NOTE
[153]. Vedi, sul gnomone, note all'Alcibiade, atto II.
[154]. ‘Ἠκω γὰρ ἐς γῆν τήνδε καὶ κατέρχομαι. — Cfr. Aristof., Rane, v. 1128.
[155]. Cfr. Platone, dial. Parmenide, Eutidemo, Sofista. — Già abbiamo visto i sofisti in Atene fatti segno alla satira della commedia antica, nelle Nubi di Aristofane, che ebbe il torto di confondere tra i sofisti Socrate, il loro grande derisore. Era però una satira e una celia che volgeva al serio, perchè in fondo era una reazione dello spirito conservatore contro le nuove idee filosofiche, e mirava alla sostanza di queste, attaccandole come novatrici, pericolose e sovvertitrici della religione e de' costumi; onde lasciava tale solco dietro di sè, che a distanza di anni potea tradursi nella accusa di Melito. Al tempo della commedia di mezzo, specialmente rappresentata dal comico Antifane, (e che comincia a fiorire giusto intorno all'epoca dei personaggi della mia Sposa) sofisti e filosofi hanno nella vita e nella società ateniese un posto e un'importanza anche maggiori; e la satira contro di essi sul teatro continua — e i sofisti nella commedia ne fan larghe spese — è però divenuta una celia innocua che si prende spasso delle loro arie d'importanza, delle lor sottigliezze e distinzioni cavillose, come di un tema qualunque di scherzo: e pur non senza riflettere la segreta lenta influenza che le nuove dottrine filosofiche dagli orti di Academo vanno irradiando sui costumi. Di queste satire sui sofisti hai esempio in un frammento del Pitagorico di Aristofane (fr. 3. Mein., Frag. com. græc., III, 362) e in un altro frammento di Antifane, in un dialogo tra padre e figlio — quegli non dotto e questi discorrente nel gergo sofistico — dialogo che ricorda le scene comiche delle Nubi tra Strepsìade e Filippide tornato dalla scuola di Socrate; e col quale hanno riscontro le goffaggini sofistiche di Blèpo in questa scena (cfr. Antifane, Κλεοφάνης; Mein., Fr. com. gr., III, 64). Più acre giudizio de' sofisti al tempo della mia commedia, e cioè non dei veri filosofi ma dei rètori spacciatori di vuote e presuntuose ciancie filosofiche, hai nell'arringa contro i medesimi, del contemporaneo oratore Isocrate. — Vedi poi, circa i sofisti in Atene, anche le mie note all'Alcibiade, att. II, n. 35, 36, 37.
[156]. Eurip., Alceste, v. 528.
[157]. «Che pazzie le son queste? E cosa mi conti, che l'uom savio deva bazzicar nel Liceo co' sofisti, gente magra, che digiuna, vive di fichi?» Antifane, Cleofane.
[158]. Vedi le orazioni di Isocrate, Contro i sofisti e l'Elogio di Elena.
[159]. Sofocle, Eraclidi. — Luciano, Dial. dei morti, 5.
[160]. Qui e più sopra si accennano alcuni simboli e riti delle cerimonie nuziali fra' Greci, e in particolare nell'Attica. Tali le corone di lauro e d'edera conteste, appese alla porta della casa nuziale, grazioso emblema dell'union coniugale, e della debolezza femminile chiedente protezione alle virili virtù del marito, simboleggiate nella fronda sacra al genio e al valore. Tali, nel sagrificio a Giunone (‘Ἠρητέλεια) e agli altri Dei nuziali (sagrificio che precedeva le nozze) il fausto apparir di due tortore o due cornacchie all'altare; promettenti quest'ultime, come simbolo di longevità e fedeltà, il prolungarsi dell'amore tra gli sposi fino agli anni tardissimi. Tali ancora i cestelli di fichi e d'altre frutta che venivano imposti un momento sul capo degli sposi, al toccar della soglia maritale, in augurio di letizia e di prosperità: e altro augurio di più intime gioie, le gioie della fecondità, era la focaccia di sesamo spartita ai convitati, nella cena nuziale che in casa dello sposo coronava fra canti e danze e suoni e fiaccole la festa.
[161]. Παίδων σπόρῳ τῶν γνησίων δίδωμὶ σοι τὴν ἐμαυτοῦ θυγατέρα — Cfr. il passo di Demost., C. Neera, 1386, citato nella nota 48 al Prologo: e Alcifrone, nelle Lettere: «Mio padre e mia madre teco, ereditiera qual sono, in matrimonio mi strinsero, per la seminagione di figli legittimi. ἐπὶ παίδων ἀρότῳ γνησίων — lib. I, 6.
