I
Dell'abate Gioacchino è molto difficile ricomporre la biografia sulle scarse notizie a noi pervenute. Del cenobio di Fiore, da lui fondato, non resta ormai se non l'antica mole, e se dura l'incuria nostra, tra poco cadrà ancor quella. I tesori e le memorie della ricca abbazia andaron dispersi, ed i cronisti antichi bisogna adoperarli con molta circospezione, se non si vuol cadere in gravi errori, come toccò al De Lauro.[469] Nessuna cronaca ci dice nè la data della nascita nè quella della morte. Ma quest'ultima può essere determinata con certezza da due documenti riportati dall'Ughelli, dove appare ancor vivo nel settembre del 1201 e già morto nel giugno 1202. La morte adunque accadde nel frattempo, e propriamente il 30 marzo 1202; perchè sappiamo da Luca che morì di sabato quindici giorni avanti la Pasqua.[470] Non è così facile determinare l'anno della nascita. I calcoli del De Lauro, che lo crede nato nel 1111 sono tutti fondati sopra una profezia che avrebbe fatta Gioacchino sulla neonata principessa Costanza. Ma così la profezia, come tutto il racconto intorno a questa principessa, che il De Lauro attinse dal Fazelli, è un tessuto di favole. Un altro biografo, il Greco, o perchè l'abbia trovato in documento antico, o perchè prenda la media della vita umana, mette tra la nascita e la morte un settanta anni. Secondo questo calcolo Gioacchino sarebbe nato intorno al 1132.
Che alla mamma e al babbo apparissero prima della nascita del bambino parecchie visioni lo raccontano i biografi, nè fa meraviglia, perchè un profeta non poteva non essere preceduto da quelle apparizioni, che negli antichi tempi preannunziavano la nascita degli eroi, e nei nostri quella dei santi. Ma è strano che tra le cose rivelate dall'angelo ai genitori ci fosse questa, che non s'avesse a battezzare il figliuolo prima dei sette anni, e più strano che i genitori aspettassero non pure i sette anni prescritti, ma dieci addirittura. Non saprei veramente come spiegare questo curioso racconto.
Giovane di prestante ingegno, bello della persona, largamente fornito di beni di fortuna, avrebbe fatto gran cammino nel mondo, ed il padre ben per tempo lo applicò alla regia curia, ove pare che avesse un uffizio importante anche lui; ma lo splendore della corte non abbagliò il giovane patrizio che si sentiva chiamato a ben altri destini, e delle miserie della vita già si mostrava insofferente. Che pensieri si agitassero nella sua mente è ben difficile dire, ma certo è che ei sentendosi a disagio nella patria sua ottenne dal padre di fare un viaggio per l'oriente ad attigere ispirazioni dagli stessi luoghi, ove ebbe nascimento la nostra fede. Lui non moveva quell'inquieto ardore, che menerà i Polo nelle lontane regioni della Mongolia, nè desio di avventure; ma un sentimento indefinito che lì dove nacque il Cristo, gli verrebbe scoperto il segreto del suo destino. Intraprese il viaggio non a foggia di pellegrino, bensì circondato da servi ed amici, che manteneva a proprie spese. Era ben raro anche a quei tempi che un privato intraprendesse un così lungo viaggio con tanto seguito di gente e, se s'ha a credere al cronista, il giovane signore ne invanì.[471] Ma giunto a Costantinopoli, ove forse qualche morbo contagioso mieteva a migliaia le vittime, il sentimento mistico prese il di sopra, e spogliate le ricche vesti, e congedati i suoi compagni all'infuori di uno, cinse il saio del pellegrino, e seguitò faticosamente la sua via.[472] Ormai avea rinunziato ai piaceri della vita, ed ei stesso narrava al suo compagno Luca d'una vedova siriaca, ancor giovane e bella, che accolto in casa l'austero viaggiatore, cercò indarno di soggiogarlo coi suoi vezzi.[473] Salito sul monte Tabor è fama che vi restasse tutta la quaresima tra digiuni e preghiere. E se non si può credere al biografo, che su quel monte concepisse il disegno di opere scritte molto più tardi e sul cadere degli anni, certo è che vi attinse il proposito di dedicarsi tutto alla religione di Cristo.[474]
