IV
Che il giorno tremendo sia prossimo, Gioacchino non pure lo dimostra dalla concordia dei due Testamenti, ma dallo studio dei segni precursori, descritti nell'Apocalisse: grandi calamità, guerre disastrose, scismi ed eresie, e finalmente più terribile di tutti l'Anticristo. Molti di questi segni secondo Gioacchino erano già visibili, e se gli uomini non se ne addavano ancora, si doveva allo scarso studio che facevano delle antiche rivelazioni in confronto delle condizioni presenti. A codesto studio si mette il Profeta con ardore. L'Apocalisse è giustamente prediletta da quanti affatica l'ansioso problema dell'avvenire; ed a chi si compiaccia d'interpetrare allegorie, nessun libro nè nel nuovo nè nel vecchio Testamento offre materia più copiosa. Era dunque ben naturale che Gioacchino ne desse una minuta esposizione, interpetrandolo e commentandolo dalla prima all'ultima parola, e dappertutto scoprisse segni di verità arcane, anche dove il senso letterale è pianissimo, e diventa oscuro solo quando se ne sospetti altro più nascosto.
Così sin dalla prima pagina alla dimanda: perchè l'Evangelista mandi il suo scritto alle sole sette Chiese dell'Asia minore, mentre egli più degli altri apostoli suole volgersi a tutti i fedeli,[587] l'espositore risponde: perchè queste sette Chiese non si debbono prendere nel senso proprio ma nel metaforico. La concordia tra il vecchio e nuovo Testamento c'insegna che come dodici furono le tribù del popolo eletto, così dodici sono le Chiese principali fondate sugli albori del Cristianesimo. Queste dodici si dividono in due gruppi, uno di cinque l'altro di sette; il primo comprende le Chiese di Gerusalemme, Antiochia, Alessandria, Costantinopoli e Roma; l'altro gruppo abbraccia le sette Chiese dell'Asia minore. Ed a ragione l'Apocalisse non nomina se non queste ultime, perchè le prime cinque simboleggiano l'età, che precorsero Cristo, le ultime invece quella, che da lui comincia.[588] Potrebbe fare intoppo che il periodo precristiano si partisca in cinque e non in sei o sette periodi come si disse più sopra. Ma a questa difficoltà è subito rimediato. Le cinque Chiese corrispondono a cinque tribù d'Israele, Ruben, Gad, Manasse, Effraim e Giuda. La terza di queste tribù fu suddivisa in due parti, una restò al di qua del Giordano e l'altra passò oltre. Così le cinque tribù diventano sei, e ben rappresentano le sei età del periodo precristiano. Le prime tre, dimoranti all'oriente del Giordano, rappresentano il sorgere del genere umano, le generazioni che si succedono da Adamo sino a Mosè, sino cioè allo stabilimento della legge; le altre tribù, che restano al di qua del Giordano, rappresentano le generazioni succedute a Mosè sino a Cristo, cioè il periodo post legem. Dei figli d'Israele Ruben perdette ogni diritto di preferenza per aver contaminato il talamo di suo padre (Gen., 49, 4), ed a Giuda invece s'inchineranno i suoi fratelli, e dalla sua tribù non sarà rimosso lo scettro (Ivi, 8, 9); così le generazioni posteriori allo stabilimento della legge, furono più accette a Dio delle precedenti, che spesso l'obbliarono; e parimenti la Chiesa di Roma andò innanzi alle altre che la precorsero, e meglio di loro serbò il tesoro della tradizione. Queste coincidenze meravigliose ci tolgono ogni dubbio che le cinque Chiese rappresentano le cinque o meglio le sei tribù, e per esse le sei età che precedono Cristo. Le rimanenti sette Chiese o sette tribù debbono dunque rappresentare le età che lo seguono, vale a dire il lungo periodo che da Cristo arriva sino ai giorni di Gioacchino. Quest'ultimo periodo poi si suddivide in sette, e non in sei o cinque, per due ragioni evidentissime: la prima che a tal modo si compie il sacro numero dodici, la seconda perchè prima di Cristo erano ben pochi i fedeli ed appartenenti ad una sola nazione, dopo Cristo son molti e di tutte le nazioni, e ad una turba così numerosa Giovanni ha da volgere la parola per aprirle il segreto dell'avvenire.[589]
