PROLOGO
PERSONAGGI DEL PROLOGO
- TESMOTETA (presidente del tribunale).
- BEOTO, accusatore.
- EUDEMONIPPO, autor comico, accusato (Eudemonippo: εύδαιμων, felice; ἵππος, cavallo).
- CANCELLIERE.
- ARALDO.
- 1º, 2º, 3º GIUDICE.
- Altri Giudici (eliasti) che non parlano, e Testimoni.
- Custode della clessidra, e Arciero scita in sentinella, che non parlano.
L'azione del prologo ha luogo in Atene l'anno 300 avanti l'E. V. (1º della 120ª Olimpiade) ossia 80 anni dopo l'epoca in cui è posta l'azione della commedia.
PROLOGO
UN PROCESSO ATENIESE[1]
DICASTERO ATENIESE.[2]
Aula del Tribunale verde (Batràchio).[3] Pareti colorite in verde. Su alcune colonne sono scolpite in tavole le leggi penali.
Verso il boccascena, a sinistra, è disposto il seggio elevato del Tesmoteta, che vestito di bianco e coronato di mirto, presiede. Accanto a lui, dai due lati, si stendono le gradinate o banchi di legno, coperti di stuoie (πίαδια)[4] per i giudici (eliasti) occupanti tutta la sinistra del palcoscenico, e supponentisi continuare in platea. Il recinto dei giudici è circoscritto nello sfondo da steccato o sbarre (δρυφάκτοις), di là dalle quali è lo spazio riservato al publico dei cittadini che frequentan le udienze: e più oltre in fondo, nel mezzo, l'ingresso, chiuso da un cancello (κιγκλίς).[5] Presso l'ingresso, guardato da una sentinella (arciero scìta),[6] sorge la statua o simulacro di Lico[7] ed è issata una piccola bandiera. Di fronte al Tesmoteta, nell'angolo tra lo sfondo e la destra della scena, due tribune elevate (βήματα), quella dell'accusatore (ringhiera dell'implacabilità, ἀναίδεια) e quella dell'accusato (ringhiera della protervia, ὕβρις). Presso alla ringhiera dell'accusato stanno i testimoni da lui citati. Dinanzi e vicino[8] alle due ringhiere, due vasi od urne pei voti, l'una di rame, coperta (urna del voto, κύριος κάδισκος), l'altra di legno, aperta (urna di controllo, ἂκυρος κάδισκος). Più innanzi, ma vicino sempre alle tribune, due tavoli, l'uno del cancelliere o scrivano (γραμματεύς) su cui è il vaso (ἐχιῖνος) contenente i documenti e altri papiri distesi sul tavolo; sull'altro più piccolo la clessidra od orologio ad acqua, regolata da un servo, soprastante alla stessa (ἐφ’ ὕδωρ).[9] Costui ha presso di sè due anfore, una grande contenente l'acqua, e una più piccola per attingerne le misure.
All'alzarsi della tela, i due litiganti son ritti in piedi nello sfondo. Il Tesmoteta (in veste bianca e con la corona di mirto) è già seduto: gli Eliasti entrano e vanno a prendere i posti. Essi hanno tutti in mano un bastone (βακτηρία) verde anch'esso come il color del Tribunale, e terminante in pomo. Man mano entrano, avanti sedersi, ritirano dal Tesmoteta una tavoletta di cera (gettone di presenza, ούμβολον). L'Araldo ch'è sul davanti della scena, in veste bianca, sta bruciando nel tripode dei rami di mirto e dell'incenso.[10]
1º El. (prendendo posto). Neh, Simone, speriamo la tengan corta...
2º El. Spero bene. Un bel piatto di lenticchie[11] m'aspetta a cena. Se l'accusato va per le lunghe, piangerà senza mangiar cipolle...[12]
Tesmot. Araldo, recita la preghiera e le imprecazioni.
Ar. (proseguendo ad ardere l'incenso).[13] «O Giove e Febo Apollo, e Pallade protettrice della rocca, e dèi Pizii, e dee Pizie, e Delìaci e Delìache, assistete al giudizio, illuminate il voto. E se alcun giudice abbia preso danari o doni dalle parti, o non le ascolti entrambe con animo eguale, e non giudichi secondo le leggi e il giuramento,[14] sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua.[15] E se alcuno dei contendenti o testimoni inganni i giudici, e asserisca o giuri cose false, sia maledizione e ruina a lui e alla casa sua. Chi osserverà il giuramento, gli sia ogni evento felice. Così piaccia a Giove, e a Nettuno, e a Cerere».
