III
Esponiamo ora brevemente le idee di Gioacchino prendendo le mosse dalle opinioni teologiche, condannate nel solenne Concilio del 1215. Queste opinioni si riferiscono al domma della trinità, intorno al quale rinacquero sempre le dispute quando meglio parevano finite, comecchè non fosse possibile tenersi egualmente lontano dagli opposti estremi, e col dare maggior rilievo alla diversità delle persone, l'unità divina correva pericolo; per contrario dando maggior peso all'unità divina, la differenza delle persone diventava affatto secondaria ed evanescente. Nella prima difficoltà ruppe Ario, nella seconda Sabellio.[542] E quando pareva composto il grave dissidio, e trovato il punto di equilibrio tra queste opposte tendenze, il fatto smentì le previsioni, ed il problema rinacque intorno alla natura di Cristo. Anche qui quelli che davano maggior importanza all'unità delle due nature divina ed umana, correvano il rischio di assottigliare di tanto quest'ultima da renderla qualche cosa di simbolico (docetismo); quelli al contrario che mettevano in sodo la realtà della persona umana minavano l'intrinsecazione delle due nature. Era ben difficile trovare un punto fermo tra gli opposti indirizzi di Cirillo e Nestorio, ed i concilii stessi talvolta ebbero a contraddirsi. Non farà dunque meraviglia se la discordia rinacque nel decimosecondo secolo, e gli stessi pericoli si manifestarono, e parve novamente difficile di cansare Scilla senza incorrere in Cariddi.
Nella mente di Pietro Lombardo, il grande autore del libro delle sentenze, la cura dell'unità dell'essenza divina appare manifesta. L'essenza divina è qualche cosa di differente dalle persone, perchè l'essenza è unica e le persone sono tre. Quindi non si potrebbe mettere in luogo delle persone l'essenza, e dire ad esempio che l'essenza del Padre ha generato l'essenza del figlio, e l'essenza del figlio quella del verbo. Contro questa esposizione si levò l'abate Gioacchino, il quale pare che scrivesse un opuscolo polemico contro il grande Lombardo, accusandolo di mettere tale stacco tra l'essenza e le persone, che in luogo della trinità si dovrebbe ammettere una quaternità in Dio, vale a dire un'essenza e tre persone. L'opuscolo è andato perduto, ma le accuse sono ripetute nel primo libro del Decacordo, ove è esposta molto chiaramente la dottrina opposta a quella del Lombardo.[543]
Le tre persone, ei dice, non vanno distinte tra loro come l'ulivo, il mirto e la palma, che sono alberi di diversa natura e specie; nè tampoco come tre ulivi, che sono bensì della stessa natura, ma di proprietà differenti; nè quali tre rami impiantati nello stesso tronco, cosicchè questa rappresenti la sostanza e quelli le persone, il che tornerebbe lo stesso come ammettere una quaternità. Bisogna metter da banda codeste imagini, e prendere la similitudine da quella luce, che illumina tutti gli uomini che vengono al mondo, e dalla quale procede quel calore che tutte cose avviva. Da questa luce, che si chiama sole, promanano i raggi luminosi e calorifici, come dal Padre promana il figlio, che discese per illuminare le menti, e lo spirito per infiammarle. Tra il calore e lo splendore del sole non sai mettere distinzione, e frattanto, tu non dubiti che sien due; oh! perchè vuoi scindere la divina sostanza per credere alla trinità di Dio? Ma un errore più grave di questo è l'altro, nova invenzione dei nostri tempi, secondo il quale si dovrebbe ammettere le persone oltre la sostanza, sicchè in questa si riponga l'unità ed in quella la trinità, come se dicendo che il foco celeste e la luce ed il calore che ne promanano sieno lo stesso sole, si voglia sotto il nome del sole indicare una quarta cosa oltre alle tre.[544]
Un'altra imagine che chiarisce il mistero della Trinità è quella del Salterio dalle dieci corde. Questo strumento musicale è uno, perchè sebbene al pari di ogni corpo possa dividersi, pure ove si divida, non è più quel dato istrumento. Ma non ostante che sia uno, ha tre lati e tre vertici, e ciascuno di questi lati o corni non deve essere preso nel senso di linea, bensì di superficie. Il lato orientale è tutta la superficie in quanto prospetta sull'oriente, il lato occidentale è la stessa superficie in quanto prospetta sull'occidente, e dite parimenti del lato meridionale. Così la stessa superficie ha tre prospettive differenti, ed ecco come tre può essere uno, ed uno tre.[545]
Non discuto queste similitudini, che lasciano il tempo che trovano, nè riescono a far comprendere l'incomprensibile. Nè discuto dell'ortodossia della dottrina. Il Concilio del 1215 la condannò e S. Tommaso molto più tardi la combattè notando che se egli è vero che le tre persone hanno pari valore, non è men vero che si debba adoperare una parola per indicare ciò che esse han di comune, ed un'altra pel differente; talchè se la parola persona è tolta a dinotare le differenze, quella di essenza deve significare l'unità, e viceversa quest'ultima parola deve esser lasciata da banda quando si tratti di esprimere la differenza dei rapporti, non l'identità della natura. Quindi a ragione il Concilio respinse al pari di Pietro Lombardo la formola: l'essenza genera l'essenza.