Dopo questa interpetrazione non farà meraviglia che in quei pochi luoghi dove Giovanni spiega da sè medesimo il senso delle sue allegorie, il nostro autore non gli creda, e l'interpetre stesso e la spiegazione addotta intenda come una nuova allegoria. Ormai si monta di nube in nube, e la terra sempre più sfugge allo sguardo. Così quando in fine del primo capitolo si legge che le sette stelle son gli Angeli delle sette Chiese, e i candelieri d'oro le Chiese stesse (Ap., I, 20), non dobbiamo intendere tutto questo alla lettera, a quel modo che non bisogna intendere alla lettera la spiegazione, che Giuseppe recò del sogno di Faraone. Perchè Giuseppe che spiega i sogni e distribuisce le vettovaglie è il simbolo dell'ordine contemplativo, che svela gli arcani e distribuisce le grazie spirituali. Ed i sette anni grassi rappresentano le età del Vecchio Testamento, nelle quali si fece incetta del grano delle sacre parole, e gli anni magri si riferiscono all'età nostra povera di nuove rivelazioni, ma studiosa interpetre delle antiche. Non dimandiamo come si dicano magri i tempi del Cristianesimo in paragone, per giunta, non dell'avvenire, ma del passato giudaico; sarebbe ingiusto richiedere esattezza e coerenza in tanta mobilità d'interpetrazioni. Notiamo solo che per le sette stelle ed i sette candelabri non si debbono intendere, come parrebbe, le sette partizioni dell'èra cristiana, bensì i sette doni dello Spirito Santo. Infatti, dice Gioacchino, le stelle poste alla destra di Gesù, raffigurano qualche cosa di cui si riconosca l'eccellenza su Gesù medesimo. E certamente lo Spirito si vantaggia sul Verbo di quanto la pienezza e gioja dell'amore sovrasta sulle angustie della scienza; talchè non lo Spirito ma il Verbo s'incarna ed assume le sembianze del servo, e del servo porta le fatiche e le stanchezze; alla libertà dello Spirito invece perfino l'apparenza del servaggio ripugna. Questo significato delle sette stelle ha tanto valore che si estende alle Chiese, contraddicendo alla spiegazione precedente. Secondo questa nuova interpetrazione cinque delle dodici Chiese s'hanno a riferire non più al padre, bensì al figliuolo, del quale rappresentano le cinque opere principali: la nascita, la passione, la risurrezione, l'ascensione e l'invio del Paracleto; le altre sette naturalmente anzichè il figliuolo rappresentano lo Spirito ovvero i suoi sette doni.[590]
In un altro luogo le sette stelle non rappresentano più i sette doni dello Spirito, ma sette grandi uomini, rappresentanti sette periodi. Adamo, la cui lunga vita lo accomuna con Saturno; Noè che per la sua temperanza si assomiglia a Venere; Abramo padre dei fedeli parallelo a Giove che dai Gentili fu detto padre degli uomini e degli Dei; Moisè sapiente come Mercurio; David valoroso più di Marte; finalmente Giovanni ed Elia raffigurati nell'umida luna e nell'infocato sole.[591] Si ritorna così all'antica interpetrazione delle sette Chiese, colle quali possono andare benissimo paragonati i sette uomini, perchè l'angelo di Efeso ha di comune con David la prerogativa del governo, l'angiolo di Smirne pareggia Giovanni nella sofferenza, e così di seguito.