Tesmot. ed Eliasti (in coro). Così piaccia...
Tesmot. Araldo, vedi se vi son giudici ancora fuori. Appena si incominci non entrerà più alcuno.[16]
Ar. (guardando e verso i cancelli e verso la platea). Pare ci sian tutti...
Tesmot. (accennando verso l'ingresso). Sian chiusi i cancelli. Chi dei giudici fosse ancor fuori, perderà la paga...
4º El. e altri Giudici (in ritardo, che vengon correndo mentre la sentinella sta per chiudere i cancelli). Aspetta! aspetta!
1º El. (a quei che vengono di corsa). Oh, oh, Carione! Zantia! Presto, presto! se no, non bevi il latte del questore!...[17]
4º El. (sedendosi cogli ultimi arrivati). Auff!... maledetta la furia!... Buon dì, Simone...
Tesmot. Silenzio!... (all'araldo) È chiuso? Chiama i litiganti.
Ar. Causa di Beoto, figlio di Blèpiro, del borgo di Tòrico...
Beoto (avanzandosi). Presente!
Ar. Contro Eudemonippo, figlio di Evalce, del borgo di Cefiso...
Eudem. (avanzandosi). Presente!
Tesmot. Cancelliere, recita l'accusa.
Cancel. (leggendo).[18] «Il giorno sei della luna crescente di Munichione,[19] Beoto di Blepiro, Toricese, innanzi all'Arconte accusò con giuramento Eudemonippo, autore comico, di leggi violate e corruzion del costume, perchè nella commedia La Sposa di Mènecle, presentata all'ultima gara delle feste Dionìsie,[20] mise in iscena cittadini col loro nome, disse ingiuria a magistrati, e divulgò idee contrarie alle leggi, alla famiglia, alle cose sante e stabilite della città. La pena sia dieci talenti e il bando dalle gare teatrali.[21] Stia in carcere fin che avrà pagato».[22]
Tesmot. Giudici, udiste l'accusa. Fu affissa nel termine prescritto, sotto le statue degli eroi.[23] Le parti hanno dato il giuramento.[24] Accusatore Beoto, monta in ringhiera.[25] Silenzio!...
(Beoto sale lento la ringhiera, dispone le carte a sè davanti, ne passa alcune giù al cancelliere con cui scambia sottovoce brevi parole, per mostrargli quelle da tener pronte, poi si mette la corona in testa e si soffia il naso).[26]
3º El. (durante la pausa preparatoria i giudici disattenti van chiacchierando fra loro).[27] Sai, chi ho visto ieri? Alce la sonatrice...
1º El. Come? È qui?
3º El. È tornata da Mileto, dove ha fatto fortuna. E come s'è fatta bella!...
1º El. Dove la sta?...
3º El. Ih, che fretta! Dietro il Pritanèo. Zitto... Sentiam questo chiacchierone...
Tesmot. Fate silenzio... attenti, giudici...[28]
2º El. To' che si soffia il naso per tirar giù le idee! Ah, sì, se crede che per tre oboli io voglia star qui fino a domani... (al servo che sta versando in più riprese l'acqua dall'anfora grande nella piccola che serve di misura, e da questa nella clessidra) Ehi, ehi, quell'anfore tienle scarse![29]
Beoto (dopo messasi la corona, e aggiustate le carte, comincia a parlare, appoggiandosi sul bastone[30] e rivolto al Tesmoteta). O giudici Ateniesi! La accusa testè letta mi dispensa...
1º El. Forte!...
3º El. Più forte!...
2º El. Che voce da chioccia!...
Beoto (alzando la voce) ... la accusa testè letta mi dispensa da lunghe parole, e sarò brevissimo...
1º El. Bravo!
2º El. Bene!...
Beoto. ... brevissimo... e mite: e regalo all'accusato tutta l'acqua che m'avanza...[31]
Eudem. Non so che farne...
Beoto. ... perchè la evidenza dei fatti val meglio di ogni arringa eloquentissima. Nè alcuno di voi creda, per l'olimpico Giove, che privata invidia o rancore m'abbiano mosso all'accusa:[32] chè l'animo nel muoverla mi piange...
