SCENA I.

Aglae e Mènecle.

(Aglae sta seduta a un tavolino di lavoro, con un canestro di fiori accanto, intrecciando una corona. Mènecle dall'altro lato della stanza sta terminando di rotolare un papiro, poi cammina su e giù pensoso e rannuvolato, tenendo il rotolo in mano).

Agl. (dal suo tavolino di lavoro, parlando seduta e intenta al lavoro) Hai terminato?

Mèn. (passeggiando, e con voce secca) Sì.

Agl. (sempre chini gli occhi sul lavoro) Sei ben triste, Mènecle, stamattina. Si direbbe ti sii imbattuto nell'ombra di qualche eroe taciturno[82], o la Terra questa notte t'abbia mandato qualche infausto sogno...

Mèn. (passeggiando su e giù, le mani di dietro, serio e brontolando fra sè) Sarà...

Agl. Pure hai vegliato ad ora tarda. La vecchia Tratta m'assicurò che alla terza vigilia della notte c'era ancora lume nella tua stanza.

Mèn. (c. s.) E Tratta farà meco i conti, se la colgo a spiare i fatti miei...

Agl. Vedi come sei! Una volta eri cortese. Da qualche tempo non ti si può parlare. Fui io a dirle che scendesse a dare un'occhiata, udendo rumor di passi nella stanza tua. Dubitavo stessi male... ti abbisognasse qualcosa...

Mèn. (sempre passeggiando come assorto in pensieri, e brusco nel parlare) Grazie. E s'anco mi fosse bisognato, dei servigi delle vecchie non so che farne...

Agl. (sempre cogli occhi al lavoro, e con voce calma, quasi indifferente) Ma la mi disse che stavi scrivendo... Se no mi sarei alzata io... Forse quella lettera? (additando il rotolo che Mènecle ha in mano. Mènecle si stringe nelle spalle e non risponde) Qualche affare urgente?

Mèn. (c. s.) Può darsi.

Agl. Del tuo dicastero?

Mèn. Non so.[83]

Agl. E avrai a far molto oggi?

Mèn. Non saprei.

Agl. Eccomi ben informata!... (sollevando il capo dal lavoro) Mi puoi favorire quel libro lassù...

Mèn. (prende un rotolo nel luogo indicatole da Aglae e legge il titolo esterno) Amori di Piramo e Tisbe... (fra sè) (Non sono i nostri...)

Agl. No... l'altro...

Mèn. (c. s. leggendo il titolo esterne) Le Trachìnie... e la Medea.

Agl. Quello.

Mèn. Vuoi rileggere come Dejanira si disperò dell'abbandono di Ercole, e Medea del divorzio di Giasone?... Erano due stupide... (nell'avviarsi verso Aglae col libro in mano, legge macchinalmente quel che gli vien sott'occhio):

«Arse Achelòo per me: come potea

Donzelletta mirar l'orrido aspetto?

Ed io per me chiedea

Aspra ed acerba morte,

Piuttosto che a quel mostro esser consorte».[84]

Un'altra stupidaggine!... (consegna il libro ad Aglae).

Agl. (prendendo il libro) Tanto per ingannare il tempo!... Queste giornate di ecatombèo[85] sono sì lunghe!...

Mèn. (si ferma un momento a guardarla, poi torna a camminare concitato, come combattuto da qualche pensiero, poi le si fa appresso e la chiama) Aglae!...

Agl. (pacatissima, continuando a leggere) Mènecle!...

Mèn. Ti ricordi di quel che tuo padre al letto di morte ci raccomandò, ad entrambi, quando a me ti affidava?

Agl. (senza distor gli occhi dalla lettura e dal lavoro della corona, con voce pacatissima) Me ne ricordo...

Mèn. Che cosa ci disse?...

Agl. A me disse: sii casta e virtuosa... deferente al marito... pietosa agl'infelici... ossequente agli Dei...; a te... (si arresta d'improvviso).

Mèn. (vivamente) A me... Aglae?...

Agl. A te... non ricordo.

Mèn. Non importa. Me ne ricordo io. A me disse di farti felice.

Agl. (sempre leggendo, e come distratta) Ah, sì!...

Mèn. Aglae!... (dopo una pausa di esitanza) lo sei?

Agl. (alzando il capo) E me lo chiedi? Nulla qui mi manca degli agi della vita: ho servi, cagnolini, fantesche: specchi di Brindisi[86] e tappeti di Babilonia,[87] ed ori e gemme, e vesti milesie e veli di Còo: tu mi provvedi di tutto per le feste di Minerva[88] e per le sante Tesmoforìe; vo per te rispettata fra le donne libere di Atene, ottengo i primi onori nelle cerimonie della gran dea: per te posso adempiere al voto di mio padre, beneficar gl'infelici e dar sagrificj alla sua tomba...

Mèn. (sospirando) E d'altro?

