SCENA XIII.

Aglae, Tratta ed Elèo.

Tr. (dalla soglia) Elèo!...

Agl. Ah!... (momento di pausa, di perplessità e lotta interna vivissima. Poi risolvendosi) Passi.

El. (entra vivacissimo e reca dei corimbi di narcisi). Aglae!... li ho colti là... dove tu sai... (Aglae non risponde, è triste, pensierosa — Elèo, interdetto, depone i fiori) Che hai?

Agl. (mesta, chinando lo sguardo). Nulla. Leggevo una lettera... di Mènecle... per me. La puoi leggere anche tu... Leggi.... continua pur forte!...

(Elèo, guardandola tra sorpreso ed esitante, prende lentamente la lettera, che ella gli stende, la legge e poi ripiglia a voce forte la lettura al punto che Aglae gli ha segnato. Aglae segue la lettura, profondamente commossa).

El. (leggendo). «Quando tuo padre morente affidavati a me, tu eri fanciulla quattordicenne appena. Accorrevano, allettati dalla dote ch'io t'avrei fatto, i concorrenti: ma pel tuo cuore di fanciulla l'ora della scelta non era suonata: e libera e felice bramavo la tua. Ed io dissi fra me: che tre o quattro anni a te restavano prima d'affacciarti alle soglie vere della vita, e non più di tre o quattr'anni — ero anche malfermo di salute a que' dì — mancavano a me per abbandonarle. Pensai che sposandoti a un estraneo in quell'età, io rinunziavo in mani ignote un incarico sacro; che la mia casa poteva offrirti, pei tuoi anni verdissimi, asilo, fino al dì che la mia morte t'avrebbe trovata, giovane e bella, erede delle mie fortune, padrona della scelta del cuor tuo, e in grado di porne le condizioni...»

Agl. (ad Elèo). Che ti sembra?

El. (triste e serio). È leale. (prosegue la lettura) «... Se in quel mio desiderio sia entrato anche un desiderio egoistico: veder consolata la mia vecchiaia dal tuo sorriso, lo squallore del mio inverno da un ultimo raggio di sole, oh Aglae, io non oso domandarlo a me stesso: non oso cercar tra le pieghe del mio cuore più nascose, in quell'unico mesto desiderio, l'unico mio torto verso di te...»

Agl. (asciugando una lagrima) Povero vecchio!...

El. (prosegue a leggere). «Ve lo hai letto tu forse? Non so. So che in queste nozze il cuor tuo volle scorgere un debito verso l'ombra paterna: le accettasti prima colla ingenuità della gratitudine; le subisti poi colla abnegazione del sagrificio... Non volli disingannarti. Per la educazione del tuo animo quella prova era troppo bella. Nella Parca liberatrice confidavo perchè fosse breve. Ma ecco, l'ora che io pensavo è suonata; e trova te fatta donna, nello splendore dei doni di Venere; e trova me vecchio e vivo e senza il diritto di prevenire la Parca.[149] Sciupar con un vecchio il tuo aprile, invecchiar senza gioie nè di sposa, nè di madre, non era questo ch'io promisi, non può essere questo il premio alla tua virtù.[150] Ma s'io ti dicessi ora ciò, se pregandoti di recar teco delle mie fortune quel che in mia mente è già tuo, io ti offrissi di sciogliere di mutuo accordo le nozze, la tua fierezza, resa dall'idea del sacrifizio più altera, rifiuterebbe sdegnosamente».

Agl. (a sè). Certo!...

El. (segue a leggere). «... Valermi della legge, e liberar te col ripudio? triste felicità la tua sarebbe, comperata a prezzo del peggior degli affronti.[151] Sola una via mi restava. Scioglierti dagli scrupoli verso di me: obbligarti a ricorrere all'arconte tu medesima. Sei nervosa, impaziente, irascibile: pensai di stancare la tua pazienza. Sei virtuosa e leale: il giorno che il tuo cuore sentirà prepotente il bisogno di vivere, tra l'abbandonarmi lealmente a fronte alta e l'ingannarmi, il tuo cuore, ne sono certo, nella scelta non esiterà. Quando leggerai queste righe avrai scelto, e mi perdonerai questi giorni di tedio e l'inganno dell'esserti parso egoista, duro, scortese. Me lo perdonerai pensando alla triste solitudine che m'attende[152], e in cui non avrò altro conforto che di saperti felice, e aver sciolto la mia promessa alla cara ombra del padre tuo.

«Mènecle».

Agl. (Elèo lascia cadere il foglio, mestissimo in volto. Aglae ha da qualche minuto in mano e sta contemplando i fiori di Elèo: alle ultime parole della lettera, se gli è già venuta accostando: nel punto in cui egli termina, con atto dolce e amorevole gli ripresenta i ramoscelli di narciso. Elèo vorrebbe rifiutare, ella insiste con gesto muto, amorevole di preghiera; Elèo riprende i fiori ad occhi bassi, senza dir parola. Aglae prosegue con voce lentissima e dolce). Vedi bene che a quell'ombra non potrei più offrirli... (lunga scena muta fra i due). Non sarebbe bello!... Non sarebbe bello!...

(Saluto lungo e silenzioso. Elèo si allontana lentamente ed esce. Aglae ricade sulla sedia, celando il volto nelle mani).

CALA LA TELA.