3º El. Poveretto!...
Beoto. ... e pagherei volentieri, perchè i fatti non fossero, la multa dell'accusator soccombente.[33]
2º El. Eh, che generoso!...
Beoto (con accento e gesto di declamatore). Ma in vedere costui farsi giuoco dei patrii magistrati, e sommuovere con funeste massime la città,[34] chiamando complici della iniqua opera le Muse, santo e puro zelo d'indignazione mi prese per la offesa fatta a quelle dee: le quali invoco e gli altri numi ed eroi tutelari di questo suolo, perchè vendichino sè stessi, e voi, e le leggi, e i patrii templi, e i boschi, e i domestici sagrifici...[35]
2º El. (interrompendolo). Tira il fiato!...
Beoto. Che se, per far breve, a poche leggi sole nella accusa mi restrinsi, ben potrei portar qui tutto intero l'archivio di quante leggi e sentenze si conservano nel tempio della gran madre degli dei,[36] perchè questo impudentissimo tutte in una le calpestò. E tu, che tanto osasti, sei ancora vivo? sei qui?
Tesmot. Neh, oratore, se è qui, mi par inutile domandarglielo. Bada all'acqua...
(Mentre Beoto parla, Eudemonippo è ritto in piedi a lato della propria tribuna, e prende annotazioni.)[37]
Beoto. Ci bado!... non temere, sarò cortese con questo... scelleratissimo. La commedia vi sta, o giudici, davanti: essa vi parli per me. Vietano le leggi nostre, o Ateniesi, sian messe sulla scena persone vere sotto il loro nome e dicasi ingiuria a magistrati: savio divieto, perchè l'onore di questi è onor dei cittadini che li elessero, e l'onor dei cittadini è patrimonio della Repubblica. E pur qui nella commedia si nominano e Fania ed Elèo: e pur non ignorate che il vecchio Mènecle fu eletto due volte tesmoteta, e andò ambasciatore ai Corintj e governatore in Lesbo: giudicate voi, dopo tanta dignità di uffici, qual parte nella commedia gli tocca di fare. Bellissima anzi, vi dirà questo istrion da dozzina:[38] ma voi non sorprenderanno le sue parole, perchè appunto la commedia è intesa a capovolgere ogni concetto e della famiglia e della virtù. Vedo molti fra voi dalla testa calva o canuta, i quali condussero in tarda età giovane sposa...
2º El. (scherzoso al vicino). Neh, senti Glaucone!...
Beoto. ... essi, essi diranno, per gli dei, se la condotta che a Mènecle costui attribuisce, sia imitabile e seria, se degna di un Arconte ella sia! Ad essi, ad essi, se a loro è pur caro sentirsi sui freddi levigati avorî della testa la carezza di mano morbida e tepida, e stringere la fresca dolce compagna fra le braccia antiche e dignitose — ad essi, ad essi[39] io domando se meriti pena costui che dalla scena osa propor simili esempî, e proporli in persona di un magistrato che porta corona, affinchè l'esempio, reso più autorevole, porti più presto, o vecchi giudici, nei talami vostri la solitudine...
(Esclamazioni dei giudici).
1º El. Eh, eh! senti?
2º El. Come, come? La solitudine nei talami nostri? Questo osa quel tristo?...[40]
Beoto (rilevando, con voce vibratissima, la interruzione). Sì... questo osa!... e difendeteli, difendeteli, i vostri talami, per gli dei!...
2º El. Ma anche per le dee, se occorre!... o sta a sentire!...
Beoto. Io non so se io deva... non vorrei...
1º El. Parla! parla! galantuomo!...
2º e 3º El. Sì, sì, segui!... segui!...
Beoto. Non vorrei eccedere nei diritti della accusa, fedele al mio proposito di essere cortese con questo... solennissimo birbante...
1º e 2º El. No, no, non esser cortese!...
Beoto. Ma egli forse vi dirà che nei panni di Mènecle altro partito non v'era da quello che egli inventò: e voi rispondetegli che miglior partito era la morte...
1º El. Sicuro!...
2º El. Sicuro!
Beoto. ... e che in quei panni ognun di voi preferirebbe morire...
1º e 2º El. Cioè, cioè...
3º El. Adagio, un momento...