Agl. E se... (si arresta).

Mèn. (insistendo) E se?...

Agl. E se qualcosa ancora mancasse alla felicità mia, non sarebbe un tentare Adrastea chiedere felicità compiuta, cosa non concessa agli umani? Sola io sarei nata sotto astro sì benigno, io sola avrei avuto a condizioni diverse dagli altri quest'aria che respiro, da raggiungere sulla terra ogni mèta dei desiderj?...[89]

Mèn. (crollando il capo) Ahimè! tu parli come parlerebbe Socrate... ma Socrate, oltre alla molta sapienza, aveva anche il naso rincagnato e gli occhi loschi... e sessantacinqu'anni sulla gobba...: tu non hai nessuno di questi privilegi. E se le donne ragionano colla testa così bene alla tua età, che cosa faranno a sessanta?

Agl. (lavorando) Ragioneranno anche meglio.

Mèn. Eppure, se tuo padre, morendo, avesse portato sotterra il desiderio di una felicità maggiore per te? Se a quella ch'ei per te imaginava, di laggiù vedesse che una parte ne manca, credi che la sua ombra non ne avrebbe dolore... rimorso forse?...

Agl. Mènecle! che discorsi son questi?... Decisamente la veglia di stanotte non t'ha messo l'umore allegro...

Mèn. (fra sè) (Può essere!) (secco) Che ne sai tu!...

Agl. Io so che mio padre, memore de' tuoi beneficj, mi ha a te affidata, morendo, come a nuovo padre della famiglia:[90] tu hai pensato ai funebri paterni, alla educazione mia: hai sposata l'orfana secondo il rito: m'hai chiesto prima se ero contenta: ho detto sì: se non avevo altre mire in cuore, ho detto no: di che vuoi l'ombra paterna si dolga? chi vuoi m'abbia a compiangere...

Mèn. Eh, a quindici anni se ne dicono tanti di sì e di no... (fra sè, indispettito, con un gesto vivo d'impazienza, picchiando sul tavolo col rotolo che ha in mano e che gli cade per terra senza ch'ei vi badi nè lo raccolga) (Finge... e non c'è verso...) Pure, ieri, ti ho sorpresa con una lagrima...

Agl. Sì, piangevo pensando a quella povera Cesira, di cui è giunta notizia che le è morto, lassù in Tracia, il figlio...

Mèn. Ma ier l'altro la notizia non era giunta, e, quando rientrai, stavi intrecciando, come oggi, delle rose,[91] e c'eran più nuvole sulla tua faccia, che non sull'Egèo... quando fa nuvolo.

Agl. Pensavo che quanto quelle rose tanto dura la bellezza della donna. Ogni cosa il tempo si porta via presto quaggiù: e a noi non resta che il ricordo delle gioie godute...

Mèn. (fra sè comicamente) (Ne gode molte!)

Agl. ... il resto è polvere: polvere di Pericle, di Codro e di Cimone.[92]

Mèn. Decisamente ti sei data alla filosofia. Io avrò l'umor nero: ma Eràclito il lagrimoso, al tuo confronto, metteva in corpo l'allegria...

Agl. Ma sei tu che vai a cercare certi discorsi... Bel modo di occupar la mattina... E vai oggi al tribunale?...

Mèn. Oggi al Metichèo non c'è seduta... (Finge... non c'è verso!)

Agl. Resti?...

Mèn. No... ho da uscir lo stesso. Addio...

Agl. (dal suo posto) Addio...

Mèn. (s'avvia, poi torna indietro) Se venisse Elèo, bisogna dirgli che ho avuto lettere da Tebe, da Epaminonda... Poi già gli parlerò io... (ritorna ad avviarsi, poi si sofferma da capo, dinanzi a un tavolo) Ah, è questo lo specchio che t'ha regalato Crìside? (prende dal tavolo uno specchietto di bronzo, a fregi d'oro, e ne esamina il manico intagliato) Graziosa questa piccola Afrodite!... (si specchia, lisciandosi la barba) Che bella luce!... Oh, Aglae!... vieni qua!... (Aglae si alza e va verso lui) Più in qua!... così!... (tenendo dell'una mano lo specchio, dell'altra avvicinando Aglae a sè, e la testa di Aglae a contatto della propria, così che i due volti, l'un presso l'altro, nello specchio si riflettano entrambi) Guarda!... che quadretto!... (porta colla mano lo specchio un po' a distanza, per meglio contemplarvisi; e con l'altra mano libera si liscia la barba bianca poi la ripassa dolcemente sulla chioma bionda di Aglae) Il vecchio Titone ha sposato l'Aurora e l'oro del Pattòlo si è fuso con l'argento del Làurio!... (con gesto ed accento comicamente espressivi) Che bel matrimonio!... (s'avvia) Addio Aglae... Che bel matrimonio!... (esce).