SCENA XIII.
Mènecle, Cròbilo.
Mèn. (dopo accompagnata Mìrt. e messala fuori, risalendo la scena). Altro se te lo renderò, bella Elena, il tuo Paride... Lui!... Ma il bel Paride stavolta discorrerà col re di Sparta... (a Blèpo) Fallo entrare.
(Blèpo esce ed entra Cròbilo dal peristilio).
Cròb. (entra assai espansivo) Oh Mènecle! salute!...
Mèn. (Mènecle lo riceve padroneggiandosi, con cortesia forzata, velatamente ironica) Buon dì, Cròbilo.
Cròb. Passavo di qua, venendo dai Portici, e ricordatomi che posdomani c'è assemblea, ho detto: Oh, entriamo dal nostro Mènecle, che sa tutto, a saper che c'è di nuovo...
Mèn. (lo scruta di soppiatto) E a me, ora, il mio démone m'aveva detto: Ecco Cròbilo che passa e che entra...
Cròb. Già, l'amico sente sempre l'odor della pesta dell'amico...
Mèn. (con intenzione ironica, scrutandolo) E un amico come te...
Cròb. Per tutti e dodici gli Dei! Voglio credere!...
Mèn. (proseguendo, suggestivo, velatamente ironico) ... val più d'un tesoro. Grazie[195].
Cròb. E non faccio per dire, sai, ma quando per via mi sento alle spalle: To' quello che passa è Cròbilo Colonèo, l'amico di Mènecle... dell'inclito Mènecle... mi pare di essere più alto un cubito. Cròbilo, l'amico di quel Mènecle che operò tanti prodigi in campo, che fece passar tante leggi nell'assemblea, che governò le isole... per Ercole, sai che tutto ciò empie la bocca!... E dà una certa autorità... certi vantaggi...
Mèn. (con intenzione, ironica) Ah già! molti!...
Cròb. Vedi, iersera ho fin questionato per te. Tu sai che io ho molte idee mie, ma infine, con le tue van d'accordo. È così bello aver sempre coi grandi uomini qualche cosa in comune...
Mèn. Già, già. (Bello e... comodo).
Cròb. Bene, si discorreva degli affari di Tebe e de' profughi. Quell'asino di Eucare pretendeva che Atene faria bene a levarseli da' piedi: e dalla sua eran parecchi. Io gli rispondo come va, e gli espongo... così in breve... giusto le stesse riflessioni che tu mi facevi l'altra sera... il pericolo di una guarnigione spartana qui a due passi, nella Cadmea, l'urgenza di ristabilir in Grecia l'equilibrio compromesso dalla pace di Antalcida, e far di Tebe un antemurale per chiudere a Sparta gli sbocchi del settentrione... eccetera, eccetera... insomma tutti quanti gli astanti si arresero alle riflessioni nostre...
Mèn. (correggendo) Alle mie...
Cròb. Sì, le mie, le nostre!... Ma Eucare, quell'asino, duro: e io «Ti prego a credere che quando io e il mio amico Mènecle esponiamo un parere, ci abbiamo prima studiato sopra...» Ohibò! come soffiar in una rete[196]. Allora mi scappa la pazienza: Senti, gli dico, ci vuole un bel coraggio ad ostinarsi, quando io e il mio amico Mènecle dichiariamo che è così e così: e per aver questo coraggio, bisogna prima aver guadagnate due corone come noi...
Mèn. (correggendolo) Come me...
Cròb. Sì... come te... come noi...
Mèn. (ironico) Ah!...
Cròb. Aver fatto tante leggi come noi...
Mèn. (correggendo ancora) ... Come me...
Cròb. (senza più badargli) ... presieduto giudizii come noi, governate le isole come noi... (Mènecle accompagna i noi, con gesti del capo, di adesione ironica) Ma se ti dicevo che quel poter parlare dei grandi uomini come di noi stessi, aver con essi tutto in comune...
Mèn. Sicuro... sicuro... (Ora capisco...)
Cròb. (terminando la frase) ... è una gran bella cosa!...
Mèn. Fino a un certo punto.
Cròb. (a mo' di conclusione del suo dire, abbraccia forte Mènecle) Qua un abbraccio.
Mèn. (liberandosi) Più adagio. Le costole non sono in comune. Del resto, dici bene, dal momento che l'amicizia è il mettere in comune tutte le cose...[197] (parla velatamente ironico) come dice il proverbio, comune la nave, comune il pericolo...[198].
Cròb. Precisamente.
Mèn. (a parte) (E perciò imbarca sulla nave anche le mogli).
Cròb. Oh, e Aglae come sta? la nostra cara Aglae...