Tornato in patria, se pure non è vero che ei si nascondesse ai suoi genitori[475] certo è che non volle rientrare nella casa paterna, ma invece per fecondare quei germi che avea seco portati di Palestina entrò nel monastero di Sambucina. Se non che non volle legarvisi con voti;[476] chè ei non aveva in mira di chiudersi nel silenzio di un chiostro, ma di spandere la parola del Signore di gente in gente. E a capo d'un anno dal monastero sambucinese si portò nei dintorni di Rende per predicare ai popoli, e trasfondere in loro il fervore religioso che scaldava il suo petto.[477] È strano che Gioacchino nel principio del suo apostolato fosse ancor laico, e par che non avesse nessuna fretta a prendere gli ordini. Nè questo è un fatto isolato nella sua vita; chè nella sua peregrinazione per la Palestina, sebbene avesse fatto voto di castità, e vestita la bianca tunica del frate, pure tornò laico quale era partito. E tornato in patria, benchè si chiudesse per un anno nel monastero sambucinese, pure nè si fece frate, nè prese gli ordini. E quando più tardi fu fatto abate di Corazzo non vide l'ora di fuggire dal convento e tornare a predicare all'aere aperto. Questi fatti hanno certamente un nesso fra loro, nè può darsi che il ritardo di Gioacchino a prender gli ordini sia accidentale. Egli era di quegli uomini, che sentivano indispensabile una riforma della Chiesa, se pur non si volea perpetuare le lotte tra il Papato e l'Impero, che riaccese nel 1154 continuarono a lacerare la cristianità, e produssero durante il pontificato di Alessandro III un lungo e disastroso scisma. Forse istintivamente sentiva che questa riforma non potesse partire dal clero stesso, che troppo avido si dimostrava di dominio, ed in vista di temporali vantaggi non rifuggiva dal muovere una guerra ingiusta, come quella di Adriano contro Guglielmo I di Sicilia. Non bisogna dimenticare che Gioacchino visse per qualche tempo nella curia cosentina, e dei contrasti tra i Normanni ed i Papi, che or li benedicevano come salvatori, or li scomunicavano come empi e ladroni, dovea sapere qualche cosa. Nè sarebbe strano che ei fin da giovane avesse un lontano presentimento delle idee che più tardi sarà per svolgere.
Comunque sia, è fuor di dubbio che Gioacchino ancor da laico si mise alla predicazione, come al principio del secolo avea fatto Tanchelino, e qualche anno dopo di lui farà Valdo. Ma la Chiesa non poteva permettere che un laico assumesse un ufficio proprio del sacerdote, nè dubito punto che a Gioacchino fosse proibita la predicazione dal vescovo di Cosenza. Così si spiegherebbe il fatto, che egli volendo prender gli ordini, per seguitare nel suo apostolato senza impedimenti, non si rivolse al vescovo della sua diocesi, come era pur naturale, ma recossi invece nella vicina Catanzaro,[478] ove fu ordinato da Norberto, terzo vescovo di quella diocesi.[479] Il cronista racconta che nel viaggio per Catanzaro arrivato al Crotalo (Corace) smontò all'abbazia cistercense di Corazo. Ed ivi dall'abate Colombano fu indotto a restare per prepararsi convenientemente all'ufficio sacerdotale che volea imprendere, e dopo non molto si lasciò persuadere a prendere i voti. La via della libera predicazione, per la quale s'era messo, gli era stata chiusa; nè forse con suo rammarico. Alla sua indole mite e poco battagliera s'addiceva una missione più calma della predicazione, e la riforma che ei vagheggiava la potea promuovere più collo studio e gli scritti che colla parola. E benchè finora non avesse voluto nè legarsi con voti, nè prendere gli ordini, pure per la tempra dell'animo suo più inchino alla vita contemplativa che all'attiva, era un cenobita nato.
