II

Benchè molte opere vadano sotto il nome di Gioacchino, tre sole sono riconosciute autentiche dai più, la Concordia dell'antico e nuovo Testamento, il Commento all'Apocalisse ed il Salterio delle dieci corde. Il Preger recentemente ha dubitato anche di queste, ma le sue prove non reggono, come ha bene dimostrato il Reuter, alle cui ragioni in favore dell'autenticità mi sia lecito di aggiungerne qualche altra, che non va trascurata.[504] Ed in primo luogo è da notare col Reuter, che le tre opere sono già citate da Guglielmo Alverniate, morto cinque anni avanti al 1254. Nè ci farebbe meraviglia che qualche altra citazione più antica, frugando meglio negli scrittori medievali, si trovasse. Certo è notevole che il gioachimita Salimbene non citi l'opera principale di Gioacchino la Concordia, o almeno che il solo passo riferibile a questa non solo sia sospetto d'interpolazione, ma sbagliato di pianta, stantechè nella Concordia il pontefice Leone I, che arrestò gli Unni, è messo in confronto non con Giosaffatte, come vuole il Salimbene, ma con Asa, le cui preghiere misero in fuga gli Etiopi.[505] Tutto questo è vero. Ma che cosa s'ha da inferire? Che forse il Salimbene non conosca la Concordia? No certo, perchè il non citare o citar male non vuol dire non conoscere un'opera, ma non averla sottocchio nel momento che si scrive. Nè tampoco si può conchiudere che il Salimbene conosca la Concordia, ma l'abbia in sospetto quale opera spuria, come opina il Preger. Nessuno oserebbe attribuire tanta finezza di critica al Salimbene, e molto meno il Preger, che non ignora il passo della Cronaca, ove è citata un'altra opera a parer suo pur anche spuria, l'Esposizione dell'Apocalisse.[506] Perchè dunque il Salimbene non avrebbe saputo scoprire questa, se avea già scoperta la falsificazione ben più difficile della Concordia? La verità è che il Salimbene non è critico, nè molto nè poco, e sarebbe ben strano che le tre opere maggiori facessero intoppo a lui, che teneva per autentici i commentari a Geremia ed Isaja, la cui falsità era più facilmente riconoscibile. Chè anzi nel Salimbene scorgiamo maggiore predilezione per i libri apocrifi, che cita molto soventi. In un luogo della Cronaca ei ci dice di non aver da gran tempo nè letta nè vista l'Esposizione dell'Apocalisse. E noi gli crediamo, che ai francescani andavano più ai versi quelle credute opere di Gioacchino, ove le allusioni ai frati minori erano certe e trasparenti, e più determinate le profezie. Codesta letteratura apocrifa acquistando ogni giorno maggior credito metteva in seconda linea la genuina. Così ci spieghiamo come il Salimbene citi male la Concordia. La citazione probabilmente si riferisce non alla Concordia, posta in secondo luogo nella parentesi, ma al Liber figurarum, che forse era un rifacimento della Concordia.[507]

Un altro passo della Cronaca del Salimbene induce il Preger a dubitare dell'autenticità della Concordia. Se il frate avesse conosciuto o tenuta per autentica la Concordia, come avrebbe potuto dire che Gioacchino non determina l'anno in cui ha da cominciare il terzo periodo; mentre in quell'opera è chiaramente fissato il 1260?[508] Ma anche questo ragionamento non stringe. Il Reuter ha già notato che nel passo di Salimbene non è detto che Gioacchino non assegni il tempo, bensì che alcuni credano di sì, altri di no. Ed io soggiungo che questa doppia interpetrazione era giustificatissima. Perchè sebbene in più luoghi come vedremo, Gioacchino stabilisse il 1260 come anno in cui avrà fine il secondo periodo, pure in altri luoghi mostra di dubitare di aver colto giusto, e se ne rimette ai posteri, che saranno spettatori degli avvenimenti, o a Dio che li ha predeterminati. Si poteva dunque ben dire: Gioacchino dai calcoli fatti sulle generazioni, prestabilisce il 1260; ma l'esattezza del conto ei non garentisce, e niente vieta che il terzo periodo entri o avanti o dopo quest'anno misterioso. Si poteva e dopo il 1260 si doveva dire così, se pur si volea salvare la reputazione profetica del grande abate. Qual meraviglia che il Salimbene accolga questa spiegazione, che rovescia sui cattivi interpetri la colpa, che molti attribuivano a Gioacchino? Al che s'aggiunga che le parole, messe in bocca a Gioacchino per iscusare l'incertezza della determinazione numerica, sono tolte di peso da un luogo della Concordia, che facilmente saltava agli occhi e poteva puranche tenersi a mente, perchè si trova nel penultimo capitolo verso la fine dell'opera, in una commovente esortazione ai fedeli.[509] Il passo adunque che il Preger adduceva contro, è forse la prova più decisiva in favore dell'autenticità della Concordia che in questo luogo senza nominarla viene esattamente citata.