Beoto. Perchè la legge non vieta a chi versi in tristi impicci nel mondo l'andarsene... (passa un foglio al cancelliere) dilla su, cancelliere... tu (al custode della clessidra) ferma l'acqua...[41]
Cancel. (leggendo). «Chi non voglia più vivere, lo annunzi al Senato: gli esponga le cause: ottenutone il permesso, vada pure...»
3º El. Ah, quando c'è il permesso, è un altro affare... ma io non lo domando...
Beoto. Come vedete, o Ateniesi, la via d'uscita e magnanima vi era: magnanima costui poteva rendere la condotta di Mènecle: ma a lui premeva sovvertir la famiglia, e dare ai vecchi mariti detestabile suggerimento... Or io mi volgo tra voi, giudici, anche a color che son giovani; a voi, che appena in quest'anno avete avuto la tabella e prestato in Ardetto il giuramento:[42] e a voi domando, se baldanza di mogli sia lecita in Atene, quanta costui nelle donne di Cròbilo e di Fània ne pensò... Ben più modesto ufficio, saviamente, o Ateniesi, fra noi si assegna alla sposa del cittadino: poichè abbiam le cortigiane pei piaceri dello spirito e per gli affetti della vita... e abbiam le mogli per crear figli legittimi e per la custodia della casa e della roba.[43]
Eliasti. Bravo! benissimo!
Beoto (segue riscaldandosi e battendo del pugno sulla ringhiera). Questa la legge, questo il costume, questa la base della città: se v'ha chi altra ne sappia, la indichi, salga qua, gli cedo l'acqua.[44] Ma costume, e legge, e città, che diverranno se manderete assolto costui che insegna alle mogli ad alzar la voce, quando parla il marito? O terra, o sole, o dei![45] Così tu, celibe, insidii dei mariti l'autorità, e nulla avendo da far nella tua casa, metti sossopra la loro?
1º e 2º El. Ah, ma la vedremo!...
3º El. Basta, basta! non dir altro!... lo aggiusterem noi!...
Beoto (rasciugandosi il sudore e ripigliando più calmo). Ancora una parola, e ho finito. Fu tempo, o Ateniesi, che le Muse tra voi furon ministre di virtuosa e virile educazione: allora esse crebbero quegli uomini che pugnarono a Maratona.[46] E vanno famosi quelli antichi poeti, perchè insegnarono il vero, onorarono gli iddii, beneficarono gli uomini: e trovarono molte leggiadre parole per dire molte utili cose. Orfeo fondò i misteri, vietò le stragi; Museo insegnò i rimedi delle malattie; Esiodo l'agricoltura e i tempi del seminare e del raccogliere (man mano che Beoto prosegue l'enumerazione degli esempi, gli Eliasti danno in esclamazioni d'impazienza). Omero perchè acquistò gloria? perchè insegnò l'arte di schierar le truppe.[47] Tirteo? perchè insegnò la politica. Così è del poeta ammaestrare gli adulti, come il pedagogo i puttini:[48] per questo ordinammo che i poemi di Omero si cantino nelle sante Panatenee:[49] per questo alzammo alle Muse, come a benefattrici, gli altari. E voi tollerereste che questo sacrilego ricorra ad esse per renderle seminatrici di guai? Ah, se da qui tornando alle case vostre, le mogli o le sorelle vi domandassero:[50] Che cosa avete fatto quest'oggi? risponderete voi: abbiamo assolto un poeta il quale pose in iscena mogli che si immischiano di quel che non devono e che non fanno quello che devono? Ah no, per Giove e per il trofeo e per i sepolcri della Tetràpoli![51] no, per gli eroi che dormono sotto i pubblici monumenti! oggi... tornando a casa, raccontereste la vostra sentenza: domani, tornando a casa... non trovereste la minestra in tavola!... Pensateci!
(Applausi degli eliasti. Beoto si leva la corona e scende pettoruto, con aria trionfante, dalla ringhiera).
2º El. Ah, le mie lenticchie!...
1º El. Questo è parlare!...
3º El. Scusa... stavo scrivendo... che cosa ha detto?...
1º El. Che se diamo a costui fava bianca, domani le donne non ci fan da pranzo...
3º El. Ma glie ne do cento di fave nere...[52]
Tesmot. Accusato, monta in ringhiera: e sii calmo: non mi andare fuor degli ulivi.[53] L'accusatore è stato moderato nei termini e cortese. Vedi di esserlo anche tu.