Divenuto frate cistercense, seguitò con ardore gli studii biblici, dai quali mal tollerava d'andar distolto. E quando alla morte dell'abate Colombano i confratelli levarono lui all'alta dignità, forse perchè più schivo di tutti, ricusò l'impaccioso onore. E per sottrarsi alle pressure, abbandonato il suo convento, riparò prima in quel d'Acri, e poscia nel Sambucinese, dove era stato anni prima. Ma questa fuga non intiepidì l'ardore dei suoi elettori, che dall'umiltà sua traevano novo argomento per desiderarlo a capo. E frappostisi alcuni dignitari della Chiesa gli convenne accettare[480] il non ambito ufficio, nel quale e per la relazione di famiglia, e per essere stato egli stesso un tempo addetto alla curia forse potè giovare più che ogni altro. Certo è che sotto il suo governo l'abbazia, come dice il cronista, ottenne nuovi privilegi, come ne fa fede un documento del 1178 riportato dal Greco, in cui Guglielmo II ordina al suo rappresentante nella Puglia che sia fatta giustizia ai giusti reclami dell'abate Gioacchino di Corazo.[481] Ma sebbene adempisse scrupolosamente ai doveri del suo ufficio, pure, anzi appunto per questo, non cessava di sentirne il peso. Tra quei conflitti di case religiose, che si disputavano e terre e beneficii, tra le cure dell'amministrazione di un vasto patrimonio, gli parve smarrito lo scopo della sua vita. E l'irrequietezza dei primi anni rinacque, e quell'alto fastidio, che un tempo lo allontanò dalla corte cosentina, lo mise ora in fuga dall'abazia coracense.[482] Ma non v'era altro mezzo per essere sgravato dal faticoso incarco, quando i suoi confratelli non volessero, se non impetrarlo per grazia dall'autorità del Papa. E l'abate corazzese, ben risoluto questa volta di andare fino in fondo, prese la via di Roma, ed a Lucio III, salito dal 1181 sulla cattedra di Pietro, chiese di venire esonerato dall'ufficio, che gli toglieva il modo di compiere il commento e l'interpetrazione della Bibbia, da lui per tanto tempo vagheggiata. All'insolita dimanda fra tanti che chiedevano privilegi e favori fece buon viso il Pontefice, nè solo permise che deponesse la dignità abbaziale, ma gli dette licenza di prendere stanza ove meglio gli paresse.[483] Così Gioacchino tornato in Calabria, abbandonò per sempre l'abbazia di Corazzo, e ad imitazione degli anacoreti dell'oriente si ridusse nel silenzio di Pietralata, ove non giungea l'eco delle discordie fratesche, ed ei libero di cure a ben più alti pensieri potea volgere la mente.
