CAPITOLO I L'ABBATE GIOACCHINO

Sono molto discordi i giudizii intorno al

Calavrese abate Gioacchino

Di spirito profetico dotato,

nè fa maraviglia; perchè chi attenda alla sua incontrastata pietà, all'ampia e solenne dichiarazione di sottomettersi al giudizio di Roma, e ritrattare tutto quello che nei suoi scritti si trovasse di meno ortodosso; chi ricordi l'ordine florense ed il cenobio da lui fondato, se anche non presti fede ai miracoli che si raccontano di lui, certo lo metterà tra i più ortodossi asceti del medio evo. E la Chiesa stessa lo disse beato, e permise che si levasse un altare sul suo sepolcro nell'abbazia di S. Giovanni in Fiore, nè solo i Benedettini, ma benanco i Gesuiti ne inserirono la vita nelle agiografie. Ma d'altra parte non si può negare che nel Concilio lateranense del 1215 furono solennemente condannate alcune dottrine teologiche dell'abate calabrese, e più tardi nel 1254 una Commissione di cardinali raccolse dalle sue opere autentiche una messe abbondante di opinioni e sentenze poco ortodosse. Oltrechè lo stesso nome di profeta appar sospetto alla rigida autorità ecclesiastica, perchè di santi la Chiesa cattolica ne riconosce moltissimi, ma di profeti neppur uno, chè secondo molti dottori la vena profetica andò del tutto esaurita dopo la venuta del Messia, quando null'altro aveano a predire i veggenti del futuro, fuor che novità pericolose. Codesta disputa tra gli apologisti e i contraddittori dell'abate calabrese dura da un pezzo, nè sarà per ismettere, attendendo gli uni alla purità degl'intendimenti, e gli altri al tenore delle dottrine. Ma comunque si componga, a noi corre l'obbligo di aprire questo secondo libro col profeta calabrese. Perchè se anche dell'ortodossia di lui non si fosse dubitato punto, e concordemente fosse venerato sugli altari, non sarebbe men vero per questo che nel suo nome si levarono, e dalle sue opere presero le mosse alcune sètte manifestamente ereticali.