Dopo questa discussione potremo sbrigarci più sollecitamente delle altre prove del Preger. In un luogo della Concordia, ei dice, viene ricordato Federico per metterlo a riscontro con Assalonne.[510] Non si può intendere, seguita il Preger, Federigo Barbarossa, perchè questi dopo lunghe lotte si riconciliò colla Chiesa, e non morì come Assalonne combattendo contro il padre suo. La citazione si riferisce piuttosto a Federico II, che da tutti i Gioachimiti era tenuto per l'Anticristo, o almeno per uno dei precursori dell'Anticristo. Così la intendeva l'anonimo di Passau, che per questa ragione appunto tiene per ispuria l'opera della Concordia. Ma tutto codesto ragionamento cade, quando si voglia leggere col Reuter tutto il luogo che si riferisce a Federigo. Gioacchino avendo già paragonato Salomone, il figlio prediletto di Davide, a Cristo, dovea riscontrare nell'Anticristo il figlio ribelle, Assalonne. Se non che l'analogia non tornava, perchè Davide pianse la morte del suo figlio benchè ribelle, mentre la Chiesa non potrebbe se non rallegrarsi della fine dell'Anticristo. Assalonne quindi non può essere l'imagine dell'Anticristo vero, ma di uno dei precursori, che potè benissimo tornare infesto alla Chiesa, ma non spezzò con lei tutti i vincoli di filiale affetto, e con questo intendimento poteva essere ben citato Federico I, che dopo avere combattuta la Chiesa, tornò nel suo grembo. Certo qualche dissonanza resta pur sempre, ed è vero che Federico non morì combattendo contro suo padre al pari di Assalonne. Ma la congruenza tra il vecchio ed il nuovo Testamento non deve estendersi secondo Gioacchino a tutti i particolari.[511] Ed in ogni modo il disaccordo sarebbe maggiore se si trattasse di Federico II, al quale la Chiesa non perdonò mai nè vivo nè morto, e non che piangere sulla sua fine, giurò un odio pertinace ai suoi discendenti, nè smise se non quando ebbe mozzo il capo sul patibolo l'ultimo rampollo della stirpe odiata.

Il Preger sforzato dalla sua logica demolitrice, deve revocare in dubbio la lettera di Gioacchino, ove citate le tre opere in discorso, vuole che sieno sottoposte al giudizio di Roma, e vi si cancelli tutto ciò che possa parere meno ortodosso. Non è strano, aggiunge il Preger, che scriva a tal modo un profeta, il quale è ben sicuro del fatto suo, e detta sotto l'impulso di una alta ispirazione? Nè la Chiesa avrebbe potuto concedere licenza a chicchessia di pubblicare scritti profetici, la cui portata non era in grado di misurare.[512] Ma nè l'una nè l'altra osservazione è esatta. Gioacchino se pur s'ha da chiamare così, è profeta a modo suo; pieno di scrupoli e d'incertezze. E la lettera ai confratelli è scritta nello stile delle opere delle quali abbiamo già riportato parecchi passi, dove non traluce certo l'arditezza dei profeti e la fiducia nelle proprie forze. Ed i papi che conoscevano per prova la pietà del santo abate non potevano dubitare dell'opera sua; ma ciò non pertanto ingiungevano che gli scritti avanti di pubblicarsi fossero mandati a Roma. Infine dell'autenticità della lettera non si può dubitare, se ne fu tenuto conto nel Concilio lateranense del 1215, appena tredici anni dopo la morte di Gioacchino.