Da Pietralata par che andasse pellegrinando per le abbazie cistercensi, lavorando dovunque indefessamente, e partecipando altrui i frutti del suo lavoro. Questo almeno possiamo raccogliere dalla testimonianza preziosa di Luca, che lo conobbe per la prima volta nell'abbazia di Casamari, ove egli si trattenne più di un anno a compiere ed emendare il libro della Concordia, ed il commento all'Apocalisse, e por mano nel contempo all'ultima delle sue opere, il Decacordo.[484] Che una di queste opere fosse già cominciata quando Gioacchino si presentò a Lucio III è attestato non solo da Luca,[485] ma dalla lettera di Clemente III.[486] E non è improbabile che l'ammirazione per il disegno ed il metodo della Concordia non fosse ultimo motivo dell'arrendevolezza del Papa. Ma è fuor di dubbio che queste opere furono compiute ed emendate in seguito, appunto nel pellegrinaggio di abbazia in abbazia. Ed è certo del pari che se queste opere ardite potevano piacere ai pochi, ai più tornavano ostiche per le ragioni che diremo a suo luogo. Quei frati che si vedevano così spietatamente colpiti nelle opere del santo abate, non glie la perdonavano di sicuro, e non è improbabile che abbiano supplicato il Papa perchè imponesse silenzio all'importuno censore. E forse per giustificarsi delle accuse mossegli, come sospetta il De Riso, o per presentargli l'opera della Concordia, Gioacchino si recò a Verona presso il novo papa Urbano III, il quale confermato il decreto del suo predecessore, incoraggiò il santo abate a compiere l'opera sua.[487] Ma non per questo cessarono le accuse, e la Corte Romana stessa par che non fosse del tutto sgombra da sospetti. Clemente III, almeno nella lettera citata più sopra, benchè riferendosi ai decreti dei suoi predecessori Lucio ed Urbano, confermasse anche lui la licenza di seguitare lo studio intrapreso, pure gli prescrisse che non appena compiuto si recasse al più presto a Roma per sottoporlo all'esame del Pontefice.[488] E la lettera stessa che Gioacchino premette alle sue opere, in cui scusatosi di non averle potute presentare al Pontefice per strettezza di tempo, dichiara di voler ritirare ogni parola che la Chiesa possa trovare poco ortodossa, questa lettera, ripeto, è un chiaro segno delle accuse e dei sospetti che circolavano tra i contemporanei.
Non ultima delle ragioni che alimentavano la guerra contro Gioacchino, era senza dubbio la franchezza e la severità con cui rampognava gli uomini di chiesa, non risparmiando neanco i suoi correligionari benedettini, che dappertutto trovava non dissimili dai corazzesi, e meritevoli di una severa riforma.[489] Ad un carattere austero e mistico come il suo mal s'affacevano e le simulazioni e gli accorgimenti diplomatici, talchè disdegnando la vita molle dei suoi correligionari, si ritirò nella sua cara solitudine di Pietralata. Ed ivi seguitava nelle sue meditazioni, nè a nessuno faceva mistero della nuova ed ardita interpetrazione della Bibbia, che uno studio perseverante e diligente gli avea suggerito. Così il romitaggio di Pietralata divenne in breve ora un centro dal quale s'irraggiava nova luce,[490] come parecchi anni innanzi era stato il Paracleto per opera di Abelardo. Il numero dei discepoli ognor più cresceva, a misura che la fama del maestro s'ingrossava; e molti non sapeano staccarsi dal fianco di chi scopriva nuovi orizzonti. Così a poco a poco il piccolo romitorio di Pietralata non bastò più a contenere tante persone e fu d'uopo edificare altrove un'abbazia. Gioacchino scelse per la nuova costruzione il luogo più lontano dai centri popolosi, e nel cuore della Sila, sovra un poggio che si leva per mille metri dal livello del mare, piantò la rocca dell'ordine novello. Il pittoresco sito è ben atto all'alta e tranquilla meditazione. Il suo silenzio non è interrotto se non dal mormorio delle acque dell'Arvo e del Neto, che venute da lontane sorgenti, si riuniscono ai piedi di quel monte per formare il maggior fiume della Calabria. Di faccia ha il Monte Nero, il più elevato della Sila, ed ai fianchi e alle spalle altri monti in quel tempo più che in oggi vestiti da folta vegetazione. Su quella cima par di essere separati dal mondo, chè dovunque volgi lo sguardo, ti si rizzano barriere che sembrano insuperabili, e la valle che s'apre dinanzi angusta e profonda, pare un burrone più invalicabile delle stesse montagne. Questo luogo selvaggio chiamavasi Fiore,[491] nome mal rispondente a quelle alpestri balze, ove fu costruita la chiesa dell'abbazia e dedicata a S. Giovanni Battista. Il paese, che più tardi vi si formò attorno, riunendo insieme i due nomi, fu detto e si chiama tuttora S. Giovanni in Fiore.