Parrebbe dunque che fosse quistione di parole, e così giudicano i più delle quistioni teologiche; ma in verità trattasi di gravi divergenze d'indirizzo. E nessuno ad esempio può sconoscere nella teorica dell'abate Gioacchino una tendenza a dar risalto alle differenze personali a discapito dell'unità d'essenza. Per lui l'unitas ben differisce dall'unus. L'unus s'ha da attribuire all'individuo solo, laddove l'unitas si può e si deve dire di una collezione d'individui che convengano in un pensiero, o abbiano un volere solo. Un aggregato d'individui come il popolo, la tribù non si potrebbe dire uno assolutamente, come se fosse una persona sola, ma all'unus si deve aggiungere il suo sostantivo, unus populus, una plebs. Così parimenti le tre persone della Trinità, avendo un solo intelletto, un volere ed un potere possono ben dirsi unitas, unum, ma non unus se non vi si aggiunga unus deus. Sottigliezze senza dubbio; ma in fondo trasparisce chiaro l'intendimento di attribuire maggior valore alla differenza delle persone, e ridurre la misteriosa unità di natura ad una comunanza di pensiero o di volontà.[546]
Certo egli crede di restare nei confini della dottrina ortodossa, nè dubita di avere ben fondata l'unità di essenza. Chi potrebbe imaginare, dice egli, maggiore fusione del fuoco che si aggiunga a fuoco? Eppure v'ha più profonda ed intima unità, quella dello spirito che si unisce collo spirito così da formare uno spirito solo. Ma con tuttochè egli insista sull'unità dell'essenza, e nell'adoperarsi a rinsaldarla usi talvolta espressioni, che S. Tommaso farebbe sue, ciò non pertanto il suo pensiero si ferma con compiacenza sulla diversità delle persone, e sull'incompatibilità dell'ufficio che a ciascuna di esse è attribuito. Soltanto il Padre è il genitore, solo il Figlio è generato, solo lo Spirito procede da entrambi. Parimenti soltanto il Padre invia e il Figlio e lo Spirito; soltanto il Figlio s'incarna, solo lo Spirito discende in forma di colomba.[547] E per questa diversità di funzioni spetta a ciascuna persona un nome diverso; il Padre s'ha da chiamare con nome di Timore, il Figlio con quello di Sapienza, lo Spirito con quello di Carità. Il che ci spiega come il principio della sapienza stia nel timore, ed il fine nella carità. Il Padre, creando dal nulla le cose volle mostrare il poter suo, ed incutere terrore negli uomini perchè non peccassero, e non che correggere blandamente i peccatori, li ebbe a punire con terribile severità. Il Figlio invece non colla potenza debellò i superbi, ma colla dottrina della sapienza e dell'umiltà. Lo Spirito Santo infine c'inspira l'amor di Dio e dei nostri simili, così che scacciato il timore noi ci rallegriamo dell'essere liberi. E nello stesso modo che sono diverse le persone divine, sono diversi del pari i doveri nostri verso di loro. Ed a cagione del Padre-timore siamo tenuti ad obbedire; a cagione del Figlio-sapienza dobbiamo leggere; a cagione dello Spirito-carità dobbiamo cantare e pregare ed amarci come fratelli.[548]
Ma se diversi sono gli ufficii delle tre persone e diverso anche il modo come gli uomini si comportano verso di loro, egli è ben chiaro che diverso è l'influsso che ciascuna di esse ha esercitato nella storia del mondo. Secondo che gli uomini progrediscono, ed ai sentimenti del terrore sottentra la brama del sapere, e poscia l'amore del prossimo, muta il regno delle persone. Fu un tempo in cui gli uomini non conobbero se non il rigor della legge, e dominava incontrastato il Padre. A questo lungo periodo successe l'altro in cui fu scoperta la verità, sulla quale era da secoli tirato un fitto velo, fu il regno del Figlio, o dell'eterna sapienza. Ma con questo secondo periodo non si chiude il corso della storia. L'uomo teme, sa, ma non ancora ama quanto dovrebbe, e la fiamma del santo spirito non ancora scalda il suo cuore; onde è necessario che al regno del Figlio sottentri quello dello Spirito.[549]
Io non credo che questa dottrina dei tre stati sia la conseguenza di un ragionamento teologico, come parrebbe dalla nostra esposizione. Altre ragioni senza dubbio l'hanno dettata, e prima fra tutte l'invitta fede in un migliore avvenire della cristianità. Ma la dottrina della trinità se non è la progenitrice di quella dei tre stati, le ha certo fornito i migliori argomenti di una dimostrazione. A chi tanto insisteva sulla successione dei due regni del Padre e del Figliuolo dovea parere strano che fosse lasciato da parte lo Spirito. Per giustificare l'esclusione sarebbe stato uopo di provare che la terza persona non avesse un carattere così spiccato come quello del Padre e del Figlio, il che sarebbe assurdo, perchè la teologia attribuisce alle tre persone pari valore. Così pari efficacia debbono esercitare nella storia del mondo.