[162]. Vedi nel Prologo della commedia, pag. 26, il testo della legge, ch'è menzionata da Demostene, nell'orazione seconda Contro Stefano, 1134. Il diritto ch'essa dava ai fratelli — venendo a mancare il padre — di disporre della sorella e darla in moglie a chi volessero, non era esaurito neppur da un primo matrimonio. Iseo, Eredità di Mènecle, § 5, 9 — cfr. Dem., C. Onet., I, 865-6. C. Eubulide, pag. 1131.
[163]. «Il vecchio torna fanciullo un'altra volta». Platone, Leggi, I, 646, a.
[164]. Cfr. il passo già citato dell'orazione di Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[165]. «Ammiro, o Fània, la legge di quei di Ceo, la quale vuole, che quando non si può più viver bene, non si continui a viver male». Menandro, Framm. inc. Dove il comico ateniese allude alla legge che, al dir di Strabone, nell'isola di Ceo, prescriveva di dar a bere la cicuta ai vecchi che avevano oltrepassato i sessanta, perchè lasciassero agli altri il posto di cui essi non potevano più godere. Strabone, X, 486.
[166]. ἱκανὸς γὰρ, ἔφη, αὐτὸς ἀτυχῶν εἶ ναι. Iseo, Ered. di Mènecle, § 7.
[167]. Poteva la moglie, promovendo l'azione per maltrattamento (κακώσεως δίκη) innanzi l'arconte, chiedere essa il divorzio dal marito; come vedi nella legge addotta da Eudemonippo nel Prologo, pag. 27. E s'intende che in questo caso (il solo in cui pel divorzio occorreva l'intervento dell'arconte che lo pronunziasse), esso lasciava immune la riputazione e l'onor della donna. Si comprendevano poi sotto quel titolo di maltrattamento (κακώσεως) in genere le accuse di infedeltà o trascuranza. Come vedi nello scoliaste di Aristofane, al v. 399 dei Cavalieri: «Cratino si suppone maritato alla Commedia: questa vuol divorziare di lui e promovergli un'azione per maltrattamento (κ. δ.). Gli amici di Cratino la supplicano di non agir alla leggiera e le domandano la cagione della sua collera; essa si lamenta amaramente di Cratino perchè la trascurava e si dava all'ubbriachezza». — E Plutarco nella Vita d'Alcibiade: «Ipparete essendo virtuosa e amante del marito, contristata in vedere ch'egli usava con cittadine e forestiere, partitasi da casa, andò dal fratello: di che non curandosi Alcibiade, anzi seguendo il suo costume, bisognò si deponesse la scrittura del divorzio presso l'arconte, non da altri ma da lei stessa. Presentatasi pertanto ella stessa, secondo la legge, sopravvenne Alcibiade, e presala la menò a casa, senza che alcuno osasse di opporsi». Alc., 8. Cfr. Alcifrone, Lett., I, 6.
[168]. «Vicina è la moglie. Quando l'orsa è presente, non s'hanno a cercar le pedate». Aristen., Lett., II, 12.
[169]. Per distruggere i lupi che infestavano l'Attica, Solone stabilì un premio: «a chi portasse un lupo, diede cinque dramme, a chi una lupa, una dramma». Plut., Solone. — Cfr. Scol. in Aristof., Uccelli.
[170]. Dopo il primo banchetto nuziale in casa della sposa, questa veniva la sera condotta alla casa maritale in corteggio di gala tra canti d'imeneo e suon di flauti, seduta in cocchio tra un parente suo e un paraninfo o padrino dello sposo, ch'era di solito qualche intimo amico o parente dello stesso. Vedi la caratteristica descrizione di un corteggio nuziale, in un frammento di arringa di Iperide, in difesa di Licofrone, framm. 155, § 2-4. La sorella di Diossippo, il celebre atleta, viene data dal fratello in moglie a Carippo; e lungo il corteo, Licofrone, segreto amante, a quel che pare, della sposa, trova modo di appressarlesi e raccomandarle di non aver rapporti col marito e di non lasciarsi da lui toccare. Ma di ciò accusato, Licofrone nega, per bocca di Iperide, il fatto, cercando dimostrarne l'impossibilità: «E qual uomo saravvi in questa città così scempio da prestar fede a un simile racconto? Giacchè era necessario, o giudici, che prima venissero il mulattiere e il conduttor del corteggio innanzi al carro conducente la sposa: poi dietro il carro seguissero i fanciulli che la scortavano e Diossippo (fratello di lei): poichè anche costui (il fratello) la accompagnava, per averla egli collocata in matrimonio... E io sarei giunto a tale grado di pazzia, che in mezzo a tanti uomini che la scortavano, e fra questi Diossippo e il suo compagno negli esercizi di lotta Eufreo, uomini fortissimi, avrei osato far di tali discorsi a donna di lignaggio, e farmi udire da tutti, senza tema di perir lì subito strangolato?»