Codesti grandi uomini sarebbero i patriarchi di sette ordini, quello dei coniugati, dei laici continenti, degli apostoli, dei martiri, dei dottori, delle vergini, dei conventuali, sebbene una esatta corrispondenza tra gli uni e gli altri nè Gioacchino l'ha mai dimostrata, nè forse sarebbe agevole a scoprire.[592] Comunque sia, se per le sette stelle o candelabri o Chiese s'ha da intendere codesti sette ordini, par che in esse vada effigiata la storia non del solo periodo cristiano, ma di tutti i tempi; perchè l'ordine dei conjugati e laici continenti rappresenterebbe l'èra precristiana; quello degli apostoli, martiri e dottori la cristiana; e infine le vergini ed i conventuali accennerebbero alla età nuova, già cominciata con S. Benedetto. E con siffatta interpetrazione andrebbe in parte d'accordo l'altra dei sette occhi dell'Agnello (Apoc., V, 6), ciascuno dei quali rappresenterebbe il dono conferito dallo Spirito a ciascun ordine, la fortezza dei prelati, l'intelletto dei dottori e simiglianti.[593] Ma in quest'ultimo passo già comincia a mutare l'interpetrazione, perchè i sette ordini non sono quelli di prima, e si parla ora di prelati e di diaconi, e gli ordini par che tutti appartengano all'èra cristiana.
In questo senso certo vanno interpetrati i sette suggelli del famoso libro scritto dentro e di fuori, perchè codesto libro non è se non il Nuovo Testamento e le successive rotture dei suggelli vogliono dire altrettante fasi nello svolgimento dei tempi cristiani. Così alla rottura del primo suggello l'Evangelista vede un cavallo bianco, montato da un cavaliere dall'arco, che ebbe una corona e fu dichiarato vincitore (Ap., VI, 1). Questo cavallo bianco è la Chiesa primitiva, ed il cavaliere è Cristo medesimo. In altre parole abbiamo la rappresentazione allegorica del primo periodo della Chiesa, governata dagli Apostoli, e candida della sua purità. Alla rottura del secondo suggello esce fuori un cavallo sauro, montato da un cavaliere, cui fu dato di togliere la pace della terra. Questo cavallo sauro sono i sacerdoti pagani, che combattono spietatamente la nuova Chiesa. Siamo già nel secondo periodo, quello dei martiri. Un cavallo negro esce fuori alla rottura del terzo suggello, ed il cavaliere che lo monta ha una bilancia in mano (Apoc., VI, 5). Questo cavallo morello secondo Gioacchino è il clero ariano, ed il cavaliere, Ario stesso, che tenendosi strettamente alla lettera sotto l'apparenza di una esatta e ben pesata interpetrazione uccide lo spirito della nuova dottrina. Ecco il terzo periodo dei contrasti dommatici, il terzo ordine, i dottori. Rotto il quarto suggello, sopra un pallido cavallo si mostra un cavaliere per nome la Morte. Questo cavallo che ha il colore dell'odio e del livore, vuol significare l'empia genìa dei musulmani che disertarono moltissime Chiese dei Greci, ed occupano anch'oggi grande estensione della terra. Questa quarta calamità ha la sua rispondenza nella cattività di Babilonia. All'apertura del quinto suggello l'Evangelista non vede più cavalli, ma le anime degli uccisi per la parola di Dio, che di sotto all'altare gridano con gran voce: Infino a quando, o Signore, non vendichi il nostro sangue? Qui è chiaramente annunziata secondo Gioacchino una quinta persecuzione, e come la prima ebbe luogo nella Giudea, la seconda in Roma, la terza in Grecia, la quarta in Arabia, così la quinta è scoppiata nella Mauritania e nella Spagna, ove un gran numero dei cristiani superstiti alle precedenti persecuzioni, vennero uccisi. A queste anime vien detto, che riposino ancora un poco di tempo finchè sia compiuto il numero dei fratelli che han da essere uccisi, perchè dopo questa quinta persecuzione, che ha luogo oggi, succederà una sesta. Gioacchino dunque crede che l'età sua sia l'estrema del quinto periodo.