Delle ricchezze che la moglie porta in casa non si gode: non servono che a rendere il divorzio più difficile». Euripide, Melanippe, fr. 31.
[148]. Cfr. Luciano, Dialoghi delle etére. — Aristeneto, Lettere.
[149]. Sulle idee dei Greci intorno al suicidio, caratteristica ed eloquente fra tutte la pagina di Plutarco nella vita di Cleomene, ossia le parole ch'ei pone in bocca a questo re. Disfatto in battaglia, perduto il trono, costretto a fuggire da Sparta sua, mentre Antigono è già alle porte, l'eroico re, al suo compagno d'armi, il prode Tericione, che consiglia il suicidio, risponde: «Vile che sei, credi esser magnanimo e generoso perchè insegui la morte che è la più facile delle cose umane e che è sempre in poter nostro? Bisogna che la morte che si elegge non sia la fuga da un'azione, ma un'azione essa medesima: nessuna maggior vergogna del non vivere e non morir che per sè. Quando la speranza di esser utile ancora alla patria nostra ci lascierà, allora soltanto ci sarà facile morire».
[150]. Οὔκουν ἔφη δεῖν ἐκείνην τῆς χρηστότητος τῆς ἑαυτῆς τοῦτο ἀπολαῦσαι, ἄπαιδα καταστῆναι συγκαταγηράσασαν αὑτῳ Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[151]. Per quanto il divorzio in Atene fosse reso dalle leggi e dall'uso un caso affatto ordinario e frequente, esso non colpiva perciò meno duramente l'onore e l'amor proprio della donna, per lo meno nei casi in cui era il marito che di suo proprio impulso lo promoveva. Già abbiam visto (Prologo, pag. 27) che in questi casi il divorzio era nella legge stessa qualificato ripudio (ἀπόπεμψις): e il sentimento pubblico s'accordava colla legge, nella spiegazione umiliante di quella parola. Ed Euripide, ne' cui drammi, sotto la larva delle favole antiche, le idee e i costumi dell'età sua si rispecchiano, per questo fa dire a Medea: «Non onorevoli (ossia vituperosi) sono i divorzj alle donne» (οὐ γαρ εὐκλεεῖς ἀπαλλαγαι γυναιξὶν) Med., 236. E altrove nella Andromaca, fa dire a Menelao, di sua figlia Ermione parlando: «Io non voglio che mia figlia sia privata del talamo: poichè tutte le altre cose, che la donna soffra, sono di minor conto: ma perdendo il marito, perde la vita» (ἀνδρος δ’ἁμαρτάνουσ’ ἁμαρτάνει βιου). Euripide, Androm., 370-4. E il comico Anassandride, dei tempi della commedia di mezzo, nel passo più sopra citato: «Difficile e ripida, aspra (χαλεπὴ καὶ προσάντης), è o figlia la via del ritorno alla casa del padre dalla casa del marito, per qualunque donna costumata: poichè ell'è una via che porta seco l'ignominia» (ὁ γἁρ δίαυλός ἐστιν αισχύνην ἔχων). Anass., Inc. fab., 5.
[152]. «Bastare, disse, che fosse infelice lui solo» ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εῖναι. Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.