[171]. «Il marito che tien sua moglie sotto catenaccio si crede esser prudente ed è matto: perchè se una di noi ha posto il suo cuore fuor della casa coniugale, essa s'invola più ratta di freccia e di uccello: e ingannerebbe i cento occhi di Argo». Menandro, Framm. inc.
[172]. L'appellativo di libera, ἐλευθέρα, corrispondente in questo caso al latino ingenua, designava in genere, quasi titolo nobiliare, la cittadina ateniese avente stato di famiglia, la donna onesta di libera nascita, e come tale circondata di rispetto, e sola ammessa alle sacre Tesmoforìe; per opposto alle cortigiane (ἑταίραι) e alle forestiere (ξέναι) che gli Ateniesi, scapoli e maritati, liberamente e pubblicamente corteggiavano, ma alle quali era proibito, sotto severissime pene, con cittadini ateniesi il matrimonio; ed erano interdette le feste delle Due Dee. — Vedi, p. e., nel passo sopra citato di Iperide: «Che folle temerità sarebbe stata la mia di non vergognarmi di rivolgere di tali discorsi a donna libera?» οὐκ ῂσχυνὀμῃν τοιούτους λόγους λέγων περὶ γυναικος ἐλεμθέρας; Framm., 155, 4. Cfr. per l'antitesi quel passo di Menandro: «È difficile, o Panfila, a donna di famiglia (ἐλεμθέρᾳ γυναικὶ) lottar con una meretrice (πόρνῃ)». Men., Framm. inc., 36. — All'ἐλεμθέρα, passata a nozze, corrisponde anche l'omerico e il tirtaico κουριδίη ἄλοχος indicante la moglie legittima, nata libera da liberi genitori, per contrapposto alle nate di condizione servile (παλλακαὶ). — Cfr. anche le note all'Alcibiade.
[173]. In questo ritratto della effeminata gioventù ateniese, troppo degenere dagli avi nei tempi che non per niente volgevano rapidamente alla decadenza della libertà e della Repubblica, piacque a parecchi ravvisare allusioni contemporanee. Naturalmente io non sono padrone delle interpretazioni altrui: e se v'ha chi crede si possano applicar le mie parole, si serva. Vuol dire che Clistene, lo svenevole bellimbusto satireggiato da Aristofane, in tutti i tempi ha fatto scuola: e se v'hanno giovani in Italia a cui paia di ravvisare nel ritratto sè medesimi, me ne rincresce e auguro alla mia patria gioventù migliore. Ma che le parole di Aglae siano a ogni modo un ritratto esattissimo di certa gioventù d'Atene de' tempi suoi, su questo non cade dubbio; e rimando chi voglia accertarsene ad Aristofane, specialmente alle Nubi, v. 961 eseguenti; a Isocrate, nell'Areopagitica, e a Teofrasto, Caratteri. — Cfr. Dione Crisost., Regno, pag. 167.
[174]. πολλ’ ἠπίστατο ἔργα, κακῶς δ’ἠπίστατυ πάντα (Platone, I, Alcib.) sapeva molte cose, ma le sapeva tutte male — così l'omerico proverbio girava per Grecia intorno a Margìte, protagonista di un poema antichissimo (forse il più antico esempio di poesia comica), non pervenuto a noi, e che Aristotile attribuisce ad Omero. Era il tipo comico di un solennissimo sciocco che presume di saperla lunga; e commette, credendo dar prova di finissimi accorgimenti, stolidaggini d'ogni genere; era forse o senza forse il lontanissimo arcavolo di Bertoldino. — E il nome usavasi, tra' Greci, per antonomasia, a sinonimo d'imbecillità. «Una tal cosa (una così enorme stoltezza) non l'avrebbero commessa neppure Ercole impazzito, e neppure Margite il più stolido di tutti gli uomini». Iperide, Framm., 155, 5. «Credi di parlar con un Margite, per darmela a bere così grossa?» Luciano, Ermotimo.