[594] All'apertura del sesto suggello si udì un gran tremuoto, ed il sole si fe' nero come un sacco e la luna rossa come sangue, e le stelle del cielo caddero in terra, ed i re della terra e i grandi e i capitani e i ricchi e i possenti e ogni servo e ogni libero si nascosero nelle spelonche e nelle rocce (Ap., VI, 12 e segg.). Questo evidentemente è l'ultimo giorno, che in un senso stretto s'ha da riferire al giudizio universale, avente luogo al termine della storia umana; ma nel senso largo si può intendere per la fine di ciascun periodo,[595] ed in quest'ultimo significato l'intende Gioacchino. Alla quinta persecuzione, che accadde ai giorni suoi, ei prevede abbia a seguirne una più dura ancora; nè s'illude che i mali dell'età sua sieno per cessare; anzi nell'ultima età del secondo periodo, ovvero nel sesto tempo (sesto suggello), si aggraveranno, e se i miscredenti e una parte di fedeli morrà per la propria fede, un'altra, forse la maggiore, sarà per perderla. E l'ordine monastico medesimo, del quale erano così evidenti i segni di corruzione, volgerà all'estrema ruina, il che è come a dire che il sole si oscurerà.[596] Non occorre dire del clero secolare, al quale si può applicare l'imagine della luna fatta color di sangue, perchè in lui non è più niente di spirituale e celeste.[597] Finalmente rotto il settimo suggello, si fece silenzio nel cielo lo spazio di una mezz'ora (Apoc., VIII, 1). Il che vuol dire che alle guerre e calamità succederà il riposo, al secondo periodo così tormentato principalmente negli ultimi suoi giorni, terrà dietro l'età nuova, nella quale regnerà il silenzio della vita contemplativa.[598]
Da ora in avanti non si muta più l'interpetrazione. I sette angeli, a cui furon date sette trombe, rappresentano le sette età del mondo, sei nelle quali si esaurisce il secondo periodo, ed una in cui si riassume il terzo. È inutile entrare nei particolari, ed il lettore può colla scorta delle interpetrazioni precedenti indovinare le altre. La stella, ad esempio, ardente come un torchio, che al suono della terza tromba cade nelle acque, convertendo la terza parte di esse in assenzio, è senza dubbio Ario, per onestà dei costumi uno dei sacerdoti più specchiati, il quale caduto nell'eresia trae seco innumerevole turba di vescovi e di preti. Un'altra stella cade al suono della quinta tromba, in quella che l'angelo apre il pozzo dell'abisso, onde sale un fumo così denso da ottenebrare l'aria, e vengono fuori locuste, cui fu dato il potere degli scorpioni della terra. La nuova stella dev'essere un altro eresiarca non dissimile da Ario, prete e letterato come lui. Di costui Gioacchino non sa dire il nome, ma accenna vagamente ai filosofi del suo tempo, che al pari di Abelardo vogliono tutto comprender colla ragione.[599] Le locuste sono i Patarini, che al tempo di Gioacchino s'erano moltiplicati a segno, che pochi anni dopo, Innocenzo ebbe a bandire una crociata contro. Questi eretici sono il vero Anticristo, come previde chiaramente Giovanni, che in una sua lettera (1 Joh., 2, 22) dice chiaramente: chi nega che Cristo sia venuto in carne è lo stesso Anticristo. (Evidentemente qui lo scrittore della lettera parla del docetismo a lui contemporaneo, che poi venne accolto nel Catarismo). E se tutti questi eretici meritano il nome di Anticristo, a maggior ragione l'avrà il loro re che secondo l'Apocalisse si dirà Abadon (Ap., X, 11) ed in greco Apollion, distruggitore (!) E stante che gli eretici patarini erano cresciuti d'audacia e di numero al tempo di Gioacchino, ei non dubita che anche quei, che si metterà alla loro testa, sia già nato, sebbene non sia ancora scoccata l'ora della sua rivelazione, perchè si manifesterà soltanto nell'età seguente, o sesta ed ultima dell'evo cristiano.