Quest'ultima ragione ci suggerisce due importanti considerazioni. La prima è che se l'azione delle persone è parimenti efficace, nello studio dei due regni o stati, che finora ebbero luogo, si debbono scoprire più profonde analogie di quel che si creda comunemente; e la durata del regno ad esempio dev'essere la stessa, perchè pari è l'intensità dell'azione delle due persone. La seconda considerazione è questa: che guardando bene addentro nelle due storie per iscoprirvi la meravigliosa consonanza, non solo conosceremo nella verità sua il passato, ma divineremo l'avvenire.[550] Perchè in ogni modo l'azione dello Spirito non dovrà essere da meno delle altre due persone, e conosciuto il principio ed il corso di un processo storico si può agevolmente predeterminare la fine.
Questo è il pensiero fondamentale del più antico e più originale dei libri di Gioacchino, la Concordia. In opposizione agli eretici contemporanei, che ponevano uno studio a rilevare le contraddizioni tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento, questo opera di Dio, quello del Diavolo, Gioacchino mette in luce un'armonia e concordanza anche in quei punti, dove l'occhio comune non sa scoprirla. Ben vero ei non nega le stonature non solo tra i due testamenti, ma ben anco tra le varie parti del Testamento Nuovo.[551] Nè poteva certo dissimularsele egli che in un secolo, in cui la critica non esisteva ancora, osava pur distinguere tra libri e libri del sacro canone, nè dubitava di attribuire minor valore agli evangeli non apostolici di Marco e Luca in confronto degli apostolici di Matteo e Giovanni, ed approvava gli ebrei, che fanno maggior conto delle storie di Giobbe ed Ester in paragone di quelle di Tobia e Giuditta.[552] Ma non ostante le critiche audaci ad una vera opposizione tra il Vecchio ed il Nuovo Testamento non prestava fede, ed era convinto che, ben cacciando lo viso a fondo, quello che pareva alla prima contrasto, andava risoluto in un accordo. Bisognava solo non tenersi alla lettera, ma interpetrare in un senso allegorico ciò che nel letterale porgeva argomenti a dubbiezze.[553] Epperò dell'interpetrazione allegorica nessun Cataro, nessun Valdese fece mai uso come Gioacchino, che spesso ripete il detto dell'apostolo: «la lettera uccide, lo spirito vivifica, e ciò che inteso intellettualmente edifica, preso alla lettera è insipido ed ingannevole».[554]
Ma che cosa intende il nostro autore per allegoria? Ascoltiamo lui stesso. L'allegoria egli dice, è la simiglianza del minimo col massimo, come ad esempio del giorno coll'anno, della persona coll'ordine, colla città, col popolo e simiglianti. Così Abramo è un uomo e significa l'ordine dei patriarchi. Parimenti Zaccaria.[555] Nè si creda che con questa distinzione vada ristretto il valore ed il significato dell'allegoria; perchè l'autore sa noverarne sei specie, l'ultima delle quali suddivide in sette altre, così da toccare il sacro numero dodici. Le sei specie sono: storica, morale, tropologica, contemplativa, anagogica, tipica.[556] Parrebbe che la storica fosse un'interpetrazione letterale e tutt'altro che allegorica. No, risponde Gioacchino, l'interpetrazione storica è diversa dalla storia, e Abramo ad esempio diviene il rappresentante degli uomini obbedienti a Dio, come Isacco il rappresentante dei buoni figli. L'interpetrazione morale in luogo dell'uomo, mette in rilievo la qualità dominante, come a dire nell'ancella Agar vien raffigurata la concupiscenza carnale. L'interpetrazione tropologica non ha di mira se non il modo come in quel fatto o persona possa intendersi significata la parola di Dio; così ad esempio Agar o l'ancella rappresenta la lettera, Sara la donna libera, lo spirito. L'interpetrazione contemplativa riguarda i varii gradi dell'attività umana; l'ancella ad esempio rappresenta la vita attiva, la padrona per lo contrario la contemplativa. L'interpetrazione anagogica ci solleva dalla terra al cielo, così Agar rappresenta la vita presente, Sara la futura.