Riconosciuta l'autenticità di questa lettera, segue che sono genuine non pure la Concordia, ma benanco l'Esposizione dell'Apocalisse citata dal Salimbene, ed il Salterio delle dieci corde. In quest'ultima opera sono esposte alcune opinioni sulla Trinità conformi a quelle condannate nel Concilio lateranense. E l'Engelhardt da questa conformità argomentava che il trattato contro Pietro Lombardo non fosse in realtà se non il primo libro del Decacordo. Io riconosco col Preger che questa opinione non regge, perchè l'opuscolo condannato nel Concilio lateranense dovea essere indirizzato nominatamente contro il libro delle sentenze, laddove nel primo libro del Decacordo non è citata alcuna opera. Ed in secondo luogo il Decacordo è opera espositiva, non polemica. Ma se per questo rispetto io sono d'accordo col Preger, non posso acconsentirgli che l'indirizzo di quest'opera sia affatto contrario a quello dell'opuscolo incriminato. Le dottrine intorno alla Trinità, condannate dal Concilio, si trovan tutte nel Decacordo, ed il dotto Papebrochio non è riescito di mostrare il contrario. Nè vi manca l'allusione al Maestro delle sentenze, sebbene non lo citi, nè lo combatta di proposito.[513]

Il presupposto dunque del Preger di un'opposizione tra l'opuscolo condannato nel Concilio e il primo libro del Decacordo non regge, e cade per tal guisa tutto il ragionamento costruitovi sopra. Nel Decacordo l'autore è e vuole restare cattolico, ed in moltissimi punti le sue dottrine non sono differenti dalle più ortodosse. Ma è questa forse una prova dell'ipotesi del Preger, che il Decacordo sia stato scritto da un pio Gioachimita nell'intendimento di scagionare il maestro dalle accuse? Non certo, perchè il contraffattore non avrebbe dovuto nè ripetere le accuse contro il maestro delle sentenze, nè sostenere apertamente e senza attenuazioni la dottrina gioachimita della Trinità, già condannata nel Concilio. Più innanzi esporremo questa dottrina, e riporteremo altri passi del Decacordo. Per ora ci basterà concludere che il Decacordo è autentico al pari della Concordia e dell'Esposizione[514] dell'Apocalisse. Queste tre opere sono legate tra loro, perchè non solo Gioacchino le cita tutte e tre nella lettera al Papa, ma l'una cita l'altra.

Dalla prefazione del Decacordo sappiamo che il primo libro di quest'ultima opera fu scritto quando si trovava nel convento di Casamari, e poi che era stata già composta la Concordia e l'Apocalisse.[515] Codesta notizia ci vien confermata da Luca, che ci dice benanco l'anno, a cui si riferisce Gioacchino, il 1182. Ed un'altra conferma la ricaviamo dalla lettera del 1188 di Clemente III, ove è detto che le opere di Gioacchino furono cominciate a scrivere per incarico di Lucio III (1181-1185) e di Urbano III (1185-87).

Da questa stessa lettera ricaviamo che nel giugno 1188 le opere non erano finite ancora, sicchè la pubblicazione dev'essere posteriore a quell'anno, ma quando accadesse non sappiamo. Certo la Concordia ebbe a precedere le altre opere, perchè nella lettera più volte citata di Gioacchino del 1200 è detto che la prima opera fu mandata al Papa, le altre non ancora. È probabile che nel 1195 la Concordia fosse già pubblicata, perchè in quell'anno le profezie dell'abbate Gioacchino erano così note, che come dicemmo l'abbate di Perseigne mostrò il desiderio di discorrerne con l'autore. L'Apocalisse poi fu scritta intorno al 1196 o poco dopo, perchè in un luogo l'autore dice aver saputo l'anno innanzi ovvero il 1195 che i Patarini mandarono legati ai Saraceni.[516] L'ultima delle opere, il Decacordo, benchè composta dopo, fu certamente pubblicata insieme al Commento dell'Apocalisse, perchè in un luogo di quest'opera è citato il secondo libro di quella.[517]

Da queste tre opere in fuori le altre sono manifestamente apocrife. E a condannarle basta, come avverte il Renan, la lettera di Gioacchino premessa così alla Concordia come all'Esposizione dell'Apocalisse. In questa lettera, ricordate la Concordia in cinque libri, il Decacordo in tre, e l'Esposizione in otto titoli, aggiunge di avere scritto altri piccoli opuscoli contro gli Ebrei, e contro gli avversarii della fede cattolica. In quest'ultima categoria può benissimo entrare lo scritto polemico contro Pietro Lombardo, del quale abbiamo parlato più sopra, ma restano escluse tutte le opere di argomento dottrinale, e che non sieno indirizzate contro qualcuno. Anche Luca, lo scolare ed il copista di Gioacchino, cita soltanto queste tre opere.