[600] Questa età, come già sappiamo, è la prossima futura, e Gioacchino la crede già cominciata al suo tempo, sebbene non fosse[601] chiusa ancora l'età precedente. In essa seguiteranno gli eretici con maggior vigore, stantechè ai patarini si uniranno i saraceni, come tentarono di fare nel 1195 secondo le notizie che Gioacchino raccolse da un tale tornato da Alessandria in Messina. Questi novi eretici nati dalla fusione dei precedenti sono rappresentati dai cavalli dell'Apocalisse a testa di leone, e dalla cui bocca escono fuoco e fumo e zolfo, e sul cui dorso montano cavalieri dagli usberghi di foco (Ap., IX, 17). Contro essi non varrà più resistenza alcuna, come pur troppo, aggiunge Gioacchino, già si cominciò a sapere per esperienza or non è molto, quando gli eserciti di Federico primo furono disfatti dagli infedeli.[602]
A questa età sesta succede, come già sappiamo, la settima, durante la quale secondo l'espressione dell'Apocalisse (X, 7) si compirà il segreto di Dio, ovvero si chiuderà la storia dell'uomo, a quel modo che il settimo giorno chiude la settimana. In questo nuovo periodo all'intelligenza letterale succederà la spirituale, il che vien rappresentato nell'iride che circonda il settimo angelo, e che nel linguaggio simbolico di Gioacchino vuol dire o lo stesso Spirito Santo, o l'intelletto ripieno dello spirito. E per ciò nell'Apocalisse (X, 2) è detto che l'Angelo pone il suo piè destro sul mare ed il sinistro sulla terra, perchè in questa è rappresentata la lettera del Vecchio Testamento, ed in quello la lettera del Nuovo, che vengono entrambe superate dall'interpetrazione allegorica, la quale sta all'intelligenza letterale come il fuoco all'aria e all'acqua.[603]
Anche nel Commento all'Apocalisse come nella Concordia Gioacchino pone nel 1260 il termine del secondo periodo, e il cominciamento del terzo. Questa data vien suggerita da moltissimi luoghi. Nell'Apocalisse X, 2 si legge che i gentili calpesteranno la santa città quarantadue mesi o meglio mille duecento sessanta giorni, calcolato il mese a trenta giorni in media. E per 1260 giorni è data facoltà nel paragrafo seguente ai profeti di profetare. Inoltre la donna intorniata dal sole, di sotto a' cui piedi era la luna, e sopra la cui testa una corona di dodici stelle, dopo aver partorito il figliuol maschio, che ha da reggere le nazioni, fugge nel deserto perchè sia quivi nudrita mille ducento sessanta giorni. (Apoc., XII, 6). Alla bestia dalle dieci corna e dalle sette teste fu data potestà di durare quarantadue mesi, che secondo Gioacchino valgono 1260 giorni (Apoc., XIII, 5). Queste coincidenze non sono a caso, si spiegano tutte mirabilmente, se intende che i quarantadue mesi non sono se non le quarantadue generazioni del secondo periodo, che calcolate a trenta anni l'una, importano, come già sappiamo, il corso di 1260 anni.[604]
Dopo tutto quello che abbiamo detto e del corso del tempo, e delle calamità che sovrastano alla Chiesa, non sono difficili ad interpetrare le altre allegorie dell'Apocalisse. La donna vestita di sole in generale rappresenta la Chiesa, ma in particolar modo la vergine madre, che è come la rappresentante dell'ordine degli eremiti. Le dodici stelle sappiamo ormai che rappresentano le dodici virtù, cinque minori e sette maggiori. Il sole è lo spirito divino che la riscalda, la luna che ha sotto i piedi è la concupiscenza carnale o la gloria del mondo. Ma a quel modo che la donna vestita di sole, oltre al rappresentare l'ordine verginale, simboleggia ancora la Chiesa in generale, che dura da Cristo fino ai nostri giorni; così il drago che le s'oppone rappresenta in un simbolo solo tutti i suoi persecutori, nei periodi successivi della storia. E così accade che ha sette teste corrispondenti alle sette età che noi ben conosciamo, e dieci corna che rappresentano dieci re. La stessa interpetrazione devesi dare della bestia, che sale dal mare (Ap., XII, 1) anch'essa fornita di sette teste e dieci corna. Essa riassume in uno i caratteri delle quattro bestie di Daniele (VII, 3), essendo simigliante ad un pardo, coi piedi d'orso e la bocca di leone e dal drago riceve il suo potere. (Apoc., XIII, 2). Questa bestia dunque personifica in sè i diversi nemici della Chiesa di Cristo, prima fra tutti la sinagoga degli Ebrei, poi quella dei pagani, quindi la terza degli ariani, e poi l'ultima dei saraceni: peccato che il testo di Daniele non gli permetta di aggiungere per quinta la sinagoga dei patarini.[605]