(Grandi e prolungati rumori e voci fra i giudici, intanto che Eudemonippo monta in ringhiera e si mette la corona).
Eudem. Ateniesi! Giudici!... A Giove...
(Parla fra i rumori ostili).
Eliasti (in coro). No, no!... Abbasso!
Eudem. (tentando fra i rumori, inutilmente, di farsi ascoltare). A Giove che ascolta i giuramenti e le ragioni... io domando...
2º El. Ma che domande!... ma sentilo che parla di ragioni...
Tesmot. Fate silenzio!...
Eudem. (sforzandosi sempre tra i rumori di farsi udire). Io domando che se ingiusti...
1º El. Ingiusti noi?... Oh sfacciato!...
3º El. Noi ingiusti?... Prova mo' a ripeterlo!...
Altri Eliasti. Basta! abbasso! abbasso![54]
(Rumori prolungati, conversazioni clamorose tolgono all'oratore la parola).
Eudem. (a voce fortissima). Una volta due uomini e un asino...
(Si fa silenzio improvviso).
1º El. Ohe, attenti!... una storiella!...[55] ssssss!...
Eliasti. Ssssss! ssssss!
(Silenzio generale completo).
Eudem. (ripiglia calmo). Un asino e due uomini viaggiavano:[56] l'uno, il padron della bestia, l'altro che l'aveva a nolo: e scottando forte il sole, litigarono i due, a chi l'ombra dell'asino toccasse: l'uno, il padrone, diceva aver noleggiato l'opera della bestia e non l'ombra: l'altro replicava, l'ombra essere parte dell'opera...
(Eudemonippo si arresta con lunga pausa).
1º El. To'! to'! un bel caso da decidere!...
2º El. E così?... (a Eudemonippo che ha fatto pausa) come è andata a finire?...
3º El. (ed altri). Come è finita? come è finita?...
Eudem. È finita che i due han ricorso ai giudici in tribunale, e i giudici li han sentiti imparzialmente tutti e due... quello che voi non fate con me: e voi che state attenti, appena vi parlo di un asino... potreste bene star attenti, or che vi parlo di... un altro!...
(Indica l'accusatore: risate fra gli Eliasti).
2º El. Bravo, per Giove! Sicuro! Ha ragione!...
1º e 3º ed altri El. Sì, sì, parla!...
Eudem. (con voce pacatissima e gesto parco e corretto). Non dubitate, sarò cortese: e se di quante leggi violate ei m'accusò, tante menzogne e stolidaggini gli proverò, bene io confido ei non sia per portar fuori, col quinto dei voti, salve le spalle da qui: perchè sul vostro animo incorrotto non han presa nè i grossi paroloni,[57] nè la truce minaccia onde egli, per ispaventarvi, concluse. Paroloni e minacce a lui dettate, s'intende (ironico), non da odio nè invidia, ma da purissimo zelo dei costumi e dell'arte: così almeno vi assicurò: tu intanto (al cancelliere) chiamami i testimoni.[58]
Cancell. (leggendo la lista testimoniale). Callia di Stefano del borgo di Alopéce, Pànfilo di Arìstide del borgo di Anagìro, Chèrea di Lisìppo del borgo del Pireo... (i testi citati si avanzano; il cancelliere estrae dal vaso[59] la testimonianza e legge) «Attestiamo ch'eravamo in teatro alle feste Dionìsie quando Beoto, figlio di Blepiro toricèse, oggi accusatore, presentò una sua commedia così brutta che non giunse alla fine, perchè il popolo lo cacciò a fischi, e per poco non lo lapidò...»[60]
Eudem. Basta. Giurate che è vero?
I tre Testimoni (un dopo l'altro stendendo la mano sul tripode).[61] Giuro. Giuro. Giuro.