L'interpetrazione tipica già dicemmo si divide in sette specie. La prima si riferisce soltanto al Padre, nè esce dal Vecchio Testamento. Per tal guisa se Agar rappresenta, poniamo, la plebe degli Ebrei, Sara la tribù di Levi. La seconda specie si riferisce al Figlio, ed agl'istituti che nel suo regno prevalsero; così Agar rappresenta la Chiesa dei secolari, Sara quella degli ecclesiastici. La terza specie si riferisce allo Spirito, come ad esempio nell'ordine monastico, che fiorisce nel terzo stato, Agar rappresenta i conversi, Sara i professi. La quarta specie si riferisce al Padre e Figlio insieme. Agar è la Sinagoga, Sara la Chiesa dei latini. La quinta specie si riferisce invece al Padre ed allo Spirito. Agar è di nuovo la Sinagoga; ma Sara muta e rappresenta la Chiesa spirituale, che fiorì al principio presso i Greci nella religione monastica (anacoreti). La sesta si riferisce al Figlio ed allo Spirito, come a dire Agar rappresenta la Chiesa per le sue colpe serva ed oppressa, Sara invece la Chiesa spirituale che durerà sino alla consumazione dei secoli. La settima specie infine si riferisce a tutte e tre le persone insieme. Agar rappresenta la Chiesa passata e presente, vale a dire tanto la giudaica quanto la cristiana, Sara invece la Chiesa futura.[557]
Seguitando di questo passo ad enumerare i diversi scopi a cui può essere indirizzata l'interpetrazione allegorica, potremo contare non solo dodici ma infinite specie di allegorie. Questa viziosa classificazione giova soltanto a mostrare quanta libertà si prenda il nostro autore nell'interpetrazione dei sacri testi, e come senza scrupolo passasse da un'interpetrazione ad un'altra quando la prima non gli faccia più al caso. Con quest'agile manovra non è difficile far convergere tutti i testi, ed eliminare tutte le contraddizioni. S. Paolo ad es. parla per ben due volte di vescovi ammogliati, e gli antipatarini solevano citare con compiacenza quel passo: chi non voglia bruciare si ammogli. A Gioacchino propugnatore della castità riesce agevole d'interpetrare a modo suo questo incomodo testo, intendendo per moglie non la donna ma la Chiesa.[558] Così nessun ostacolo più ci sbarra il cammino, perchè l'interpetrazione allegorica non ha nessun confine. Non solo i personaggi biblici, ma le loro opere altresì hanno un significato simbolico, come la passione e morte di Cristo vuol dire il Vecchio Testamento e la risurrezione il Nuovo. Nè i corpi celesti, nè gli elementi della natura vengono sottratti a questa strana metamorfosi; chè il sole, la luna, i pianeti non solo sono creati a risplendere nella volta del cielo, ma a significare ben anco la luce invisibile. E codesta significazione muta secondo il bisogno. Talvolta il sole vuol dire Cristo, la luna è la Chiesa, le stelle la moltitudine dei fedeli; tal'altra il sole rappresenta la vita contemplativa, o se vogliamo la Chiesa meditante, e la luna invece la vita attiva, o la Chiesa predicante. Non è esclusa però una terza, una quarta interpetrazione, come a dire il sole rappresenta la vita futura, la luna la vita presente. Ed al pari del sole e della luna sono simbolici anche gli altri corpi celesti. Saturno mettiamo a quel che dicono, di natura freddo, e che più lentamente compie il suo giro intorno al sole, rappresenta il padre Adamo, che tremò dal freddo in paradiso, e visse più di tutti gli uomini, che da lui nacquero. Dopo questo esempio non parrà strano che al pianeta Venere di qualità temperata si agguagli il giusto Noè; nè che si metta in confronto il sapiente Mercurio con quel vaso di scienza che fu Moisè. Nè certo è più strano il simbolismo degli elementi, secondo il quale l'acqua, con cui si battezzano i Cristiani, rappresenta la grazia che fu data agli uomini nel secondo periodo, l'aria quella che s'impartisce ora nel principio del terzo, ed il fuoco l'ultima e più meravigliosa che sarà impartita nel dì della risurrezione.[559] Secondo le idee di Gioacchino i Catari non avrebbero avuto torto di voler sostituire al battesimo coll'acqua quello col fuoco, un fuoco che non bruci, un calore che si comunichi da corpo a corpo imponendo le mani sul capo del convertito.