Ma ci sarà posto anche per questa, perchè fortunatamente nell'Apocalisse oltre alla prima si legge di una seconda bestia, che sale non dal mare ma dalla terra, e in luogo di dieci ha due soli corni simili all'agnello. E fa gran segni, e persuade gli uomini ad adorare la prima bestia, che un tempo fu ferita mortalmente in una delle sue teste, ma ora del tutto è risanata. L'allegoria è trasparente secondo Gioacchino. Questa seconda bestia sono appunto i Patarini, che si danno per i veri cristiani e non sono, e stringono, come già dicemmo, alleanza coi saraceni, i quali un tempo quando al grido di Urbano si riunì la prima crociata (qui sbaglia la data e in luogo del 1079 mette il 1015) furono sconfitti; ma poi si rifecero delle perdite patite, e disfarli oggi torna ben difficile, nè sarà possibile neanche nell'avvenire se non forse colle armi della parola.[606] È chiara la simiglianza di questa nuova bestia col piccolo corno di Daniele (Dan., VII, 8), che ha occhi simiglianti a quelli d'uomo e bocca che profferisce cose grandi. Le due Apocalissi di Daniele e Giovanni si chiariscono a vicenda. Secondo Giovanni, la nuova bestia seduce gli abitanti della terra, e fatta fare una imagine dell'antica bestia, le infonde uno spirito che parli, e così piega tutti gli uomini all'adorazione del mostro, e quelli che vi si rifiutano li uccide. E tutti debbono portare sulla mano o sulla fronte il nome della bestia o il numero del suo nome. Questa imagine della bestia, che parla per bocca dei falsi profeti, è senza dubbio quel re undecimo di Daniele, che (VII, 24) succederà agli altri dieci raffigurati nelle dieci corna, e proferirà parole contro l'Altissimo, e penserà di mutare i tempi e la legge. Codesto re sarà senza dubbio dei Saraceni, ed avrà ai suoi fianchi qualche gran prelato patarino simile a Simon Mago, e rappresentante l'Anticristo di cui parla Paolo. E l'uno e l'altro sono rappresentati nell'Apocalisse da un numero 666, perchè 600 vuol dire le sei età del mondo, 60 la parte che appartiene alla sesta età, 6 il sesto tempo di quest'età.[607]
Concorde con siffatte interpetrazioni è l'altra della gran meretrice (Apoc., XVII), con la quale han trescato li re della terra, e del vino della cui fornicazione sono stati inebbriati gli abitanti della terra. Che non s'abbia da intendere in un senso diverso dalla bestia che viene dal mare, lo dicono e il sedere sull'acque della meretrice, e l'avere ella parimenti sette teste e dieci corna. I padri cattolici sogliono intendere Roma, in quanto rappresenta non la Chiesa, bensì la moltitudine dei reprobi, la quale non si raccoglie in un luogo, ma è sparsa per tutte le latitudini della terra. Ed i re coi quali ella fornica s'intendono i prelati, cui è commesso il governo delle anime, e che talvolta per compiacere agli uomini, trascurano il dover loro. Le sette teste sono i regni che furono molesti alla Chiesa nel corso del tempo; Erode, Nerone, Constanzo ariano, Maometto o Cosroe re dei Persiani sono i primi quattro capi. Il quinto è chi cominciò a dar travaglio alla Chiesa nelle lotte delle investiture (Enrico IV). Il sesto è il re undecimo di cui parla Daniele. Il settimo capo della bestia è quello dannato alla morte, spento il quale risplenderà la pace.[608] Le dieci corna, ovvero i dieci re debbono intendersi forse di altrettanti sovrani che van compresi tutti nel sesto re, poniamo ad esempio i successori di quel famoso Saladino, re dei turchi, dal quale non ha guari fu presa la città santa.[609]