Eudem. Ebbene, o giudici, io non nego che scevro da invidia e purissimo sia lo zelo di Beoto: perchè la memoria delle sventure purifica, e i fischi a lui toccati nell'arte furon tanti, che nessuno zelo può essere più puro del suo. Ad una sua accusa vo' intanto rispondere: ch'abbia per me sofferto ingiuria il vero. Voi tutti ricordate di Frìnico, il poeta tragico che dilettò i vostri avi: chi sulla scena finse il vero più di lui? Tutta la città egli commosse rappresentando la presa e la distruzion di Mileto:[62] quand'egli mostrò l'orde persiane irruenti al baglior degli incendî per la città devastata, e lo strazio dei feriti e moribondi, e le jonie vergini strappate per i capelli agli altari, le donne trafitte, i poppanti scannati sul seno delle madri, tutti vinse la pietà, e per tutto il teatro fu altissimo pianto: ma gli avi vostri condannarono Frìnico a fortissima multa, per averli fatti piangere,[63] rappresentando troppo al vero quella disgrazia. Giusta e savia condanna! Perocchè a noi le Muse abbiano concesso i celesti doni a disvago e conforto dell'anima, non già ad intristirla nella contemplazione pura e semplice dei mali.[64] E chi non sa che uccisioni, e atti di ferocia, e pietosi casi avvengono tutti i giorni intorno a noi?... Incontrai e vidi, qua venendo, un padre piangere dirotto sul cadavere dell'unico figlio: io vi giuro, o Ateniesi, che egli superava nella verità del pianto ogni istrione, e che nè Sofocle nè Euripide mai non dipinsero un dolor come il suo: ed io non chiedo riveder finto ciò che i miei occhi han visto già così vero! Ma vollero i Numi che, a sollievo de' mali, noi alle Muse sagrificando ci levassimo sopra dei dolori umani: e da dolori e da colpe e da miserie, brutta discordante miscea, fuor balzasse un mondo di forme belle e nascose, parlasse una arcana divina armonia, che i cuori umani intendessero... e pure non fosse di quaggiù!... Questo vollero i nostri poeti: per questo ammirammo la legge di Tebe che punisce l'artista se dalla natura e dal vero non evoca le linee del bello. E tu calunnî, o Beoto, quegli altissimi poeti che nominasti: non da utili verità nè insegnamenti venne a loro la gloria, ma perchè le menti umane, sull'ali de' lor canti leggiadri, sorgendo a più vaste e più lucide sfere, ne ridiscesero migliori[65] e più gagliarde allo studio delle utili cose!...
Tesmot. Accusato, tu divaghi, e l'acqua scorre!..
1º El. Sì, sì, taglia corto!...
Eudem. Grazie, Arconte.... non esco dal tema. Perchè forse è poi vero che io abbia detto cose false e messa a capriccio la mia fantasia nel posto delle leggi e del costume? Vero forse che io insegni nuovi riti coniugali, libertà e diritti di donna e di moglie, a donna e a moglie negati?... Ma, o tristo che m'accusi, perchè non accusi anche l'ombre del vecchio Cràtino e del divino Aristofane, e di Antìfane, e di Alessi, e di Filemone, e di Menandro nostro dai dolcissimi amori, a cui le grazie conservino lunghi anni i geniali estri e la vita? Provami che le mogli delle lor commedie sbugiardino le mogli della mia: o trascinali anch'essi a questa ringhiera, e trascinavi Aristotile e Senofonte, che qui nel suolo dell'Attica il nome di sposa resero augusto e bello di più alti uffici, di cari diritti, di nova dignità.[66] A voi intanto, o giudici, basti la pazienza di udir la commedia, e raffrontarla alle leggi, se alcuna d'esse violai. Tu (al cancelliere) brevemente recita queste: voi appresso giudicherete quella. (Al custode della clessidra) Ferma l'acqua. (Al cancelliere) E di' su.
Canc. (legge). «La donna è dal padre o dal fratel consanguineo o dall'avo paterno data legittimamente in isposa a chi essi credono. L'orfana erede è in balìa di chi n'ha il diritto o n'ebbe podestà dal tutore».[67]
Eudem. Ora la terza di Solone sull'orfane.
Cancel. (legge). «L'orfana potrà reclamare che il parente più vicino la sposi. Questi dovrà condur l'orfana in moglie o collocarla, dandole cinquecento dramme di dote. Se nol fa, l'Arconte potrà obbligarvelo sotto multa di mille dramme, sacre a Giunone».[68]
Eudem. Continua l'altra.
Cancel. (legge). «Anche se la donna fosse già maritata, e le muoia il padre e non le restin fratelli, il prossimo parente la chiederà in moglie, e il precedente matrimonio sarà sciolto».[69]
Eudem. Queste, o giudici, le leggi nuziali, conservatrici delle stirpi. Passa a quelle dei divorzî.