[175]. Cfr. Aristof., Nubi, v. 986.
[176]. Cfr. Aristof., Rane, v. 718-726.
[177]. Vedi la orazione contro Neera, che, sia essa o non sia di Demostene, rimarrà sempre uno dei quadri più interessanti e istruttivi della vita privata ateniese nel secolo quarto av. l'E. V. «Prima voglio narrarvi come Neera fosse in balìa di Nicarete (una padrona di postribolo) e come facesse traffico del corpo suo per chi volesse averne diletto. Or convien sapere che Lisia il sofista era amante di Metanira (altra delle ragazze alunne dello stabilimento d'educazione di Nicarete) e volle, oltre i dispendî che faceva per lei, iniziarla nei misteri: pensando che tutte le altre spese andavano a guadagno della padrona, ma i danari della festa avrebbero profittato alla ragazza. A questo effetto pregò Nicarete di condurre seco alla festa dei misteri Metanira, per esservi iniziata. E queste vennero: ma Lisia non le introdusse nella propria casa, per vergogna della moglie che aveva (meno male! che marito prudente!), e ch'era figliuola di Brachillo e nipote sua, e della madre già vecchia che abitava con lui. Condusse invece Metanira e Nicarete nella casa di Filostrato Colonete, giovine scapolo e amico suo. E venne in compagnia di esse questa Neera che già aveva messo la sua persona a guadagno». (Demost., C. Neera, 1351-1352). O non sembra una pagina di costumi odierni, dello Zola?
[178]. Πῖθ’ ἑλλέβορον, bevi elleboro, Aristof., Vespe, v. 1489. Molto usavano gli antichi l'elleboro per medicina de' matti e de' farneticanti: indi il modo proverbiale tra loro: «Tu sei matto, o Tantalo, e par che davvero hai bisogno di bere una buona dose di elleboro». Luciano, Dial. dei morti, 17. Cfr. ibid., 13. «Perchè con l'elleboro non ti cavi la pazzia?» Demost., Corona. «Di elleboro hai d'uopo, e non di quel vulgare, ma proprio di quello della focense Anticira, tanto sei fuor di te stessa». Alcifr., Lett., III, 2. Anticira nella Focide era nota per la gran copia di elleboro. Tribus Antyciris caput insanabile, Orat., ad Pison.
[179]. Scriveansi su le colonne i nomi dei cittadini illustratisi per alte gesta o eccezionali benemerenze, in pace o in guerra; come si legge essersi fatto per Conone «al quale solo fu scolpita nella colonna questa iscrizione: Dopo che Conone ebbe liberato i collegati dagli Ateniesi.» Demost., Contro Leptine. Ma nella stessa orazione è accennata una iscrizione ricordante i beneficî resi alla città da Leucone, governator del Bosforo, per aver soccorsa Atene di granaglie nella carestia, e favoriti i mercanti ateniesi: «e affinchè durasse la memoria in esempio scolpiste le iscrizioni su le colonne nel Pireo e nel Tempio». E ancora iscrivevansi sulla colonna i nomi dei cittadini che per chiari servigi resi alla città con l'armi o col consiglio ottenevano, fra altre ricompense, anche la esenzione dai pubblici incarichi (liturgìe) — come da un decreto di Alcibiade nella stessa orazione ricordato. (Delle ricompense ai benemeriti, semplicissime e rare nei migliori tempi della repubblica, moltiplicatesi e divenute costose col decadere delle antiche virtù, ho parlato già altrove, nella monografia Alcibiade e il secolo di Pericle).
[180]. «Giusto mi pare l'antico proverbio: Se vedi un sasso guarda ben sotto che forse non vi sia un oratore che ti morda». Aristof., Tesmof., v. 529. Il proverbio veramente non diceva un oratore, ma uno scorpione: la sostituzione satirica di Aristofane caratterizza la manìa delle pubbliche e private accuse, che invadeva lo Pnice e i tribunali.
[181]. πομπαῖος, guidatore dell'anime dei morti (Eurip., Ajace, v. 832); altro dei molti appellativi di Mercurio, detto, come tale, anche sotterraneo, κθονιος, Ar., Rane, 1126, 1145.