Quando fosse aperta la nuova abbazia, il Greco non sa dire, ma il De Lauro invece adduce una data precisa, il 18 Luglio 1189, 6ª indizione, regnante Guglielmo il Bono;[492] ma non cita la fonte di questa notizia. Certo è che la bolla di Celestino III che approva la fondazione dell'ordine nuovo, e ne conferma gli statuti non rimonta al di là del 1196;[493] ed il decreto imperiale che assegna alla nuova abbazia la rendita di cinquanta bizantini d'oro appartiene all'anno innanzi, 1195.[494] È probabile che la fondazione definitiva dell'abbazia non risalisse molto al di là del decreto imperiale, perchè pare che l'abbazia sia nata a poco a poco e per le offerte di parecchi, non per largizione di un solo fondatore, il cui nome sarebbe stato ricordato nelle memorie del convento, come fu ricordato quello del signore di Mamistra che fondò la casa filiale di Fiumefreddo. E se la cosa è andata come noi sospettiamo, ben si comprende che gli agenti del fisco si opponessero all'ingrandimento successivo dell'eremitaggio, ingrandimento che portava di necessità s'abbattessero le foreste e s'occupasse parte del demanio pubblico. E si comprende altresì come a far cessare queste opposizioni Gioacchino si recasse dal Re stesso in Palermo. Il Re, cui forse non piaceva la creazione di un nuovo ordine cistercense, che avrebbe destato le invidie e le gelosie dell'antico, offrì all'abate il monastero di S. Martino presso Bisignano. Ma Gioacchino che mirava non al possesso d'un'abbazia, bensì alla riforma dell'istituto, ricusò la generosa offerta, nè altro chiese fuorchè di essere lasciato in pace, lui e i suoi compagni, tra i silenzi delle alpestri montagne.
Benchè non favorita dal Governo, la nuova istituzione cresceva e si dilatava. Sfortunatamente non sappiamo in che differisse dalla cistercense. Dalla bolla di Gregorio IX, che proibisce ai cistercensi di accogliere tra loro chi fosse stato scacciato dai Florensi, si ricava solo che la regola di questi ultimi era più stretta e rigorosa. Non però si arrivava alla povertà abbracciata più tardi dai francescani, perchè, come vedemmo, quando il nuovo istituto cominciò a fiorire accettò le largizioni di Enrico VI, e più tardi dell'imperatrice Costanza.
Gli anni in cui nasceva il nuovo ordine furono agitati dalle contese tra gli Svevi ed i Normanni, e il De Lauro per mettere in luce il dono profetico di Gioacchino, racconta che egli al tempo in cui avvennero i disastri dello Svevo prevedesse di già la sua vittoria finale, e saputo di queste profezie Tancredi montasse in furore e minacciasse di distruggere tutti i conventi florensi. Ma tutto questo racconto è fallace perchè è fondato sulle lettere di Gioacchino, che non hanno maggiore credibilità di quelle attribuite a Platone. Ed è molto improbabile che il fondatore di un nuovo ordine, il quale dovea combattere contro tanti ostacoli e rivalità rendesse più difficile l'opera sua mescolandosi in negozi politici. È verisimile invece che Enrico VI favorisse la nuova istituzione non in grazia dei sentimenti politici del fondatore, ma ben piuttosto o per il suggerimento di Costanza, donna molto pia, che gran stima facea del santo abate, ovvero perchè l'ordine florense aveva acquistato molto sèguito; e ad una nuova signoria giova promuovere le istituzioni giovani che par che nascano ad un parto col nuovo dominio.
Comunque sia, l'abbazia di Fiore ebbe molti donativi e crebbe così rapidamente, che vivente Gioacchino cominciò a spiccare rami filiali all'intorno. Ma l'austero abate, pur rallegrandosi di queste prospere sorti, volgea non per tanto il pensiero al romitaggio, ove ebbe nascimento il nuovo ordine. E sentendo appressarsi l'ultima ora, ivi fece ritorno, e nella stessa camera, che ricordava le più feconde sue meditazioni, volle chiudere il corso della sua travagliata carriera.