Ma torniamo al metodo allegorico. In grazia di questo meraviglioso processo, che sciogliendo tutte cose nel mistico vapore dei simboli, raccosta le più lontane, accorda le più opposte, non sarà certo malagevole di fondere in uno il vecchio ed il nuovo Testamento, non ostante le loro antinomie. Purchè siate discreti, nè vogliate la rassomiglianza in tutti i particolari,[560] la dimostrazione è presto fatta, nè alcuno potrà dubitare che il vecchio Testamento non abbia valore per sè; bensì come simbolo precursore del nuovo. Questa è la cosiddetta Concordia dei due Testamenti, o vogliam dire simiglianza di giusta proporzione tra il nuovo ed il vecchio Testamento, giusta in quanto al numero non in quanto alla dignità, stantechè persona e persona, ordine e ordine, guerra e guerra, si raffrontano tra loro, come Abramo e Zaccaria, Sara ed Elisabetta, Isacco e Giovanni Battista, Gesù in quanto uomo e Giacobbe, i dodici patriarchi ed in pari numero gli apostoli.[561] Il parallelo numerico è adunque la base della concordanza, epperò vanno numerate accuratamente le generazioni che precedono e quelle che seguono la venuta di Cristo. E se una volta non torna il calcolo, bisogna rifarlo la seconda e la terza colla costanza e la fede di un cabalista; perchè non è da dubitare che da quel congegno sottile di somme e sottrazioni balzerà fuori la cifra dell'avvenire.[562]
Basteranno pochissimi cenni per comprendere questa nuova aritmetica. Matteo nel primo capitolo del suo vangelo numera le quaranta generazioni, che precorsero secondo lui la nascita di Cristo a cominciare da Abramo per terminare a Giuseppe. Non deve far caso che l'Evangelista trascuri le tre generazioni di Ochozia, Gioas ed Amasia, che tramezzano tra Gioram ed Uzzia; perchè chiudendosi con Gioram un periodo della storia ebraica, e cominciandone un nuovo con Uzzia è agevole inserire tra questi due estremi un periodo di transizione, nel quale si contengano tre termini: l'antico non ancora finito, il nuovo non ancora cominciato, ed un intermezzo tra il vecchio ed il nuovo. Sistema molto ingegnoso per accomodare la storia ai nostri gusti. Il perchè poi con Gioram si chiuda un periodo e con Uzzia ne cominci un altro è subito detto. Matteo non risale oltre Abramo, ed a ragione perchè con Abramo comincia l'impero di quella legge della circoncisione, che durò fino a Cristo. Ma compiendo i calcoli di Matteo e risalendo sino alla creazione dell'uomo tra il primo padre Adamo e il primo patriarca, col quale comincia la legge, si contano venti generazioni. Se dunque dopo le prime venti generazioni s'è chiuso un periodo, l'analogia vuole che dopo le seconde venti se ne chiuda un altro. Così con Gioram, che è la ventesima generazione dopo Abramo si chiuderà un periodo, e trascurando le tre generazioni lasciate da Matteo, con Uzzia si aprirà un nuovo. E che Uzzia sia il padre di un'età nuova non è a dubitare, perchè ha molta analogia con Adamo e con Cristo. Al pari di Adamo venne punito per la superbia, e scacciato da un luogo santo; al pari di Cristo vinse i Filistei e gli Ammoniti, ed il suo nome risuonò fino nel lontano Egitto, e volle essere egli stesso sacerdote del Signore.[563] È ben strano in verità che Gioacchino metta analogia tra Cristo, il vero sacerdote secondo l'ordine di Melchisedec, ed il re Uzzia che assunse l'ufficio sacerdotale indebitamente, e per la sua prepotenza appunto venne punito colla lebbra. Ma la logica dei paralleli consente queste licenze, e possiamo tenere per provato che con Uzzia comincia un nuovo periodo. Ma quale periodo comincia con Uzzia? Quello stesso che in un altro senso comincia con Cristo, cioè il periodo dei sacerdoti. E perchè non faccia intoppo questo doppio incominciamento, si sappia una volta per tutte che in ogni periodo storico si deve distinguere il tempo in cui si spargono e fecondano i semi, e quello in cui si raccolgono i frutti. Per tal guisa il primo periodo della storia germoglia con Adamo e fruttifica con Abramo, e parimenti il secondo germoglia con Uzzia e fruttifica con Cristo. Queste anticipazioni sono un prezioso espediente, la cui mercè Gioacchino può scoprire cristiani prima di Cristo, e spirituali avanti il regno dello spirito, e talvolta vede effigiati tutti e tre i periodi nei più antichi patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe.[564]