Cancel. (legge). «Il divorzio ha luogo o per mutuo consenso de' coniugi, o promosso dal marito o dalla moglie: se dal marito, è ripudio: se dalla moglie, è abbandono.
«Se il divorzio accade per consenso mutuo o volontà del marito, non esige intervento del giudice. Se è chiesto dalla moglie per incuria o maltrattamenti del marito, la moglie presenta in persona la richiesta scritta all'Arconte».[70]
Eudem. Basta così. Queste savie leggi, o Ateniesi, a noi ha dato Solone: voi direte se ad esse scrupolosamente conforme il tema della commedia e la condotta di Mènecle non sia. Ben vero costui s'alza e vi dice: A Mènecle, ne' panni suoi, per fargli onore, miglior partito era scendere, volontaria ombra, fra i morti. E tu che lo affermi, l'avresti fatto? Tu che adduci la legge, perchè non l'adduci intera?[71] Perchè sapevi che, nel caso di Mènecle, il Senato di andar fra l'ombre anzi il tempo non gli avrebbe data licenza. Leggila tutta... Occhio all'acqua!...
Cancel. «Chiunque a cui siasi fatta grave la vita, lo annunzi al Senato, esponendone le cagioni: privazione di figli, perdita di sostanze, corpo mutilato, o morbo incurabile...
Eudem. Senti?...
Cancel. .... e impetrato dal Senato il permesso, beva la cicuta e vada pure».[72]
Eudem. Hai udito le cagioni che la legge enumera? Mi dirai che l'avere a sessantacinque anni una sposina di venti, sia compreso dalla legge nella rubrica dei morbi incurabili?
Beoto. Certo.
Eudem. Ammettiamolo. Chi ti dice che lo ammetteranno, per proprio conto, i senatori? E che a tutti poi accomodi di contar in piazza, al Senato, malattie di forma così atroce? E se il permesso è negato, perchè non parli della pena ai trasgressori?... Dilla tu.
Cancel. «Se uno si uccida da sè senza licenza, la mano che questo fece, sia seppellita separata dal corpo».[73]
Eudem. E tu, difensor delle leggi, tu volevi da me sulla scena l'esempio di un Arconte che le leggi offendesse, o scendesse col moncherino alla barca di Caronte, senza la mano per pagar l'obolo e ritirare il resto? Ma tagliati la tua che ha scritto più menzogne sulle tabelle di quanti abbi capelli sulla testa!...
Che resta adunque delle accuse di questo tristo? Una sola. Aver messo in iscena, contro la legge, cittadini Ateniesi col loro nome. Io non dirò che la legge, se tale fosse, fu posta da Làmaco, uno dei Trenta tiranni, quando la tirannide infuriava tra noi, e che le leggi dei Trenta sono a ritenersi abolite...[74] Non dirò che l'attica Musa, nei tempi d'oro della libertà nostra, ripudiò i freni come sacrileghi, e Pericle istesso, provatosi a porne, vi rinunziò.[75] Non dirò...
Tesmot. Neh, accusato, quello che non dirai, lascialo da parte.
Eudem. Ebbene, dirò che la legge, se tale foss'anche, costui non l'ha letta neppure. Dimmela su.
Cancel. (legge). «Làmaco disse e il Consiglio dei Trenta e il Senato decretarono: non sia lecito porre in commedia fatti contemporanei, o cittadini reali e viventi col loro nome. Il trasgressore qualunque cittadino possa citarlo in giudizio, e scriva la pena».
Eudem. Dunque la legge parla di fatti contemporanei: ora invece la commedia risale ai dì della 100ma Olimpiade, quando Atene raccolse i fuorusciti di Tebe, e Pelopida ed Epaminonda prepararono la riscossa. La legge parla di cittadini viventi: ora ecco ben sessant'anni che il buon Mènecle riposa nel sepolcro degli avi; ecco dieci anni che Aglae lo raggiunse, veneranda vecchierella, benedetta dai figli dei figli suoi. E se la legge dà al cittadin nominato facoltà di trarre in giudizio chi lo nomina, io sbaglierò, ma parmi, o giudici, che per far questo egli debba prima di tutto esser vivo... ti pare, o Arconte?...
Tesmot. Sì... mi pare...