Nella vita di Gioacchino si possono distinguere nettamente tre periodi. Quello del giovane signore che senza prender gli ordini, o ascriversi ad un sodalizio religioso, fa il pellegrinaggio di Terra Santa e tornato in patria imprende l'apostolato della predicazione. Quello del frate cistercense, che divenuto abate, non trova posa finchè non sia libero dal penoso incarco per consacrarsi tutto alla meditazione ed al commento delle scritture. Quello infine del riformatore che mette in atto una parte delle sue idee fondando un nuovo ordine più severo del cistercense, al quale apparteneva. In tutti questi periodi domina il misticismo. Fin da giovane Gioacchino è più sollecito del cielo che della terra, e fugge dalla corte, ove avrebbe potuto conseguire i primi onori, per fare da povero pellegrino il viaggio di Terra Santa. Fin da giovane, quando ancor non era legato da voti religiosi, si consacrò ad una vita aspra ed austera, e già vecchio ricordava con compiacenza le battaglie sostenute e vinte contro le seduzioni della bellezza. Fin da giovane sentì il bisogno di una rinnovazione religiosa, bisogno indistinto ed indefinito, eppure sì prepotente che ancor laico si mise a predicare penitenza. Ma la vita dell'apostolo, che trae seco le genti, colla parola calda, e il piglio risoluto di chi sa dominar le anime, non è per lui, nato più al contemplare che al fare.[495] La lotta lo scoraggia, sebbene non la sfugga, se imposta dal dovere. E chi non ha l'energia e l'ardore del soldato, nè sa piegare al suo volere l'altrui, non move le turbe. Non un riformatore, ma un mistico veggente era Gioacchino, nè in lui riviveva lo spirito di Enrico o di Arnaldo da Brescia. Se non vi si opponessero moltissime dissimiglianze, si potrebbe paragonare ad Abelardo almeno in questo, che al pari del filosofo palatino ei crede di potere agire cogli scritti, se non con le opere, e al pari di lui mette uno studio indefesso nella Bibbia, e pur con intendimento diverso adopera lo stesso metodo dell'interpetrazione allegorica. Ma in opposizione ad Abelardo Gioacchino è una mente mistica, alla quale piace più la penombra della visione, che la chiarezza del ragionamento. Egli non è un filosofo, ma un profeta, e tale lo stimarono i contemporanei, e Vincenzo di Beauvais nel parlare di lui spiega come si possa avere il dono della preveggenza, nè Dante ad un secolo di distanza, lo chiama altrimenti.
Non intendiamo profeta nel senso comune della parola di tale che preconosca i fatti avvenire in tutte le loro particolarità e nell'ordine cronologico con cui si svolgeranno. Di queste volute profezie non abbiamo alcun cenno nell'opera del suo discepolo Luca, che per noi è la fonte più importante, come quei che, inchino a scorgere nel suo maestro virtù soprannaturali, non avrebbe certo taciuto delle profezie di Gioacchino, ove mai gli fossero state note. Nè nelle opere autentiche si trovano le predizioni, ricordate dai suoi biografi; nè se anche si trovassero ci darebbero il diritto di attribuirle piuttosto all'ispirazione divina, che all'accorgimento umano. Imperocchè le profezie che gli si attribuiscono sono queste tre, che da Costanza sarebbe nato Federico II, il futuro e più pericoloso nemico della Chiesa;[496] che fra tre giorni perverrebbe l'annunzio dell'espugnazione di Gerusalemme per gl'infedeli; che infine il figlio di Tancredi sarebbe stato ucciso, spegnendosi con lui la casa normanna. E nessuna di queste previsioni si può dire che ecceda le facoltà umane. Non era difficile trarre cattivi auspici dall'unione della casa sveva colla normanna, ed uno sguardo acuto avrebbe potuto intravvedere i futuri contrasti tra i Papi ed i discendenti di Enrico IV, che divenuti ad un tempo imperatori e re di Sicilia difficilmente avrebbero rinnovato il giuramento di vassallaggio al Papa, prestato dai normanni.[497] Parimente le esperienze fatte dalla seconda Crociata faceano concepire scarse speranze per la terza, perchè il tempo degli entusiasmi era passato da un pezzo; nè s'era più rinnovata quella fermezza e concordia di propositi della prima Crociata.[498] E per quanto crescevano le discordie nel campo cristiano e più che altrove nel regno stesso di Gerusalemme, altrettanto si rafforzava l'impero di Saladino. Parimenti non era impossibile la previsione della vittoria dello Svevo, il quale se patì una prima sconfitta, poteva e dovea scendere di nuovo più forte d'uomini e d'armi; e la fine della dinastia normanna, alla morte di Tancredi, del solo uomo che la seppe ritardare, era per fermo imminente.