Dopo queste spiegazioni facciamo di nuovo il calcolo. Alle quaranta o meglio quarantatre generazioni, che precedono Cristo, aggiungendo le venti che si contano tra il primo parente ed Abramo, avremo un sessantatre generazioni, ventuna per ciascuno dei tre periodi in cui si può dividere il tempo trascorso avanti Cristo; il periodo che precede la circoncisione, quello della circoncisione, ed il terzo dei profeti. Così prima di Cristo abbiamo già una tripartizione che contiene in effigie le tre età del mondo.[565] E se vogliamo seguitare oltre nella divisione, divideremo l'èra precristiana in sei periodi da dieci generazioni l'una, perchè anche il dieci è un numero perfetto. Il primo periodo da Adamo al diluvio (Noè); il secondo dal diluvio alla distruzione di Sodoma e Gomorra (Abramo); il terzo sino ad Obed che fu contemporaneo di Elia, e vide l'arca dell'alleanza in mano degli stranieri; il quarto fino a Gioas quando Israele cominciò ad essere sterminata da Azael re di Siria; il quinto sino alla cattività di Babilonia, ed il sesto fino alla venuta di Cristo.[566] Ma queste sessanta generazioni non bastano se pur s'hanno da contare le tre trascurate da Matteo, ed avremo così lo spazio per un settimo periodo, composto di tre generazioni sole. Sicchè tutto il periodo precristiano si può suddividere in sette sezioni, come in sette età vedremo che si divide la storia del mondo. E questo sacro numero sette ritorna più volte nei divini libri, a cominciare dai sette giorni della creazione nel Genesi sino ai sette candelabri, ed alle sette Chiese, ed ai sette angeli ed ai sette suggelli dell'Apocalisse.[567]
Determinate così le divisioni e suddivisioni dell'èra che precede Cristo, sarà più facile lo studio delle altre che seguono. E stabiliremo in primo luogo che le generazioni del secondo periodo dovendo pareggiare le antiche debbono essere nè più nè meno di sessantatre, ben inteso che queste sessantatre generazioni non si debbono contare dalla venuta di Cristo, bensì dal re Uzzia; perchè la prima parte del secondo periodo, ovvero l'età della fecondazione incomincia,[568] come dicemmo, di là. Quindi in verità al periodo cristiano in proprio non spettano se non quarantadue generazioni, che noi, nati, come vedremo nella quarantunesima, possiamo bene paragonare colle antiche per scoprirne il mirabile accordo.
Questo paragone vien fatto per minuto confrontando principalmente la serie dei papi ed imperatori con quella dei re di Giuda e d'Israele. È naturale che in molti errori è dovuto incorrere l'autore in omaggio alla desiderata simmetria; ed ei stesso se ne riconosce colpevole, ed attribuisce alla corruzione delle cronache quello che in grandissima parte è dovuto al suo modo di studiare ed elaborare la storia.[569] Nè noi lo seguiremo in questi raffronti; ma daremo soltanto pochi esempi per mostrare il metodo ed il risultato della ricerca.
La duodecima generazione, che ebbe principio sotto Costantino imperatore e Silverio papa, ha notevoli riscontri colla duodecima generazione giudaica, a cominciare da Giacobbe. Imperocchè in questa il popolo d'Israele ebbe un re unto dal Signore (Davide), ed in quella il popolo dei gentili, disfatti i nemici della vera fede, sortì finalmente un re cristiano (Costantino). Nell'antico fu eletta Gerusalemme e messa al di sopra di tutti i tabernacoli da David; nel nuovo la Chiesa di Roma ebbe il primato sopra le orientali. E cominciò per la donazione di Costantino quel potere temporale la cui legittimità Gioacchino riconosce, a patto però che il supremo sacerdote abbia la suprema potestà, ma non l'uso, perchè non accada che chi milita con Dio non si mescoli nei negozi temporali. Un altro benedettino, come dicemmo altrove, avea manifestate prima di Gioacchino le stesse idee sulla potestà terrena dei papi.[570]
Nella generazione che succede alla duodecima non trova Gioacchino un imperatore che pareggi per sapienza il corrispondente re Salomone; ma se mancò l'imperatore, non mancarono dottori della Chiesa come Ilario, Girolamo, Giovanni Crisostomo ed Agostino, che non temono il confronto del sapientissimo monarca, e riconoscono la loro scienza dall'ispirazione di Gesù Cristo, che è un altro Salomone ben più alto. Il trovato è ingegnoso![571] Nè meno ingegnosi sono i riscontri che scopre il nostro autore nella sedicesima e diciottesima generazione. Come Asa re di Giuda (II, Paral., 14, 11) con la fervida preghiera fatta a Dio mette in fuga i nemici, così Leone papa colla forza della sua parola arresta il barbaro Attila, a cui nessun braccio armato avea saputo sbarrare la via dell'eterna città. Ed a quel modo che Teodorico re dei Goti mise a morte Boezio, ed altri cristiani, il re biblico che vi corrisponde, Joram, uccise i suoi fratelli. E come al tempo di Joram fiorì il profeta Eliseo, così nell'età corrispondente cristiana visse S. Benedetto. E quest'altro raffronto è specioso: Gerico, dove Eliseo si mise a capo dei profeti, fu data in possesso ai figli di Beniamino, unica tribù, che si fuse colle altre due di Levi e di Giuda. Eliseo dunque si può dire mediatore tra queste due tribù, come S. Benedetto è l'anello di congiunzione tra i monaci greci e latini, tenendo da una parte ferma la fede di Pietro, e dall'altra abbracciando la regola dei basiliani. Il paragone è tirato su come Dio vuole, ma è importante pel giudizio che porta il nostro abate su greci e latini.[572]