Sono evidentemente falsi i Vaticinia Pontificum, che ebbero tanta celebrità nel Medio Evo,[518] ed i commenti alle profezie di Cirillo, di Merlino e della Sibilla Eritrea.[519] Non vogliamo entrare nell'esame particolareggiato di tutta questa letteratura profetica, che ci menerebbe molto fuor di strada, ma questo solo notiamo, che ove pure sieno state in voga prima di Gioacchino le cosiddette profezie di Merlino e delle Sibille, ei non le cita mai nelle opere autentiche che abbiamo ricordato più sopra. Senza dubbio persone molto rispettabili, come Alano di Lilla, tennero in gran conto i vaticinii che andavano sotto il nome del mago inglese.[520] Ma Gioacchino non mescola il sacro col profano, nè riconosce altra autorità all'infuori della Bibbia e dei Padri, e se anche avesse conosciute queste pseudoprofezie, si sarebbe ben guardato dal trarne partito e commentarle.

Non meno apocrifi sono i commenti ad Isaja e agli altri profeti minori, nonchè quel trattatello che serve d'illustrazione alle minacce profetiche, una specie d'indice geografico delle provincie del mondo intero per ciascuna delle quali si notano le pene che loro sovrastano. È noto che nel linguaggio profetico questo cumulo di colpe e minacce è detto onus, onde onera prophetarum sono chiamate le invettive dei profeti, ed onera provinciarum le colpe di ciascun paese.[521] Che il trattato geografico non appartenga a Gioacchino è agevole provarlo da questi pochi passi, che io aggiungo a quelli riportati dal Renan. Nell'annotazione al ducato Spoletino è fatto cenno dei due ordini francescano e domenicano, che al pari di luminose stelle sorgono a predicare un'altra volta il Vangelo del regno coperti di ruvidi sacchi. La Chiesa di Sardi viene paragonata a quella dei monaci cassinesi, che la macchiano coi loro desiderii carnali, e col non distinguersi in nulla dai secolari. Certo Gioacchino ha rimproverati soventi i frati anche del suo ordine, ma è ben lontano di applicare loro il testo dell'Apocalisse. In questa amara invettiva si scopre facilmente il mendicante francescano che non può perdonarla al fastoso benedettino. Nell'annotazione alla provincia narbonese si fa parola della crociata che sarà bandita contro il focolare dell'eresia albigese.[522] Ma non occorrerebbero nè questa nè altre prove per dimostrare che il trattato appartiene al tempo dei commentatori di terza o quarta mano, che per dir qualche cosa di novo hanno bisogno di scendere a minuti particolari, e trovare un motto almeno per ciascuna provincia o città che sia.

Parimenti apocrifi sono i commenti ad Isaja ed ai profeti minori. Ed a provarlo poche citazioni basteranno. Nelle opere autentiche di Gioacchino come nel Commentario dell'Apocalisse, la donna ammantata di oro che fornica coi Regi, è Roma in quanto rappresenta non la Chiesa dei giusti, ma la moltitudine dei reprobi. Anzi per togliere ogni equivoco questa moltitudine di reprobi non è chiusa nelle mura della eterna città, ma si dilarga per tutto l'orbe del cristiano impero. L'autore della lettera ai fedeli non avrebbe potuto tenere un altro linguaggio, ed egli che si dichiarava servo devoto della Chiesa non avrebbe potuto raffigurarla nella donna dell'Apocalisse. Ben altrimenti si comporta lo scrittore del Commento, che contro Roma adopera le stesse parole, dai Catari, Valdesi ed Arnaldisti.[523] Sotto il nome di Gioacchino mal si nasconde un frate francescano, che ingenuamente confessa essere nati i due ordini a flagellare la Chiesa occidentale. Questo chiaro accenno ai due ordini che si ripete moltissime volte, e il ricordare che fa soventi di Federico II, sono segni certissimi della tarda età del Commento.[524] Io non saprei certamente determinarla con esattezza; ma come ha notato il Renan pel libro di Geremia, debbo anch'io notare per questo d'Isaia che l'autore mette in guardia non solo contro i tedeschi, ma benanco contro i francesi.[525] Il che vuol dire che il tempo degli entusiasmi angioini era già passato. Ed in un luogo parmi che sia sfuggito al malcauto autore l'anno della composizione del libro, ove parlando del terzo stato dice che sarà compiuto tra novant'anni dopo il mille e trecento, espressione ben strana per uno che non fosse contemporaneo di Bonifacio VIII.[526] Secondo questa congettura il commento ad Isaja sarebbe posteriore al Salimbene. Il che s'accorda col fatto già da noi rilevato che Salimbene conosce gli Onera non il Commento. Gli Onera in verità sarebbero più antichi, ma certo molto posteriori al 1201 come si raccoglie da una frase sfuggita allo stesso autore.[527]