Eudem. Perchè ai morti non è data facoltà di querela, e all'infuori di Orfeo, di Teseo e di Ercole non so chi altri fin qui sia tornato dalle porte dell'Erebo. Così Mènecle potesse tornarne!... egli, pel primo, pregherebbe, o giudici, a me propizio il vostro voto! (prende in mano un ramuscello[76] e lo stende verso i giudici) Egli ve ne pregherebbe, o voi giovani, per la memoria dell'atto suo generoso, a cui resero giustizia qui in quest'aula istessa, innanzi a questa effigie istessa di Lico eroe, i padri vostri, quando ad essi la parola eloquente di Iseo la raccontò. Egli ve ne pregherebbe, o vegliardi, non per lo squallore che costui vi minaccia, dei talami solitari, ma per i giorni sereni e consolati di affetti cari, che a lui furono compenso e letizia della tardissima età. Ben vero, egli non morse, il vecchio Mènecle, alla mela cotogna che la legge invita gli sposi a mangiar insieme, la notte delle nozze:[77] ben vero, per lui i bianchissimi graziosi dentini di giovinetta non furono costretti a cercar nella scorza del frutto sacro alla gamèlia Giunone, i solchi di denti gialli e tarlati...
1º El. al 2º. Come i tuoi...
2º El. Eh già... de' tuoi no certo... non ne hai più...
Eudem. Ma egli ebbe il conforto, raro concesso a mortali, nell'ora suprema, di leggere in isplendide pupille il dolore di lagrime vere... Ah no, o giudici, non voi irriderete alla preghiera che di sotterra il buon vecchio vi manda per me: non voi raccoglierete la iniqua accusa di questo furfante...
Beoto (al Tesmoteta). Arconte!...
Tesmot. (a Beoto). Furfante... è un termine di giurisprudenza...
Eudem. (insistendo) ... di questo furfante, leggi invocando dai tiranni bandite, o la mia Musa incolpando di corrompere il costume. Ah non cambiano i carmi il midollo nelle ossa umane! Da ottanta e più anni dorme la vecchia commedia politica, tace e dorme la satira sfrenata, lussuriosa di Aristofane, e non perciò del suo silenzio la città e i costumi s'avvantaggiarono; oggi sovr'essi il mio collega Filìppide mena di nuovo la sferza,[78] e non perciò delle sue sferzate città e costumi miglioreranno. Poveri costumi, se non bastarono a salvarvi nè la parola di Demostene, nè il sangue dei morti a Cheronea!... Voi tutti le avete vedute le patrie fortune cadute in basso coll'andarsene delle patrie virtù; le avete vedute le apostasie dei caratteri, e le fedi instabili voltarsi al voltarsi dei venti, e i tribuni mutati in cortigiani; e le 360 statue inalzate a Demetrio Falerèo, rovesciate all'indomani per ergere gli altari al Poliorcète; e le supine adulazioni di Stratocle, le bassezze buffonesche di Dromòclide,[79] e la caccia febbrile agli uffici, alle ricchezze, ai vili onori: e la viltà fatta abitudine, la menzogna eretta in legge, la ciarlataneria surta a costume: queste son le cose, dirò anch'io col poeta, queste son le cose, e non già le commedie, che mandano il popolo in rovina![80] Condannatelo il poeta, se offende le leggi della eterna bellezza!... ma voi... voi pensateci per vostro conto a quelle eterne della virtù!...
(Durante l'ultima parte dell'arringa, il Tesmoteta e i giudici danno segni visibili di stanchezza sonnolenta. Il Tesmoteta abbassa più volte la testa sul petto, rialzandola tratto tratto come chi combatte contro il sonno. Quando Eudemonippo ha finito e si leva la corona, il Tesmoteta rialza, scotendosi, vivamente il capo).
Tesmot. Finito?... (vede Eudemonippo che si leva la corona). Ah... Passerem dunque, prima dei voti, alla recita della commedia in atti... Or quindi, o giudici, l'arringa che udiste...
Cancell. (udendo un certo rumore si è mosso dal suo stallo e si è appressato ai giudici per vedere che cos'è... poi fa segno maliziosamente all'arconte additandoli, e continuando la frase di lui) ... li ha già persuasi... (addita i giudici) Dormono.
Tesmot. Dormono? (vivamente all'accusato). Recita, ch'è il momento buono!...
(CADE RAPIDAMENTE LA TELA).