Mèn. (a parte) (L'ho detto!) La mia cara Aglae sta bene... (Bisogna insegnargli il singolare degli aggettivi possessivi!) Sicchè anche tu sei del parere delle Aringatrici di Aristofane! Sai, quella scena dove Prassàgora inaugura il governo delle donne e fa il suo discorso-programma: «Prima di tutto noi donne metteremo in comune la terra, il danaro e ciò che ciascuno ha; tutti possiederanno pani, pesci, focaccie, tonache, vino, corone e lenticchie...»
Cròb. (facendo vivi segni di adesione e proseguendo la citazione a memoria) «se alcuno vede una fanciulla, e gli va a genio, può pigliarsela dalla Comune, senza spesa...
Mèn. (proseguendo) «le donne faran figli per chi ne vuole...»[199].
Cròb. (con ripetuti e vivi segni di adesione) Benissimo! Benissimo!... Oh per me, al sistema di Prassàgora ci sto subito... (maliziosamente a Mènecle) Queste son massime da mettere nell'arche insiem coi pomi!...[200]. E senti: se noi governassimo ancora le isole...
Mèn. (suggestivo) Tu cederesti la tua Mìrtala a chi la vuole...
Cròb. (approvando sempre con calore) Benissimo!
Mèn. (c. s.) Io cedo a chi la vuole la mia Aglae...
Cròb. Benissimo!... Per la compagnia che le fai...
Mèn. (frenandosi, e proseguendo l'ironia suggestiva) Per Mìrtala mi presento io...
Cròb. Benissimo! E io faccio come fai tu.
(Gesto vivissimo di collera in Mènecle).
Mèn. (Anche lui!) (piantandosi in faccia a Cròbilo, — e fattosi d'improvviso scuro in volto e minaccioso) Ma... e se io... non dividessi le teorie di Prassàgora? E se a noi che abbiamo governato le isole, non piacessero queste teorie di governo?
Cròb. (lo guarda tra attonito e spaventato) Eh? (Che diamine gli è saltato in mente?...)
Mèn. (rifacendosi calmo d'un tratto) Vieni qua.
(Lo conduce a uno scrittoio, tira fuori alcune carte, e le scorre leggendole, con accento pacato e bonario, mentre Cròbilo lo guarda trasecolato, senza comprendere).
Cròb. Che cosa sono?
Mèn. (ritornato calmissimo) Sono carte firmate da me. Alcuni ricordi del nostro governo dell'isole, quand'ero in Lesbo e vi applicavo le leggi di Atene. Guarda qui. (piglia una carta e poi ne spiega, discorrendo bonariamente, a Cròb. il contenuto) Sentenza nella causa di Lisicle. Un bel giovanotto — come te — certo Lisicle, che abitava in Metinna, avea tresca con la moglie di Stefano. Stefano il marito lo seppe e un bel giorno, sul fatto te li colse, là presso la marina, in un bel luogo verde, ombroso, sacro alle ninfe e agli amori: il quadretto era poetico molto, ma a Stefano pare piacesse poco: perchè ricorse a te... cioè a me... cioè a noi. E noi abbiamo condannato Lisicle in via di clemenza alla pena esemplare del rafano[201]. (sbalzo di spavento di Cròbilo: Mènecle finge non accorgersene, e prosegue tranquillissimo) Stette a letto soltanto cinque mesi...
Cròb. (spaventato) Ohimè!...
Mèn. Il medico Dionda, anima pia, lo curò: ed io ho curato il medico con una multa di mille dramme[202]. (Mènecle passa tranquillamente a un'altra carta fingendo non accorgersi delle esclamazioni di spavento di Cròbilo) Altra come sopra. Sentenza per la morte di Eutemòne. Certo vecchio, Nicarco, trascurava la moglie, e il leggiadro Eutemòne se ne approfittava. La notte il marito dormiva al pian di sopra, la moglie al pian terreno, col pretesto di far la pappa al bimbo: quando, una notte, a cucinar la pappa del bimbo, il marito sorprese Eutemòne: e, senza complimenti, te lo ammazzò. Fu processato per omicidio[203] — ed ecco la sentenza di assoluzione, con parole di lode, da me firmata, a incoraggiamento e sprone dei mariti futuri...
Cròb. (spaventato giungendo le mani) O santo Giove, rettor delle stelle!... e tu hai fatto...
Mèn. (correggendolo, ironico)... non io... noi, noi.
Cròb. Che maniera di governare!
Mèn. Questo abbiam fatto noi (accenna sè e Cròbilo, beffardamente appoggiando sul noi) quando governavamo le isole... (battendogli sulla spalla — e con accento minaccioso, vibratissimo) Tieni il ricordo in serbo... E metti anche questo nell'arca, insiem coi pomi!
CALA LA TELA.