[182]. ἐσκόπει ο Μενεκλῆς ὃπως... ἔσοιτο αὐτῷ ὃστις ξῶντά τε γηροτροφήσοι καὶ τελευτήσαντα δάψοι αὐτὸν καὶ εἰς τὸν ἔπειτα χρόνον τὰ νομιξόμενα αὐτῷ ποιήσοι... — Iseo, Ered. di Mènecle, § 10.
[183]. «Io m'aspetto che i fiumi vadano all'insù, mentre tu alla tua età e con una caterva di figli ti se'invaghito di una suonatrice...» Alcifr., Lett., III, 33. «Tornano all'insù de' sacri fiumi le sorgenti». Eurip., Medea, 410.
[184]. La ospitalità data da Atene a Pelopida e agli altri profughi tebani ivi postisi in salvo allorchè Tebe venne in mano ai Lacedemoni (v. atto I, nota 15), doveva naturalmente riuscire — anche per la vicinanza di Atene a Tebe — più che sospetta e molesta agli oligarchi tebani ed a Sparta. «Inteso avendo Leontide (un degli oligarchi) che gli esiliati se ne stavano in Atene, cari alla moltitudine e onorati da tutti gli uomini onesti e dabbene, tese loro insidie nascostamente... I Lacedemoni scrissero pur lettere agli Ateniesi, ingiungendo ad essi di non accogliere nè incitar più oltre quegli esuli, ma scacciarli dalla città, come dichiarati per nemici comuni dagli alleati. Gli Ateniesi, e per indole umana e per antichi obblighi di gratitudine, punto a' Tebani ingiuriosi non furono. Peraltro, Pelopida, incitava i profughi e dicea loro come bella nè pia cosa non era che trascurassero la patria in servitù, e paghi solo dell'esser salvi, pendessero dalle determinazioni degli Ateniesi (di scacciarli sì o no), sempre alla mercè di que' parlatori facondi che atti erano a persuadere il popolo...» Plutarco, in Pelopida.
[185]. Cfr. Tucidide, I, 26; Eschilo, Supplici; Euripide, Supplici, Eraclidi, ecc.
[186]. Cfr. Aristof., Lisistrata, v. 285; Demost., Corona, 297.
[187]. Νῦν προς ἔμ’ ἴτω τις, ἵνα μή ποτε φάγη σκόροδα, μηδὲ κυάμους μέλανας Aristof., Lisistr., 690.
[188]. «Fedra. Che cos'è questa cosa che dicono degli uomini, amare? — Nutrice. La più soave, o figlia, e la più acerba cosa insieme». Eurip., Ippol., v. 347-8.
[189]. Eschilo, Persiani, v. 133-139, v. la versione del Bellotti, qui, in bocca di Cròbilo, raccorciata.
[190]. «È giusto difendere anche la causa del lupo», proverbio. Platone, Fedro.
[191]. Tutti gli anni, nelle feste Apaturie, uno o più giorni eran consacrati alla iscrizione delle nascite avvenute nel corso dell'anno. I figli nati di giuste nozze (da padre e madre cittadini) venivano introdotti nella fratria o curia del padre, e previo rito sacro, e dato dal padre giuramento della legittimità della nascita, venivano dal capo della fratria iscritti nel registro della stessa; la quale iscrizione era il documento della legittimità ed equivaleva alle nostre dichiarazioni di nascita all'ufficio di stato civile. (Schömann, Ant. Jur. Pub., 193). — Cfr. Demost., C. Eubulide, 1313, 1315. Iseo, per Eufileto, § 3. Questa iscrizione usavasi anche a legittimare gli adottati. (Demost., C. Macartato): e non è da confondere con l'altra iscrizione, sui registri lessiarchici, dei giovani ateniesi pervenuti all'età di 18 anni: che conferiva l'esercizio dei diritti civili e di una parte dei politici.
[192]. Sofocle, Edipo a Colono, v. 1655-6.
[193]. Nella Lisistrata di Aristofane un coro di vecchi, per fare istizzire le donne, racconta: «C'era una volta un giovine di nome Melanione, il quale, fuggendo le nozze, andò nel deserto e sui monti: ivi dava la caccia alle lepri, tendeva le reti e aveva un cane: e per odio contro le donne non fece più ritorno alla sua casa. E noi non siamo men casti di Melanione». Lis., 785 seg. E al coro dei vecchi, nella stessa scena, il coro delle donne, di ripicco, risponde: «C'era una volta un certo Timone, uomo implacabile, avvolto la faccia in ispide spine, progenie delle Furie. Questo Timone se ne fuggì per odio, imprecando molte cose alli uomini malvagi. Così egli odiava voi uomini sempre malvagi... ma delle donne era amantissimo». Lis., v. 808 seg.