E per la stessa ragione è da ricordare il confronto che fa tra il re Josia e Leone IX. Il primo non credendo che l'invito a sottomettersi, fattogli dal re egiziano, fosse ispirato da Dio, uscitogli incontro nella pianura di Nieghiddo, morì nel combattimento (II Paral., 35, 22); il secondo volle del pari non ostante la sua pietà muovere contro i Normanni e fu sconfitto. Benchè non lo dica apertamente, pure le imprese guerresche dei papi non vanno a sangue a Gioacchino, nè Gregorio VII è tenuto da lui in quella venerazione che gli tributavano i guelfi italiani. Quando parla di lui non ricorda i gloriosi fatti, ma soltanto l'esilio. A quel modo, ei dice, che Joachaz fu fatto re dei Giudei a dispetto del re egiziano Neco, Gregorio VII fu acclamato pontefice in odio dell'Imperatore. E come il re egiziano sbalzò di seggio Joachaz, elevando invece di lui il fratello Joachin; così l'Imperatore in luogo del Papa, che ebbe ad esulare in Salerno, mise l'arcivescovo ravennate col nome di Clemente. Non una parola sola di rimpianto pel gran Papa, che morendo sclamava: Dilexi justitiam, odivi iniquitatem, propterea morior in exilio. A Gioacchino, così penetrato dell'umiltà cristiana poco andavano a versi le imperatorie nature come quella d'Ildebrando, nè dubitava di porlo a riscontro con quel Joachaz, che secondo il IV Re 32 fecit malum coram Domino.[573]
A queste citazioni mi permetto di aggiungerne qualche altra importante per i giudizii che Gioacchino porta su avvenimenti di cui è stato testimone. Morto Joachin prese a regnare Jeconia, rimosso il quale dal re di Babilonia gli fu sostituito lo zio Sedechia, iniquo e pessimo uomo. Allora venne in estrema confusione il regno di Giuda, nè più secondo l'ordine di generazione regnarono i re di Giuda, ma ora il fratello, ora il nepote, ora lo zio, ora insieme e l'uno e l'altro. Lo stesso intervenne alla Chiesa, ove si vide due vescovi contemporaneamente fatti papi, e l'Imperatore combattere la libertà della Chiesa.
Tutto questo accadde durante la trentanovesima generazione al tempo di Alessandro III e Federigo Barbarossa. Nè ai successori suoi Lucio e massime Urbano III arrisero le sorti; ed anche oggi, seguita Gioacchino, portiamo le tristi conseguenze del dissidio scoppiato al tempo di Leone e di Enrico. E non senza gemito del cuore e dolore dobbiamo ripetere le rampogne di Geremia, che ben si applicano a noi, che ci diciamo cristiani e non siamo. Già da due anni era salito sulla cattedra di S. Pietro Innocenzo III, quando Gioacchino proferiva queste severe parole, e il famoso quomodo sedet sola civitas applicava alla Chiesa di Pietro, e contro gl'inerti sacerdoti volgea queste parole dei Treni: I profeti tuoi han veduto vanità e cose scempie (2, 14): Han mutato colore il buon oro fino, e le pietre del santuario sono state sparse in capo d'ogni strada (4, 1).[574] Le fortune d'Innocenzo non lo illudevano, nè alla pace, che parea dovesse finalmente arridere alla cristianità, prestava fede: ma invece nuove guerre predicea, nuove calamità, perchè essendo già cominciata col 1201 la quarantunesima generazione, non molto andrà che il secondo periodo sarà per chiudersi. E pria che spunti l'alba del nuovo giorno, gravi mali travaglieranno ancora l'umanità, come previdero i profeti del vecchio Testamento ed i veggenti del nuovo.[575]
Ora possiamo conoscere il risultato di questi faticosi riscontri. Dal paragone di generazione a generazione si cava la conclusione che siamo sul finire del secondo periodo, e che il cominciamento della nuova èra non si farà aspettare lungo tempo. Che cosa sia questa nuova èra già lo sappiamo, il regno dello Spirito, che tien dietro a quello del Figliolo. Questo terzo periodo della storia dell'umanità per un certo rispetto è già cominciato; perchè a quel modo che l'èra di Cristo fu preparata nell'ultimo scorcio della precedente, così accade dell'èra nuova, che se non dà frutti ancora, certo è germogliata da un pezzo. Quest'anticipazione noi già l'abbiamo accennata parlando di San Benedetto, che al tempo della diciottesima generazione fondò un nuovo ordine monastico, nel quale il cenobitismo greco fu innestato alla tradizione latina, e dal quale senza dubbio comincia la nuova età, in cui posto fine agli abusi del chiericato, ed eliminate le due cause principali delle discordie umane, l'orgoglio e l'avidità, sarà finalmente assicurata la pace del mondo. Nello stesso luogo abbiamo ricordata ancora la parentela che corre tra il profeta Eliseo dell'antico Testamento e S. Benedetto dei nuovi tempi. In grazia di quest'analogia l'anticipazione del terzo periodo dovrebbe scoprirsi nell'antico Testamento stesso al tempo del re Asa. Nè è strano questo doppio incominciamento, perchè il terzo periodo essendo il regno dello Spirito, che procede insieme dal Padre e dal Figliuolo, era ben giusto che mettesse capo nel vecchio e nel nuovo Testamento.