Se Gioacchino avesse fatto veramente queste previsioni, dovremmo scorgere in lui l'uomo che conosce da vicino la società in cui vive, nè le splendide ma passeggiere vittorie lo abbagliano, e non vede la meta vicina per desiderio che abbia di toccarla, nè per i vantaggi del presente trascura di porre in calcolo i danni dell'avvenire. Non sarebbe certamente impossibile, che in Gioacchino al misticismo della fede andasse congiunta l'esperienza consumata della vita. Per le sue particolari condizioni ei s'era trovato in contatto colle persone più eminenti del suo tempo, nè sarebbe strano che conoscesse le discordie degli uni, la vanità degli altri, e prevedesse un avvenire molto più buio di quel che i suoi contemporanei si raffigurassero. Anzi in questa previsione la fede mistica e l'esperienza della vita si sarebbero incontrate, ed entrambe avrebbero contribuito a confermare il solitario veggente nella persuasione che bisognasse mutar cammino per ridar la pace e la giustizia alla travagliata cristianità.
Comunque sia di queste previsioni di Gioacchino, nel modo come le abbiamo esposte qui sopra, certo è che nei termini in cui ci son raccontate dai biografi si tradiscono facilmente per tardive e malcaute invenzioni, intrecciate di grossi errori e storici e cronologici. Questi racconti appartengono alla stessa epoca, in cui sotto il nome di Gioacchino andavan pubblicate e visioni e profezie, e gli uomini si consolavano dell'acerbità dei loro mali coll'annunziarne facile ed imminente la fine. In quel tempo nacque una copiosa letteratura pseudoprofetica, che non ha nulla di comune colle opere genuine dell'abate calabrese, ove non si preveggono i fatti avvenire nei loro particolari, e più volte vien dichiarato che solo Iddio conosce il giorno in cui sarà per cominciare il nuovo periodo della storia umana.[499]
Per questo rispetto Gioacchino è di gran lunga inferiore agli antichi profeti. A lui manca quella potente fantasia, che col magistero di grandiose allegorie e di visioni estatiche sa bene anticipare il futuro.[500] Non gli fa difetto certo il profondo sentimento dell'infelicità presente, nè la viva aspirazione ad un migliore avvenire, ma il suo pennello non sa colorire questi lontani orizzonti. Ei non possiede il dono dell'ispirazione profetica come non conosce il segreto dell'eloquenza; ed in luogo di bandire profezie sue si contenta d'interpetrare le altrui. Chi sulla fede di Dante pensasse di trovare nelle opere di Gioacchino le smaglianti pitture di tempi nuovi, ben presto si sgannerebbe. L'abate calabrese non è un profeta, ma uno scolastico e pesante commentatore, il quale per scoprire un lembo dell'avvenire fruga e rifruga nel passato, e non che sciorre il volo pei campi indefiniti della speranza, s'indugia in faticosi calcoli di date e generazioni.