[194]. Superfluo qui osservare, intanto che me ne ricordo, una volta per tutte, con l'autore dell'Anacarsi (v. 28) che la vita ritirata delle donne ateniesi nel gineceo non deve poi intendersi per quella completa clausura che hanno creduto taluni: e non impediva loro di ricevere in casa i parenti e quegli amici del marito ed estranei che dal marito ne aveano il consenso. — Nella Lisistrata di Aristofane c'è anche di meglio: e il provveditore si lamenta che sian gli stessi mariti che procacciano alle mogli certe distrazioni: «Noi uomini abbiamo aiutato le donne a diventar malvagie. Noi andiamo alle botteghe degli artieri e diciamo: orefice, della collana che mi avevi fabbricata, ballando ier sera la mia donna, cadde la ghianda del fermaglio. Io devo navigar per Salamina. Tu se hai tempo fa in ogni modo di recarti da lei verso sera, e riponle la ghianda al luogo suo. Un altro ad un calzolaio giovine... così parla: o calzolaio, la correggia preme alla mia donna il dito mignolo del piede che è tenero assai. Tu va a lei sul mezzogiorno, e rilassala alquanto, sicchè si faccia più larga. E così, da queste cose hanno origine quell'altre somiglianti...» Lisistr., v. 404-420.
[195]. «Meglio un amico sulla terra e innanzi ai nostri occhi che un tesoro sotterra e lungi da noi». Menandro, Citarista, fr. 3. «Nulla è più prezioso di un amico sicuro: nè ricchezza, nè regno». Eurip., Oreste, v. 1155.
[196]. «Quando tu mi parli, tagli la fiamma, soffii nella rete, ficchi un chiodo nella spugna». Aristen., Lett., II, 20.
[197]. κοινὰ γὰρ τὰ τῶν φιλων Così Pilade a Oreste, in Eurip., Oreste, v. 735 — verso passato in uso proverbiale. Cfr. Alcifr., Lett., I, 7. Enea Sofista, Lett., VI. Procop. Sof., CXIX.
[198]. Aristen., Lett., I, 17.
[199]. Aristof., Ecclesiazuse, v. 597 seg., 605 seg. Cfr. il Pluto.
[200]. Nei cassettoni e negli armadi delle vesti e biancherie usavano metter pomi, per dar a quelle il buon odore. Indi il coro delle Vespe in Aristofane: «Di que' poeti che studieranno dire e trovar cose nuove, tenete in serbo le sentenze e riponetele nelle arche insiem coi pomi (ἐσβαλλετε τ’ ἐς τὰς κιβωτοὺς μετὰ τῶν μήλων). Se farete ciò per l'anno intero, le vostre vesti avranno odore di senno». Vespe, 1055-59.
[201]. «E l'adultero perirà con un bel rafano nel di dietro.» Alcifr., Lett., III, 62.
Varie e severe ab antico in Atene le pene che colpian l'adulterio (μοιχεία) consumato e tentato, adultero e adultera in una. Mi limito a qui raccogliere, coordinandole, le disposizioni principali del diritto penale ateniese su la materia — i limiti di queste note non assentendomi più lungo discorso.
Tralascio parlar delle pene circa i mariti adulteri. Dacchè le leggi permettevano ai mariti il commercio con le meretrici e il tener concubine per averne prole, anco legittimabile (Dem., C. Neera, C. Aristocr.): e la domanda di divorzio, fatta dalla moglie in persona davanti all'arconte promovendo azione per maltrattamenti (κακώσεως δίκη), era la sola risorsa e sanzione penale che alle mogli restava contro il marito infedele.
Passo alle donne adultere e ai loro drudi.
UOMINI ADULTERI.
§ 1. Solone con legge «permise uccidere l'adultero a chi lo cogliesse sul fatto» Plut., Sol.
«Fu colto (Agorato) in flagrante adulterio (ἐλήφθη μοιχός) pel qual delitto la legge scrive la morte in pena». Lisia, C. Agor., 66.
Eufileto all'adultero Eratostene da lui sorpreso nella stanza conjugale: «Non io sto per ucciderti, ma la legge della città che tu per lascivia dispregiasti». Lisia, Uccis. Eratost., 26.
§ 2. Adulterio, e come tale punito, non era quello solo commesso colla moglie. «Se alcuno ucciderà un altro cogliendolo presso la moglie, o la sorella, o la concubina mantenuta per averne figliuoli, non sarà reo d'omicidio». (Dem., C. Aristocr., 637).