[576] L'interessante è che tornino i calcoli numerici. E torneranno di sicuro, che sarà nostra cura accorciare o prolungare il tempo quanto basti. Così ad esempio come da Adamo a Cristo corrono sessantatrè generazioni, sarebbe desiderabile che altrettante ne corressero da Eliseo sino a S. Benedetto; ma se questo non è possibile, sceglieremo un altro termine, quello ad esempio in cui la regola benedettina prese nuovo vigore per opera dei cistercensi,[577] ed il calcolo torna, e possiamo con sicurezza predire che l'ora tremenda sta per sonare. Ma quando? possiamo noi sapere e l'anno e il giorno della catastrofe, o dobbiamo rassegnarci a più o meno probabili approssimazioni? Noi già notammo come Gioacchino proceda molto cauto, e soventi ricusa di addurre determinazioni precise, come si pare dai parecchi passi in cui esprime le sue dubbiezze, e a chi gli dimandi maggiore precisione di ciò che ei dice, risponde che solo Iddio sa il futuro.[578] Ma in questo punto, nella determinazione dell'anno in cui dovrà cominciare la terza età del mondo è più esplicito di quel che ci aspetteremmo.
Quando sarà per entrare la 42ª generazione Dio solo lo conosce,[579] ma quando sia per finire si può argomentare da un gran numero di prove, le une più indubitabili delle altre. In primo luogo si è già detto che stante la concordia dei due testamenti il secondo periodo deve durare in tutto 63 generazioni, e stante che 21 appartengono al periodo di fecondazione, non restano da Cristo in poi se non 42 generazioni. La generazione dev'essere presa non secondo la carne, ma secondo lo spirito. E come il Signore non cominciò ad avere figli spirituali se non a 30 anni, il che era già prefigurato nella unzione di David, e nell'iniziazione di Ezechiele, così trent'anni deve durare ogni generazione nel nuovo tempo. Saputo dunque il numero delle generazioni, 42, e la durata di ciascuna di esse, 30, basterà moltiplicare l'un numero per l'altro, e sarà determinato l'anno fatale, ovvero il 1260.[580] Il qual numero ritorna nei giorni che Elia stette nascosto,[581] in quelli che passò nel deserto la donna dell'Apocalisse,[582] e nei mesi che Giuditta restò vedova[583] e la coincidenza torna sicura. Nè fa intoppo che il terzo periodo cominci non alla metà delle 42 generazioni, che restano dopo Cristo, cioè alla 21ª, ma invece alla 16ª come dice in un altro luogo della Concordia.[584] Questi ritardi od anticipazioni non iscoraggiano l'intrepido calcolatore, al quale non torna malagevole aggiungere se occorra fino a quindici generazioni. Non disse il Signore ad Ezechia: Io aggiungerò quindici anni al tempo della tua vita? E non fece tornar l'ombra indietro per i gradi per li quali era discesa nell'orologio di Achaz, cioè per 10 gradi (IV Re, 20, 6-11)?[585] E se la serie delle generazioni secondo la carne non torna neanche dopo questi rimendi, possiamo invocarne un'altra che corra più spedita per gradi di parentela spirituale. Sta bene che Cristo discenda dai re d'Israele, ma questi alla lor volta non sono i successori dei Giudici?[586] Noi dunque possiamo movere dal primo Giudice, Moisè, e pei suoi successori Giosuè, Othonel ecc. arrivare dopo ventuna generazioni ad Asa, a quel buon re che negli ultimi anni della sua vita vide Israele in mano di Acab, l'iniquo persecutore di Elia ed Eliseo. Ormai i calcoli tornano. Perchè da Asa sino a Cristo si contano ventitre generazioni secondo Matteo; aggiuntevi le tre che questi trascura, si ha ventisei; aggiunte ancora le sedici che s'interpongono tra Cristo e S. Benedetto, si ha il famoso numero quarantadue. E sommate queste generazioni colle ventuna che furono tra Mosè ed Asa, torna il numero sessantatre, e così le generazioni tra Adamo e Cristo pareggiano in numero quelle che s'interpongono tra Moisè e S. Benedetto. Non vogliamo più oltre paragonare le due serie, nè ripetere gli artificii adoperati dall'autore per dissimularne le discrepanze, che già ben sappiamo, e quello che Gioacchino ha voluto dimostrare e la via tenuta nel dimostrarlo.