Il commento a Geremia appartiene allo stesso tempo, perchè il Salimbene racconta che i due frati francescani Bartolomeo Ghiscolo da Parma e Gherardino da Borgo S. Donnino sulla fede nell'esposizione di Geremia faceano tristi pronostici della crociata che S. Luigi apparecchiava nel 1248.[528] Dunque la composizione di questo commentario risale al di là di quest'anno. Ma forse non indietro al 1239, anno, come nota il Renan, in cui la rottura tra il partito Guelfo e Federigo II si fece più aperta. Certo son degne di quel tempo le fiere invettive che si leggono in questo libro contro l'Imperatore, al quale adattandovi le parole d'Isaja vien dato del basilisco, che esce dalla radice del serpente, della vipera e del serpente volante. Nè gli risparmiano gli epiteti più obbrobriosi, superbo, astuto, lascivo, avaro, tortuoso, perfido, violento, iracondo.[529] Il nome in verità qui, a differenza del commento ad Isaja, è taciuto; ma l'allusione a Federigo II è trasparentissima. Questo commentario, che dice tante insolenze dell'Impero si suppone indirizzato ad Enrico VI, ed il profeta non dubita di annunziargli che il leone d'Isaja vuol significare il padre (Federigo I), la radice serpentina lui stesso Enrico, e da lui escirà il basilisco, che è per conseguenza il figlio di Enrico VI o Federigo II. Più chiaramente in un altro luogo è descritto l'albero genealogico di Federigo II risalendo ad Enrico IV, che il commentatore chiama primo, perchè fu il primo degli Enrichi ad opporsi alla Chiesa. E come se non bastassero tutte queste indicazioni, vi aggiunge l'altro particolare, che i figli si ribelleranno contro il padre, accennando alla fellonìa di Enrico, ed alla sua morte.[530]

Quest'ultimo particolare ci darebbe una indicazione più precisa dell'età in cui fu composto questo commento, il quale dev'essere posteriore non solo al 1239 ma benanco al 1242 anno della morte di Enrico. Ma sulla quistione del tempo torneremo di qui a poco. Ora basti notare che il solo fatto dell'allusione a Federico II[531] toglie ogni credito a questo commento, e ci fa maravigliare come anche dall'Engelhardt sia stato attribuito all'abate Gioacchino. Ma oltre all'allusione a Federico II, troviamo chiari e numerosi accenni ai due ordini dei minori e dei predicatori. Nè questo soltanto, ma, il commentatore sa bene che i nuovi ordini sono combattuti dai prelati, sospettosi di questi novatori che vestono in strane fogge, e predicano dottrine di un'assoluta povertà non mai sentite, ed a chi non li segue predicono calamità.[532] Nè si nasconde che la causa dei prelati viene sostenuta benanco dal pontefice, sicchè l'autore non dubita di levare anche contro lui la sua voce. E le parole che egli pronunzia contro la Chiesa Romana non sono meno vibrate di quelle che leggemmo nel commento di Isaia, nè ripugnano meno alla pietà di Gioacchino.[533] Il che vuol dire che avanti alla composizione del libro era scoppiata la scissura nell'ordine francescano, e la parte più intransigente era già per volgersi contro i vescovi, i cardinali ed il papa, che mal tolleravano le nuove dottrine. Una prova manifesta l'abbiamo in un passo ove i nuovi ordini sono chiamati predicatori dell'evangelio eterno, parola che nelle opere autentiche di Gioacchino non s'incontra mai.[534]