Ma l'effetto che Gioacchino produceva nei suoi contemporanei non possiamo certo vagliarlo colle nostre misure. Il suo commento alla Bibbia era secondo il gusto dei tempi, quelle interpetrazioni sforzate, e che balzan fuori da sottili ragionamenti, avean grande presa sugl'intelletti, ed i riscontri per quanto più strani e tormentosi tanta maggior fede riscotevano. Nè faceva intoppo la sconfinata libertà d'interpetrare allegoricamente quello, che inteso alla lettera non avrebbe dato il senso voluto. Si era da gran tempo avvezzi a questo giuoco, nè faceva certo meraviglia che Sara ad esempio ora s'interpetrasse come il simbolo della vecchia legge, ed ora della nuova, secondo che la si metteva in confronto di Elisabetta o di Agar.[501] E tanto più questi contorti commentarii e questi calcoli artificiosi doveano essere accolti con favore, in quanto che da essi si cavavano risultati rispondenti ai più profondi bisogni del tempo. Il secolo decimosecondo fu travagliato quanto altri mai da gravi lotte e religiose e politiche. Mostrammo nei capitoli precedenti quanto vigore avesse spiegato l'eresia, che pochi anni dopo la morte di Gioacchino fu bandita una crociata per estirparla. Le lotte inoltre tra la Chiesa e l'Impero dettero luogo ad uno scisma lungo e tormentoso, che durò non meno di un ventennio, e se la pace fu alfine composta, tutti prevedevano che non sarebbe durata, e che presto o tardi ricomincerebbe la lotta con maggior furore. Queste discordie perenni, queste battaglie sanguinose si tenevano allora non come una legge inesorabile della storia, ma quale effetto passeggiero e transitorio della corruzione umana, come il segno manifesto dell'appressarsi dell'ultima ora pel vecchio mondo.[502] Non erano ancora spente le paure millenarie, se non che le menti più ardite non osavano più preannunziare la fine delle cose, tante volte indarno aspettata, bensì una profonda rinnovazione sociale. E Gioacchino fu l'interpetre di questi pensieri che ei facea scaturire dallo studio assiduo della Bibbia, e dalla profonda ed instancabile osservazione dei mali presenti. E le sue parole destavano un'eco tanto più larga, per quanto più alto era il posto onde veniano profferite. E non è strano che fossero avidamente credute le previsioni di un uomo eminente, che e per la pietà e la dottrina insieme fu per forza creato abate, e in seguito divenne o fondatore, o almeno rinnovatore di un ordine fratesco.
Le circostanze certamente favorirono assai il progresso delle idee gioachimitiche, e la creazione dell'ordine francescano, e le scissure che ben presto lacerarono quel sodalizio, vi contribuirono non poco. Ma anche prima di quel tempo le ardite divinazioni di Gioacchino levarono grande rumore. Prova ne sia il fatto raccontato da Rodolfo di Coggesale, che capitato a Roma nel 1195 l'abate di Perseigne volle avere una conferenza con Gioacchino intorno alle famose sue profezie.[503] E non meno curioso fu Riccardo re d'Inghilterra, che al dire di Roggero Hoveden fece venire a bella posta in Messina l'abate per conferire seco lui sull'interpetrazione dell'Apocalisse.
Noi certo non lo teniamo per un profeta, nè nel significato razionale che si suol dare a questa parola, e molto meno nel sovrannaturale; ma riconosciamo volentieri in lui una mente elevata ed un animo onesto e desideroso del bene. E se non possiamo dividere le sue idee sul corso della storia, non gli possiamo negare un'acuta osservazione delle calamità del suo tempo. E per quanto sieno fantastici i rimedii che ei consigliava di apprestare, non pertanto i suoi disegni per più d'un secolo affaticarono le menti, e certo avrebbero grandemente giovato all'umanità, se il loro valore intrinseco fosse stato pari alla purità degl'intendimenti di chi li pensava.