«All'Areopago è prescritto non condannar per uccisione chi colse l'adultero presso la moglie sua. E questo il legislatore stimò giusto tanto per le mogli legittime quanto per le concubine (παλλακαῖς): certo, se avesse avuto pene più gravi per la violazione delle mogli, le avrebbe poste: maggiori dell'uccidere non avendone, irrogò la stessa per adulterio con moglie o concubina del pari». Lisia, Ucc. Eratost., 30, 31.
§ 3. Adulterio, e come tale passibile di morte, intendevasi quello preceduto da seduzione. Stuprare una moglie, violentandola, era reato minore e punito di sola multa. «La legge comanda che se uno avrà stuprato a forza uom libero o fanciullo paghi multa doppia che se stuprasse un servo: se poi avrà stuprato a forza una donna maritata, sopra le quali è permesso uccidere l'adultero colto in fatto, incorra la multa medesima. Tanto, o giudici, quei che aggrediscono colla forza, il legislatore stimò degni di minor pena di quei che ricorrono alle blandizie persuasive: poichè quelli dannò nel capo, questi con multa sola». Lisia, Uccis. Eratost., 32.
§ 4. Se non ucciso sul fatto, poteva l'adultero essere punito con altre pene e tradotto in giudizio. Esigevasi però sempre per le stesse e per la traduzione in giudizio la flagranza. «έλήφθη μοιχὸς», Lisia, C. Agor., 26. «ἐφ ῇ ἂν μοιχὸς ἄλω». Demost., C. Neera, 1374. — «μοιχὸς ἑάλω... ἄνθρα ἐν ἄνθροις (membra in membris) ἒχων» Luc., Eunuc. — «Et hoc est quod Solon et Draco dicunt: ἐν ἒργῳ». Ulpiano.
§ 5. La flagranza riguardava l'adulterio non solo consumato, ma anche tentato, e non compiuto per circostanza indipendente dalla volontà dell'adultero. «Punisce la legge come adultero non solo chi commise in fatto l'adulterio ma anche chi lo volle o tentò (βουληδέντα)» — Massimo Tir., Diss. II.
§ 6. Il marito che non uccide l'adultero, e intende punirlo d'altra pena, si impossessa della persona dell'adultero legandolo: o rilasciandolo libero, solo dietro malleveria. Su la legittimità della cattura, e quindi sul merito dell'accusa d'adulterio, decide il tribunale. «Se alcuno avrà messo ingiustamente i lacci ad un altro come adultero, questi lo accusi ai Tesmoteti: e se vincerà e apparirà legato ingiustamente, sia libero, e sciolti i mallevadori da obbligo; se invece è chiarito adultero, i mallevadori riconsegninlo all'accusatore». — Dem., C. Neera, 1367.
§ 7. Le pene sussidiarie, in luogo e vece dell'uccisione, sono a piacer del marito o pecuniarie o corporali. Può il marito accontentarsi di una multa. «È legge l'adultero multarsi in danaro». Ermogen., De invent., II, 1. — «È legge l'adultero pagare o morire». — Auct. Probl. Rhet. «E quegli (l'adultero Eratostene) mi prega, mi supplica di non ucciderlo, ma di ricever denaro in componimento». Lisia, Ucc. Erat., 25. «Stefano sorprende Epeneto come adultero e gli estorce trenta mine: delle quali avuti mallevadori, lasciò andar libero Epeneto, tenendosi certo del danaro». Dem., C. Neera, 1367.
§ 8. Le pene corporali, in luogo dell'uccisione, potean essere di vario genere a piacer del marito: e inflitte nello stesso recinto del tribunale giudicante sulla legittimità della cattura. «Se è chiarito adultero, i mallevadori riconsegninlo all'accusatore, il quale, lì nello stesso tribunale può far su di lui, purchè senza spada, ciò che vuole, secondo conviensi ad adultero». (ἄνευ ἐγχειριδιου χρῆσθαι ὄ τι ἄν βουληθῆ ως μοιχῳ). Demost., C. Neera, 1367.
§ 9. Nella antecedente designazione sono comprese le pene:
α. dell'accecamento. «Stabiliva la legge potersi impunemente accecare (τυφλοῦσθαι) l'adultero colto in fatto». Auct., Probl. Reth., c. 58. «Adulteros deprehensos licet excœcare». Cur. Fortunatianus, Rhet. Scol.