Tutte queste prove mettono fuori dubbio che l'opera non è di Gioacchino, e che la data del 1197,[535] in cui si dà per iscritto questo commentario, è una pia frode del commentatore. Se Gioacchino, nota il Renan, avesse fatto questo commentario nel 1197, nella lettera ai fedeli scritta nel 1200 l'avrebbe certamente rammentato. E noi da alcuni passi abbiamo potuto raccogliere, che nè nel 1197, nè nel 1200 fu potuto scrivere questo commento, bensì posteriormente alla morte del ribelle figlio di Federico II, vale a dire al 1242. E forse neanche a questo tempo dovremmo arrestarci, perchè anche qui, il linguaggio violento che si usa contro Roma, l'accenno alle persecuzioni subite dal nuovo ordine dei frati minori, il nome di Evangelio eterno ci menerebbe ad una data molto posteriore. E nella stessa opinione ci confermerebbe l'accenno alla Francia, che secondo questo commento sarebbe come la canna che ferisce chi vi si appoggia.[536] Non saremmo dunque lontani dall'attribuire a questo commento la stessa età dello scritto su Isaja.

Nè vale il notare che questo commento ha dovuto essere scritto prima del 1260, perchè in qualche passo appar verde la speranza che in quell'anno fatale avranno fine le calamità del mondo. Nè tampoco importa che il Salimbene abbia avuto contezza di questo libro sin dal 1248. Imperocchè è certo che questa letteratura pseudo-profetica non è nata tutta d'un getto in un anno determinato. E può darsi benissimo che il commentario, che abbiamo noi oggi di Geremia sia soltanto in parte quello conosciuto dal Salimbene;[537] e molte aggiunte ed interpolazioni vi sieno state fatte, e molte altre se ne farebbero ancora, se queste profezie avessero anche oggi il credito che riscuotevano nel Medio Evo. Le pseudo-letterature hanno questo carattere, che si considerano come un patrimonio comune, del quale nessuno è proprietario in proprio, ed ognuno vi può apportare le modificazioni che crede più opportune. Così si spiega come di due opere distinte se ne faccia una sola, o di una due; come si aggiunga ora un particolare ed ora un altro senza darsi la pena di verificare se stoni con tutto il resto. Questo è accaduto alla letteratura profetica del neopitagorismo, e del neoplatonismo, e senza notevoli differenze si è ripetuto nel sodalizio francescano.

Intorno alle opere manoscritte dell'abate Gioacchino posso aggiungere alle notizie date dal Renan alcune altre attinte ai codici laurenziani. In un codice della biblioteca Santa Croce oltre all'esposizione di Geremia si trovano altri due scritti dell'abate calabrese, uno intitolato De ultimis tribulationibus, e l'altro De articulis fidei. Il primo è un'esposizione delle ultime guerre che dovrà sostenere l'umanità, analoghe a quelle sostenute nel Vecchio Testamento. Non oserei dire che sia autentico, ma non vi ho trovati i caratteri delle opere evidentemente apocrife, come i commenti a Geremia ed Isaia.[538]

L'altro opuscolo è quello ritenuto perduto dal Renan, e di cui ei pubblicò alcuni brani riportati dal resoconto d'Anagni. Non credo giusta l'opinione del Renan che sia lo stesso di quello scritto contro Pietro Lombardo, perchè questo opuscolo non è affatto polemico, e le opinioni sulla Trinità sono espresse forse più temperatamente che non nel Decacordo e nell'Apocalisse. Benchè questo libro sia citato dalla Commissione d'Anagni, io sospetto fortemente della sua autenticità. Gioacchino non avea bisogno di circondar di mistero le dottrine che aveva di già esposte in altre opere. Nè poi gli sarebbe giovato di occultare le teorie teologiche, espresse in questo libercolo, che in sostanza non differiscono dalle ricevute comunemente; ma ben piuttosto le altre sui tre stati, che qui sono interamente taciute.[539]

In un altro codice laurenziano, ove già trovammo il liber Sybillae, esiste la lettera di Gioacchino, che il Renan trovò nel manoscritto 3595 dell'antico fondo. È una esortazione ai fedeli di mutar via e pentirsi delle proprie colpe perchè il giorno della tremenda espiazione è vicino.[540] Non v'ha nessuna ragione perchè non si debba dire autentica, come autentici anche secondo il Renan sono i due componimenti poetici stampati alla fine del Decacordo.[541]