β. del marchio rovente. «ἔξεστι στιξειν τοὺς μοιχούς». Hermog., Part. Stat. — νόμος τὸν μοιχὸν στιξειν. Marcellinus.
γ. del rafano (ῥαφανιδωσις). Faceasi star carponi l'adultero e pelategli le natiche con cenere calda, gli si ficcava nel podice un rafano de' più grandi. Suida, alle voci ραφανιδωθὴναι e μοιχὸς. — Alcifr., Lett., III, 62. — In luogo di un rafano si usava anche un pesce detto mugile. Catullo, carm. XV.
§ 10. Il marito che uccide con pene corporali l'adultero non ucciso sul fatto, risponde di omicidio. — ἄνευ ἐγχειριδίου, Demost., C. Neer., loc. cit. «Chi bollando l'adultero, lo uccide, è reo di omicidio». Hermog. e Marcell., loc. cit.
§ 11. È condannato il medico che cura gli adulteri, castigati col marchio o col rafano. «’Ιατρὸς, τὰ τῶν μοιχῶν ίώμενος στίγματα, κρίνεται» Sopater.
§ 12. Vietato è all'adultero l'ingresso ne' templi. Sop., in Hermog.
DONNE ADULTERE.
§ 13. Lecito è uccidere l'adultero (colto sul fatto) e l'adultera insieme. Hermog., Part. St. — Marcellinus, in Cicer., Rhetor., II.
§ 14. Il marito che non uccide l'adultera (colta in fatto) è però obbligato a ripudiarla. «Quando abbia sorpreso in fatto l'adultera, chi la sorprende non potrà più dimorare con la moglie: e se dimorerà con essa, sia punito d'infamia». Demost., C. Neer., 1374.
§ 15. La donna adultera ripudiata non ha dritto alla restituzione della dote. «È legge che la dote dell'adultera resti al marito». Sopater. Divis. Quæst. Cfr. Libanius, Declam., 35. — «Trovando la moglie non costumata e reputandosi ingannato, la scacciò, gravida, di casa e non le restituì la dote». Demost., C. Neera.
§ 16. «Legge dell'adulterio. Nè alla moglie (per adulterio ripudiata) sia lecito entrar nei pubblici templi, se è stata trovata col drudo: e se vi entri, ognuno possa maltrattarla a piacere, tranne che ucciderla». Demostene, C. Neer., 1374. «Perciocchè, se una donna è stata colta con l'adultero, non può più entrare nei templi per vedere e supplicare, come può fare una straniera e un'ancella, a cui lo consentono le leggi. E se le adultere vi entrano in onta alle leggi, ognuno può maltrattarle a suo talento, purchè non le uccida. E se la legge eccettuò la morte, mentre volle impune ogni altro maltrattamento, questo fece perchè non volle contaminati i templi». Demost., C. Neer., ibid. «Solone, dei legislatori il più glorioso, scrisse all'uso antico decreti solenni sul buon costume delle donne. Imperocchè alla moglie presso la quale sia stato sorpreso l'adultero non consente adornarsi, nè entrare nei pubblici templi, affinchè con la sua presenza non corrompa le donne oneste. Che se vi entri e se si abbigli, ordina al primo capitato di lacerarle le vesti e di strapparle gli ornamenti e di batterla, purchè non la uccida nè la ferisca. Così il legislatore vitupera questa donna e le crea una vita peggior della morte». Eschine, C. Timarco, § 183.
§ 17. La moglie accusata d'adulterio può discolparsi dando il giuramento d'innocenza al pozzo di Callicoro. «A Mnesiloco Peanese scopersi le impudicizie di sua moglie: ed egli che aveva ogni modo di appurar la cosa (o uom proprio di zucchero!) ripose tutto nell'affar del giuramento. Pertanto la donna condussero al pozzo di Eleusi detto Callicoro: ivi spergiurò e del delitto purgossi». Alcifr., Lett., III, 69.
SUI LENONI.
§ 18. Ai lenoni era inflitta la morte. «Solone comanda accusarsi i lenoni, e convinti dannarsi nel capo: perchè alle persone desiderose di peccare ma vergognose e dubbiose di trovarsi insieme, danno sfacciatamente e per prezzo occasione ed agio al delinquere». Eschine, C. Timarco.
[202]. Vedi nota antecedente sotto il numero 11.
[203]. Cfr. l'orazione di Lisia, in difesa di Eufileto, sulla Uccisione di Eratostene.